NO TAP LA R-ESISTENZA CONTINUA

E’ di queste ore la decisione del TAR del Lazio di permettere la ripresa dei lavori del gasdotto e quindi all’espianto degli ulivi. Nulla di nuovo sotto il cielo. Per il movimento non rimane che continuare sulla strada dell’autorganizzazione dal basso e del conflitto. Pubblichiamo un articolo sul significato e la valenza della lotta No Tap per il Salento.

I No Tap e la riappropriazione del territorio. Cronogramma di un Salento r-esistente 

di Gabriel Mileti

Sembra passato parecchio tempo, oramai, dalle ultime rivolte popolari del Salento: foto ingiallite delle tabacchine che scendevano in piazza nei primi anni del 900 prima di vedere repressi nel sangue i propri sogni, o ricordi sfocati dei contadini dell’Arneo che nel ‘49, in opposizione alla riforma agraria, confluivano in vaste occupazioni simboliche dei campi, anch’esse brutalmente messe a tacere dai vertici della forza pubblica. 

Dopodiché alcuni, vaghi, ricordi; sono da poco passati il ‘68 e il ‘77, e la nascita dei grandi movimenti di contestazione porta ad una ferma critica delle opere turbo-progressiste e ad una maggiore commistione tra lotta politica e lotta ambientale: siamo a metà anni ‘80 quando a Brindisi si comincia a parlare della centrale di Enel “Federico II”, nella località di Cerano, luogo in cui si riversarono migliaia di attivisti, accademici e ambientalisti che al grido di “No alle nocività” portarono una lotta, etica e legale, durata anni, che culminò con la vittoria del disegno Statale a discapito della società civile (la storia avrebbe poi dato ragione a questi “folli antiprogressisti”, incrementando esponenzialmente il tasso di tumori nel Salento); poi ancora, 1984, Avetrana scende in massa contro il nucleare; ed infine il nome che per sempre segnò una delle città più importanti della Puglia: ILVA. 

Da allora quasi niente più si è mosso. Non vi è più quella passione politica e neanche quell’urgenza tipica degli anni che furono; i tempi cambiano e la naturale evoluzione di lotte così aspre è l’automatica mancanza di interesse da parte delle generazioni a venire, e così, vuoi per lassismo, vuoi per i tempi che cambiano, ci si è abituati all’idea che le grandi opere, le grandi mobilitazioni e le grandi cause vadano portate da Roma in su. Dopotutto il Salento è stereotipicamente diventato  il territorio del sole, del mare e del vento (e del turismo di massa) tanto da rimanere inerme di fronte alle parole di Flavio Briatore che col solito fare da miliardario strafottente “liquidava” la cultura e i paesaggi del territorio a favore di maggiori investimenti per strutture e aree relax di lusso. 

Eppure, dopo anni e anni di indifferenza in tutto il paese, non solo in ambito ambientale ma anche politico e culturale, qualcosa riesce e rompere la “routine”: una piccola valle resistente a Chiomonte (To) riesce con il proprio operato ad inserire nell’immaginario collettivo un nuovo vocabolo: “Opera Strategica Nazionale”. A portare avanti il dissenso è un coordinamento cittadino autorganizzato, senza bandiere di partito; si fanno chiamare “No Tav”, e combattono da più di un decennio una linea ad alta velocità mai richiesta in quelle terre, ma fortemente voluta da enti superiori. L’Italia resta a guardare: molti partono, molti portano solidarietà, molti rischiano in prima persona, altri restano in silenzio forse perché allertati dai grandi mass-media che tutto hanno raccontato, fuorché la verità. L’apparato statale mostra il suo volto peggiore facendo riemergere misure cautelari che ormai si davano per abrogate, e punendo “preventivamente” chiunque pubblicamente decidesse di sfidare la “volontà nazionale”, anche solo per mezzo della parola (si veda il caso Erri de Luca). 

D’un tratto, Marzo 2017: una multinazionale estera, con sede in Svizzera e rappresentanza locale a Melendugno (Le), comincia inavvertitamente e senza le autorizzazioni necessarie la costruzione di un’opera discussa in varie sedi, ma mai realmente richiesta e/o approvata; la multinazionale si chiama TAP e il suo progetto è quello di costruire un mega gasdotto (Trans Adriatic Pipeline appunto) che parta dall’Azeirbaijgian, attraversi Grecia e Albania, perfori la crosta marina dell’Adriatico e approdi niente poco di meno che in uno dei punti più belli della marina di Melendugno, San Foca,  passando a 10 m.sotto i nostri piedi per 60 Km, arrivando infine a Mesagne, dove collegandosi alla rete già esistente di gasdotti, raggiungerà le case di tutta Europa. Il Salento prova sulla propria pelle il senso del termine “opera strategica”.

Un’opera ambiziosa, nulla da eccepire, ma nessun progetto della ditta è mai stato approvato in via definitiva da alcun ente; si potrebbe certo parlare di atto strategico non fosse che “l’Azeirbaijgian -paese antidemocratico e in grave grisi- non possiede quantità di gas sufficiente nemmeno a soddisfare il proprio fabbisogno nazionale, costringendolo così a rifornirsi dalla Russia” (fonte Oxford Institute); non fosse che “la criminalità organizzata si è infiltrata dietro la costruzione di quest’opera” (fonte l’Espresso-Inchieste); non fosse che “il cantiere sorge sopra una cavità carsica e rischia di crollare, oltre che ovviamente di non riuscire a trasmettere il gas o peggio ancora di creare un’esplosione come quella in Francia del 2004” (fonte Rapporto del team geologico incaricato dal comune di Melendugno); non fosse che “la ditta ha consapevolmente violato le diffide legali del sindaco che ha piena autorità su quell’area e che rappresenta lo stato Italiano sul suolo dove sorgono i lavori” (fonte Marco Potì-Sindaco di Melendugno); non fosse che “a quest’opera strategica manca la Valutazione d’Impatto Ambientale” (fonte M.Emiliano-governatore Regione Puglia); non fosse che quest’opera non porterà alcun vantaggio al territorio Italiano, ma sembra porterà tantissimi benefici dalla Svizzera in su, poiché “la Commissione Europea, accogliendo TAP col tappeto rosso, ha deciso di concedere all’infrastruttura l’esenzione dal principio di separazione proprietaria e di derogare al principio dell’accesso alle terze parti e dalle restrizioni in materia di regolamentazione delle tariffe” (fonte Limes-rivista di geopolitica). 

Partono, dunque, le prime mobilitazioni del “comitato NO TAP”, da anni vigile sull’operato della multinazionale, ma che mai si sarebbe aspettato di veder sorgere in una notte un cantiere nel bel mezzo della macchia mediterranea salentina; e dove prima c’erano terra rossa e ulivi, ora vi sono recinzioni, gru e reparti antisommossa delle forze dell’ordine. Molti accorrono per fermare i lavori, ma la situazione è già avanzata: tantissimi ulivi, eradicati e avvolti in sacchi di juta vengono trasportati in maniera temporanea in una masseria (dalle falde inquinate), per poi essere ripiantati nello stesso luogo natale a lavori conclusi (non si capisce in quale modo visto che su quella esatta area dovrebbe sorgere una centrale). 

Dai 250 ulivi iniziali, si lotta quindi per impedire l’eradicazione e il trasporto di una decina di superstiti; finchè ci sono loro il cantiere è bloccato, ed entro il 30 Aprile i lavori devono essere ampiamente avviati, pena la perdita dei finanziamenti europei e addirittura l’illiceità dell’opera secondo la legge italiana.  Per tale motivo, TAP agisce frettolosamente, comprando più gru e più camion, richiedendo un massiccio e ingiustificato dispiegamento di forze dell’ordine, e non dando tregua agli operai che si avvicendano in turni di lavoro sfiancanti. La tensione sale, partono cariche, gente ferita, lacrime e un profondissimo senso di tradimento nei confronti dello stato e delle forze dell’ordine, che durante le cariche non si sono fermati neanche di fronte a consiglieri regionali, parlamentari ma sopratutto sindaci della provincia.

Tanta rabbia e smarrimento, eppure vi sono anche le vittorie; sempre più manifestanti si aggiungono al presidio permanente: attivisti dei movimenti e coordinamenti di tutta Italia rispondono all’appello del Salento, dai dai No Muos, agli attivisti della Terra dei Fuochi, dal movimento “acqua bene comune” al network per il diritto all’abitare. Arrivano anche loro, gli ospiti più graditi, i No Tav. La linea è compatta, la lotta sarà dura, ma in questo momento si sta riscrivendo la storia, mettendo in campo un principio ormai dimenticato da tantissimo tempo, l’ autodeterminazione. 

Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”

Bertold Brecht

Lecce 4/04/17

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