TZVETAN TODOROV 1939-2017

Tzvetan Todorov è morto a Parigi, dove era approdato nel 1963 dalla Bulgaria dove era nato nel 1939.

È stato uno studioso poliedrico e ha contribuito straordinariamente alla comprensione della complessità della storia umana. Lo ha fatto con opere indispensabili e indimenticabili sui più diversi argomenti, ma sempre legate tra loro dalla necessità si potrebbe dire dalla necessità del buon uso della memoria.

Addentrarsi nell’opera di Tzvetan Todorov è un’impresa impossibile in un breve ricordo di un uomo che, come lui stesso ha detto, ha iniziato a riflettere sulle vicende umane a partire dalle sue esperienze personali. Il che non ha significato porre se stesso al centro dei suoi libri, ma cercare di capire il mondo contemporaneo, come quello passato, senza distaccarsene. Per questa ragione nelle opere di Tzvetan Todorov è assente qualsiasi traccia di cinismo. Forse questa globalità del pensiero di Tzvetan Todorov e la sua enorme carica umana nella ricerca della comprensione dell’Altro è l’eredità più importante che ci lascia e che potrà mitigare il senso di vuoto che dà la sua morte.

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Per ricordare Tzvetan Todorov pubblichiamo un’intervista realizzata nel 2012 da Isabella Donfrancesco per RAI cultura e un’intervista del maggio 2010 raccolta da Domenico Quirico nel maggio 2010, in occasione del Salone del Libro di Torino, a proposito del tema della memoria del passato.

Domenico Quirico intervista Tzvetan Todorov.

Al centro del pensiero di Todorov c’è l’idea che il passato non debba essere vittima di generalizzazioni positive o negative. I grandi sistemi totalitari del Novecento hanno proceduto a una “memoria selettiva del passato” a fini di strumentalizzazione politica. Secondo Todorov un progresso morale e culturale dell’uomo è possibile solo attraverso il ricordo e la rielaborazione della storia nel suo complesso, con tutto ciò che di buono e di tragico vi è in essa.

Tzvetan Todorov, venuto nel 1963 dalla Bulgaria in Francia, a cavallo dunque tra due culture, che galoppa nelle sue ricerche dalla linguistica alla sociologia alla storia, ha ben appreso, nel secolo dei  totalitarismi, come poche cose siano più infide della memoria.

Esiste un buon uso della memoria?
«La memoria in se stessa non è necessariamente un bene, ricordare in se stesso non è una azione virtuosa. Lo si può constatare facilmente se si osservano i diversi usi che se ne fanno. Serve per ricordare le sconfitte subite nel passato e incitare il popolo a prendersi la rivincita, alla vendetta, al risentimento; una delle peggiori origini delle perversioni dell’azione umana.  HYPERLINK “http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/h/h027.htm” Hitler ha forgiato la volontà del popolo tedesco negli Anni trenta ricordando costantemente il  HYPERLINK “http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/v/v028.htm” trattato di Versailles umiliante per la Germania. Ciò non vuol dire che ogni memoria è cattiva, ma che tutto dipende dal suo uso e non dalla memoria in se stessa. Per questo non amo l’espressione dovere della memoria, non c’è dovere perché la memoria può servire al bene come al male. C’è invece una memoria di giustizia. Quando la memoria serve a difendere i nostri interessi, a rivendicare a partire dal passato delle gratificazioni nel presente è un uso comprensibile ma che non ha nulla di glorioso. L’uso rimarchevole è quando mettiamo la nostra esperienza passata al servizio della giustizia, degli altri. Per questo ho una grande ammirazione per gli ex deportati, per i resistenti, durante la guerra deportati nei Campi, una volta tornati, hanno lottato per salvare i prigionieri chiusi in altri campi di concentramento, in altri paesi e non si sono limitati a ricordare le loro sofferenze. Per questo non amo la formula: chi ignora il passato rischia di ripeterlo. Mi sembra insufficiente perché implica che coloro che ricordano il passato sappiano necessariamente trarne le buone lezioni. Hitler, il nostro eterno esempio negativo, diceva: “Conosco bene la storia del genocidio armeno, e ho imparato come commettere un genocidio senza che nessuno si turbi attorno a me”. Dunque non accontentiamoci di dire bisogna conservare il passato, bisogna vedere che uso se ne farà oggi».

Eppure sono i totalitarismi che hanno paura che si ricordi…
«Ma il totalitarismo non teme la memoria come tale, teme la memoria delle sue azioni perverse. Quando abitavo in un paese totalitario c’erano costantemente delle lezioni di memoria, solo che era una memoria selettiva, che sceglieva solo i successi dei membri del partito comunista e tutto il resto spariva nell’oblio. Non si può rimproverare alla memoria di essere selettiva, ogni memoria per definizione lo è, ma alcuni scelgono semplicemente cercando di servire i propri interessi ed il caso dei regimi totalitari mentre altri, è ed è la caratteristica delle democrazie, si dicono che la memoria deve aspirare a una giusta rappresentazione del passato e dunque occorre riconoscere ad esempio le pagine eroiche del passato di una nazione ma anche le sue pagine nere».

L’oblio è dunque talora preferibile…
«In ogni caso è indispensabile. Non è possibile guardare la totalità del passato, il nostro cervello esploderebbe».

Penso al modo in cui il Sudafrica è uscito dall’apartheid
«Sì ma non con l’oblio, ma con una commissione di verità e riconciliazione, un ricordo del passato seguito dal perdono. Mi pare la linea giusta quando il crimine è stato richiesto in qualche nodo dalla legge. L’apartheid era una legge, i boeri obbedivano a una legge del loro paese. Quando il cambiamento si produce non si devono condannare gli individui ma ricordare la verità e la giustizia. Direi altrettanto dei paesi ex comunisti, ma in Russia o in Bulgaria non c’è stato ricordo della verità, solo un desiderio di dimenticare questo passato penoso, averla letta».

La constatazione orribile che ogni essere umano è capace di inumanità è stato il terribile filo rosso del ventesimo secolo?
«Questa constatazione i secoli precedenti non l’avevano ignorata. Ma alla fine dell’800 e all’inizio del 900 c’è stato un periodo di euforia legato alla rivoluzione industriale, l’idea del progresso è una idea legata alla formidabile trasformazione tecnologica che ha subito il mondo. Fino al 1815 si conoscevano solo piccoli cambiamenti da secoli, poi in cento anni irrompono il treno, l’automobile, il telegrafo, la radio, l’aereo. Si è creduto che questa fantastica trasformazione portasse con sé automaticamente un progresso sociale. E in parte è vero. Ma nello stesso tempo abbiamo avuto una testimonianza crudele di ciò che l’uomo è capace in termini di inumanità, questa violenza che credevamo eliminata è lì, vicina, e non ci sono popoli, individui, categorie umane che sfuggano a questa minaccia».

[…] La memoria sono uomini e luoghi: quali sono quelli che lei ama nel XX secolo?
«Non sono gli eroi, ma esseri deboli, vulnerabili che tuttavia hanno trovato in loro la forza di resistere a questa potenza estrema che era il totalitarismo nazista o comunista. Per me il gesto ammirevole comincia molto vicino a noi, il gesto di un individuo verso un altro, del padre verso il bambino, del figlio che si occupa della vecchia madre. Direi che c’è una sorta di banalità del bene davanti a cui noi spesso chiudiamo gli occhi perché pensiamo che faccia parte del quotidiano e pensiamo sia più coraggioso ammettere che l’uomo è crudele volto al male. Non bisogna rinchiudersi in una visione nichilista e non vedere che la vita è punteggiata di gesta di amore di ospitalità di generosità e che senza questo l’essere umano non esisterebbe affatto. Siamo una specie sociale, a causa della nostra fragilità ci si è accorti presto che senza la astuzia di metterci insieme ci sono animali molto più forti di noi. Ma questo gesto di sollecitazione degli uni verso gli altri forma il tessuto della vita. Sono questi i gesti che mi danno emozione. Non Achille o Alessandro Magno ma un personaggio anonimo che dà un pezzo di pane a un compagno di prigione. Vasilij Grossman ha spiegato in Vita e destino che il bene con la maiuscola ha sempre un lato inquietante perché si rischia di sacrificare qualcuno per compierlo. Prendete la Chiesa: che splendido ideale! e tuttavia: persecuzioni guerre inquisizione. Per non parlare del comunismo. Evocava allora un esempio: una vecchina russa che dava un pezzo di pane a un soldato tedesco catturato a Stalingrado».

 

http://www.storia.rai.it/articoli/ritratto-di-tzvetan-todorov/36070/default.aspx

Tzvetan Todorov bibliografia dei testi in italiano

I formalisti russi. Teoria della letteratura e del metodo critico, Torino, Einaudi, 1968.

La letteratura fantastica, Milano, Garzanti, 1977.

Teorie del simbolo, Milano, Garzanti, 1984.

La conquista dell’America. Il problema dell’altro, Torino, Einaudi, 1984.

Critica della critica. Un romanzo di apprendistato, Torino, Einaudi, 1986.

Simbolismo e interpretazione, Napoli, Guida, 1986.

Una fragile felicità. Saggio su Rousseau, Bologna, Il Mulino, 1987.

Racconti aztechi della conquista, testi scelti e presentati da e con Georges Baudot, Torino, Einaudi, 1988.

Poetica della prosa, Roma-Napoli, Theoria, 1989.

Michail Bachtin. Il principio dialogico, Torino, Einaudi, 1990.

La deviazione dei lumi, Napoli, Tempi moderni, 1990.

Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, Torino, Einaudi, 1991.

Di fronte all’estremo, Milano, Garzanti, 1992.

I generi del discorso, Scandicci, La Nuova Italia, 1993.

Una tragedia vissuta. Scene di guerra civile, Milano, Garzanti, 1995.

Le morali della storia, Torino, Einaudi, 1995.

Gli abusi della memoria, Napoli, Ipermedium, 1996.

L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Roma, Donzelli, 1997.

La vita comune, Milano, Pratiche, 1998.

Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Milano, Garzanti, 2001.

Il nuovo disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino europeo, Milano, Garzanti, 2003.

Benjamin Constant. La passione democratica, Roma, Donzelli, 2003.

Lo spirito dell’illuminismo, Milano, Garzanti, 2007.

La letteratura in pericolo, Milano, Garzanti, 2008.

La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà, Milano, Garzanti, 2009.

La bellezza salverà il mondo. Wilde, Rilke, Cvetaeva, Milano, Garzanti, 2010.

Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Palermo, Sellerio, 2010.

I nemici intimi della democrazia, Milano, Garzanti, 2012.

Gli altri vivono in noi, e noi viviamo in loro. Saggi 1983-2008, Milano, Garzanti, 2012.

Goya, Milano, Garzanti, 2013.

La pittura dei lumi. Da Watteau a Goya, Milano, Garzanti, 2014.

Resistenti, Storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia, Milano, Garzanti, 2016.

 

 

 

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