LE ILLUSIONI PERDUTE

di Domenico Quirico

Alcuni uomini muoiono, soffrono, gemono di dolore. O uccidono. Accanto a loro, davanti a loro, altri uomini li osservano, prendono appunti, immaginano già febbrilmente come descriverli, li raccontano. Il giornalismo è in questa ineliminabile, mostruosa, soffocante, complice vicinanza. Non c’è altro che non sia chiacchiere, retorica, canagliume vario. Non possiamo sfuggire a una contiguità fisica e morale, alla responsabilità dell’assistere del prendere nota di ciò che sta accadendo. Ma nello stesso tempo non possiamo intervenire, fermare la mano dell’assassino, non ne abbiamo la forza e neppure abbracciare la vittima. Non possiamo perché siamo solo testimoni. Qualche volta ci resta come unico compito quello di contare i morti.

La domanda della mia vita è: cosa faccio io qui, perché sono qui, qual è il mio rapporto morale con le vittime? E gli assassini.

Vent’anni fa tutto mi sembrava semplice; uomini attorno a me davanti ai miei occhi nascevano e morivano, speravano o disperavano, invocavano l’amore e l’angoscia come un richiamo o una barriera: capivo certe cose, non tutte, dei grandi movimenti della Storia, mi rassegnavo all’idea che nelle esperienze essenziali del giornalismo, la ricerca e il racconto sono già una vittoria, anche se non arrivano alla spiegazione, rappresentano a loro modo un trionfo. Mi bastava sapere, ma non gli attribuivo molta importanza, che qualcun altro custodiva le risposte, quel che cercavo io era la domanda. Il mio compito si limitava a interpellare ciò che mi circonda e trasformarlo in parole. Ora non so più niente. Come in uno specchio guardo il mio passato e mi chiedo se è il mio.

Non mi riconosco in quel giovane cronista che con fervore prende appunti. Il fatto è che, ora, nel tempo delle guerre del fanatismo totalitario e delle migrazioni, sono circondato da altri uomini, cammino con loro le labbra serrate, la fronte bassa avanzo nella notte attratto dalle tenebre, li contemplo mentre entriamo insieme in un abisso di fuoco e di distruzione. Li vedo trasformarsi in cenere, sento le loro grida divenute silenzio e non so più niente, non capisco più niente. Loro hanno portato via le mie certezze e nessuno me le renderà.

Posso, devo raccontare in prima persona perché questa ormai è l’unica lealtà possibile. Lealtà. Non ossessione. O narcisismo. Lealtà verso di me, verso il lettore e soprattutto verso coloro che diventano il mio racconto. Mi conquisto il diritto di farli vivere, nelle parole, nel momento in cui mostro loro le prove. Ovvero. Che ho condiviso la loro esperienza, di dolore, di speranza, di morte: da pari a pari. Fino in fondo. Ho avuto freddo, fame, terrore, ho dubitato e sperato, mi sono illuso e ho detto: basta. Sono come voi e vi racconto.

Il mio compito non è vaticinare cosa vi accadrà. Non lo so, non lo sa nessuno. È restituire al lettore, in modo quasi tattile, le vostre grida di aiuto e di agonia, il vostro sudore di fuggiaschi, il vostro odore di prede braccate, il vostro odio di innocenti perseguitati. Quello che vedete attorno a voi. E che io ho visto. Persino il vostro silenzio, i lettori, devono poter sentire. Fino a quando la mia esperienza diventerà la loro coscienza. Altrimenti c’è solo l’onestà di non scrivere nulla, di tacere. La salvezza del giornalismo, forse, è nell’accettare la umile penitenza di una pagina bianca.

Da La Stampa, 10 dicembre 2016

 

 

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