SIRIA E L’IMPREVEDIBILITA’ DI TRUMP

di Cinzia Nachira

Questo articolo di Cinzia Nachira è l’esito di una discussione che ha coinvolto la redazione di Rproject. Le posizioni qui espresse riflettono quindi tale confronto redazionale che si è anche arricchito delle riflessioni di Joseph Halevi che ringraziamo per il suo contributo.

L’attacco statunitense alla base dell’aviazione militare siriana di Al-Shayrat della notte del 7 aprile non rappresenta certamente un’accelerazione verso la soluzione della guerra civile siriana. Anzi, avrà come effetto quello di complicare ancora di più, se possibile e come ce ne fosse bisogno, uno scenario politico già complicatissimo, in cui lo scontro e la concorrenza degli interessi di numerosissimi attori locali, regionali e internazionali ha di fatto in questi sei anni lasciato mano libera al dittatore Bashar al Assad di massacrare il suo popolo. Il risultato è che oggi il numero delle vittime di questo conflitto ammontano secondo alcune stime a cinquecentomila (secondo altre più “ottimistiche” tra 400 e 450.000), nove milioni di sfollati interni e circa tre milioni di profughi. La Siria, come Paese unitario, di fatto non esiste più da molto tempo, perché se lo sono spartito i diversi protagonisti di questo scontro tremendo – il regime di Assad e i suoi alleati (Russia, Iran, Hezbollah libanese, sciiti iracheni), le opposizioni armate al regime – quelle che hanno prevalso dalla fine del 2012 – riconducibili più o meno tutte alla sfera dell’integralismo islamico e sostenute, in concorrenza tra loro dai Paesi arabi del Golfo (Arabia Saudita e Qatar in primis) e il Califfato che ha stabilito a Raqqa una delle sue capitali, l’altra  è Mosul in Iraq). Anche i curdi siriani stanno mirando ad avere una zona sotto il loro controllo diretto, dove poter realizzare le loro aspirazioni nazionali.

Tra le tante incertezze che pone il conflitto siriano, in modo sanguinoso e drammatico, di una cosa si può essere certi: l’attacco missilistico statunitense ha ben poco a che vedere con le vittime del bombardamento chimico del 4 aprile da parte del regime sulla città di Khan Cheikoun, nella provincia di Idlib, che ha causato circa 86 morti, tra cui 30 bambini e venti donne, i feriti e i dispersi non si contano.

Donald Trump, ha dato l’ordine di attacco, alle 20.45 (ora statunitense) – l’ora di punta per gli ascolti televisivi – con un discorso col quale si è presentato come il “difensore” dei civili siriani uccisi dal dittatore Bashar Al Assad, che solo 72 ore prima per lo stesso presidente USA, non rappresentava più un ostacolo ad una soluzione di transizione. Il neo presidente si era molto speso nelle ore successive al bombardamento su Khan Cheikoun nel dire che se questo atto era stato possibile era responsabilità della precedente amministrazione democratica. Questo perché nel 2013, dopo una strage che costò la vita a circa 1.400 persone a Ghouta (un sobborgo di Damasco) alla fine di agosto, dopo aver detto che la linea rossa che Bashar non doveva valicare era l’uso delle armi chimiche, altrimenti gli Stati Uniti, insieme agli alleati europei, sarebbero intervenuti direttamente, Barack Obama aveva rinunciato ad intervenire. Al contrario del suo predecessore, Donald Trump si è avvalso della legge che dal 2001 consente al presidente di dare l’ordine di attacco alle forze armate senza dover consultare il Congresso.

Tuttavia, questo attacco sembra aver più obiettivi politici e molti di questi non hanno nulla a che vedere con la Siria. Innanzitutto, è servito a Donald Trump a cercare di uscire da una situazione difficile nel suo stesso Paese. Dopo il suo insediamento, il 20 gennaio scorso, tra proteste popolari  imponenti e la contrarietà alla sua persona e alle sue decisioni politiche più importanti (Muslim Ban e cancellazione dell’Obama care, la barriera con il Messico e le retate contro gli immigrati) da parte di una parte del suo stesso establishment e della grande stampa, la nuova amministrazione è arrivata al minimo dei consensi.

Lo slogan America first, prima l’America, se gli era stato sufficiente a vincere la battaglia elettorale, evidentemente non lo era per poter mettere in pratica le promesse elettorali. Sullo sfondo di tutto questo e del ricompattamento dei settori contrari alla sua elezione, vi era il Russia gate – le accuse rivolte a lui e al suo staff di aver intrattenuto rapporti con la Russia durante la campagna elettorale tali da condizionare le politiche della futura amministrazione – che i Democratici volevano sfruttare per arrivare fino all’impeachment, e che ha già costretto alle dimissioni diversi suoi collaboratori e ministri. Il ribaltamento, almeno apparentemente, dei rapporti, fino al 7 aprile molto buoni con Vladimir Putin, ha sortito in poche ore anche il cambiamento radicale dell’atteggiamento di molti settori politici statunitensi nei suoi confronti – i Democratici, quei settori dello stesso partito Repubblicano che mal lo sopportavano, fino alla grande stampa – che lo hanno applaudito. D’altronde, anche nel 2013, Barack Obama, minacciando l’intervento diretto dopo la strage di Ghouta, aveva come obiettivo principale di dare l’impressione all’opinione pubblica statunitense di non essere del tutto passivo di fronte ad una delle guerre civili più sanguinose dell’era contemporanea.

Ma, anche se oggi in pochissimi lo ricordano, il freno all’azione di Obama era venuto dopo che il parlamento britannico si espresse contro l’ipotesi di intervento militare diretto in Siria, sconfessando il governo. A quel punto, Obama rinunciò, rinviandoli sine die, sia a presentare la richiesta al Congresso, sia l’intervento militare.

L’amministrazione democratica, chiaramente doveva in qualche modo almeno fingere di non rinunciare al multilateralismo che aveva contrapposto all’unilateralismo di George W. Bush. Ma questo multilateralismo era molto di facciata e poco di sostanza. In realtà, dopo l’esperienza irachena che si era dimostrata disastrosa per gli Stati Uniti e dopo anche l’esperienza libica, iniziata con l’intervento franco-britannico e successivamente della NATO (ma senza la capacità di gestire il dopo-Gheddafi), gli Stati Uniti e anche i Paesi europei erano del tutto contrari – questi ultimi lo sono ancora  in modo esplicito – a che in Siria si sgretolasse la struttura dello Stato messa in piedi dal clan Assad dal 1971 – anno in cui Hafez al Assad prese il potere con un colpo di Stato.

In altri termini, gli Stati Uniti, nascondendosi dietro il multilateralismo e con un “nuovo” approccio verso il Vicino Oriente, hanno cercato, durante l’amministrazione di Barack Obama, di sganciarsi elegantemente dalla zona del mondo dove hanno moltissimi e determinanti interessi, molti alleati inaffidabili e per di più dal 2011 è travolta da un movimento di massa di eccezionale ampiezza, che ha innescato una dinamica al cui confronto anche la rivoluzione francese del 1789 sembra poca cosa. In definitiva, l’immobilismo che ha caratterizzato la reazione della Casa Bianca all’inizio delle rivolte arabe nel 2011, ha aperto la via non solo al riemergere di ciò che restava dei vecchi regimi; ma ha anche permesso il prevalere dell’integralismo islamico, in tutte le sue varianti – dai Fratelli musulmani fino all’ISIS – grazie al fatto che la gestione del “dossier del Vicino Oriente” è stata delegata quasi completamente agli alleati del Golfo e alla Turchia. Quest’ultimo Paese, inoltre, dopo l’intervento diretto della Russia in grande stile, ha deciso di stabilire delle nuove alleanze in Siria in massima parte perché gli Stati Uniti e l’Europa sfruttano la disponibilità dei curdi a combattere sul terreno al loro posto contro l’ISIS (come anche in Iraq), che per la Turchia è un affronto insopportabile; che infatti è intervenuta direttamente in Siria in funzione anti-curda; ricevendo in cambio come “premio” dalla Russia l’invito al tavolo di Astana e l’esclusione dallo stesso dei curdi. In questo modo la “svolta russa” a Tayyip Erdogan è servita a farsi perdonare anche le accuse di aver sostenuto gli integralisti islamici in Siria – cosa vera – e di non voler combattere l’ISIS.

Di fatto questo, dal 2015 e il protagonismo russo nell’area, in  Siria, in Egitto e in Libia, è lo sfondo delle difficoltà che oggi si trova ad affrontare l’Occidente.

Le domande imbarazzanti

Come abbiamo già osservato, fin dalla sua elezione, l’imprevedibilità è la caratteristica predominante della nuova amministrazione statunitense, quindi, ogni previsione rischia di essere smentita mentre viene formulata.

Ma è inevitabile avanzare quantomeno delle ipotesi e non per il gusto di esercitare la chiaroveggenza, che è meglio lasciare ai maghi, ma per tentare di orientarsi, senza restare vittime dell’impressionismo dilagante.

Alcune cose, malgrado tutto, dopo il 7 aprile, sembrano abbastanza chiare ed oltre quelle già elencate, ve ne è una che non è irrilevante e riguarda la Russia. A causa del Russia-gate, è diventata quasi un’abitudine additare il governo russo come quello che tende ad intromettersi negli affari di altri Paesi, soprattutto durante le scadenze elettorali. Ma, quali che siano le conclusioni – se mai vi saranno –, della vicenda negli Stati Uniti, il ribaltamento della posizione statunitense e l’alta tensione con la Russia, permette a quest’ultima di sottrarsi alle accuse che le vengono rivolte di intromissione, visto che una critica simile è stata ventilata anche riguardo alle elezioni francesi.

Alcuni pensano che l’attacco statunitense dimostri le tesi che sostengono dal 2011 l’ “inesistenza” della rivoluzione siriana, che a loro detta sarebbe solo una manipolazione dei nemici del “laico” Bashar al Assad. A questo proposito, gli argomenti più in voga sono un’affermazione e una domanda.

La prima sostiene: i gruppi armati che hanno confiscato l’opposizione siriana hanno applaudito all’attacco. Quindi, secondo questa tesi, sarebbe dimostrato che gli Stati Uniti, per un verso sono all’origine di tutto e, per un altro, sarebbero quasi telecomandati nella loro politica estera dall’Arabia Saudita e dagli altri Paesi del Golfo. Questa tesi è una versione riveduta e corretta di quella che vorrebbe gli Stati Uniti “ostaggio” di Israele. Sia l’una che l’altra tesi sono infondate e dimostrano solo la superficialità di chi le sostiene. La storia si è incaricata di smentirle.

Inoltre, si sorvola sul fatto che l’opposizione armata ad Assad di oggi non è quella che vide la luce nel 2011. Quella opposizione, prima di essere sterminata o costretta all’esilio, si era sempre e fermamente opposta a qualsiasi intervento militare occidentale in Siria. Ciò che chiedevano i rivoluzionari siriani all’Occidente erano dei mezzi utili a difendere la popolazione inerme dai bombardamenti da parte di Assad delle città. Nessuno li ha ascoltati ed ora chiaramente i vari gruppi armati, più o meno sinceramente integralisti islamici o tali per convenienza, esultano per l’intervento ordinato da Donald Trump, perché rientra pienamente nella loro logica.

Come più volte in questi anni si è detto e denunciato, il problema per buona parte di coloro che sostengono la tesi che i siriani sarebbero eterodiretti è che sono solo capaci di reazioni pavloviane. Per costoro la guerra esiste solo se intervengono gli Stati Uniti, mentre se, come dimostra la tragedia siriana (per molti aspetti, sempre volutamente ignorati, anche la vicenda del popolo palestinese), gli autori dei massacri generalizzati e della distruzione quasi totale di un Paese sono altri, la guerra non esiste: non esistono i morti, le distruzioni, i profughi, gli sfollati. Infatti, ridicolmente alcuni fanno appello alla “sovranità violata” della Siria e se non fosse tragico ci sarebbe solo da ridere, visto che parliamo di un Paese in cui vi sono ormai stabilmente, ad essere generosi, almeno da cinque anni truppe russe, iraniane, i gruppi armati degli hezbollah libanesi e gli sciiti iracheni, al fianco di Assad e dal 2016 anche i turchi, a metà servizio. Inoltre, ma è un dettaglio fondamentale, ormai la Siria economicamente dipende  quasi totalmente dall’Iran. Evidentemente le invasioni dei russi e dei loro alleati sono identificate con il “fraterno aiuto” di altri tempi, senza contare che proprio quell’aiuto (spesso non richiesto, ma imposto) che andava dispensando l’URSS, quando esisteva, è stato foriero di immani tragedie.

Purtroppo è d’obbligo osservare come in questo errore cadano anche quei settori della sinistra che, pur non essendo a favore del regime di Assad, solo oggi si pongono il problema di ricostruire il movimento contro la guerra, con fatali e irrecuperabili sei anni di ritardo.

Infine, ma non per importanza, è necessario smontare la teoria del “cui prodest?”, la domanda molto in voga tra i sostenitori di Assad nel tentativo di dimostrare la sua estraneità alla strage del 4 aprile e più in generale per sostenere che il dittatore non avrebbe responsabilità nello scoppio della guerra civile. Si sostiene che quell’attacco sarebbe stato controproducente, sapendo bene Bashar al Assad che l’uso di armi chimiche lo avrebbe fatto tornare, per la terza volta nel giro di sei anni, nel ruolo di “nemico” assoluto; quindi la responsabilità ricadrebbe sull’opposizione.

Anche questa tesi si basa sul voler ignorare ciò che il dittatore siriano ha fatto dal 2011 ad oggi: terrorizzare la popolazione civile per impedire che una volta giunti ad un compromesso inevitabile – per quanto lunga una guerra non può essere eterna – il popolo siriano non pensi a continuare a ribellarsi. D’altronde, Bashar al Assad ha anche un’altra necessità: quella di creare delle condizioni sul terreno tali da essere irreversibili.

Donald Trump e i suoi imprevedibili colpi di scena

L’isolazionismo economico annunciato come base del programma di governo di Donald Trump, evidentemente non è in contraddizione con un ritorno in grande stile della potenza militare statunitense sulla scena internazionale. Come in Siria, l’impegno militare diretto in Yemen è un chiaro segnale in questa direzione.

Per un verso, questo ritorno all’unilateralismo di Donald Trump fa parte del decisionismo reazionario del personaggio. Per un altro verso, l’innalzamento delle barriere interne, rischiando di avviare guerre commerciali di difficile gestione, aveva assoluto bisogno di un contrappeso che ricordasse a tutti che, pur essendo gli Stati Uniti ancora in piena crisi economica strutturale, hanno una potenza militare tale da poter imporre le proprie volontà in molti modi. Questo, per altro, è un punto in comune che gli Stati Uniti hanno con la Russia di Vladimir Putin, la cui economia non è certo florida.

Non casualmente Donald Trump ha dato l’annuncio dell’attacco del 7 aprile interrompendo la cena con il presidente cinese Xi Jinping, cosa che ha irritato non poco l’ospite cinese, anche perché era stato l’unico a non essere stato messo al corrente dei progetti del bombardamento alla base militare in Siria. Ma il messaggio politico di quel bombardamento era anche per la Cina, protettore della Corea del Nord e del suo regime dittatoriale: ormai da settimane Donald Trump, promettendo aiuto alla Corea del Sud, ha annunciato che, se il dittatore nordcoreano non rinuncerà ai programmi di sviluppo nucleari, gli Stati Uniti erano pronti ad intervenire militarmente anche da soli.

L’intervento in Siria degli Stati Uniti, però, era evidentemente l’unico possibile per due motivi. Un conto è minacciare la Cina inviando navi militari verso la Corea del Nord, tutt’altro affare è un intervento militare diretto che darebbe l’occasione alla Cina di sfruttare come arma di ricatto il fatto che essa possiede una buona parte del debito degli Stati Uniti.

Nel Vicino Oriente, invece, vista l’inaffidabilità dei suoi alleati (si veda la Turchia, che è anche un Paese membro della NATO), con il nuovo e imponente protagonismo russo, gli Stati Uniti rischiavano di veder messi in pericolo i loro interessi anche più seriamente che nelle crisi passate, da quella del 1991 a quella del 2003 . Inoltre, l’intervento in Siria è unilaterale solo virtualmente, perché fa molto comodo agli alleati regionali del Golfo che hanno in questi anni puntato tutti i loro sforzi sulla divisione dell’opposizione siriana, ma ottenendo in parte un effetto boomerang, perché i gruppi salafiti in una certa misura si sono autonomizzati e comunque combattono sul terreno per i loro interessi specifici, che non sempre è detto coincidano con quelli dei loro sponsor, Stati Uniti compresi.

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Il ritorno della politica delle cannoniere? 

È inutile nasconderselo, in molti a sinistra hanno tirato quasi un sospiro di sollievo all’annuncio del bombardamento statunitense del 7 aprile e non perché lo appoggino, ma perché ora, oltre a ciò è già stato osservato, pensano di potersi trarre d’impaccio dall’aver al momento dell’esito elettorale statunitense accolto con favore l’elezione di Donald Trump. Ora, secondo costoro le cose sono tornate al “loro ordine naturale” gli Stati Uniti sparano, quindi si può scendere in piazza a gridare “Yankees go home!”. Questo atteggiamento, oltre che offensivo verso le vittime siriane del regime, è ancora una volta superficiale perché lascia intendere che durante l’amministrazione di Barack Obama fosse stata inaugurata una politica di pace; mentre in realtà gli Stati Uniti, quando lo hanno ritenuto necessario, hanno continuato a bombardare in lungo e in largo, sempre senza preoccuparsi delle vittime civili: dall’Afghanistan al Pakistan i morti civili per l’uso di Droni, ed altre diavolerie tecnologiche con cui si sta sostituendo la guerra sul terreno, sono moltissime. Certamente, Barack Obama ammantava i suoi interventi militari, indubbiamente in numero inferiore rispetto all’amministrazione di George W. Bush ed anche meno ampi, con una patina di stucchevole umanitarismo. Ma, soprattutto, lo controbilanciava con una politica estera che tendeva a riannodare i rapporti con i vecchi nemici assoluti, innanzitutto con l’Iran. Ma tutto questo non era altro che la presa d’atto del fallimento completo dell’avventura irachena iniziata con clangore di trombe nel 2003 e finita nella polvere per gli Stati Uniti: un disastro che è costato al popolo iracheno migliaia di morti, una guerra civile e lo sgretolamento geografico e politico del Paese.

Ma pensare che ora Donald Trump sia in procinto di tornare sic et simpliciter alla politica delle cannoniere è un azzardo, per molti motivi. Perché dal 2003 al 2017 il mondo e anche gli Stati Uniti sono profondamente mutati. Un conto sono gli effetti scenografici, altro è la sostanza. Lo dimostra la contraddizione tra le urla di Donald Trump e il sostanziale pragmatismo, nel rispetto dei ruoli, del ministro degli esteri Rex Tillerson nell’incontro con il suo omologo russo Sergej Lavrov. Seppure in modo implicito i due ministri hanno ribadito la necessità di una collaborazione e si sono affrettati a ripristinare i contatti diretti per lo scambio di informazioni militari sui rispettivi movimenti nei cieli della Siria – probabilmente anche per evitare di spararsi addosso reciprocamente involontariamente – e a costituire un gruppo di lavoro per riannodare i buoni rapporti che avevano prima del 7 aprile.

L’atteggiamento di Donald Trump testimonia del suo essere uno spericolatissimo giocatore d’azzardo. Ma i veri giocatori d’azzardo sanno che è bene conoscere i limiti delle loro azioni, infatti Donald Trump prima di sferrare l’attacco ha avvertito i russi, che logicamente a loro volta hanno avvertito tutti i loro alleati, siriani compresi, per cui la base era quasi del tutto sguarnita di personale. Ma non solo: i danni materiali sono stati limitatissimi, tanto da permettere nel giro di ventiquattro ore il ritorno alla normalità della base. A questo proposito, è inevitabile osservare che se i siriani non avevano i mezzi per intercettare i missili statunitensi, i russi nelle loro basi di Lattakia e Tartus invece sì, ma non li hanno usati, neanche simbolicamente. Questo è possibile ipotizzare sia avvenuto perché il Cremlino sembra non aver apprezzato l’attacco a Khan Cheikoun, avvenuto a pochi giorni dall’attentato alla metropolitana di Pietroburgo, che Vladimir Putin stava cercando di usare propagandisticamente per giustificare la sua politica nel Vicino Oriente con l’alibi del terrorismo islamico e dei presunti legami dell’attentatore con il Califfato, come anche per ridurre l’impatto delle proteste contro la corruzione del governo russo.

A poche ore dall’attacco dell’aviazione siriana a Khan Cheikoun, quando già imperversavano le reazioni internazionali contro Bashar Al Assad, Peschov, portavoce del Cremlino, nel tentativo di accreditare la tesi “dell’incidente”, aveva dichiarato che, attraverso un monitoraggio satellitare e i droni della provincia di Idlib, i russi conoscevano le coordinate precise del magazzino dove si sarebbero trovati i gas chimici, quindi in mano all’opposizione (in particolare al gruppo Al Nusra), e, significativamente, aggiungeva che di tutto questo i russi avevano informato le forze armate siriane. Questa dichiarazione solo apparentemente andava in favore di Bashar al Assad, perché significava in buona sostanza che, se il regime avesse voluto, il superamento della “linea rossa” era perfettamente evitabile. D’altro canto, i russi hanno sfruttato l’attacco statunitense come pretesto per rifornire ancora di più di armi sofisticate il regime siriano. Come spesso avviene, questo è solo un paradosso apparente: gli Stati Uniti, l’Europa e, ovviamente, ancor meno la Russia, non hanno alcun interesse a smantellare in Siria l’apparato statale baathista e l’obiettivo di preservarlo non per forza passa per il mantenimento al potere di Bashar Al Assad.

In questo senso, si spiega anche l’atteggiamento di ritrovato consenso europeo verso la nuova amministrazione statunitense, che all’inizio, invece, aveva sollevato per molti aspetti più di una perplessità da parte delle cancellerie europee. L’interesse europeo ad un contenimento dell’espansionismo russo è evidente, anche se però viste le strette relazioni economiche con la Russia, dopo l’attacco del 7 aprile (di cui erano al corrente prima che fosse sferrato), l’Europa cerca di ritagliarsi un ruolo di mediazione stemperando e sfumando le durezze statunitensi. Non è certo un caso se le varie dichiarazioni dei ministri degli esteri europei – con la sola eccezione della Gran Bretagna –, presenti al summit  del G7 a Lucca, tendano a sottolineare gli interessi comuni con la Russia, anche invitando Putin a prendere in considerazione l’uscita di scena di Assad. Gli europei, però, forse, sopravvalutano sia le possibilità russe di imporre ad Assad a farsi da parte, sia lo stesso ruolo e il valore del dittatore siriano nel suo stesso governo.

L’alleato più importante per la Russia nel vicino è senza dubbio l’Iran; quindi, probabilmente ciò che è veramente in ballo, purtroppo sui morti siriani, è proprio la volontà statunitense di tornare ad uno scontro diretto con l’Iran. Su questo punto è immaginabile che la ritrovata unità euro-statunitense salti per aria perché l’accordo sul nucleare raggiunto dall’amministrazione Obama con Rohani gli europei lo vogliono mantenere, mentre Donald Trump vuole farlo saltare (en passant, facendo così un favore non da poco all’ala più conservatrice dell’establishment iraniano che fa capo a Khamenei e che nei fatti gestisce il “dossier siriano”. Inoltre ha creato il clima ideale anche per l’annunciata la ricandidatura alle prossime elezioni  iraniane di maggio di Mahmud Ahmadinejad, ex presidente dal 2005 fino al 2013).

Se l’obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di staccare la Russia dall’Iran, mettendola in grave imbarazzo per le sciocchezze e le nefandezze fatte dall’alleato siriano, è assai probabile che fallisca nel suo intento. Per un verso, perché anche l’Iran potrebbe arrivare alla conclusione che il destino di Bashar al Assad è poca cosa rispetto ai propri interessi in Siria e, quindi, la sua uscita di scena potrebbe rivelarsi una via più agevole per preservare gli obiettivi già raggiunti. Per un altro verso, se invece dovesse prevalere l’opinione contraria è bene sempre ricordare che, fino ad ora, mentre l’alleanza occidentale è divisa e spesso gli interessi dei diversi Paesi coinvolti arrivano sull’orlo dello scontro, l’alleanza tra Russia, Iran, regime di Assad e Hezbollah libanese è ben più coesa ed in grado di attirare anche quelle componenti incerte e le cui alleanze cambiano assai spesso sulla base di calcoli a brevissimo termine, come i turchi e i curdi. Proprio perché le certezze sono più rassicuranti dei cambiamenti quasi quotidiani di linea politica.

A dimostrare che le difficoltà occidentali peseranno ancora molto vi è il fallimento dei prevertici del G7 dei ministri degli esteri e dell’ambiente: in nessuno dei due casi è stata raggiunto un documento comune. A dividere i ministri degli esteri europei dall’amministrazione statunitense non c’è, per altro, solo la Siria, ma anche il conflitto israelo-palestinese e la questione dei profughi. Sulla prima l’ennesimo assegno in bianco dato da Donald Trump a Israele non è del tutto ben visto perché il rischio è che venga meno quella “soluzione dei due Stati” che, per quanto sul terreno non esista più da decenni – e forse non è mai esistita –, è cara agli europei e ai loro alleati arabi.

Il secondo argomento è ancora più determinante. Di fatto dal 2015, quando la crisi dei profughi e del loro arrivo massiccio in Europa si è trasformata in emergenza, l’unità dei Paesi europei e le istituzioni che la rappresentano si è rivelata per l’inganno che è: tutti gli accordi che garantivano la libera circolazione sul suolo europeo sono saltati, perché ovviamente i profughi – non solo siriani – che arrivano in Grecia, in Spagna e in Italia hanno come obiettivo i Paesi del nord Europa. Nessun Paese europeo è stato coerente con le promesse fatte sull’onda dell’emozione dei moltissimi morti nel Mediterraneo, anche quelli che all’inizio, avevano scelto un approccio diverso dal rifiuto, col passare del tempo sono tornati sui loro passi, in primis la Germania. Ma, invece di trovare una soluzione che ridesse senso e forza all’Unione, la via scelta è stata quella della chiusura e degli accordi improbabili sia con la Turchia, ma soprattutto – come è il caso dell’Italia – con la Libia (un Paese in piena guerra civile e dove il caos regna sovrano).

Non è possibile dimenticare che subito dopo la sua elezione Donald Trump ha avuto un atteggiamento a dir poco sprezzante verso l’Unione Europea e le sue istituzioni, accusate di voler “accogliere tutti”, mentre negli Stati Uniti lui manteneva le promesse elettorali con la costruzione del muro ai confini del Messico, con il Muslim Ban e le retate anti immigrati nelle strade delle città statunitensi, minacciando di tagliare i fondi a quegli Stati che accoglievano gli immigrati. Non a caso la questione dei profughi ben più della Siria ha impedito ai ministri degli esteri europei di giungere ad un accordo con gli Stati Uniti.

La ritrovata unità e consenso verso gli USA dopo il bombardamento del 7 aprile, non significa, quindi, che gli europei, come abbiamo già detto, vogliano delegare la difesa dei propri interessi a Donald Trump e ai suoi colpi di testa. Tutt’altro.

I paragoni impossibili

In definitiva, l’attacco del 7 aprile in Siria potrebbe essere un grande e tragico coup de théâtre, che ha come obiettivo quello di riaprire i tanti giochi che sembravano ormai fatti. Primo fra tutti quello che metteva la Russia in condizioni di dettare le regole di una soluzione al conflitto siriano, escludendo gli Stati Uniti e i suoi alleati regionali, relegandoli al ruolo si spettatori. In altri termini, uno degli obiettivi sembra essere quello di rendere inconcludente anche il tavolo di Astana, rilanciando quelli di Ginevra con la speranza che la Russia vi si accodi. A nessuno è potuto sfuggire il fatto che mentre a Ginevra i vari incontri non hanno mai sortito nulla di concreto, quello voluto e gestito dai russi dei risultati, dal loro punto di vista, li ha avuti. Soprattutto dopo la tragedia di Aleppo del dicembre scorso.

In questo scenario, alla fine dei conti, l’imprevedibilità di Donald Trump potrebbe rivelarsi più un problema che una risorsa anche agli occhi di quella parte di establishment che per ora lo sostiene. Infatti, mentre il presidente statunitense arriva a parlare di complicità russe nell’attacco del 4 aprile, una parte dell’amministrazione cerca di frenare su quest’accusa.

D’altronde è sotto gli occhi di tutti che perfino sulla NATO, definita qualche mese fa “obsoleta”, in queste ore convulse Donald Trump ha fatto marcia indietro, sempre ribadendo il concetto che comunque la Germania deve dare più soldi. Questo è il prezzo probabilmente pagato dagli Stati Uniti per non aver concordato con la NATO il progetto di attacco alla Siria e di aver solo preavvertito l’alleanza atlantica.

Le cose, come è evidente, sono molto più complicate di quando nel 2003 l’Iraq di Saddam Hussein fu accusato di tutto e di più. All’epoca l’attacco distruttivo contro l’Iraq fu pianificato ben prima dei primi micidiali bombardamenti su Bagdad. Oggi nessuno, salvo gli stupidi e gli opportunisti di ogni risma, può dire la stessa cosa della Siria. Nessuno, forse neanche i protagonisti di questo gioco pericolosissimo, può prevedere come andrà a finire. Le variabili, tutte più o meno impazzite, sono moltissime.

Solo un elemento resta certo, come sei anni fa, per coloro che combattono per un mondo migliore: essere al fianco del popolo siriano sia che sia ancora nel Paese martoriato e distrutto dal regime di Assad e da un’opposizione che è evidente non rappresenta un futuro migliore, sia che sia in esilio nei Paesi confinanti, come in Occidente. Per parte nostra cadere nelle numerose trappole seminate da una simile situazione non sarà facile, per il rischio di intravvedere scorciatoie assai pericolose, ma è allo stesso tempo vitale evitarle. Diversamente diventeremmo complici, più di quanto già lo siamo a causa dell’opportunismo che ci ha paralizzato, del disfacimento generale.

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