TRUMP E ISRAELE: UNO O DUE STATI?

Uno Stato o due Stati? 

Gli ebrei israeliani non sono gli unici a decidere

Le ultime affermazioni di Trump potrebbero aver aperto un dibattito circa la soluzione di uno Stato unico, ma una cosa rimane certa: gli ebrei israeliani non sono nella posizione di poter decidere sulle sorti dei territori occupati

di Orly Noy*

 Il mondo a volte si muove in modo strano. Chi avrebbe mai creduto che, con poche maldestre parole, sarebbe stato il presidente Donald Trump, tra tutti, colui che avrebbe garantito legittimità alla soluzione dello Stato unico durante la sua conferenza stampa con il primo ministro Netanyahu la scorsa settimana?

Più di qualsiasi altra icona Trump mi ricorda Chance il giardiniere, l’eroe sempliciotto del romanzo di Jerzy Kosiński “Oltre il giardino” (in versione originale “Being There”), con i suoi commenti stupidi che, in qualche modo, sono visti dalla gente intorno a lui come perle di straordinaria saggezza. Per dirla, meglio, come Trevor Noah nel suo “The Daily Show” in diretta ogni giorno su Comedy Central: “Trump o è un genio, o il più grande idiota che la storia abbia mai conosciuto”

State calmi Palestinesi, gli Israeliani stanno decidendo!

Il riferimento di Trump alla soluzione di uno Stato unico come alternativa al paradigma due popoli-due Stati, non è una gran rivelazione: tale prospettiva è diventata sempre più dominante tanto negli ambienti della sinistra Israeliana, quanto della destra. Entrambi gli schieramenti vedono i territori tra il fiume e il mare come una singola unità geografica, mantenendo al centro della loro attenzione la questione del futuro dei Palestinesi residenti nella Cisgiordania. La destra supporta l’idea di annettere i territori occupati senza farsi carico dei suoi residenti, mentre la sinistra ritiene che l’annessione dei territori possa garantire diritti civili a tutti.

Alla vigilia dell’incontro tra Trump e Netanyahu, il secondo ha trovato un nuovo sostenitore: lo storico promotore della teoria che la Terra di Israele appartenga interamente agli ebrei, il presidente israeliano Reuven Rivlin, che ha affermato  “esercitare sovranità su un certo territorio significa garantire la cittadinanza a tutti coloro che risiedono in tale territorio. Non vi è scappatoia. Non c’è un distinguo tra affari per Israeliani e affari per non-Israeliani”.

Le affermazioni di Rivlin devono essere risultate particolarmente significative per Gideon Levy e il suo giornale Haaretz tanto da spingere quest’ultimo a ripensare il presidente, incoronandolo come il “vero leader dell’opposizione”, facendolo emergere come “unico politico che qui riesca a dire la verità”. Cosa si pensa invece del presidente della lista di coalizione araba unita, Ayman Odeh? Probabilmente Levy non ha mai sentito parlare di lui. Odeh potrebbe essere considerato un esponente di rilievo dell’opposizione, tanto da essere sparato dalla polizia mentre cerca di difendere le case durante le operazioni di demolizione nel Negev; ma per sua sfortuna non è ebreo abbastanza per giocare un proprio ruolo nella discussione politica inter-ebraica che delimita il confine tra coalizione e opposizione in Israele.

Il punto di partenza di questa discussione, all’interno del dibattito interno israeliano – per entrambi gli schieramenti, destra e sinistra – è ritenere che il destino dei territori occupati sarà deciso unicamente da Israele. Questo implica sia iniziative grottesche come la scelta di tenere un referendum circa il futuro dei territori (promosso da Peace Now e simili), sia i vari mormorii all’interno della sinistra radicale che supportano la realizzazione di un unico Stato come strumento della risoluzione del conflitto.

Questo potrebbe essere un buon punto di partenza per ricordare alla sinistra Israeliana che il futuro della Cisgiordania e di Gaza non è assolutamente nelle nostre mani e dunque non sta a noi decidere. Gli unici che hanno diritto di decisione sono i palestinesi stessi: essi potranno stabilire uno Stato laico, democratico; uno Stato islamico; una comune socialista; etc. Sono affari loro. E potrebbe anche darsi che decidano che la cosa più logica da fare sia modificare il territorio tra il fiume e il mare in una singola unità politica. Ma fino ad allora, il ruolo della sinistra israeliana deve essere quello di spingere affinché venga fatto cessare il regime di apartheid coloniale israeliano, usando tutti i metodi nonviolenti a nostra disposizione. Questo deve essere fatto per la semplice ragione che pensare alla sovranità palestinese è, e deve essere, possibile.

Il cambiamento inizia dall’interno

Coloro che credono realmente in una terra condivisa basata sull’uguaglianza possono cominciare a pensare a come mettere in atto i propri ideali all’interno della Linea Verde (lo Stato di Israele, ndt), e non necessariamente nei territori occupati. Non che l’istinto coloniale che fronteggia quotidianamente la società araba possa improvvisamente sparire all’interno di Israele – assolutamente no. Ma nei territori del ‘48 vi è un elemento decisivo che permette la creazione di un discorso condiviso: l’idea della cittadinanza. E mentre la democrazia israeliana è inerentemente basata sulla supremazia ebraica, quindi una pseudo-democrazia, essa può comunque permettere (almeno in linea teorica) la creazione di una piattaforma condivisa che può essere sfruttata per la costruzione di un quadro politico differente – che sia basato sulla vera uguaglianza tra tutti. O, in altre parole, uno Stato per tutti i suoi cittadini.

Al posto di fantasticare su uno Stato unico, includendo nell’immaginario tutti quei territori sul cui destino non abbiamo facoltà di decidere, dovremmo piuttosto usare le nostre risorse e la nostra creatività per correggere i problemi del nostro cortile – ovvero il luogo da cui cominciare il nostro lavoro. Qui, al contrario dei Territori Occupati, abbiamo un effettivo “mandato”, proprio in qualità di cittadini. Questo può risultare meno attraente che parlare di “risoluzione del conflitto israeliano-palestinese”, ma è in qualche modo più critico – specialmente alla luce della guerra dello Stato ai danni dei cittadini palestinesi di Israele, battaglia che continua ad acuirsi a colpi di demolizioni di case, arresti, repressione di leader politici, etc.

Si vuole una nazione giusta e democratica? Perfetto, cominciamo costruendola dalle basi all’interno dei nostri confini statali. E un giorno, quando sostituiremo l’etnocrazia ebraica con uno Stato per tutti i suoi cittadini e rinunceremo al colonialismo israeliano nei Territori Occupati, forse allora potremo sederci al fianco dei nostri vicini palestinesi, da esseri uguali e parlare delle possibilità di un futuro condiviso. Ma fino a quel giorno l’intera idea di annessione della Cisgiordania – con o senza garanzia di cittadinanza ai suoi residenti palestinesi – è solamente un’altra espressione della supremazia ebraica e della perenne cecità da padroni che da questa deriva.

Traduzione di Gabriel Mileti

* Orly Noy. Attivista politica. In passato ha partecipato ad organizzazioni come la “Coalizione delle Donne per la Pace” e il “Mizrahi Democratic Rainbow”. Negli ultimi anni ha privilegiato il lavoro politico nel web. Definisce la sua identità  come il punto d’incontro dell’essere Mizrahi, donna, di sinistra, migrante temporanea che vive all’interno di uno stato di immigrazione perpetua: condizioni in dialogo costante tra di loro. Traduce in ebraico poesie e letteratura farsi, come un atto politico contro l’emarginazione della cultura Mizrahi nel dibattito culturale israeliano.

Originale in inglese pubblicato il 18/02/17 su “+972 Magazine”, rivista Israeliana di cultura, attualità e controinformazione 

www.972mag.com/one-state-two-states-israeli-jews-arent-the-ones-to-decide/125295/

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