IPOCRITI…

… non volete le ONG? Aprite le frontiere! 

di Antonio Ciniero

Un’ipocrisia di fondo caratterizza e circonda tutti gli attacchi che in questi giorni si sono registrati al lavoro delle ONG che operano in mare tra l’Italia e la Libia, accusate di favorire l’immigrazione irregolare e di collaborare con scafisti senza scrupoli. Un’accusa, nata dal rapporto Risk Analysis 2017  dell’agenzia Frontex e dall’inchiesta avviata dalla procura di Catania, e subito entrata nel dibattito politico nazionale e internazionale.

Rispetto all’inchiesta, ad ora, il procuratore di Catania, nelle sue dichiarazioni pubbliche, si è limitato a dire che in procura hanno le prove dei contatti tra ONG e organizzazioni criminali che gestirebbero i viaggi dei migranti verso l’Europa, non ha aggiunto altro se non il fatto che dovranno valutare come usare queste prove processualmente, dichiarazione quantomeno singolare perché, o si hanno le prove, e quindi possono essere usate processualmente, oppure, a rigor di logica, non sono prove.

Venendo invece al rapporto di Frontex che ha avviato questo dibattito, a pagina 32 si  dice che il lavoro delle ONG aiuterebbe involontariamente i criminali in quanto i potenziali migranti sarebbero incoraggiati a partire perché consci del fatto che in mare operano imbarcazioni pronti a salvarli in caso di pericolo.   Cosa diversa da quanto affermato dalla Procura di Catania. Le Ong, in questo caso, sarebbero, di fatto, accusate di evitare che la gente muoia per mare in misura maggiore di quanto già non accada. È un’accusa questa che esplicita, drammaticamente, il cinismo dell’approccio europeo alle migrazioni, quello che, probabilmente, non si ha il coraggio di affermare apertamente: l’aumento del numero delle morti in mare deve diventare un deterrente per chi vuole raggiungere l’Europa.

Non è la prima volta, purtroppo, che viene esplicitato, almeno indirettamente, ciò. Si ricorderà che la decisione di sospendere l’Operazione Mare Nostrum a favore delle operazioni Triton coordinate da Frontex, fu presa, principalmente, sulla base del fatto di ritenere Mare Nostrum responsabile del cosiddetto “effetto chiamata”. Detto in poche parole, Mare Nostrum, le operazioni di soccorso in mare ai migranti coordinate dalla marina italiana, secondo la maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, incentivavano lo strutturarsi dei flussi migratori e andavano quindi sospese. Ritenere che le operazioni di salvataggio possano fungere da “effetto chiamata” non ha addentellati di scientificità anche in considerazione delle motivazioni che sottendono la scelta migratoria della stragrande maggioranza dei soggetti che cercano di raggiungere l’Europa passando per la Libia. Si tratta di motivazioni che vanno, è bene ripeterlo, dalla scelta dei singoli di lasciare il proprio paese per il desiderio di assicurare migliori condizioni economiche a sé e ai propri figli, alla necessità di fuggire da guerre, violenze, persecuzioni che insanguinano i luoghi di vita di milioni di persone, aspetti che sempre più spesso si sovrappongono. Chi decide di partire per questi motivi non sarà certo scoraggiato a farlo dalle politiche di chiusura delle frontiere come ha mostrato l’empiria dell’articolarsi dei fenomeni migratori degli ultimi quarant’anni.

Chi è convinto che le ONG o qualunque altra forma di salvataggio in mare delle vite umane possano incentivare lo strutturarsi dei flussi migratori, evidentemente ignora il fenomeno, cosa grave di per sé, specie se chi afferma ciò ha responsabilità politiche, oppure, cosa ancora più grave, conosce il fenomeno ed è allora convinto che un aumento di morti in mare è il prezzo da pagare per far diminuire la pressione migratoria.

Le politiche di chiusura delle frontiere – ribadite continuamente tanto dall’Unione Europea nel suo complesso, si veda l’accordo con il governo di Erdogan dello scorso anno per contenere i flussi migratori provenienti da est; quanto dai singoli paesi, valga come esempio l’ultimo accordo tra l’Italia e la Libia sottoscritto lo scorso 2 febbraio – non hanno nessun effetto sulla riduzione dei flussi migratori, possono al massimo ri-orientare le rotte, come è avvenuto, per esempio, nel 1973, quando l’emanazione delle cosiddette “politiche di stop” ha spostato i flussi migratori dai paesi del centro e nord Europa (Inghilterra, Germania, Belgio, Svizzera, Francia) verso i paesi dell’Europa mediterranea, o come avvenuto più recentemente con la chiusura della cosiddetta rotta balcanica sul finire del 2015, il cui principale effetto è stato l’aumento del numero dei morti nel Mediterraneo… Basta ricordare i dati, che sono tragicamente evidenti rispetto a ciò. Nel 2015, seguendo la rotta balcanica, sono arrivate in Europa, attraverso la Grecia, oltre 840 mila persone. In questo tragitto ne sono morte circa 800. Attraverso l’Italia, via Libia, sono arrivate invece circa 150 mila persone e ne sono morte oltre 2800. Nel 2016 nel Mediterraneo sono morte oltre 5 mila persone!

Le morti in mare così come la stessa esistenza degli “scafisti”, del sistema criminale che in molti casi organizza la traversata dei migranti che vogliono raggiungere l’Europa, è conseguenza diretta delle politiche migratorie di chiusura adottate sia dall’Unione Europea – già dall’adozione dai trattati di Schengen nel 1985 – che dai singoli paesi membri.

La scelta migratoria si è storicamente configurata, nella quasi totalità dei casi, come il tentativo individuale di dare risposte ai processi strutturali derivanti dalla sperequazione economica e dai processi di impoverimento di sempre maggiori aree del pianeta e di sempre più ampie fasce sociali. Processi esasperati negli ultimi quarant’anni dalle politiche economiche neoliberiste.

Nell’attuale sistema economico, dominante a livello planetario, lo sfruttamento di ampie masse di popolazione, l’allargamento delle disuguaglianze, le guerre, non sono affatto effetti accidentali: sono, anzi, elementi strutturali e costitutivi dei rapporti di potere generati e mantenuti attraverso le politiche liberiste. Liberismo economico e democrazia difficilmente sono conciliabili, non si dimentichi che il laboratorio politico in cui Milton Friedman ha sperimentato le sue teorie economiche è stato il Cile di Pinochet!

Se si vuole evitare che gli scafisti continuino a lucrare sulla vita delle persone, se si vuole evitare che le navi delle ONG siano presenti nelle acque per salvare vite umane, se si vuole evitare che gente continui a morire in mare come avviene da quarant’anni nel Mediterraneo, c’è solo una cosa, per altro semplice, da fare: aprire le frontiere e ipotizzare politiche migratorie che incentivino arrivi in condizioni di regolarità e sicurezza di chi decide o è costretto a migrare.  Fare questo però significa lavorare politicamente in direzione di un nuovo modello di produzione e redistribuzione della ricchezza, un modello che rimetta al centro l’essere umano, che riconduca i rapporti economici all’interno dei rapporti sociali: un sistema, insomma, che metta in discussione radicalmente gli attuali equilibri di potere mondiale.

Il modello politico ed economico oggi egemone è un modello insostenibile e gli attuali flussi migratori non sono che uno degli indicatori di questa insostenibilità.

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