(IV) COSA DEVE FARE LA SINISTRA

Quarta ed ultima parte dell’intervista di Yusef Khalil per Jacobin con Yasser Munif.

 

Perché gli Stati Uniti non hanno consentito alle forze dell’opposizione siriana di potersi dotare delle armi necessarie per difendersi dal regime e dagli attacchi aerei russi? Qual è la politica degli Stati Uniti in Siria? Washington vuole davvero la caduta del regime?

Non è chiaro se nei primi periodi Washington volesse davvero la caduta del regime o se fosse solo una campagna propagandistica per migliorare la propria immagine nella regione e mandare un segnale di supporto verso quelle proteste legittime.

Quella politica è cambiata con la comparsa dei gruppi islamisti. Non appena gli Stati Uniti si sono resi conto del ruolo maggiore avrebbero avuto l’Iran e gli Hezbollah, hanno lasciato che il conflitto diventasse una guerra di logoramento.

Con la comparsa dell’ISIS, gli Stati Uniti hanno cambiato la loro posizione, per timore di ricadute negative, come la possibilità di attacchi terroristici in Europa e in generale in Occidente da parte dell’ISIS, gli Stati Uniti hanno ritenuto necessario intervenire nel nord della Siria dove l’ISIS è presente, ma è dal 2012 che non premono per la fine del regime siriano. Esistono molteplici esempi che lo dimostrano.

Anche la Turchia di Erdogan ha avuto un ruolo significativo negli ultimi cinque anni in Siria. Quali sono gli interessi della Turchia e come hanno influenzato la situazione in Siria? Stiamo vedendo dei cambiamenti nelle politiche turche nei confronti della rivoluzione siriana?

Così come i Paesi del Golfo, Erdogan è stato un sostenitore del regime siriano fin dall’inizio. Si è opposto alla rivolta siriana perché temeva una forma di contaminazione o di effetto domino in Turchia, ma ha cambiato posizione da allora. Come i Paesi del Golfo, Qatar e Arabia Saudita, ha cambiato posizione non appena si è resa conto che i Fratelli Musulmani potevano far cadere il regime siriano. Questa è stata la politica turca sin dall’inizio.

Inoltre nei primi tempi Erdogan forniva fondi e equipaggiamenti a diversi gruppi estremisti per attaccare le regioni curde e per prevenire che avessero alcun ruolo. Ma appena i Fratelli Musulmani sono stati emarginati, ha cambiato posizione e ora sta realizzando un’alleanza con la Russia, perché quest’ultima appoggia la politica di Erdogan di limitare l’influenza dei curdi in Siria e  Putin ha lasciato che Erdogan mandasse le sue truppe in Siria a combattere i curdi per prevenire la comparsa di un’entità curda.

Questo è in pratica il tacito accordo tra Putin e Erdogan. Erdogan è interessato principalmente a costruire una zona cuscinetto tra la Turchia e la Siria e prevenire la comparsa di un’entità curda piuttosto che a sostenere le legittime richieste dell’opposizione o il successo della rivoluzione.

Ora vorrei  parlare della reazione della sinistra a questi eventi. Che posizione pensa debba avere il movimento contro lo guerra in Occidente sui bombardamenti in Siria? Il movimento occidentale contro la guerra dovrebbe indirizzare le sue richieste solo ai propri governi?

Ovviamente la sinistra mondiale, il movimento contro la guerra in Occidente e altrove dovrebbe opporsi ai bombardamenti russi in Siria. Questa è la posizione più razionale e di buon senso, ed è sconcertante vedere come alcuni gruppi della sinistra e alcuni partiti antimperialisti o segmenti della sinistra appoggino la guerra di aggressione della Russia in Siria e credano che si tratti di una guerra contro i jihadisti e contro l’ISIS, in supporto di un governo antimperialista in Siria. Ciò non potrebbe essere più lontano dalla verità.

Perciò la sinistra dovrebbe non soltanto costruire un fronte contro il coinvolgimento occidentale nella regione in Siria e nel mondo arabo, ma anche capire i nuovi sviluppi della politica mondiale e il ruolo sempre più aggressivo e violento che sta ricoprendo la Russia, dovrebbe costruire strategie politiche e anche tattiche per ostacolarne la crescita. Si potrebbe fare in diversi modi. Alcuni di questi movimenti di base in Occidente sono stati molto creativi nel creare una forma di opposizione al ruolo che il loro Paese sta avendo. In ogni caso, la sinistra si dovrebbe opporre al bombardamento della Siria.

Alcuni a sinistra affermano che gli antimperialisti non dovrebbero assumere nessuna posizione su Assad, che gli americani non hanno il diritto di scegliere chi governi la Siria perché questa scelta appartiene solamente ai siriani. Cosa pensa che dovrebbe fare un vero movimento antimperialista?

Questa posizione neutrale è molto dannosa e regala soltanto potere al regime siriano, in pratica gli permette di perpetrare la violenza contro la popolazione. Molti gruppi antimperialisti non hanno compreso la situazione in Siria e la natura del regime siriano e hanno affermato che la sinistra non se ne dovrebbe occupare. In realtà questa posizione è una forma di tacito supporto al regime, perché ha consentito a Stati come la Russia, l’Iran, l’Iraq, per certi versi anche al Libano, di avere un ruolo rilevante.

In questo modo si permette ad Assad di usare forze e interventi stranieri per sopprimere la rivolta. Questa non è una posizione difendibile. La sinistra percepisce generalmente la rivolta siriana e la rivolta araba come una rivolta islamista, guidata da jihadisti, a causa della visione orientalista che hanno grandi importanti parti della sinistra. Costoro credono che gli arabi non abbiano nessuna autonomia di azione, che i gruppi o partiti islamisti siano i soli attori attivi e influenti in Siria e nella regione araba in generale, non riconoscono le azioni dei gruppi laici e della sinistra.

Oltretutto vedono la situazione in Siria soltanto attraverso una lente geopolitica, sostenendo che sia una guerra contro la Siria e dato che dal loro punto di vista la Siria è uno stato anti-imperialista, la vedono come una guerra contro un Paese progressista. Questa è una visione sbagliata. Dovremmo invece vedere il conflitto dal basso, capire il potere dei movimenti sociali in Siria e nell’intero  mondo arabo, capire anche l’importanza della politica dal basso che sta avendo luogo in tutte le regioni della Siria.

La gente sta lottando quotidianamente per creare istituzioni, reinventando politiche, ideologie, culture ecc. Dal punto di vista della sinistra antimperialista, tutto ciò è invisibile, non esiste. Non lo vediamo perché non rientra nell’immagine di ciò che ci è familiare, cioè della geopolitica, che usa lo Stato come unica unità di analisi.

Penso che alla sinistra farebbe bene cambiare la propria visione della politica nella regione, evitare di ridurre tutta la politica ad una geopolitica stato-centrista e cercare invece di comprendere il valore e la forza dei micro-processi e dei movimenti di base. Questi movimenti operano a livello orizzontale e spesso sono difficili da percepire se non si è coinvolti o interessati alla regione se non per prendere una “posizione antimperialista.”

Inoltre la sinistra dovrebbe abbandonare la sua visione islamofoba, arabofoba della regione e smettere di usare le politiche occidentali come unica chiave di lettura per capire la politica nella regione, poiché è ovvio che si utilizzino strumenti politici e culturali diversi. Non si usa la stesso linguaggio. La natura delle rivolte arabe e la loro novità stanno impedendo a parte della sinistra di capire cosa sta succedendo.

Così la cosiddetta sinistra antimperialista riduce tutto ad un complotto, a una guerra jihadista e ad un intervento straniero imperialista. Ciò è molto deleterio, sia a breve che a lungo termine. Penso che la rivoluzione araba e la rivolta siriana nello specifico non farà solo cadere il regime, ma anche questo tipo di ideologia arcaica della vecchia sinistra incapace di riconoscere la lotta dei siriani e capire la loro sofferenza e la loro politica della dignità.

Un argomento molto controverso è la questione di una zona di interdizione aerea. Come dovrebbe vedere la sinistra la richiesta di una zona di interdizione in Siria? Sono semplicemente appelli per un intervento imperialista?

Io ritengo che la sinistra dovrebbe essere contro la zona di interdizione aerea. C’è una lunga storia sulle implicazioni delle zone di interdizione e sulla devastazione, la sofferenza e le morti che causano per i civili e gli innocenti. Non esistono veramente esempi riusciti di zone di interdizione. Questa dovrebbe essere la chiave per concepire una posizione sulla questione.

D’altra parte capisco che molti siriani bombardati dalla Russia e dal regime vogliano una zona di interdizione aerea. È importante non demonizzare questa gente che sta morendo sotto le bombe, ma capire le sue richieste. Ad esempio, una delle cose che dovrebbe fare la sinistra è fare più pressione sugli Stati Uniti e sull’Occidente in generale.

Gli Stati Uniti non vogliono che l’opposizione siriana ottenga missili anti-aerei mentre altri Paesi occidentali e il Golfo li vorrebbero fornire. L’opposizione vuole la zona di interdizione area perché l’embargo statunitense impedisce di introdurre queste armi in Siria. Se l’opposizione avesse queste armi, la zona di interdizione aerea non sarebbe necessaria, perché la gente potrebbe difendersi e contrattaccare quando i jet siriani o russi bombardano i loro villaggi. Questa è la mia posizione e penso che dovrebbe essere anche la posizione di tutta la sinistra.

Infine, cosa pensa che possa fare chi vuole dimostrare solidarietà con i siriani?

Penso che dovrebbe cominciare ad informarsi e comprendere la complessità della rivoluzione siriana, riconoscere la legittimità delle rivendicazioni del popolo siriano, capire la lunga storia delle dittature in Siria, creare alleanze con i siriani che sono sul territorio, ma anche con i siriani della diaspora.

I migranti e i rifugiati siriani dovrebbero avere un ruolo fondamentale nel costruire il movimento negli Stati Uniti, in Europa e altrove. La risposta, quindi, è creare una coalizione di base internazionale per fare pressione sul regime siriano e sulla Russia e sugli altri attori, porre fine alla guerra in Siria e spodestare il dittatore siriano.

Questo deve essere fatto in tanti modi diversi. I movimenti di base in passato sono stati molto potenti e molto creativi. Abbiamo numerosi esempi: il movimento contro la guerra in Vietnam, il movimento contro l’apartheid in Sudafrica, la più recente lotta palestinese e la campagna mondiale di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni (BDS) da cui dovremmo imparare.

Il punto di partenza dovrebbe essere un dialogo aperto e sincero con gli attivisti siriani che, a causa della guerra e della rivoluzione, sono stati esiliati e sono presenti in quasi tutti i Paesi del mondo. Molti di loro hanno preso parte, in diversa misura, ai movimenti di base in Siria. La sinistra europea e americana potrebbe trarre vantaggio da questi siriani e imparare da loro per attuare strategie e creare una coalizione che unisca il movimento contro la guerra negli Stati Uniti con i movimenti del Black Lives Matter, delle donne, LGBT e del movimento BDS.

Bisogna pensare alla Siria e al mondo arabo sul lungo termine. Purtroppo sarà una lotta lunga. Attualmente la controrivoluzione sta vincendo e per molti versi la rivoluzione è assediata, così come molte città e villaggi in Siria. Quindi la questione è, come rompiamo questo assedio e come possiamo far sentire le voci dei siriani sul territorio? Come possiamo tradurre la lotta dei siriani per un pubblico occidentale che non parla necessariamente la stessa lingua? Non intendo la lingua araba, ma una lingua politica e culturale e il modo in cui il popolo sta lottando e resistendo.

Spesso in Occidente non si ha familiarità con queste strategie e siccome la rivolta araba è nuova e la dittatura araba e siriana è molto particolare, la gente ha immaginato nuove strategie e nuove tattiche non necessariamente conosciute in Occidente. Questo sta rendendo più difficile la nascita di solidarietà tra i movimenti di base occidentali e il popolo siriano. Questa dovrebbe essere la chiave: cercare di creare una sfera pubblica, dove i siriani si possano far ascoltare e spiegare il conflitto e la rivoluzione al pubblico occidentale.

Il movimento di base occidentale dovrebbe mostrare più umiltà nel capire e sostenere il popolo siriano. Non sarà una cosa facile, dobbiamo pensare sul lungo termine. Dovremmo capire la natura dei movimenti controrivoluzionari, ed evitare spiegazioni semplici di complotti e “antimperialismo”, i cui strumenti analitici non funzionano più allo stesso modo.

La chiave per creare una coalizione non sta nel chiedere una serie di rivendicazioni all’opposizione siriana e alla gente che sta combattendo nella regione, ma piuttosto capire la difficoltà di operare in Siria e nella regione araba in generale. Non denigrare i siriani perché sono troppo islamisti o troppo religiosi o non abbastanza laici o femministi e così via, ma piuttosto capire come funziona il femminismo in quella regione, senza portarsi dietro cliché orientalisti. Capire che anche l’Islam può evolversi e che i musulmani credenti hanno diritto a una politica di dignità.

Gli obiettivi sono grandi e la creazione del movimento è difficile, ma penso si potrebbe vedere la nascita di qualcosa del genere in Occidente e negli Stati Uniti. Per esempio, ci sono sempre più fratture nel movimento contro la guerra. Parte del movimento è contro l’intervento straniero ma ignora completamente la violenza dell’intervento russo e la violenza del regime siriano. Dobbiamo contrastare questo tipo di politica obsoleta, ed è per questo che deve nascere un nuovo movimento contro la guerra.

Allo stesso modo, i siriani della diaspora dovrebbero capire la lotta del movimento Black Lives Matter per esempio, e sostenerlo; capire che la lotta contro lo Stato di polizia negli Stati Uniti è una continuazione della loro lotta e che la lotta dei migranti in Francia contro partiti xenofobi è anch’essa una continuazione della loro lotta in Francia, in Gran Bretagna, in Germania e così via. In pratica la questione è: come facciamo a creare questo tipo di movimento internazionale, come possiamo fare questi collegamenti e comprendersi a vicenda, capire le priorità delle diverse lotte, per costruire un movimento orizzontale poliedrico che affronti tutte queste questioni.

Penso che questo sia necessario, in un contesto di crisi economica e della comparsa di partiti xenofobi in Occidente, dei gruppi jihadisti che sono cresciuti non solo in Siria ma anche in altre regioni. Il dominio di discorsi vecchi come lo scontro di civiltà e la guerra occidentale contro i fondamentalisti islamici va contrastato. Dovremmo invece trovare punti in comune tra l’Occidente, la Siria e il mondo arabo e creare collegamenti tra il movimento dei lavoratori, il movimento contro la guerra, il movimento antirazzista e così via.

(4. Fine)
(Torna alla prima parte  La Siria e la sinistra”)
(Torna alla seconda parte  Il regime di Assad e la rivoluzione”)
(Torna alla terza parte  Siria Curdi ed interventi esterni”)

Intervista di Yusef Khalil per Jacobin con Yasser Munif, uno studioso siriano dei movimenti di base nel Paese.

Traduzione di Valentina Benivegna

Tratto da: https://www.jacobinmag.com/2017/01/syria-war-crisis-refugees-assad-dictatorship-arab-spring-intervention-russia/

 

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