CONVERSAZIONE CON JOSEPH HALEVI (II)

Conversazione con Joseph Halevi: Seconda parte

Rproject – Puoi spiegare quali sono i tuoi legami con la vicenda israeliana-palestinese?

Joseph Halevi – La vicenda palestinese assieme all’essere diventato comunista, ha determinato l’intera evoluzione della mia esistenza ed è l’aspetto che perdura, mentre la vicenda comunista si è chiusa dalla fine dell’URSS e del PCI.

Iniziò quando ero giovanissimo, perché ruppi col sionismo, in Israele, nel 1961, essendo io nato a Haifa nel novembre del 1946. All’epoca facevo parte della gioventù socialista del Mapam (13), si chiamava Hashomer Ha-tzair (14)

Ricordo benissimo come ruppi…mio padre (Eliezer Halevi) che faceva parte della dirigenza sionista ad un livello intermedio e del comitato centrale del partito Ahdut HaAvoda, di Ygal Allon, era anche uno dei responsabili della sezione esteri del sindacato israeliano Histadrut (15) e, a partire dal 1948, per un certo numero di anni fu anche diplomatico israeliano prima a Bucarest e poi a Roma, presso l’allora Legazione di Israele in Italia.

Nel 1961, io ruppi col sionismo, l’ideologia in base alla quale tutti gli ebrei del mondo devono insediarsi in Palestina e formare uno loro Stato perché l’antisemitismo è ovunque immanente, pervasivo, incurabile. Ruppi sulla base di due cose che allora apparivano interconnesse: sull’atteggiamento verso l’URSS e sull’ideologia sionista.  Nel  primo caso il Mapam e l’Hashomer Hatzair pur essendo filosovietici, criticavano l’URSS su Israele, sulla questione del sionismo. Tant’è che il Mapam voleva dichiararsi partito comunista e negli anni quaranta, mi pare, fece all’URSS richiesta di essere riconosciuto come il vero partito comunista d’Israele, ma ottenne un rifiuto.

Ed io chiedevo: ma se l’URSS, come dite voi (e come molti dicevano allora in Israele, soprattutto nei kibbutzim affiliati al Mapam e all’Ahdut HaAvoda), ha ragione su tutto, come mai sbaglia solo su questo? E allora siccome avevo assunto che l’URSS avesse ragione su tutto, feci come in matematica: se ci sono N equazioni e N-1 equazioni sono determinate, l’ultima equazione si determina a sua volta. Quindi, se l’URSS ha ragione su N-1 temi, avrà ragione anche sull’ennesimo tema.

Io ruppi proprio su questo: l’atteggiamento del Mapam verso l’Unione Sovietica e sulla questione del rapporto tra questa e i Paesi arabi, in particolare verso la Siria, l’Egitto e l’Iraq considerati dall’URSS e dai comunisti israeliani come antimperialisti. Cominciai quindi ad ascoltare e a leggere, perché mio padre portava a casa tutti i giornali tra cui il giornale del partito comunista israeliano (Kol ha-am – La voce del popolo), iniziai a seguire le tribune politiche alla radio, all’epoca ancora non c’era la televisione, e così diventai non sionista. Anzi, direi proprio antisionista, perché poi, leggevo anche dei pamphlet del partito comunista d’Israele dove il sionismo veniva definito come un’ideologia borghese nazionalistica ottocentesca legata all’imperialismo – un tema poi ripreso qualche anno fa dallo storico israeliano Shlomo Sand  circa l’invenzione di idea di popolo ebraico e di Israele (16) – come ideologia borghese dell’800 installatasi nel mondo ebraico russo, in Polonia, etc.

Nello stesso tempo in quel periodo c’era una battaglia, ma non so se posso chiamarla così – perché in Israele battaglie su queste cose non ci sono mai state –, sul regime militare sugli arabi israeliani. Perché gli arabi israeliani furono sottoposti, fino al 1966, alla legge marziale. Così avvenne il massacro di Kafr Qassim nell’ottobre del 1956 quando, alla vigilia dell’invasione del Sinai, il governatore militare impose il coprifuoco e la chiusura di una serie di villaggi arabi mentre l’esercito israeliano sparava sui lavoratori ignari che stavano rientrando dalla campagna. Il regime militare significava che per poter venire a Tel Aviv, per esempio,  i residenti dei villaggi palestinesi dovevano ottenere dei permessi e come anche noi ebrei, d’altronde, per andare nei villaggi arabi lo dovevamo avere; non si poteva andarci per soggiornarci, si poteva passare con l’auto o con l’autobus. La battaglia era per abolire queste regole e su questo il Mapam era molto attivo perché era contrario. Ma in questo contesto c’erano delle profonde contraddizioni rispetto alla giustizia e al diritto. Nel senso  che il Mapam parlava di eguaglianza e nel frattempo i suoi kibbutzim si portavano via le terre nei villaggi arabi e praticavano il razzismo in quanto non ammettevano membri arabi e espellevano le coppie miste. La politica di portar via le terre ai palestinesi non è iniziata con l’occupazione del 1967, ma era permanente, tant’è che ancora esiste dentro Israele.

Allora frequentavo molto la signora Ruth Lubitch che era dell’ufficio politico del PC d’Israele. Era di origine polacca ed in buoni rapporti personali con mio padre, assieme facevano parte della sezione israeliana del Movimento per la Pace con sede a Helsinki (un organismo mondiale fondato nel 1952 sponsorizzato dall’URSS, da Israele ne facevano parte oltre al PC d’Israele anche il Mapam e l’Ahdut Ha-Avoda’). Ruth Lubitch mi spiegò tutte le contraddizioni dell’Hashomer Hatzair, da cui essa stessa proveniva ancora in Polonia prima di passare al PCP (Palestine Communist Party) pochi anni dopo il suo arrivo nella Palestina del mandato britannico negli anni Trenta.

Poi l’ultimo passo verso la rottura definitiva lo feci a quindici anni, quando arrivai ad avere di Israele un’immagine negativissima. Avevo acquisito una visione di Israele, neanche tanto inconsapevolmente – anche se non volevo arrivare a una rottura totale –, come Paese profondamente razzista, anche nella popolazione. Forse non come oggi. Vi era disprezzo, discriminazione e oppressione militare verso i palestinesi israeliani. Inoltre, da parte di tantissimi ashkenaziti, gli ebrei di origine russa e dell’Europa orientale, vi era un aperto atteggiamento razzista verso gli ebrei-arabi (17), i cosiddetti mizrahim, che venivano considerati dei primitivi. A loro volta molti mizrahim erano razzisti verso i palestinesi che a loro non avevano fatto proprio niente. Il tutto veniva espresso senza freni nelle conversazioni quotidiane, per strada, in autobus ecc. Io invece ero stato educato fin da piccolo, soprattutto da mia madre, Mazal-Fortunata Hasson che era lucchese, al rifiuto totale del razzismo. Mia madre mi inculcò l’antirazzismo raccontandomi di Anna Frank e facendomi leggere, in italiano,  a  9 anni La capanna dello zio Tom (18). Per me fu un libro fondamentale. Mi ricordo che piangevo quando leggevo il racconto sulle sofferenze e angherie subite dagli afroamericani in schiavitù.

Comunque io a sedici anni due cose mi ero fissato in testa: non avrei mai voluto fare il servizio militare in Israele, per motivi politici e non per altro…io non sono tanto pacifista… quando c’è da menà…c’è da menà…!

Rproject: l’importante è non prenderne troppe…

Infatti…Lo dissi anche a mio padre.  Questa decisione è stato uno dei pochissimi aspetti positivi dell’essere diventato comunista sovietico in quanto mi ha impedito di rendermi  in qualche modo complice dell’oppressione dei palestinesi. Per il resto invece sappiamo come è andata: con l’ignominiosa fine dell’URSS (e la vergognosa fine del PCI dopo 30 anni che pontificavano con supponenza sulla “via italiana al socialismo”). Può sembrare strano ma diventai filosovietico in Israele prima di abbandonare il sionismo. Senza tirarla per le lunghe, Israele trasudava di sovietismo soprattutto nei kibbutzim dell’Hashomer Hatzair. Quelli del Palmach, le truppe d’assalto (in maggioranza provenienti dai kibbutzim del movimento Kibbutz Ha-meuhad, anch’esso molto colonizzatore di sinistra), che hanno commesso i più gravi atti di pulizia etnica durante la Nakba, si identificavano con la cavalleria rossa di Budienny (19). E cose simili.

Ma anche in altri campi. Mi ricordo che nel 1960 arrivò il grande film sovietico La ballata del soldato (20). Di fronte ai cinema c’era una ressa incredibile. Io lo vidi con i miei al cinema principale di Givatayim, una città satellite di Tel Aviv dove abitavamo: pienissimo con la gente, uomini e donne, che da una certa età in su piangeva a dirotto.

Si può andare indietro nel tempo e rileggere ciò che Ben Gurion (21)e gli altri leader del MAPAI (22) e del MAPAM scrissero in occasione della morte di Stalin. Ancora dieci o quindici anni fa sul sito del settimanale (ora chiuso) del Partito Comunista d’Israele vidi una foto di tifosi dell’Ha-poel (il lavoratore) che a Tel Aviv si erano portati delle bandiere dell’esercito sovietico e avevano issato un enorme striscione con la scritta Iehi ha-Tzava’ Ha-Adom! (Viva l’Armata Rossa!). Forse era una partita contro il Beitar, club storicamente di destra (mi ricordo che mandai la foto ad Alberto Burgio!). Si potevano disprezzare gli arabi, considerare i mizrahim come arretrati e piangere a dirotto di fronte alla storia del Soldato Sovietico. Meno male che, grazie a mia madre ed alle scuole elementari fatte in Italia, già avevo almeno il nocciolo della cultura umanistica italiana che mi fece da filo di Arianna in questo coacervo di sentimenti. E poi veramente devo ringraziare i dirigenti del Partito Comunista d’Israele per la chiarezza dei loro discorsi sulla discriminazione verso gli arabi e anche verso i mizrahim e la loro fortissima denuncia delle azioni militari contro le cittadine arabe oltre la linea verde, allora Giordania.

Rproject: quale fu la reazione di tuo padre di fronte a questa ribellione?

JH: In effetti si verificò una specie di guerra civile in casa, perché poi il passo successivo, che avvenne molto rapidamente, fu quello della decisione di non studiare in Israele. Dissi: io non voglio studiare in Israele, finito, basta! Voglio ritornare in Italia dove avevo già fatto le elementari.

Perché io sono cresciuto in Italia. Mia madre è italiana, conobbe mio padre quando lui arrivò a Roma con l’esercito inglese nel 1944 e mia madre era nascosta: era un’ebrea di Lucca. Sefardita (23) però, non ebrea italiana, di origine turca. Mio nonno e mia nonna erano di Istanbul e si stabilirono a Lucca un po’ prima del 1914 (simile a Gad Lerner, per certi aspetti…ma solo per questo…). Mia madre nacque nel 1918.

Dissi, quindi: io voglio tornare in Italia, mio nonno era a Roma e voglio studiare in Italia. Così venni in Italia e appena arrivai c’era la sezione del PCI vicino casa, in via Sebino (dove adesso c’è l’istituto Gramsci) nel quartiere di Piazza Verbano, l’abitazione era nei pressi di corso Trieste…Mia madre accettò la mia decisione di tornare in Italia, anche se le dispiaceva separarsi da me, etc.

Venni a vivere con mio nonno e mi iscrissi alla FGCI (24). A Roma, in zona Corso Vittorio c’era anche una sede dell’Hashomer Hatzair che organizzava l’emigrazione di giovani ebrei verso i propri kibbutzim in Israele. Per un po’ frequentai anche loro. Mi piaceva discutere del sionismo usando i materiali del PC d’Israele che ricevevo anche a Roma. Erano ragazzi e ragazze prevalentemente di famiglie originarie del Ghetto o che vi abitavano ancora, parlo del 1962.  Conobbi anche alcune delle famiglie e imparai moltissimo su quello che successe durante l’occupazione nazista. In tutti c’era molto rispetto per il PCI e lo si vedeva nell’atteggiamento della popolazione del Ghetto e dintorni verso la sezione Regola Campitelli a via de’ Giubbonari intitolata a Guido Rattoppatore, operaio partigiano, torturato e fucilato a Forte Bravetta poche ore prima del ritiro dei tedeschi da Roma.

Rproject: tuo nonno che impostazione aveva?

JH: mio nonno Giuseppe Hasson – che dopo l’8 settembre del 1943 con le sue figlie e un suo fratello era scampato per miracolo alla deportazione nazista, anche grazie all’aiuto di una serie di persone e di famiglie lucchesi che non esitarono a rischiare rappresaglie fasciste e tedesche – era un classico ebreo laico che votava PSDI, votava Saragat. La cosa divenne drammatica quando io iniziai a partecipare alle attività, subito nel ’67-’68, contro la guerra e contro l’occupazione; allora lì ci fu veramente una rottura, tant’è che andai via dalla casa di mio nonno.

Comunque io andavo in Israele, l’ho fatto fino al 1969. Quindi, la mia tendenza non era di rompere completamente, era più moderata da questa punto di vista. Però ero comunque deciso e quando sarebbe arrivato il momento di andare a fare il servizio militare: no! Non ci sarei andato. E lì fu anche un conflitto al mio interno…perché nel frattempo avevo stabilito ottimi e caldi rapporti personali col Partito Comunista d’Israele, questo anche grazie al fatto che mio padre, in quanto rappresentante dell’Ahdut ha-Avoda’ (25)  stava nell’associazione di amicizia Israele-URSS e il movimento della pace (un’associazione che stava a Helsinki, che era comunque para-sovietica) e quindi attraverso lui conobbi dei rappresentanti comunisti che vi facevano parte. Conobbi anche Tawfik Toubi, con cui diventai amico, così come con Emile Habibi (26) e con un dirigente comunista delle relazioni internazionali che poi lasciò il Partito, Saliba Khamis (27). Ero giovanissimo e con loro stabilì dei rapporti molto stretti ed epistolari e li frequentavo quando andavo in Israele. Questo negli anni sessanta.

Nel 1965 il PC d’Israele subì una spaccatura: una componente, di cui faceva parte il Segretario del Partito Shmuel Mikunis (personaggio importante nella storia di Israele in quanto nel 1948 proprio come dirigente comunista girò i Paesi dell’est europeo per sollecitare l’invio di armi all’Haganà in linea con la posizione sovietica) attenuò le tradizionali critiche sovietico-comuniste a Israele. Li seguii per meno di un anno e poi capii che stavano autoannullandosi nella incoerente sinistra sionista stile MAPAM, come infatti avvenne, e mi misi decisamente con Rakah, filosovietico, diretto da Meir Vilner (28) come Segretario Generale, Tawfik Toubi, Emile Habibi.

Agli inizi del 1966, cioè all’XI Congresso del PCI, iniziai a stabilire un rapporto con Botteghe Oscure e a lavorare con la sezione esteri del PCI, sul Medioriente. Soprattutto con una persona eccezionale, che è morta ultracentenaria alla fine del 2015. Dina Forti (29), lei era un’italiana di Alessandria d’Egitto, che negli anni quaranta tenne i contatti tra il CLN  e il comando britannico al Cairo e a Gerusalemme. Alla fine della guerra venne in Italia e da allora lavorò sempre nella direzione del PCI, come funzionaria, ed era quel tipo di persona che stava molto dentro: come una vite piccola ma cruciale nel cuore di un motore. Era eccezionale, fu lei a mettere in piedi tutta la rete di solidarietà tra il Partito Comunista Italiano, la regione Emilia Romagna, etc., e i movimenti di liberazione in Angola, in Mozambico, in Guinea Bissau. Tant’è che ricevette delle onorificenze di alto livello da parte del Sud Africa, del Mozambico e in altri Paesi.

Quando scoppiò la guerra del 1967 io partecipai subito alle attività in questo senso nel partito comunista. Ma anche nel PSIUP, che fu uno dei primi a mettere su una rete di solidarietà con i palestinesi. Non si limitava a criticare Israele per l’aggressione ai Paesi arabi…

Rproject: all’epoca c’era Lelio Basso, vero? 

Sì, Lelio Basso, sì. Quindi cominciai a lavorare con queste persone e contribuì a Rinascita (30), con alcuni articoli. Così più o meno ho continuato. Poi, per motivi personali, legati anche alle leggi italiane che non danno la nazionalità…allora poi proprio niente! Io non sono italiano, perché la madre non trasferiva la nazionalità ai figli, in quel periodo la legge italiana sulla cittadinanza, risalente al 1912, non riconosceva l’uguaglianza tra padre e madre riguardo i figli. Insomma, ho avuto delle difficoltà a trovare lavoro. Un lavoro “laico” intendo, perché dal 1969 alla fine del 1974 ero impiegato presso la Camera del Lavoro ed il Comitato Regionale del Lazio della CGIL prima e poi dalle stesse strutture a Bologna. Ero molto legato al compianto Rinaldo Scheda benché stimassi moltissimo Vittorio Foa, Aris Accornero e anche Garavini. Mai Trentin invece. Capii però che nel complesso la fase del pensiero sindacale profondo, non contingente, era andata. Quindi pensavo ad un lavoro laico, non curiale. Tuttavia come mi disse il mio professore Paolo Sylos Labini: qui eccetto Agnelli e pochi intimi è tutto impiego pubblico. Perché per entrare in un settore pubblico bisogna avere la nazionalità, quindi iniziai a cercare altrove. Mi staccai anche da Israele e, attraverso meccanismi un po’ da ebreo errante, arrivai, dopo essere partito dall’ Italia e aver vissuto per tre anni e mezzo negli Stati uniti, in Australia. Però ho continuato ad avere rapporti politici con l’Italia, sia attraverso la federazione del PCI in Australia (sul finire degli anni Sessanta il PCI, laddove otteneva il permesso, fondò una serie di federazioni nei Paesi ad alta immigrazione italiana: Svizzera, Belgio, Germania e perfino in Australia) ma anche e di più quando finì il PCI. Perché fino a quando c’è stato il PCI sono stato fedele. Fedele come il carabiniere, anche se dopo lo strappo di Berlinguer la linea non mi piaceva. A quell’epoca non leggevo il Manifesto per una mia scelta precisa.

Quando è finito il PCI, questo me lo ricordo perfettamente, io dissi: ma quelli avevano ragione, allora! Avevano ragione a dire che si andava a sbattere con la faccia contro il muro. Finiti l’Est europeo ed il PCI, nel gennaio del 1990 andai dal Manifesto, in via Tomacelli a Roma. Venni in Italia da Sydney appositamente per andare dal Manifesto (31) e dire: sono disposto  a lavorare con voi, a collaborare, visto che avevate ragione e quelli…manco per niente. Nel senso che dicevano: vuoi lavorare con noi? Va bene. Sai scrivere? Sì, so scrivere. Certo per ora accademicamente, ma vedete un po’…Guido Moltedo, il migliore del manifesto assieme al compianto Michelangelo Notarianni, mi fece un esame di giornalismo, mi fece fare un articoletto lì per lì; per vedere se riuscivo a scrivere in maniera abbastanza chiara, e così iniziai la collaborazione col Manifesto. Dal 1990 al 2012 ho scritto molte cose sulla questione mediorientale. Oggi non sarei d’accordo con tutte, ma insomma…

Rproject: Quindi nel 2012 tu hai rotto col Manifesto

Sì, ma la rottura col Manifesto è stato uno scivolone: inviai una lettera personale, a quelli del circolo del Manifesto di Bologna, che doveva restare riservata. Invece fu fatta circolare (senza che io ne sapessi nulla). Alla fine fu pubblicata da MicroMega insieme alla lettera di Rossana Rossanda, in cui lei annunciava che non avrebbe più scritto sul Manifesto…e a questo punto mi trovai fuori. Non potevo andare al Manifesto e dire: guardate, ho parlato male di voi però voglio continuare a lavorare….

Quella lettera rifletteva sulla crisi del giornale. All’epoca c’era già maretta nel Manifesto: facevano pressioni affinché dichiarasse fallimento e far sì che Corrado Passera desse dei finanziamenti, facendo ristrutturazioni, etc.

Nel frattempo i circoli del Manifesto, di cui il  più importante era quello di Bologna, volevano fare una riforma del Manifesto – e non avevano torto… – entrarono in conflitto con una parte importante del corpo redazionale, che era dominato da un certo gruppo di persone, fra cui c’era Tommaso Di Francesco, tra l’altro. La mia riflessione era di questo tipo: guardate, bisogna lasciar perdere perché un manipolo di persone ha preso il potere e non cambierà. Non si può fare una proposta di riforma, si va avanti così: si collabora e lo si appoggia finché si può…e poi lasciamo perdere. O si fa un’altra cosa, o lasciamo perdere…è andata così…

2. Continua

(13) MAPAM (Partito unificato degli operai), partito politico israeliano della sinistra sionista fondato nel 1948 dalla fusione di altre organizzazioni.

(14) Hashomer Hatzair (la giovane guardia): movimento sionista socialista kibbutzistico fondato nel 1913 in Ucraina e in Polonia, ambedue all’epoca parte dell’Impero Zarista ( www.it.wikipedia.org/wiki/hashomer_hatzair” https://it.wikipedia.org/wiki/Hashomer_Hatzair). In Israele l’Hashomer Hatzair era il movimento giovanile del MAPAM. Andava dall’’ di 12 anni fino al servizio militare a 18 dove i gruppi dell’Hashomer Hatzair, chiamati battaglioni, si arruolavano insieme formando unita’ militari di elite. Il MAPAM, che sta per partito operaio unificato, venne formato nel 1948 dall’unificazione tra l’Hashomer Hatzair e l’Ahdut HaAvoda’. I due gruppi si separarono nel 1954  in occasione del processo Slanski a Praga nel 1952 e della vicenda dei medici ebrei in URSS falsamente accusati di complotti, l ’anno dopo. Corretta e’ l’affermazione contenuta nella voce MAPAM di wikipedia italiana: “Il Mapam ebbe fino a tale data un orientamento ideologico chiaramente filo-Unione Sovietica, con una forte linea stalinista” (“https://it.wikipedia.org/wiki/mapam” https://it.wikipedia.org/wiki/Mapam). L’Ahdut HaAvoda’ (Unione del lavoro) fu fondato in Palestina nel 1919 e diretto da David Ben Gurion. L’anno successivo, con l’approvazione de potere britannico,  l’Ahdut HaAvoda’ fondo’ l’Hagana’, organizzazione militare che alla proclamazione dello Stato di Israele il 15 aprile 1948 diventera’ l’esercito israeliano.

(15) Contemporaneamente l’Ahdut HaAvoda’ fondo’ l’Histadrut, Organizzazione Generale dei Lavoratori Ebrei. L’Hagana’ viene posta sotto il controllo dell’Histadrut e Ben Gurion ne diventa il segretario generale.  Con la formazione dello Stato di Israele l’Histadrut assume mggiormente le funzioni di un sindacato, tuttavia i cittadini arabo-israeliani vi saranno ammessi solo nel 1959. Nel 1930 l’Ahdut-HaAvoda’ si unfiica con un altro movimento formando il MAPAI (Partito dei lavoratori di Erezt Israel) completamente controllato da Ben Gurion che lo  guidera’ fino al 1963. Nel 1944 la fazione di sinistra e filosovietica del MAPAI legata al Palmach, guidata da Ygal Allon esce dal partito e forma nuvamente l’Ahdut HaAvoda’ fino all’unificazione con l’Hashomer Hatzair nel MAPAM nel 1948. Dopo lo scontro sul processo Slanski a Praga e sull’URSS, la scissione dal MAPAM porta nuovamente alla fromazione dell’Ahdut HaAvoda’. Nel 1968 il MAPAI, l’Ahdut HaAvoda’ e un piccolo partito guidato da Ben Gurion con Dayan e Peres che dopo le dimissioni di Ben Gurion nel 1963 se ne erano andati urlando e avevano formato il RAFI (Lista dei lavoratori di Israele), si riunificano di nuovo dando vita al partito laburista Avoda’ (lavoro). (nota JH)

(16) Shlomo Sand: Comment la Terre d’Israel fut inventée, Paris: Flammarion, 2014.

(17) Sulle discriminazioni subite dagli ebrei arabi in Israele, cfr: Ella Shohat, Le vittime ebree del sionismo, a cura di Cinzia Nachira, Edizioni Q, pp. 160, Roma, 2015

(18) Harriet Beecher Stowe, La capanna dello zio Tom, edizioni Rizzoli, Milano, 2009

(19) Costituita alla fine del 1919 a partire dai gruppi di cosacchi bolscevichi e di predoni e banditi organizzati in precedenza dal popolare e abile comandante cosacco Samën Budënnyj, l’Armata a cavallo, i cui componenti erano noti anche, secondo la celebre definizione di Lev Trockij come i “proletari a cavallo”, divenne rapidamente una formazione temuta ed efficiente, in grado di contrastare e battere la cavalleria dei Bianchi.

(20) La ballata del soldato, un film di Grigorij Naumovič Čuchraj del 1959 che nel 1962 fu presentato al Festival internazionale di Cannes.

(21) David Ben Gurion, Plonsk 1886 – Sde Boker 1973, fu uno dei fondatori dello Stato di Israele, di cui il 14 maggio 1948 proclamò la costituzione unilaterale. Fra il 1948 e il 1963 ricoprì diverse volte la carica di primo ministro e di ministro della difesa.

(22) MAPAI, Partito dei Lavoratori, fu fondato nel 1930 e fu diretto a varie riprese da David Ben Gurion. Nel 1968 si trasformò nel Partito Laburista di Israele

(23) Gli ebrei sefarditi sono originariamente quelli originari della Spagna, che si rifugiarono nell’impero ottomano all’indomani della cacciata dalla penisola iberica da parte di Isabella la Cattolica. Successivamente in questo modo si sono indicati – soprattutto in Occidente – gli ebrei provenienti dai Paesi arabi, che invece in Israele si indicano come mizrahim. Cfr., nota 3

(24) FGCI, Federazione Giovanile Comunista Italiana. Fondata nel 1921  poco tempo dopo la fondazione del Partito Comunista Italiano.

(25) Ahdut ha-Avoda’, Unità del lavoro, è un’organizzazione fondata nel 1919. Nel 1930 con la fusione con Hapoel Hatzair, dette vita al MAPAI. Dopo il 1968 è confluita nel partito laburista israeliano.

(26) Tawfik Toubi e Emile Habibii sono stati due massimi dirigenti comunisti Palestinesi dal 1941 e poi del PC d’Israele. Ambedue di Haifa e deputati alla Knesset. Toubi dal 1949 al 1990 e Habibi dal 1952 al 1959 e dal 1961 al 1971. Emile Habibi fu per oltre quaranta anni direttore del quotidiano comunista in lingua araba Al Ittihad (l’Unita’). Habibi lascio’ il partito nel 1991 scontrandosi col resto del gruppo dirigente riguardo la valutazione delle politiche di Gorbaciov. Tawfik Toubi fu contro la spartizione della Palestina ma si allineo’ sulla posizione dell’URSS quando questa decise di sostenere l’idea.  Emile Habibi e’ stato anche uno dei maggiori drammaturghi palestinesi.

(27) Saliba Khamis, palestinese cristiano di Nazareth, è stato un dirigente del partito comunistsa israeliano negli anni sessanta. Marito di Arna Mer e padre di Juliano Mer-Khamis, che negli anni ’90 realizzarono il Freedom theater nel campo profughi di Jenin, allo scopo di sottrarre i bambini palestinesi vittime dell’occupazione alla violenza. La storia di quest’esperienza, unica nel suo genere, è raccontata in un documentario di Juliano Mer-Khamis, The Arna’s children. Il 4 aprile 2011 Juliano Mer-Khamis fu freddato all’uscita del teatro a Jenin sotto gli occhi del figlio da un uomo armato appartenente a un gruppo integralista islamico.

(28) Meir Vilner, 1918-2003, fu un dirigente del partito comunista israeliano a varie riprese fino al 1990 e deputato alla Knesset. Vilner fu tra i firmatari della Carta di Indipendenza di Israele a nome del Partito Comunista.

(29) Per un profilo biografico e politico di Dina Forti si veda:  “https://ilmanifesto.it/dina-forti-100-anni-di-lotte-di-liberazione/” https://ilmanifesto.it/dina-forti-100-anni-di-lotte-di-liberazione/

(30) Rinascita, settimanale di politica e cultura del partito comunista italiano, fondato a Torino nel 1944 ed ha cessato le pubblicazioni nel 1991.

(31) Il Manifesto fu fondato nel giugno del 1969 dal gruppo che fu espulso dal PCI. Inizialmente era una rivista mensile e solo successivamente divenne un quotidiano. Nacque come luogo di elaborazione e diffusione del dissenso nei confronti della linea imposta dal PCI ai suoi dirigenti e militanti. Della originaria direzione del giornale facevano parte Aldo Natoli, Valentino Parlato, Lucio Magri, Luciana Castellina, Rossana Rossanda e Luigi Pintor. La sfida lanciata al PCI venne alla luce con il secondo numero della rivista con l’editoriale Praga è sola, che porterà nel novembre del 1969 all’espulsione dal PCI di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli con l’accusa di “frazionismo”. Successivamente fu adottato un provvedimento amministrativo per Lucio Magri e non vennero rinnovate le iscrizioni per Massimo Caprara (dal 1944, per 20 anni, segretario personale di Palmiro Togliatti), Valentino Parlato e Luciana Castellina.

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