CONVERSAZIONE CON JOSEPH HALEVI (I)

Introduzione

Abbiamo incontrato Joseph Halevi piuttosto casualmente, la collaborazione con lui molto presto si è trasformata in qualcosa che pensiamo possa essere definita amicizia. I rapporti sinceri sono sempre basati sul rispetto profondo delle diverse esperienze vissute e offrono la possibilità di confrontarsi anche sui nodi più spinosi senza per questo dover essere per forza d’accordo su tutto. 

Una delle cose più importanti di questo rapporto tra noi della redazione di Rproject e Joseph Halevi è stata la possibilità che lui ci ha offerto, grazie alla sua generosa disponibilità, di mettere a confronto diverse fasi della storia. 

Joseph ha una caratteristica importante ed assai rara: è una persona che riflette sulla propria vita, spesso anche criticamente, senza pentirsi di ciò che ha pensato, fatto e detto. Anche  se in alcuni casi, perfino determinanti, le sue posizioni hanno avuto evoluzioni significative. In altri termini: ha fatto un bilancio serio delle esperienze che ha vissuto per trarne delle conclusioni sul presente.

Si dice che oggi si viva in un eterno presente, come se il passato, in quanto elemento individuale e collettivo, non esistesse. Ma questo eterno presente equivale alla sensazione di potenza che prova colui che pensa che il mondo cominci a girare solo da quando se ne accorto. Questo atteggiamento è assai diffuso e in genere si accompagna all’arroganza di pensare che il passato e coloro che hanno attraversato periodi carichi di sconfitte finali non abbiano più nulla da dire. 

L’idea di questa lunga conversazione con Joseph nasce dalla convinzione che sia vero l’esatto contrario e che noi oggi per non rimanere schiacciati dall’ “eterno presente” abbiamo più che mai bisogno di confrontarci con il passato recente, soprattutto per non ripetere gli errori già commessi e non cadere nelle trappole di coloro che idolatrando il presente ci vogliono inchiodare a questo, anche se è invivibile per un numero sempre crescente di persone nel mondo.

La redazione di Rproject ringrazia moltissimo Joseph Halevi per la sua disponibilità, la sua pazienza e per il lavoro che ha dedicato alla revisione del testo di questa conversazione lunga e densa, ma appassionante cavalcata attraverso gli anni.

Cinzia Nachira, Walter Baldo, Gabriel Mileti, Fabio Giusti e Paolo Gilardi

Conversazione con Joseph Halevi

Rproject: Iniziamo con il chiederti un’opinione sulla situazione generale in Vicino Oriente. Cosa ne pensi?

Oggi io vedo una situazione pessima, sono estremamente pessimista. Perché il Medioriente tutto e in particolare la fascia Libano, Siria, Giordania, Palestina, coinvolte in particolare sulla questione palestinese, ha rappresentato il catalizzatore del rapporto imperialismo-antimperialismo. Con l’intesa segreta Sykes-Picot del 1916 – resa pubblica dalla Russia sovietica l’anno dopo  –  in quella zona si sono affastellati due imperialismi europei, quello britannico e quello francese proprio mentre si stavano formando dei movimenti anticolonialistici, Palestina inclusa. L’intesa Sykes-Picot rese possibile l’attuazione della dichiarazione Balfour del 1917 (1) permettendo, con l’appoggio britannico, la sistematica colonizzazione sionista nella Palestina mandataria. A queste due vecchie forze si sono poi aggiunti gli Stati Uniti il cui vero momento di entrata egemone nell’area lo daterei il 14 febbraio del 1945 quando il Presidente Roosevelt, a bordo dell’incrociatore Quincy sul Lago Amaro in Egitto, incontrò il re saudita Ibn Saud. Da quell’incontro scaturì immediatamente il patto tra gli USA e l’Arabia Saudita in cui Washington si impegnava ad appoggiare senza condizioni il regime politico-religioso saudita mentre Ibn Saud offriva alle società petrolifere statunitensi l’esclusivo sfruttamento dei giacimenti del regno.

L’antimperialismo c’è stato e racchiudeva i movimenti di liberazione nazionale ed è stato il punto in cui si sono esauriti gli appetiti imperialisti da parte della Francia e anche dell’Inghilterra, mi riferisco alla guerra anglo-franco-israeliana contro l’Egitto nel 1956 (2), ma anche alla rapidità con cui vogliono trasformare queste crisi locali in situazioni vantaggiose per loro. Come è successo, per esempio, con la partenza in quarta di Sarkozy verso la guerra libica, che non poteva fare da solo e ha dovuto chiedere l’intervento americano (3). Delle visioni che non c’entrano niente con la soluzione del problema e che era che se Gheddafi fosse arrivato a Bengasi, avrebbe fatto come Assad padre ha fatto a Hama nel 1982 (4). Nello stesso tempo il Medioriente vive la catastrofe del post-1917, tutta l’evoluzione apertasi con la Rivoluzione d’Ottobre, la vive con tutte le sue contraddizioni e disastri assoluti, definitivi! Per cui, vedo una situazione molto, molto seria, grave e in cui è, direi, impossibile immaginare una soluzione. 

In questo senso l’intervista di Warschawski (5), che avevo iniziato a leggere con pregiudizio, alla fine mi è piaciuta. Ed ha ragione quando dice che bisogna impostare la questione nei termini di come organizzare la resistenza. Questo non vale solo per la Palestina e l’occupazione, ma anche per il resto della regione. A mio avviso, bisogna innanzitutto non ripetere le stupidaggini – che un tempo potevano anche non essere tali – ed errori voluti e madornali – l’Unione Sovietica non sbagliava perché aveva un’interpretazione “filosofica” errata, ma perché aveva interessi, uso questo termine pessimo, “geopolitici” (adesso odio questo termine perché è il tentativo di celare una pretesa di oggettività che non c’è) – permettendo, o meglio: ha trascinato gran parte dei movimenti di sinistra verso posizioni inaccettabili. 

Occorre quindi avere una massima indipendenza di giudizio. A mio avviso, dipende da quale è il teatro in cui ci si trova, però se ci si trova in Europa, e in particolare in Italia, occorre considerare il Medioriente confine dell’Italia, come la Francia o l’Austria o la Slovenia o la Grecia, ossia capire che il problema influisce direttamente sull’Italia. Ciò che, secondo me, è importante nell’impostare il discorso è la solidarietà con la popolazione palestinese. Sviluppare nell’opinione pubblica e a livello politico una posizione che abbia come riferimento principale il popolo palestinese. Non politicizzare, ma storicizzare la vicenda e quello che sta subendo e soffrendo la popolazione palestinese, non farlo solo come una questione umanitaria, però mantenendo la dimensione umana. Non nel senso di una presunta o pretesa “neutralità”, ma in direzione del più profondo rispetto per il popolo palestinese. Anche perché se non si mantiene sempre la dimensione umana succede quello che è successo, con quelli che sono dei rimasugli insignificanti, ma ancora bazzicano, con la vicenda di Aleppo (6). Nel senso che si fanno solamente dei ragionamenti di schieramento e si condona tutto al regime assadiano in Siria e in particolare quello che è successo nell’assedio delle diverse città che è iniziato praticamente subito nel 2011. Questa caratteristica è comune a tutti i movimenti delle frange di sinistra. Perfino una rivista come la Monthly Review, se pensiamo che Paul Sweezy e Paul Baran (7) e anche Harry Magdoff (8), che è arrivato dopo la morte di Baran, hanno allentato i rapporti con Fidel Castro per via del fatto che si era troppo legato all’orbita sovietica e che sono stati i primi a non accettare la visione che Nasser (9) e poi che il Baath (10) fossero progressisti; oggi se  si va a guardare quello che scrivono sul loro sito – i loro seguaci, perché loro poveretti sono morti – sono assolutamente assadiani anche loro. Questa è la cosa che mi colpisce. Lo stesso si può dire sul Manifesto. Ricordo benissimo che la prima versione della rivista e poi dopo con il quotidiano era su posizioni estremamente critiche verso i regimi nazionalisti arabi, loro erano infatti favorevoli al FPLP, etc., magari con delle sviste, ma volevano uscire da questa visione di sfere di influenza sovietiche contro quelle americane. Oggi invece ci sono completamente dentro attraverso Putin e questo è assolutamente orripilante. Così scompare la dimensione umana: è scomparsa verso Aleppo e sta scomparendo verso i palestinesi. D’altronde, la crisi dello Yemen è scomparsa, non se ne parla più. Qualche mese fa un’organizzazione umanitaria e l’ONU hanno detto che ormai la maggioranza della popolazione dello Yemen vive una situazione di crisi profonda, a livello di crisi umanitaria gravissima. Sembra si stia raggiungendo un livello di non ritorno. Mi ha colpito che tutte le riviste e organizzazioni assadiane sullo Yemen non dicano una parola, anche se parlarne tornerebbe a loro favore, perché non rientra nello schema “campista” – uso un termine che ho imparato da Cinzia – e quindi lo Yemen può morire; lì non c’è l’interesse di Putin, quindi non serve a questa visione bislacca dei rapporti nel mondo. 

Questo è il prodotto dei residui tossici ancora attivi del PCI e del mondo cui ha appartenuto, sebbene parecchi putino-assadiani non siano passati per nulla attraverso le liturgie dell’era sovietica. Questo succede però perché non hanno la capacità di sviluppare in maniera profonda una storiografia politica in forma intellettualmente autonoma. Le loro esigenze di gruppi ideologici ‘comunisti’ li obbligano ad aggrapparsi a delle entità che appaiono come contrapposte agli USA. Da questo punto in poi viene sdoganato tutto in nome della logica della realpolitik: si va tranquillamente da Assad alla Corea del Nord. Al Terzo Mondo i putino-assadiani applicano i criteri della politica estera della defunta URSS. Mi preme sottolineare una cosa, già messa in evidenza da Gilbert Achcar (11) in una sua recentissima intervista. Egli osservava che gli Stati dove il Baath è andato o è al potere sono stati solo inizialmente un po’ progressisti. Rapidamente si sono trasformati in Stati patrimoniali, cioè Stati le cui risorse e attività finanziarie entrano a far parte della proprietà personale del clan o della famiglia dominante. Tale privatizzazione ad personam, intorno alla quale viene strutturato l’esercito quale strumento di difesa del potere del clan, spiega la ferocia  assoluta con cui questi clan e persone si difendono  mostrandosi pronti a mettere sotto assedio intere città dei Paesi che malauguratamente cadono sotto il loro controllo. Alla luce dell’esperienza, nei confronti di questi regimi non è possibile alcuna concessione ed è quindi tanto più importante abbandonare ogni schema ereditato dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti (con la Cina di Mao che agiva da formazione a se stante). 

Nei confronti dei Palestinesi si dovrebbe arrivare a sviluppare gli stessi criteri di solidarietà e simpatia che esprimevamo nei confronti del Vietnam e dei vietnamiti quando resistevano all’aggressione statunitense. Ma la condizione essenziale per fare ciò risiede nel rifiuto di sdoganare regimi patrimoniali e criminali come quello di Assad in Siria. Oggi bisogna innanzitutto spiegare le ragioni storiche, non nel senso di giustificazione, ma nel senso delle radici storiche della questione palestinese. Occorre anche evitare delle associazioni che sono fuorvianti, ma possono apparire utili per attirare l’attenzione, come paragonare Israele al Sudafrica. Non perché Israele non sia razzista: Israele è peggio per molti aspetti del Sudafrica dell’apartheid, ma perché sono due cose diverse e c’è in Israele un apartheid specifico alla colonizzazione sionista. Questo lo ha spiegato bene Moshe Machover (12) in uno dei suoi ultimi scritti, dicendo: la differenza tra Sudafrica e Israele/Palestina è molto semplice. In Sudafrica non hanno mai voluto cacciar via la popolazione, perché non hanno mai visto la popolazione africana come ridondante, ma che poteva essere sfruttata e che era accantonata nell’apartheid: cioè come forza lavoro da sfruttare. Nell’impostazione ideologica e politica di Israele, invece la popolazione palestinese è superflua, anche quando serve nell’edilizia è però vista come una necessità contingente e temporanea. Quindi quella popolazione o se ne deve andare o deve essere ammonticchiata in città e villaggi sovrappopolate, dove marcire e cercare di emigrare. 

Pertanto  il paragone col Sudafrica non può essere fatto, bisogna invece criticare e attaccare la politica israeliana per quello che è come anche le connotazioni di Israele come Stato ebraico in rapporto ai diritti dei palestinesi. La vedo così perché non posso dire bisogna appoggiare i movimenti antimperialisti…perché non ci sono. Dobbiamo invece ragionare secondo i principi che Rosa Luxemburg mantenne fino alla sua uccisione, la quale certamente non si metteva certo a fare della “geopolitica” per poi giungere alla conclusione che bisognava appoggiare questa o quella potenza imperialista contro delle altre. Se c’è un marxismo umanistico e rivoluzionario è proprio quello dell’indimenticabile Rosa che si collega bene alle idee storicistiche di Antonio Gramsci. 

1. Continua                    

(1) Gli accordi  Sykes-Picot furono raggiunti tra Francia e Gran Bretagna nel 1916. In questo modo le due potenze coloniali si spartirono di fatto il Vicino Oriente. L’anno successivo la Gran Bretagna con la dichiarazione Balfour prometteva “un focolare nazionale” ai sionisti.

(2) Il riferimento è alla guerra di Suez del 1956, quando Israele, Francia e Gran Bretagna attaccarono l’Egitto di Nasser, dopo che il presidente egiziano ebbe nazionalizzato la compagnia del Canale di Suez.

(3) Nicolas Sarkozy, esponente della destra francese è stato presidente della repubblica francese dal 2007 al 2012.  Qui Joseph Halevi si riferisce al fatto che oggi più che mai siamo tornati al classico approccio colonialistico da parte delle potenze occidentali verso il Vicino Oriente. 

(5) Il 2 febbraio 1982, la popolazione di Hama, in stragrande maggioranza sunnita, guidata da 150 ufficiali, insorse contro il potere dittatoriale del Presidente alauita Hafez al-Assad (padre dell’attuale dittatore Bashar Al Assad), come reazione a una serie di arresti di elementi sunniti. Nei quattro giorni in cui ebbero il controllo della città, vennero uccisi circa 300 militanti baathisti e i militari di un’unità di paracadutisti inviata dall’esercito. Le forze armate siriane, organizzate e probabilmente guidate, secondo indiscrezioni, dal fratello stesso del Presidente, Rifaʿat al-Assad, replicarono con un durissimo assedio e lo spietato bombardamento di Hama, durati 27 giorni, nel corso dei quali praticarono la politica della “terra bruciata” su un terzo della cittadella — che vantava numerosi gioielli architettonici, per lo più d’età zengide e ayyubide — che venne di fatto raso al suolo. Nell’abbandonare la città, l’esercito e le forze di sicurezza del regime si abbandonarono a massacri sanguinosi persino all’interno delle varie colonie di rifugiati politici ospitati all’interno di Hama, torturando e giustiziando gli oppositori politici, veri o presunti, della dittatura. Tale avvenimento fu conosciuto con grave ritardo dall’opinione pubblica mondiale, visto il ferreo controllo censorio operato dal regime siriano su tutti i mezzi d’informazione, d’altronde distratti dalla contemporanea guerra in Libano.

(5) Michel Warschawski, copresidente dell’ Alternative information center (AIC) organizzazione palestinese-israeliana fondata a Gerusalemme nel 1984 allo scopo di favorire i contatti tra israeliani e palestinesi. Si veda:  “http://www.alternativenews.org/” http://www.alternativenews.org/ 

L’intervista cui fa riferimento è: http://rproject.it/2017/03/sumud-resistere-alla-marea/

(6) Aleppo città siriana, situata nel Nord del Paese, con 1.900.000 abitanti prima dello scoppio della guerra civile nel 2012. Da quell’anno è stata teatro di varie battaglie, alcune sanguinosissime, tra l’esercito del dittatore Bashar al Assad e i suoi alleati e l’opposizione armata. Aleppo è stata la culla della rivolta del marzo 2011 e per mesi gli abitanti della città sono scesi in piazza pacificamente contro la dittatura. Qui, in particolare, Joseph Halevi fa riferimento all’assedio iniziato nel novembre 2016 fatto dall’esercito siriano, reparti russi e gruppi iraniani e libanesi sciiti. Questo assedio si è tragicamente concluso nel dicembre 2016 con un massacro generalizzato della popolazione civile perché le truppe assedianti hanno fatto largo uso dell’aviazione militare (in particolare i russi) e con l’evacuazione, in gran parte forzata, dei pochi civili rimasti trasferiti nella provincia di Idlib.

(7) Monthly Review è una rivista mensile americana, che si pubblica a New York (undici numeri all’anno) dal maggio 1949. Ha avuto alcune edizioni internazionali. Paul Sweezy ne fu il direttore e partecipò anche Paul Baran.

(8) Harry Magdoff, dal 1969 alla sua morte, nel 2006, fu direttore della Monthly Review.

(9) Gamal Abdel Nasser, presidente dell’Egitto dal 1956 al 1970, anno della sua morte. Nazionalizzò la Compagnia del Canale di Suez ed è considerato uno dei padri del nazionalismo arabo.

(10) Baath (Risorgimento), partito laico arabo fondato in Siria da Michel Aflaq e Salah al Bitar nel 1947. Ancora al potere in Siria, lo è stato in Iraq fino alla caduta di Saddam Hussein nel 2003. 

(11) Gilbert Achcar, di origine libanese, è docente al SOAS di Londra e autore di numerose opere dedicate al Vicino Oriente. Nel 1982 a causa dell’invasione israeliana del suo Paese fu costretto all’esilio. Qui il riferimento è all’intervista: http://rproject.it/2017/03/una-generazione-non-ancora-schiacciata/

(12) Moshe Machover, matematico, filosofo e uomo politico nato a Tel Aviv nel 1936. Nel 1962 contribuì a fondare Matzpen. Nel 1968 si trasferì in Gran Bretagna, naturalizzato cittadino britannico, vive a Londra. Alcuni suoi articoli recenti si possono trovare qui: 

www.israeli-occupation.org/category/commentary/moshe-machover/” http://www.israeli-occupation.org/category/commentary/moshe-machover/ 

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