CONVERSAZIONE CON JOSEPH HALEVI (III)

Conversazione con Joseph Halevi. Terza parte

Rproject: però c’era anche un motivo più politico che ti faceva scontrare con la redazione del Manifesto e che ti ha spinto a chiudere la collaborazione. Questo scontro era legato alla Libia e alle rivolte arabe e come alcune venivano appoggiate ed altre ritenute manipolazioni dell’Occidente…

Certo, ma ormai il rapporto si stava incrinando su tutto, almeno dentro di me…non li reggevo proprio: né sull’analisi politica, né sul radicalismo movimentista…perché io sono un comunista conservatore, quindi il radicalismo fino a un certo punto…anzi, non mi piace proprio…Poi venne fuori nel 2011 questa faccenda della Libia, che fu messa in moto da tre articoli: due di Rossana Rossanda e uno di Luciana Castellina, pubblicati sul Manifesto. 

Soprattutto quello della Castellina, che era il più chiaro di tutti, perché Rossana Rossanda non è che scriva con molta chiarezza spesso e volentieri. Però, Luciana Castellina fu chiarissima: qui si sta affrontando la questione libica col retaggio della vecchia visione dell’alleanza tra l’Unione Sovietica e il Terzo Mondo, e via dicendo. Io intervenni nello stesso senso: mandai una lettera aperta alla redazione del Manifesto…perché su questo caso ne succedevano di tutti i colori. Soprattutto Tommaso Di Francesco, a mio parere, era diventato una specie di portavoce attivo di Gheddafi…

Rproject: stava messo bene Gheddafi…scusa l’osservazione ma stava messo maluccio Gheddafi per ridursi ad avere quel genere di portavoce… 

Anche Valentino Parlato, ma nel suo caso era una questione più personale perché è nato in Libia: si chiamava “il ragazzo libico”…conosceva anche Gheddafi…E lì ci sono le contraddizioni di Valentino, perché anche il suo essere molto filo israeliano  (senza essere antipalestinese) era legato al fatto che ha visto una forma di pogrom (32) in Libia, quando venne proclamato lo Stato di Israele ci fu un assalto a dei negozi ebrei a Tripoli dove stava lui…

Tornando alla mia rottura col Manifesto: mandai questa lettera aperta, che non venne pubblicata…più tardi venne invece riprodotta, col mio consenso, in un sito del giornalista della Rai Riccardo Cristiano.

Rproject: la tua posizione antisionista sembra sia maturata all’interno del mondo ebraico…avevi rapporti con forze politiche arabe o palestinesi a quell’epoca?

Parliamo degli anni sessanta…a quell’epoca le uniche liste arabe erano clientelari e di appoggio al partito di Ben Gurion, il MAPAI. Il partito comunista israeliano, era quello su cui si riversava la maggioranza relativa dei voti arabi, anche se non si presentava come un partito arabo, ma come un partito nazionale. Il 90% dei voti erano arabi, ma la dirigenza è sempre stata rigorosamente mista. Con le elezioni del 1965 il Rakah rimase il partito principale ricevendo la quasi totalità dei voti comunisti mentre il gruppo di Mikunis si avviò verso la sparizione.

Direi che per me la rottura col sionismo è stata un’uscita dal mondo ebraico. Una cosa che non mi piaceva – allora ero ancora ragazzo – di Israele era che tutto fosse in riferimento al mondo ebraico. Un elemento fondamentale che forse ha messo il microbo che mi ha fatto uscire, è stato un po’ quello che mi ha insegnato mia madre, che era lucchese. Lei è nata a Lucca, nel 1918 quando i suoi genitori si stabilirono in Italia poco prima della Prima guerra mondiale. Mi portò, nell’estate 1955 o del ‘56 – ancora non avevo nove anni o dieci anni, quando si andava al mare a Forte dei Marmi –, siccome era una giornata piovosa, a visitare Sant’Anna di Stazzema. All’epoca non c’era ancora quello che hanno fatto dopo, da quella volta non ci sono più stato, ma so che ci hanno fatto dei monumenti, un museo…

Mi raccontò la storia di Sant’Anna di Stazzema. Mia madre e mio padre mi avevano raccontato dello sterminio degli ebrei e via dicendo. Mia nonna si pensa sia morta ad Auschwitz, comunque è nell’elenco dello Yad Vashem (33). I genitori di mio padre perirono con l’invasione nazista dell’Unione Sovietica, loro erano in quella che oggi è la regione russofona della Moldova. I nazisti rastrellavano ebrei, comunisti, rom; li facevano marciare per giornate intere uccidendoli via via lungo i banchi dei fiumi. Sull’argomento si può trovare un bell’articolo di KS Karol sul Manifesto. Ed io ne aggiunsi un altro con la storia dei miei nonni paterni, storia il cui tristissimo epilogo venne scoperto da un fratello, molto più giovane, di mio padre che essendo rimasto in URSS combatté nell’Armata Rossa dall’Orel a Vienna (34).

Dicevo, mia madre mi raccontò la vicenda di Sant’Anna di Stazzema e le chiedevo: mamma, ma sono ebrei, qui a Sant’Anna di Stazzema – perché vennero sterminati – ? No, rispose, non erano ebrei. Ah, non erano ebrei. E io: e allora perché sono stati uccisi? E lei: perché aiutavano i partigiani. Allora io dissi: i partigiani sono ebrei? No, non erano ebrei. Che facevano i partigiani? Combattevano contro i nazisti. Ah, allora i nazisti non uccidevano solo gli ebrei. No, non uccidevano solo gli ebrei. Allora questa faccenda che il mondo è unicamente antisemita, che è l’elemento psico-ideologico, psicologico e ideologico allo stesso tempo del sionismo, che fu quello che motivò mio padre a diventare sionista, non era tanto fondata. Mio padre, classe 1904, partecipò alle fasi finali della Rivoluzione d’Ottobre, cioè della guerra civile e lo fece proprio perché c’erano i pogrom (35): arrivavano i soldati polacchi e facevano un pogrom – a Rybnitza dove stava –; arrivavano le truppe bianche e facevano il pogrom; arrivavano quelle rumene facevano il pogrom…la prima cosa che facevano era il pogrom e mio padre, insieme a dei giovani della città di Rybnitza, all’età di 15-16 anni, si mise in contatto con l’Armata Rossa per liberare la città…

Rproject: con Trotckij…?

…e partecipò alla prima costituzione del soviet di Rybnitza ed in questo contesto in qualità di una specie di delegato, conobbe a Odessa Trotckij…almeno a stare quello che mi raccontava lui…non so se mi ha raccontato delle storie…ma non penso.

Ma perché lui diventò sionista? Lo diventò perché al seguito delle truppe rosse c’erano dei soldati ubriachi che cominciarono a fare atti di antisemitismo. Uno di questi tirò fuori la pistola e sparò a uno, non ricordo se lo uccise o lo ferì soltanto. Da questo concluse che l’antisemitismo sarebbe rimasto per sempre, quindi noi, disse, prendiamo e ce ne andiamo in Palestina. Per questo motivo fu anche arrestato in Unione Sovietica (nel ’24 o ‘25), passò un breve periodo in un campo di prigionia e, dopo un accordo tra l’Unione Sovietica e Inghilterra, fu messo insieme ad altri su una nave a Odessa e andò in Palestina, credo nel 1925. Però mio padre non negò mai il ruolo fondamentale dei bolscevichi nel fermare la catena di pogrom. Lo disse a pranzo in faccia ad un grosso dirigente del PSDI, che gli fece una domanda provocatoria e contro i bolscevichi, quando nell’ottobre del 1966 venne a Roma come delegato dell’Ahdut HaAvoda’ allo sciagurato congresso d’unificazione PSI-PSDI.

Questa è la sua storia.

Rproject: il tuo antirazzismo, quindi, si è formato in famiglia…

In casa mi hanno sempre dato, soflly softly, una solida educazione antirazzista. Mia madre era molto legata alla cultura illuminista francese, nonché a scrittori come Zola e Victor Hugo. Mi raccontò del J’accuse di Zola (36) nella vicenda di Dreyfuss. Si era diplomata alle Magistrali e si era specializzata come insegnante di francese e di pianoforte. Non avrebbe potuto insegnare a causa delle leggi razziali, diede però delle lezioni private. Ci teneva che conoscessi Collodi, Carducci, Pascoli, Leopardi e quanto piu’ francesi possibile. Anche mio padre, era molto francofilo oltre che russo. In Israele la cultura russa anche indirettamente dominava. La traduzione in ebraico di Pushkin da parte dello scrittore, membro del Mapam, Avraham Shlonski venne considerata un grande evento culturale. Mio padre negli anni ’50 durante il suo soggiorno a Roma tradusse in ebraico L’Orologio di Carlo Levi di cui diventò molto amico. Più tardi tradusse anche Metello di Vasco Pratolini, con l’aiuto del senso toscano di mia madre. Quando c’era da consultare delle enciclopedie per mia madre erano Larousse e la Bompiani, per mio padre Larousse e la Grande Enciclopedia Sovietica che troneggiava in russo negli scaffali centrali della biblioteca di casa sia in Italia che, dopo, in Israele. Pertanto credo che mia madre mi abbia portato a Sant’Anna di Stazzema come parte dell’educazione che mi stava infondendo non per una gita.

La mia visita a Sant’Anna di Stazzema e altre cose, come la storia che raccontava mia madre del ciabattino a Lucca, che veniva arrestato ogni volta che arrivava un gerarca fascista perché era comunista,  facevano entrare nella mia testa da bimbetto – come si dice in Toscana – l’idea che l’antisemitismo non era una cosa solo contro gli ebrei. Ossia, che il razzismo nazista e fascista non è una cosa unicamente antiebraica. Mi raccontarono anche della persecuzione dei rom, che allora si chiamavano zingari, etc. Quindi, venne fuori la visione che non c’era una specificità degli ebrei e che quest’idea era sbagliata. L’impatto di quelle cose si manifestò più tardi. La mia visita a Sant’Anna ritornava sempre più a mente man mano che mi orientavo a sinistra sul piano politico.

In Israele il Partito Comunista era l’unico laico non settario, a parte il fatto che ero comunista. Il PC d’ Israele non si identificava con una componente soltanto della popolazione, cioè con quella ebraica. Si rivolgeva a tutti su una posizione di classe e dei diritti democratici e nazionali dei palestinesi israeliani. Ad esempio, una nota deputata comunista oggi in pensione e che ho conosciuto, Tamar Gozansky, ha combattuto con la stessa veemenza per i diritti nazionali e democratici dei Palestinesi d’Israele come per i diritti sociali di tutti  (37).

In Israele c’era un’ideologia socialista molto forte, quella legata ai Kibbutzim (38), soprattutto quella collegata al Mapam era forte. Quindi non mettevo in discussione l’ideologia socialista, ma il fatto che il sionismo fosse compatibile con l’ideologia socialista. Poi comunque tutto era basato su una visione non solo assolutamente idealistica, ma idolatrica dell’Unione Sovietica cui sono rimasto legato fino al 26 dicembre 1991, data dello scioglimento dell’URSS, sono sempre stato filo sovietico. Per me era inevitabile e non me ne scuso o pento.

Mi sono anche psicologicamente formato sulla vicenda dello sterminio degli ebrei e dei rom, sulla storia dei pogrom e via intristendo. L’URSS aveva schiacciato, distrutto e annientato il nazismo senza pietà alcuna, non gli altri; la Rivoluzione d’Ottobre aveva messo fine ai pogrom in un Paese dove lo zarismo non faceva che seminare antisemitismo — su questo anche in Israele molti sionisti concordavano. Poi l’URSS aveva appoggiato tutte le rivoluzioni antimperialiste. La prima parte di quanto appena detto è ancora valida mentre  la seconda non è valida per tutto. È valida per il Vietnam, le colonie portoghesi in Africa, il Sudafrica. Invece è molto più problematica per il mondo arabo, Algeria esclusa dato che lì c’è stata una vera lotta di liberazione, e per la questione Israele/Palestina. In particolare tutte le operazioni delle grandi potenze, URSS compresa, riguardo la Palestina sono passate sui corpi dei Palestinesi, come succede anche con i Curdi, sui loro diritti individuali e nazionali rendendoli un popolo sia di profughi che un popolo che vive con vessazioni nella sua terra – e nei campi profughi- senza avere diritti su di essa. Il crimine è stato la spartizione del 1947 sollecitata dalla stessa URSS contro una diversa posizione degli USA. Ho dovuto subire lo shock della fine dell’URSS per capire questo fatto, cioè l’enormità criminale della spartizione del 1947. Questo anche grazie a degli storici israeliani recenti come Ilan Pappé e Avi Shlaim, nonché  palestinesi israeliani come Nur Masalha (oggi tutti in Inghilterra).

Rproject: tra gli anni ’70 e ’90, hai stabilito dei rapporti con palestinesi che provenissero da ambienti laici e di sinistra? 

Negli anni settanta ero in Italia, l’ho lasciata nel ’75, all’epoca ero nella rete di solidarietà, prima in quella messa su dal PSIUP e ovviamente dietro c’era il PCI, che però non voleva esporsi troppo perché l’Unione Sovietica riconobbe l’OLP ufficialmente solo nel 1973 o 1974. L’idea di Stato palestinese sui territori conquistati nel 1967, eccetto il Golan che doveva tornare alla Siria, venne fuori solo nel 1974, quando l’Unione Sovietica appoggiò l’ingresso all’ONU di una rappresentanza dell’OLP e dopo il voto della mozione dell’ONU che definiva, se non sbaglio, il sionismo come razzista, nel 1975. Quando ci fu la famosa scena del rappresentante israeliano Herzog all’ONU che strappò questo documento in pubblico, mentre parlava dal podio. Fino al 1974 dunque, il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, poteva anche implicare la restituzione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania alla Giordania e di Gaza all’Egitto, non la formazione di uno Stato Palestinese. I palestinesi venivano esclusi da tutti. Le cose cambiarono grazie all’OLP con la direzione di Arafat. Questo fu un suo grande merito, il resto è assai criticabile. Su queste cose il PCI era un po’ dietro le quinte per via del ritardo dell’URSS. Il partito che si era esposto di più era il PSIUP, quindi negli anni settanta, attraverso la sezione esteri del PCI e grazie ai rapporti diretti che avevo col PSIUP, attraverso Lelio Basso e l’ISSOCO (39) – istituto presso cui qualche volta lavoravo. Infatti, il mio primo lavoro di economia fu proprio sul Medioriente, un lungo saggio che fu pubblicato nel 1969 da Problemi del socialismo (40), che scrissi su richiesta di Basso e mi fece usare l’istituto per tre quattro mesi – quindi ero in Italia negli ambienti di sinistra istituzionale, in quei due partiti che io consideravo marxisti. Lì c’erano alcuni palestinesi, poi in America conobbi dei palestinesi.

Ma quando ho lasciato l’Italia e sono arrivato in America e poi in Australia, per i collegamenti con i palestinesi, siccome sono diffidente, mi sono sempre fidato del Partito Comunista Israeliano (Rakah, ormai il solo ufficiale), seguivo strettamente il loro tipo di rapporti e di collegamenti, non sono mai andato fuori da questo seminato. Mai! Ed ho fatto una cosa giusta perché sostanzialmente non mi fidavo dei movimenti politici arabi, avendo colto che andavano in tutte le direzioni, potevano essere una cosa o un’altra. Alcuni altri li ho conosciuti in Francia…non sono mai stato pro-maoista, né terzomondista, nel senso di Jean Chesneaux (41) in Francia, sono sempre stato comunista sovietico in senso tradizionale. Quindi, questi li toccavo se li toccava l’Urss e con essa il PC d’Israele; se l’Urss e il PC d’Israele non li toccavano, io non li toccavo.

Rproject: ma l’Urss è stata molto legata ad alcuni movimenti politici palestinesi come il FPLP e il FDLP. Nel 1982 ebbe del clamoroso la firma del piano Reagan dopo che fu controfirmato anche da Breznev…

Infatti, dopo che l’OLP fu riconosciuta dall’Unione Sovietica e il segretario generale del Partito Comunista Israeliano (Rakah) Meir Vilner stabilì con loro dei contatti diretti, anche violando la legge che vietava agli israeliani di incontrarli, non avevo nessun problema. Ma per esempio Habash (42) e Hawatmeh (43) io non li ho mai incontrati, perché ad organizzazioni come il FPLP io non mi avvicinavo…tra l’altro non mi sembra che l’URSS avesse dei rapporti con FPLP e FDLP, comunque non ce li aveva il PC d’Israele il quale, anche per il suo allineamento sull’URSS, era la mia guida riguardo il Medioriente ben più del già ideologicamente sbandante PCI.

Rproject: Come hai vissuto il ’68. In Israele eri in contatto solo col partito comunista o anche con altre organizzazioni come il Matzpen (44) …? E in Italia…?

Nel ’68 io ero in Italia, dove sono rimasto fino al 1975. Tornavo in Israele, dai miei, quando potevo, questo l’ho fatto fino al 1969.

Io il ’68 l’ho fatto dentro il PCI, la sezione universitaria del PCI a Roma si sfaldò, perché uscirono tutti a sinistra e rimanemmo in pochissimi, infatti ci si riuniva nella stanza di Giovanni Berlinguer, all’Istituto di Igiene alla Sapienza. La mia presenza nel ’68, era nel senso di seguire le indicazioni della federazione romana del PCI che diceva che dovevamo stare nel movimento, però criticare e soprattutto respingere gli attacchi al partito. Partecipammo anche al corteo che arrivò a Valle Giulia. Non fummo però d’accordo col comportamento successivo di molte componenti del corteo.  L ‘ “anti-piccismo” nel ’68 era una cosa enorme e gigantesca, non arrivarono alle violenze del ’77, con la storia del camioncino all’università al comizio di Lama, ma i Piperno, gli Scalzone nei loro discorsi erano violentissimi contro il PCI. Però, quando vennero attaccati, noi li appoggiammo, soprattutto alla facoltà di Legge, ricordo benissimo quel giorno.

Il ’68 l’ho vissuto così, quindi i rapporti dell’estrema sinistra – di quelli che diventarono Potere Operaio – con i movimenti più di sinistra dei palestinesi, o quelli più maoisti, non li ho mai condivisi. Perché, ripeto, i miei rapporti politici con Medioriente li ho veicolati tutti attraverso il PCI e il PSIUP e il PC d’Israele (Rakah).

Riguardo ad Israele, andando a ritroso nel tempo, io non cambierei tanto. Certo, diverso è guardare al passato con gli occhi di oggi.

Il Partito Comunista Israeliano sia prima della spaccatura nel 1965 col gruppo Mikunis che dopo con Meir Vilner segretario del Rakah mi sembrava quello che aveva la linea più giusta. Cioè, di denuncia della guerra: aveva votato contro la guerra del ‘67, contro l’annessione di Gerusalemme orientale. Invece anche Uri Avnery, allora membro della Knesset con la sua lista, votò per l’annessione della parte orientale della città. Subito, appena gli spari erano cominciati, il PC d’Israele, il Rakah aveva detto: questa è un’aggressione israeliana, cosa che è assolutamente vera. Si è opposto a tutte le annessioni possibili e immaginabili e all’occupazione. Ha subito messo il suo sistema di tutela legale a disposizione dei Palestinesi, come la grande avvocatessa Felicia Langer (45), che per un periodo è stata anche componente del comitato centrale del partito. Adesso lei vive in Germania, dove ha ricevuto anche un premio e poi si è scatenata una canea contro di lei, proprio perché era comunista. Il lavoro della Langer è stato continuato da un’altra avvocatessa ugualmente grande: Leah Tsemel (46).

Quindi il Partito Comunista d’Israele ha sempre lottato contro ogni tipo di annessione, mantenendo la posizione che era quella normale del riconoscimento dello Stato di Israele per come era uscito dall’armistizio del 1949 e il riconoscimento dei diritti dei profughi palestinesi al rientro e a ricevere indennizzi. Posizione che mi sembrava la più logica, oggi tutto ciò deve essere messo in discussione, nell’analisi storico-politica. Però come comportamento politico mi sembrava quello più giusto e corretto e mantengo questo giudizio.

Bisogna considerare l’enorme lavoro in solitudine politica ed ideologica fatto dal PC d’Israele prima del 1967 e prima della spaccatura del 1965. Fu l’elemento centrale della ricostituzione dell’identità politica dei palestinesi israeliani usciti veramente a brandelli dallo tsunami della Nakba. Sapete, sui 130 mila rimasti alla data dell’armistizio del 1949, decine di migliaia erano profughi interni senza la possibilità di poter rientrare nei loro villaggi molti dei quali venivano rasi al suolo. Il PC  d’Israele – unico partito ad avere una dirigenza arabo-ebraica – fu il perno della ricostruzione palestinese, il fulcro della loro rinascita intellettuale con l’appartenenza  al Partito di scrittori e poeti come Mahmoud Darwish (47), che si fece le ossa proprio sulla rivista letteraria in arabo del PC d’Israele di cui diventò anche il direttore, come Emile Habibi, membro dell’Ufficio Politico, deputato alla Knesset e il piu’ grande drammaturgo palestinese nonché per 40 anni direttore del quotidiano Al Ittihad (L’Unità!!) organo in lingua araba del PC d’Israele, Taufik Zyad, poeta e scrittore, sindaco di Nazaret con maggioranza bulgara, membro dell’Ufficio Politico e deputato alla Knesset (Zyad morì in un incidente d’auto dopo essere andato ad accogliere Arafat al suo arrivo a Ramallah). Furono anche importantissime le denunce pubbliche da parte dei deputati comunisti alla Knesset: come la denuncia del massacro di civili a Kafr-Qassim, villaggio palestinese in Israele, da parte dell’esercito israeliano alla vigilia della guerra del 1956. Si deve tenere in conto il fatto che attraverso questa instancabile opera di denuncia dell’oppressione e delle discriminazioni e di ricostruzione di una società politica e civile palestinese in Israele, il PC si attirava tutta la repressione delle forze di militari e di polizia israeliane. Questa ovviamente non si abbatteva sui deputati, la cui posizione forniva uno degli spiragli di libertà per la denuncia pubblica, bensì sui militanti e sulle sezioni del partito nei villaggi e città arabe sottoposte fino al 1966 alla legge militare.

Il Matzpen non l’ho mai appoggiato politicamente, sebbene avesse la più lucida analisi dal punto strettamente marxista del Medioriente. L’unico punto di dissenso da parte mia era il loro trasformare la posizione trotskista della “rivoluzione globale”, se così vogliamo dire, restringendo il mondo al Medioriente, fanno il “trotskismo mediorientale” e dicono: la situazione si risolve con una rivoluzione socialista in Medioriente. Questa visione secondo me è utopistica…ma loro hanno dimostrato di aver ragione, non si sono mai bevuti le posizioni comuniste-sovietiche ufficiali. Io non posso che partire da uno strapuntino israeliano, per avere una posizione marxista. Perché non conoscendo l’arabo, non avendo respirato il mondo politico e sociale arabo, ma sapendo distinguere i vari odori di quello israeliano, non posso che approcciare la questione del Medioriente da un’angolatura israeliana, è da lì che riesco a osservare. E questo implica vari problemi, non è un’osservazione senza essere a sua volta intorbidita da altri fattori. Però secondo me una posizione analiticamente marxista non può che partire – non dico che deve arrivare alle stesse conclusioni – dalle posizioni del Matzpen. Soprattutto, quella di Machover, perché loro avevano capito esattamente la natura dei Paesi arabi, dei regimi cosiddetti progressisti e antimperialisti, mentre noi comunisti ci nascondevamo dietro fumistecherie ideologiche e geopolitiche, cioè dietro delle mistificazioni.

L’Unione Sovietica ha avuto un’enorme responsabilità nella distruzione del movimento comunista nel mondo arabo. Soprattutto, in Palestina, dove era decisamente importante; in Siria, dove era potenzialmente preponderante e la componente libanese non era per niente secondaria, anche forse più importante di quella che poi è diventata la Siria; poi in Iraq, dove il movimento comunista era molto forte ed è stato un disastro. L’Unione Sovietica ha imposto a questi partiti di riconoscere la spartizione del 1947, fatto questo, questi partiti hanno perso immediatamente la base nazionale (47). L’URSS ha anche imposto di riconoscere la dimensione progressista dei partiti Baath, che le prime cose che questi hanno fatto una volta giunti al potere – dopo aver detto di voler collaborare con i Curdi e anche con i comunisti, questo soprattutto in Iraq –  hanno iniziato a far fuori uccidendo i comunisti e i Curdi. Questo perché il loro modello è quello kemalista (48). I sovietici, in tutto questo, hanno avuto una responsabilità enorme. E il disastro attuale nasce anche da lì. Per certi aspetti l’irriformabilità dell’Iraq e della Siria nel passato è dovuta all’appoggio sovietico che passava sui corpi dei Curdi, dei comunisti e anche dei Palestinesi.

3. Fine.

 

(31) Pogrom, termine russo che significa: «distruzione o devastazione». Iniziarono in Russia a partire dal 1881-82, dopo l’attentato allo zar Alessandro II, provocarono a danno degli ebrei massacri e saccheggi, spesso perpetrati con la connivenza delle autorità, sotto la spinta di motivazioni economiche (cancellazioni di debiti non pagati), mascherate con motivi religiosi. Il ministro von Pleve organizzò pogrom a  HYPERLINK “http://www.treccani.it/enciclopedia/chisinau/” Chişinău nel 1903; durante la guerra civile seguita alla rivoluzione bolscevica, grandi pogrom furono organizzati dagli eserciti ‘bianchi’ del generale Denikin nella Russia meridionale, e il fenomeno si estese alla Polonia orientale. Successivamente alla nascita di Israele, alcuni pogrom avvennero anche in alcuni Paesi arabi: in Egitto, in Iraq, in Libia e in Yemen. Ma in molti casi erano organizzati da emissari delle organizzazioni sioniste che avevano come scopo quello spingere gli ebrei arabi all’emigrazione in Israele, soprattutto negli anni cinquanta dello scorso secolo. Cfr. Ella Shohat, op. cit., nota 3.

(32) Yad Vashem è l’ Ente nazionale per la Memoria della Shoah, istituito a Gerusalemme nel 1953

(34) L’articolo di Karol fu pubblicato venerdì 3 febbraio 2005. Il mio il 16 marzo 2005 (NOTA JH).

(35) Secondo  la voce pogrom della jewish virtual library ai pogrom parteciparono anche elementi dell’Armata Rossa. La jewish virtual library osserva che: Dopo un breve periodo di confusione, i sovietici adottarono delle stringenti misure contro i pogromisti che si trovavano nelle file dellArmata Rossa. Oltre che ad una radicale e generale campagna di informazione, delle severe punizioni vennero somministrate non solo nei confronti degli individui trovati colpevoli – che venivano giustiziati – ma anche ad intere unità militari che venivano sciolte dopo che i loro uomini avevano assalito degli ebrei. Sebbene si perpetrassero ancora dei pogrom, prevalentemente da unità ucraine dellArmata Rossa in ritirata dalla Polonia (1920), in generale gli ebrei consideravano le unità dellArmata Rossa come la sola forza capace e disposta a difenderli” (traduzione dallinglese di un brano della voce pogrom’ presso: https://www.jewishvirtuallibrary.org/pogroms). (NOTA JH)

(36) J’Accuse…! (Io accuso…!) è il titolo dell’editoriale scritto dal giornalista e scrittore francese Emile Zola in forma di lettera aperta al presidente della Repubblica francese Félix Faure e pubblicato il 13 gennaio 1898 dal giornale socialista L’Aurore. In questo scritto Zola denuncia pubblicamente i persecutori di Alfred Dreyfus, capitano dello Stato Maggiore di origini ebraiche che il 22 dicembre 1894 fu condannato da un tribunale militare con l’accusa, poi rivelatasi falsa, di alto tradimento. Le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo furono al centro di uno dei più famosi affaires della storia francese. In questa eloquente filippica egli denuncia i nemici “della verità e della giustizia”. Inoltre, “l’affaire Dreyfus”, fu l’episodio che spinse Theodor Herzl a impegnarsi nella costruzione del movimento politico sionista, convinto quello fosse un punto di non ritorno.

(37) “https://en.wikipedia.org/wiki/tamar_gozansky” https://en.wikipedia.org/wiki/Tamar_Gozansky (NOTA JH)

(38) I Kibbutzim sono degli insediamenti coloniali sionisti nati in forma collettivistica. Prima del 1948 l’espansione degli insediamenti di kibbutzim definiva i punti geografici cui intendeva arrivare la colonizzazione sionista. (NOTA JH)

(39) ISSOCO, Istituto per lo studio della società contemporanea, associazione di studi e di ricerche fondata da Lelio Basso nel novembre 1969.

(40) Problemi del socialismo, fu una rivista fondata e diretta fino alla sua morte da Lelio Basso. Iniziò le pubblicazioni, in un primo tempo mensili e poi bimestrali, nel gennaio 1959. Dopo la morte di Lelio Basso, le pubblicazioni proseguiranno per iniziativa di Franco Zannino con il sottotitolo “Quaderni di teoria e politica fondati da Lelio Basso e diretti da Franco Zannino”, dal gennaio 1984 fino al giugno 1991. Successivamente, nel 1993 per iniziativa di Lucia Maffeo Zannino le pubblicazioni continueranno con il titolo “Parolechiave. Nuova serie di Problemi del socialismo”, rivista diretta da Claudio Pavone.

(41) Jean Chesneaux (1922-2007), storico francese che si è occupato in modo particolare del mondo coloniale, con uno sguardo attento verso la Cina.

(42) Georges Habash, leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), organizzazione marxista nata nel 1967 da una scissione del Movimento Nazionale Arabo (MNA).

(43) Nayef Hawatmeh, leader del Fronde Democratico per Liberazione della Palestina (FDLP), organizzazione palestinese anch’essa marxista nata nel 1969 da una scissione del FPLP.

(44) Matzpen, organizzazione rivoluzionaria israeliana  antisionista, attiva tra il 1962 e il 1980.

(45) Felicia Langer, avvocatessa israeliana del PC d’Israele, una delle prime a denunciare le violenze dell’esercito nei Territori Occupati nel 1967. Tra le sue opere la più nota in Italia è: La repressione di Israele contro i palestinesi, Teti editore, Milano 1976.

(46) Leah Tsemel, avvocatessa israeliana e militante di diverse organizzazioni dei diritti umani sia israeliane che internazionali. Dagli anni ottanta del secolo scorso per una scelta precisa difende solo israeliani antisionisti e palestinesi. Molto noto il suo impegno nella difesa delle famiglie palestinesi a cui le autorità israeliane distruggono le case per rappresaglia quando dei loro membri sono attivi nella resistenza. Fece scalpore la sua denuncia nel 1994 dell’espulsione di 415 palestinesi di Gaza verso il Libano, episodio che fu conosciuto grazie a lei.

(47) Mahmoud Darwish, 1941-2008 è il più importante poeta e scrittore palestinese che attraverso ha testimoniato della tragedia del suo popolo. Allo stesso tempo grazie alle sue opere ha contribuito in maniera fondamentale a portare sulla ribalta mondiale la resistenza all’occupazione e all’espulsione. Le sue opere sono numerose e pubblicate in moltissime lingue. In italiano: Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (S. Marco dei Giustiniani, 2001), Murale (Epoché, 2005), La mia ferita è lampada a olio (De Angelis, 2006), Oltre l’ultimo cielo. La Palestina come metafora (Epoché, 2007), Il letto della straniera (Epoché, 2009), Come fiori di mandorlo o più lontano (Epoché, 2010), Una trilogia palestinese (Feltrinelli, 2014), Il giocatore d’azzardo (Mesogea, 2015), trad. Ramona Ciucani.

Nel novembre 1947 l’assemblea generale dell’ONU votò il piano di spartizione della Palestina tra ebrei ed arabi, con la risoluzione 181.

(48) Kemalista, ispirato a Kemal Ataturk il fondatore della Turchia moderna.

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