LA CRISI DEL GOLFO

di Adam Hanieh

La decisione del 5 giugno da parte dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti (EAU), del Bahrein e dell’Egitto di sospendere i legami diplomatici con il Qatar ha generato una onda d’urto che ha attraversato tutto il Medio Oriente.

Il successivo blocco ha chiuso gran parte del commercio marittimo e terrestre da parte dei paesi del Golfo con il Qatar, provocando timori che il piccolo stato avrebbe presto dovuto affrontare una grave carenza di cibo.

Le principali compagnie aeree, tra cui Emirates, Gulf Air, Flydubai e Etihad Airways, hanno annullato i voli, e i cittadini del Qatar che vivono nelle nazioni partecipanti al blocco hanno avuto solo due settimane di tempo per tornare a casa.

Anche gli immigrati con permessi di residenza di Qatari sarebbero stati colpiti dall’espulsione.

Gli EAU hanno bandito ogni espressione di simpatia per il Qatar – incluso quelle su Twitter – e hanno minacciato di punire tali reati con termini di carcere che vanno fino a quindici anni.

I governi strettamente legati all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti hanno espresso rapidamente il sostegno al blocco, compresa la Camera dei Rappresentanti di Tobruk in Libia (una delle fazioni governative che stanno guerreggiando nel paese), il governo Abed Rabbo Mansour Haidi, sostenuto dalla Arabia Saudita, dello Yemen, come l’Unione delle Comore, la Mauritania e le Maldive.

La mossa contro il Qatar è arrivata dopo mesi di una campagna stampa negativa condotta nei media americani e del Golfo, in cui i funzionari statali hanno ripetutamente affermato che il Qatar stava finanziando gruppi islamici e avvicinandosi all’Iran.

Yousef Al Otaiba, ambasciatore EAU negli Stati Uniti, ha svolto un ruolo importante in questa campagna. Dall’inizio delle rivolte arabe del 2010, Otaiba ha consumato i corridoi dei centri di  potere di Washington, avvertendo che queste rivolte popolari minacciavano l’ordine stabilito della regione e sostenendo che il Qatar aiutava movimenti e personalità ostili all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti.

Ex funzionari governativi americani e think tank – in particolare la Fondazione neoconservatrice pro-Israele per la difesa delle democrazie (FDD), una prominente sostenitrice dell’invasione dell’Iraq del 2003 – si sono impegnate in questa crociata anti-Qatar. Il 23 maggio il FDD ha convocato un convegno di alto livello per discutere la relazione della nazione del Golfo con la Fratellanza Musulmana e su come dovrebbe rispondere l’amministrazione di Trump. In questa occasione, l’ex segretario della difesa Robert Gates ha invitato il governo americano a trasferire la sua importante base aerea in Qatar qualora il paese non rompesse questi legami con tali gruppi.

Considerando le email spedite poco dopo la conferenza, Otaiba presumibilmente le aveva riviste  incoraggiando i commenti di Gates. Infatti queste fuga di notizie, secondo quanto riferito, hanno contribuito a far scattare il blocco, rivelando il rapporto amichevole dell’ambasciatore con Gates, il FDD e altre figure vicine all’amministrazione di Trump.

Sia gli Emirati Arabi Uniti sia l’Arabia Saudita hanno sostenuto che il Qatar ha cercato di rafforzare i legami con l’Iran nei mesi scorsi. Uno straccio di prova offerto per dimostrare tutto questo è l’affermazione che il Qatar ha recentemente pagato 700 milioni di dollari all’l’Iran al fine di assicurare il rilascio di ventisei membri della famiglia reale del Qatar  rapiti in Iraq nel 2015 e che erano stati detenuti in Iran per un anno e mezzo. Questa storia, che prevedeva anche un pagamento separato fino a 300 milioni di dollari ai gruppi collegati Al Qaeda in Siria, è stato negato dal primo ministro iracheno Haider al-Abadi, che ha dichiarato l’11 giugno che il denaro rimaneva nella banca centrale irachena.

Da parte sua, l’Arabia Saudita ha diffuso una dichiarazione attribuita all’Emiro del Qatar, Tamin bin Hamad Al Thani, che è apparso sull’agenzia di stato Qatar. Durante un colloquio di laurea per gli ufficiali della guardia nazionale presso la base di Al Udeid, Al Thani avrebbe lodato l’Iran e criticato gli stati del Golfo che vedono la Fratellanza Musulmana come organizzazione terroristica.

Il Qatar ha spiegato successivamente che il sito era stato hackerato – un’affermazione che l’ FBI ha successivamente confermato- e che Al Thani non aveva mai fatto tali affermazioni.

Tra tutte queste affermazioni e smentite, alcuni osservatori sostengono che la visita di Donald Trump in Arabia Saudita il 20 maggio ha rappresentato un momento chiave nella campagna contro il Qatar, sostenendo che Trump ha dato alla luce verde l’Arabia Saudita e l’UAE. Infatti, uno dei suoi tweets caratteristicamente eloquenti sembra confermarlo in quanto il presidente si è vantato che il blocco è venuto fuori dai suoi incontri a Riyadh.

Non tutti a Washington, tuttavia, appoggiano pienamente Arabia Saudita e UAE. Altri funzionari, in particolare Rex Tillerson, chiedono un alleggerimento del blocco e una soluzione pacifica. Anche la il segretario degli esteri del Regno Unito, Boris Johnson, è intervenuto, chiedendo la fine del conflitto, pur affermando che il Qatar “ha urgente bisogno di fare di più per quanto riguarda il sostegno a gruppi estremisti”.

I conflitti interne non sono nulla di nuovo per le famiglie dominanti del Golfo, ma la decisione di isolare il Qatar segna una significativa escalation. Come dovremmo considerare il blocco nel contesto di sviluppi più ampi in Medio Oriente, in particolare a seguito delle rivolte arabe? Questi eventi rappresentano uno scisma inconciliabile nella politica del Golfo o un cambiamento fondamentale negli schemi storici delle alleanze americane nella regione?

Interessi e rivalità condivise

Non possiamo comprendere l’attuale conflitto senza analizzare il più ampio progetto di integrazione regionale, incarnato nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC).  L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, il Qatar, il Bahrein e l’Oman hanno istituito questa organizzazione due anni dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e all’inizio della guerra tra l’Iraq e l’Iran che è durata fino al 1988.

All’epoca, il GCC è stato ampiamente visto come una risposta americana a questi sconvolgimenti regionali, concepita per creare un ombrello di sicurezza nei confronti dei sei Stati membri, che gli Stati Uniti incoraggiano, equipaggiano e sorvegliano.

Non solo questi stati dispongono di ricche risorse di petrolio e di gas – la spiegazione finale dell’interesse degli Stati Uniti per una tale alleanza – ma hanno anche strutture simili, segnate da forme autoritarie di governo familiari e da una forza lavoro che consiste principalmente da lavoratori migranti temporanei – una caratteristica spesso dimenticata nel vivo della discussione dei media sul Golfo nelle ultime settimane. Il progetto di integrazione del GCC riflette gli interessi collettivi di questi stati, che sono allineati in modo univoco con le potenze occidentali.

La relazione tra gli Stati Uniti, le altre potenze occidentali e il GCC si è fortemente rafforzata dal 1981, come sta a dimostrare l’installazione della base aerea di Al Udeid nel Qatar.

Oggi, più di quattordici anni dopo, Al Udeid ospita oltre 10.000 soldati americani ed è la più grande base aerea d’oltremare degli Stati Uniti. Come quartier generale del Comandante centrale delle operazioni speciali e dei comandi centrali delle forze aeree, il Qatar aiuta a coordinare la presenza militare degli Stati Uniti in tutta la regione, inclusi l’Iraq e l’Afghanistan.

Gli Stati Uniti gestiscono anche la propria principale base navale nel Bahrain, sede del Comando Centrale Forze Navali e della Quinta Flotta. Più di ventimila militari americani sono stazionati in tutto il resto del Golfo.

La vendita di attrezzature militari ai paesi del Golfo da parte degli Stati Uniti e delle nazioni europee, in particolare del Regno Unito e della Francia, è strettamente legata a questa presenza militare. La recente visita di Trump in Arabia Saudita ha messo in mostra questo aspetto del rapporto USA-Arabia Saudita: il comandante-capo ha riferito di aver firmato contratti per più di cento miliardi di dollari. (I valori precisi sono controversi, in quanto sostanzialmente basati su lettere d’intenti e comprendono accordi concordati con l’amministrazione Obama.)

Secondo il Stockholm International Peace Research Institute’s Arms e il Military Expenditure Program, quasi il 20% delle importazioni militari del mondo sono andato alle nazioni del GCC nel 2015; con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti al primo e al quinto posto. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato l’80% di tutte le importazioni militari del GCC l’anno, ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman appaiono anche loro nell’elenco dei 40 maggiori paesi importatori del mondo. La quota del mercato globale del GCC è più che raddoppiata dal 2011, diventando il più grande mercato di armi nel mondo.

Questi acquisti riciclano una parte delle surplus di petrodollari del Golfo verso le aziende che producono l’hardware militare del mondo. ll GCC non ospita solo le forze americane, ma pagano anche lautamente per il privilegio.

L’economia politica del Golfo

Ma il significato del progetto GCC si estende oltre a quello di  proteggere un club esclusivo di monarchie ricche di petrolio e di mantenere il ruolo della regione come quartier generale avanzato per il potere militare americano in Medio Oriente, Asia centrale e Africa orientale.

Nel corso degli anni 90 e 2000, il quadro istituzionale stabilito dal GCC ha incoraggiato i sei Stati membri a sviluppare un allineamento politico ed economico molto più stretto, un accordo spesso paragonato con l’Unione europea. Gli ultimi due decenni hanno visto progressi notevoli verso questo obiettivo: un aumento dei livelli dei flussi di capitali pan-GCC, un passaggio verso imposte e tariffe standard per i beni importati, politiche che incoraggiano la libera circolazione dei lavoratori dei cittadini e istituzioni politiche più unificate. Una moneta comune, il khaleeji, era stata anche proposta.

Questo processo di integrazione regionale sostiene la specifica forma di capitalismo che condividono gli Stati GCC. I grandi conglomerati finanziari del Golfo (sia statali che privati) che dominano l’economia politica del Golfo operano attraverso i confini del Golfo e, analogamente all’Unione Europea, sono anche segnati da una notevole interpenetrazione delle strutture di proprietà dei capitali attraverso diversi stati del Golfo.

Importante però – e questo ci aiuta a comprendere gli ultimi conflitti della regione – questo progetto di integrazione non ha spento le rivalità dei membri o le tensioni competitive. Una forte gerarchia del potere politico ed economico ha segnato il GCC fin dall’inizio, con il perno principale che ruota intorno ad un asse saudita e dell’EAU.

Questi due paesi sono diventati i principali siti di accumulazione di capitali, mentre le aziende dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti dominano l’economia del GCC nel settore immobiliare, finanziario, commerciale, logistico, delle telecomunicazioni, petrolchimico e settori manifatturieri. Ci sono anche importanti investimenti transfrontalieri tra Arabia Saudita e AEU.

Questo asse non è senza tensione interne – riflesse, ad esempio, nel rifiuto degli Emirati del progetto saudita di moneta unificata nel 2009 – ma il loro allineamento politico si è sviluppato accanto ai loro legami economici.

Il Bahrain è strettamente integrato in questo asse come partner minore. La sua monarchia di Al Khalifa dominante dipende dal sostegno finanziario, politico e militare saudita, come dimostrano chiaramente le rivolte del 2011.

Questa sub alleanza influenza come gli altri stati GCC si riferiscono al resto del mondo, una caratteristica chiaramente illustrata dai modelli commerciali della regione. A causa dei livelli relativamente bassi di produzione di non-idrocarburi e di modesti settori agricoli, il GCC si basa molto sulle importazioni. L’asse Saudito-EAU media queste spedizioni: portano merci, poi li riesportano in altri Stati, a volte dopo la creazione di un valore aggiunto.

Le importazioni alimentari sono particolarmente importanti. I quattro altri Stati del GCC importano più alimenti da Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti che da qualsiasi altro paese del mondo. Nel 2015, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono classificati come il primo o il secondo esportatore di prodotti alimentari  verso ognuno degli altri Stati del GCC.

Particolarmente notevole, specialmente dato che queste cifre includono grandi esportatori di grano e di carne, tra cui gli Stati Uniti, l’India, il Brasile e l’Australia – l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono responsabili del 53% del valore totale dell’esportazione alimentare verso Oman, del 36% verso il Qatar, 34 % In Bahrain e 24% in Kuwait.

Queste tendenze non solo sottolineano l’importanza di collocare l’asse saudita al centro della nostra comprensione del resto del Golfo, ma anche contribuiscono a spiegare gli effetti potenziali del blocco attuale.

La Scala Regionale

Dominati da questo asse Saudita-UAE, gli altri Stati più piccoli hanno svolto un ruolo più marginale nell’economia politica del Golfo. Con una minima popolazione cittadina (solo 313.000 cittadini di fronte a 2.6 milioni di abitanti, un sorprendente 12% del paese) e un’enorme ricchezza delle sue vaste riserve di gas naturale, il Qatar ha particolarmente irritato questa struttura gerarchica.

Su base pro capite, è il paese più ricco del mondo – con il 17,5% delle famiglie dei cittadini che vale più di un milione di dollari – tuttavia gli è stato ampiamente negato un posto nelle strutture politiche ed economiche più ampie del GCC, cacciato dai suoi vicini più grandi.

Limitati dalla dimensione dei loro mercati nazionali e dalla scarsità di capitale eccedente da quasi quindici anni di aumento dei prezzi del petrolio e del gas, una conseguenza fondamentale di queste gerarchie competitive interne è stata il tentativo da parte di tutti gli Stati del Golfo di superare i confini del GCC. I grandi conglomerati finanziari privati e statali hanno ampliato le loro operazioni a livello globale, investendo in immobili, istituti finanziari, tecnologie emergenti, agroalimentari e altri settori. Mentre tutti gli Stati del GCC hanno partecipato a questo processo, Arabia Saudita, AEU e Qatar hanno indicato la strada.

Anche se i flussi di capitali del Golfo si sono concentrati in gran parte verso l’America del Nord e l’Europa, anche il Medio Oriente è diventato un importante obiettivo. Mentre gli stati arabi hanno aperto i loro mercati e hanno liberalizzato i principali settori economici – un processo condotto dal figlio neoliberista della Banca mondiale, l’Egitto di Mubarak – il capitale del Golfo ha assunto un ruolo di primo piano nel corso degli anni 2000 nell’acquisto di beni privatizzati (spesso attraverso accordi corrotti con le élites statali) Approfittando dell’apertura del mercato che era seguita alla scia della riforma neoliberale.

Dal 2003 al 2015, gli Stati GCC hanno rappresentato un notevole 42,5% del totale degli investimenti diretti esteri (FDI) verso altre nazioni arabe. In questo periodo, circa la metà di tutti gli investimenti stranieri in Giordania, Egitto, Libia, Libano, Palestina e Tunisia provenivano dal Golfo. Inoltre, dal 2010 al 2015, gli investitori europei, del Golfo e del Nord America hanno speso poco più di venti miliardi di euro per le fusioni e acquisizioni nel mondo arabo. La quota di GCC è stata quasi la metà, pari al 44,7%.

Come stanno a dimostrare queste cifre stupefacenti, effettivamente sottolineano il livello di internazionalizzazione. Esse non includono, ad esempio, i considerevoli livelli di aiuti bilaterali provenienti dal Golfo, né incorporano necessariamente gli investimenti dei portafoglio di imprese del Golfo nei mercati azionari regionali.

Mentre questo processo si stava svolgendo, il ruolo politico del GCC è diventato sempre più importante. Il Golfo non solo ha guidato la costruzione di un ordine regionale segnato da stati autoritari e da economie liberalizzate, ma ha anche beneficiato di esso. Tutto ciò si è verificato sotto gli auspici delle potenze occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali.

Poiché questo processo ha attirato gli Stati GCC più vicini, ha anche intensificato le loro rivalità. Una delle manifestazioni più importanti di questa tensione è arrivata quando il Qatar ha tentato di adottare una politica regionale autonoma , relativamente indipendente dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.

Il Qatar ha iniziato a sponsorizzare diverse forze politiche – la Fratellanza Musulmana, Hamas e i talebani – e ospitare una varietà di dissidenti in esilio – il sacerdote egiziano Sheikh Yusuf al-Qaradawi, spesso ospite di spettacoli televisivi popolari sui canali giapponesi e l’intellettuale palestinese Azmi Bishara. Il Qatar ha anche utilizzato la sua vasta rete di media per promuoversi come una forza regionale, in particolare attraverso Al Jazeera e le sue affiliate e, più recentemente, con il giornale quotidiano e il canale televisivo Al-Araby Al-Jadeed, lanciato all’inizio del 2015.

Le rivolte arabe iniziate in Tunisia alla fine del 2010 hanno accentuato queste divisioni, ma hanno anche enfatizzato gli interessi comuni del Golfo. 

Mettendo a repentaglio l’ordine regionale e i suoi regimi autoritari, le rivolte si sono presentato gli Stati del GCC con una sfida: come scongiurare i movimenti popolari e ricostituire l’ordine autoritario e neoliberista? Ogni Stato aveva un interesse comune in questo processo controrivoluzionario, ma le loro risposte differivano secondo le linee descritte in precedenza.

Il Qatar ha sostenuto forze alleate come la Fratellanza Musulmana, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno guardato verso persone come Abdel Fattah el-Sisi  in Egitto e l’ex asset della CIA Khalifa Haftar in Libia. Una costellazione contraddittoria e in rapida evoluzione delle alleanze si è formata intorno agli interessi comuni delle GCC e alle loro rivalità interne.

Il Qatar ha sostenuto l’intervento guidato dai Sauditi in Bahrein, ha partecipato alla guerra contro lo Yemen e, in Siria, si è opposto il suo presunto nuovo alleato, l’Iran. In Egitto, Libia, Tunisia e Palestina, però, il Qatar tende a sostenere le fazioni rivali. Le linee sfocano anche in questi casi: il Qatar ha espresso il sostegno a el-Sisi dopo il colpo di Stato 2013, nonostante la sua chiara alleanza con la Fratellanza musulmana egiziana.

Queste divergenti alleanze si estendono anche ad altri partecipanti all’attuale blocco; L’Egitto di Sisi, per esempio, sostiene il regime di Assad in Siria, allineato con l’Iran, ma contro l’Arabia Saudita, nonostante la sua dipendenza quasi completa dall’asse saudita-EAU.

Il punto chiave, spesso trascurato nei commenti sui mezzi di comunicazione rispetto al blocco, è che non ci sono posizioni politiche di principio coinvolte in queste alleanze – si tratta di una opportunità calcolata e di una pragmatica valutazione da parte di ciascuno Stato di come migliorare la propria influenza regionale, sempre all’interno del quadro di riordino della regione in un modo adeguato al loro potere politico ed economico collettivo.

Dobbiamo tenere a mente entrambe queste tendenze quando valutiamo la situazione attuale. Una forte unanimità di interessi favorisce la posizione degli Stati del Golfo in cima all’ordine regionale, una situazione pienamente appoggiata e sostenuta dai poteri occidentali. Contemporaneamente, il GCC è diviso da rivalità e forme di concorrenza, riflesso nelle diverse visioni dei membri  rispetto a come mantenere i propri interessi comuni.

La questione di Israele

Sulla scia delle rivolte arabe, ora vediamo una dichiarazione rivendicata da entrambe queste tendenze. In particolare, il blocco attuale è un tentativo da parte dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti per affermare pienamente la propria egemonia sulla regione e mettere Qatar al suo posto.

Ma questo non riguarda solo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. Esprime sostanzialmente un processo controrivoluzionario generale che è stato presente fin dall’inizio delle rivolte – ristabilire lo status quo degli stati autoritari neoliberali che hanno servito gli interessi del GCC nel suo complesso (compreso il Qatar) per diversi decenni. Tutto questo deve essere visto anche attraverso l’obiettivo della continua e sempre consolidata alleanza del Golfo con gli Stati Uniti e con altre potenze occidentali.

All’interno di questo processo,  Israele svolge un ruolo fondamentale. Dagli anni ’90 la politica regionale americana ha cercato di avvicinare maggiormente il GCC e Israele, normalizzando le relazioni economiche e politiche tra i due pilastri del potere statunitense nella regione. Dopo la rivolta araba, questo avvicinamento è apparso sempre più probabile.

Non è un caso che il primo viaggio internazionale di Trump lo ha portato a visitare l’Arabia Saudita e poi Israele (volando direttamente tra i due Stati), un programma di viaggio che illustra perfettamente le priorità strategiche degli Stati Uniti nella regione. Nonostante il lungo boicottaggio della Lega Araba delle relazioni con Israele, la regione del Golfo (in particolare l’asse Saudita EAU) e Israele concordano su questioni politiche chiave e entrambe le parti stanno cercando attivamente di costruire legami più stretti.

Alla fine di marzo 2017 Haaretz ha riferito che gli Emirati Arabi Uniti e Israele hanno partecipato ad esercitazioni militari congiunte in Grecia, accanto agli Stati Uniti e ad alcuni paesi europei. Questa non era la loro prima collaborazione: un anno prima, Israele, EAU, Spagna e Pakistan hanno partecipato alla “Red Flag” , un esercizio di allenamento nel combattimento aereo che si è svolto nel Nevada.

Alla fine di novembre del 2015, Israele ha aperto un ufficio diplomatico nella capitale dell’EAU, Abu Dhabi, nell’ambito dell’Agenzia internazionale per l’energia rinnovabile – la prima volta che una presenza diplomatica israeliana ufficiale è apparsa in quel paese. Bloomberg BusinessWeek ha riferito nel febbraio 2017 che questo l’ufficio potrebbe agire come ambasciata per i legami di espansione di Israele nel Golfo.

Le imprese di sicurezza israeliane hanno riferito di aver fornito più di 6 miliardi dollari di infrastrutture per la sicurezza negli Emirati Arabi Uniti. Questo avviene dopo che Israele ha venduto alla nazione del Golfo circa 300 milioni di dollari di tecnologia militare nel 2011.

Le società di alta tecnologia militare e di sicurezza israeliane sono attive anche in Arabia Saudita, dove presumibilmente sostengono l’Saudi Aramco nella sicurezza informatica, vendendo sistemi avanzati di missili e conducendo anche una ricerca della opinione pubblica per la famiglia reale. I media israeliani hanno dichiarato che il paese ha offerto ai Sauditi la tecnologia militare Cupola di ferro (Iron Dome)  per difendersi dagli attacchi nello Yemen.

Queste relazioni una volta clandestine sono ormai dichiarate apertamente. Times of Israel ha riportarono nel giugno 2015 che l’Arabia Saudita e Israele avevano tenuto cinque incontri segreti fin dall’inizio del 2014. Nel maggio del 2015, l’allora direttore generale del ministero degli affari esteri, Dore Gold, è apparso pubblicamente con il generale Saudita in pensione Anwar Eshki. L’anno seguente, Eshki ha visitato Israele per incontrarsi con l’ex portavoce delle forze di difesa israeliane e l’attuale coordinatore delle attività del governo nei territori, il maggiore generale Yoav Mordechai. 

Non dovrebbe quindi sorprendere che Israele sostenga il ​​blocco contro il Qatar. Ma ciò non significa che il Qatar non abbia anche cercato di normalizzare le sue relazioni con Israele. Come gli altri stati del GCC, il coinvolgimento del Qatar in Palestina è stato pensato per garantirsi un posto migliore al tavolo – un obiettivo che gli israeliani hanno fortemente sostenuto quando questo può servire propri interessi.

Nel 1996, il Qatar ha permesso a Israele di aprire un ufficio commerciale a Doha, rendendolo l’unico Stato del Golfo a mantenere relazioni ufficiali con Israele in quel momento. Sebbene l’ufficio sia stato chiuso dopo il bombardamento di Gaza nel 2008, il Qatar ha ripetutamente offerto di ristabilire legami in cambio di essere autorizzati a fornire aiuti finanziari e materiali agli abitanti di Gaza. Una delegazione commerciale israeliana che ha visitato il Qatar nel 2013 ha appreso che il Qatar era interessato a investire nel settore israeliano dell’alta tecnologia.

Il Qatar è l’unico stato GCC che ammette visitatori israeliani e ha permesso agli atleti israeliani di partecipare ad eventi sportivi e culturali. Nel 2013, il Qatar ha presieduto la riunione della Lega Araba che ha cambiato l’iniziativa di pace del 2002 per consentire a Israele di mantenere i suoi blocchi in qualsiasi accordo finale. Tzipi Livni, ministro della giustizia israeliano, ha descritto tale sviluppo come “molto positivo”. All’inizio di febbraio del 2017 Muhammad al-Imadi, capo del comitato nazionale di Doha per la ricostruzione di Gaza, affermava di “mantenere ottimi legami” con i politici israeliani E  con funzionari militari.

Tutte queste tendenze indicano che nessuno degli Stati del Golfo, compreso il Qatar, dovrebbe essere considerato in alcun modo come un alleato o un amico affidabile della lotta palestinese. Ma le attuali tensioni nel Golfo hanno anche implicazioni potenzialmente importanti per il potere politico in Palestina.

L’influenza politica crescente di Mohammed Dahlan parla di questa possibilità. Dahlan, leader di Fatah, che si crede che sostituirà Abu Mazen (attuale responsabile dell’Autorità palestinese con base a Ramallah), vive ad Abu Dhabi e gli Emirati Arabi Uniti da tempo lo stanno sostenedo politicamente e finanziariamente. Ha stretti legami con Israele e gli Stati Uniti ed è diventato il loro candidato preferito per sostituire Mazen ormai ottantenne.

Anche se le competizioni all’interno di Fatah possono ridurre la crescita di Dahlan, la sua crescente importanza indica come le attuali tensioni nel Golfo potrebbero portare a d un riallineamento degli equilibri di potere nelle aree limitrofe.

Direzioni future

Non tutti gli Stati del GCC o gli attori regionali sostengono l’attuale blocco. Al momento di questo articolo, l’Oman ha permesso alle navi del Qatar di utilizzare i suoi porti e il Kuwait è stato impegnato in frenetici sforzi diplomatici per riurre le tensioni. Solo il Bahrein si è schierato completamente a fianco del’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, in gran parte a causa della lunga dipendenza della monarchia di Al Khalifa dall’Arabia Saudita.

La Turchia ha offerto di mandare truppe in una base militare turca in Qatar, e l’Iran si è impegnato ad inviare cibo e acqua per superare la chiusura del confine unico del Qatar con l’Arabia Saudita. Nel frattempo i tentativi dell’Arabia Saudita di reclutare altri paesi con grandi popolazioni musulmane – come il Senegal, il Niger, il Gibuti e l’Indonesia – sono in gran parte falliti. Paesi arabi come il Marocco, l’Algeria e la Tunisia hanno anche respinto il blocco.

Alla luce di queste controversie, dobbiamo ricordare cosa rappresenta il GCC nel suo insieme. Questo blocco di Stati è pienamente integrato in una struttura di potenza regionale allineata agli USA, ha beneficiato enormemente delle riforme neoliberali nel mondo arabo e si è sempre più intrecciata con le dinamiche politiche della regione.

Questi Stati hanno interesse a preservare la loro posizione regionale e le loro strutture politiche di lunga data. Questi impegni superano i potenziali vantaggi di una frantumazione del progetto. Allo stesso modo, l’Occidente e Israele vogliono vedere la GCC unita, in quanto ha servito i loro interessi così bene negli ultimi decenni.

Nonostante le scissioni attuali, una soluzione di negoziato che vede il Qatar rinviare all’asse saudita dell’EUA e accettare una minore influenza regionale è il risultato più probabile.

Questo accordo in ultima analisi rafforzerebbe l’asse saudita EAU e contribuirebbe a consolidare la controrivoluzione. Potrebbe anche precipitare un riallineamento del potere politico in luoghi come la Tunisia, la Libia e la Palestina.

Ma la Sinistra deve rendersi conto che nessuno degli alleati presunti del Qatar, in particolare la Turchia e l’Iran, rappresentano un’alternativa progressista per la regione. Mentre possono essere allineati contro il fronte Saudita-EAU in questo contesto, questi stati hanno partecipato al processo controrivoluzionario post-2011 con altrettanto entusiasmo dei loro rivali.

Forse la lezione più importante della crisi attuale è che dobbiamo evitare le letture semplicistiche del Medio Oriente, soprattutto quelle basate sulla nozione che “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Sarebbe stupido considerare il Qatar, la Turchia o l’Iran come rappresentanti un riallineamento progressista solo perché si trovano – almeno per il momento – sul lato opposto dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e di Israele. Lo sconvolgimento per il potere regionale ha scatenato queste tensioni e ha prodotto ogni sorta di alleanze politiche contraddittorie e sconvolgenti, ma nessuno degli Stati coinvolti rappresenta una alternativa politica degna del sostegno della Sinistra.

 

Tratto da: www.jacobinmag.com

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