DOPPIE, TRIPLE VERITA’

di Domenico Quirico

Quella contro il Califfato, contro l’internazionale islamista non è una guerra come le altre. Che si possa vincere come sono state vinte le altre. Una volta era una faccenda semplice, facile. Si conosceva il nemico, bastava distruggerlo, piegarlo.

Oggi invece tutto è liquido, ambiguo, fitto di ombre. Il nemico non lo afferri. È lì, ma potrebbe essere il doppio di un altro, più subdolo e segreto. Gli uzbeki, per esempio. Il terrorista che ha seminato la morte a Istanbul a Capodanno era un uzbeki, un islamista uzbeko della guerra santa per cui la morte è diventata un combustibile, un mezzo per un fine in sé.

L’incontro in Siria

Io li ho incontrati, in Siria, nell’agosto del 2013. Ero prigioniero, allora, di un gruppo integralista. Nel cassone di un pick up che viaggiava da due giorni da Aleppo verso Est attendevo che la sosta decisa dai miei carcerieri in una cittadina lungo la strada terminasse. Passavano camion sovraccarichi di combattenti che schizzavano la polvere addosso alle presenze costernate allineate sotto le bancarelle di un improvvisato mercato. Non c’era molto in vendita, verdure avvizzite e quarti di pecora appesi agli uncini o squartati a colpi di mannaia sotto gli occhi di piccole folle ammirate. Le interiora erano esposte a lato come delizie, nere di mosche. Gli uzbeki arrivarono su pick up nuovi. Non potevi sbagliarti, erano gli uomini scesi a combattere dalla Via della seta, inconfondibili per i loro berretti tradizionali e gli occhi stretti e taglienti. Avevano armi modernissime e l’aria di chi sa di esser padrone. Un branco di giovani lupi, pronti a battersi, ad azzannare. Avevo incontrato ceceni, e molti, alla battaglia di Aleppo, ma per la prima volta mi si presentava questa costola asiatica del grande jihad, ex sovietici passati dal comunismo parastatale di Breznev direttamente al fervore di Dio. Si interessarono a me. Confabularono con i miei carcerieri: che per allentare i sospetti (non volevano cedere la preda!) mi presentarono come un aspirante mujaheddin occidentale su cui bisognava fare controlli perché non si rivelasse, poi, una spia di Assad. Si accontentarono di quella spiegazione.

L’agente sovietico

Giravano già allora su questi combattenti contorte e complicate voci. E ora che uno di loro ha colpito con un atto di terrore mi è tornato in mente un nome: Eugeny Limarev, agente dei servizi segreti russi, istruttore di anti-terrorismo in lingua farsi, consigliere del presidente della Duma. Non uno qualunque, non un passacarte dello spionaggio russo, ma il figlio del generale Lev Limarev, capo del Dipartimento S dell’«Svr», ovvero il capo degli agenti illegali dei servizi segreti russi. I suoi racconti si possono leggere negli atti dell’affaire Litvinenko, una miniera di rivelazioni che scoperchiò una parte dei segreti del «Kgb». Inchiesta che solo in Italia è poi finita miseramente in palude. Fu Litvinenko a spiegare all’ investigatore della commissione d’inchiesta Mario Scaramella che il generale Limarev e suo figlio erano disponibili, sotto protezione, a spiegare come i russi stavano finanziando e addestrando Al Qaeda in Asia Centrale.

Dall’Armata rossa alla jihad

Limarev si trasferì in Francia sotto protezione e raccontò la storia e i segreti, autenticati dalle autorità francesi e verificati dall’anti-terrorismo britannico, di un uzbeko, Juma Naangani, ex paracadutista dell’Armata rossa poi divenuto vice capo di Al Qaeda e rappresentante di Bin Laden per l’Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan. Namangani, un trincerista della Guerra santa, ha combattuto contro gli americani e con i taleban in Afghanistan dopo l’11 settembre. Attento al denaro che fa la guerra, fu a capo del più ampio traffico di oppio della regione. Morì, forse, sotto bombardamento Usa a Kabul nel 2001. La sua fosca epopea appartiene a quell’enorme tappeto di terra bruna che scompare in un orizzonte di sabbia e polvere, l’Afghanistan. Ma non finisce lì. Perché il gruppo di Juma Namangani è il nucleo che poi costituisce, insieme ad Al Baghdadi e agli iracheni ex fedeli di Saddam, l’Isis e il progetto del Califfato. E per questa componente ci sono le prove di supporto russo: logistico, finanziario e di addestramento.

Le truppe di Namangani furono trasportate in Afghanistan dagli elicotteri militari russi perché combattessero con i taleban, impegnati in scontri con le forze uzbeke ebbero appoggio tattico dagli elicotteri di Mosca. Soprattutto c’è la testimonianza dell’addestramento di Namangani a Mosca nel ‘93 presso il centro anti-terrorismo di Balashika-2 curato dall’«Svr», i nuovi e vecchi catecumeni del «Kgb».

Namangani, il cui vero nome era Jumabay Khojiyev, era nato nel 1969 a Namangan, nella valle di Fergana, eterna culla di integralismi pronti a trasformarsi da preghiera in battaglia.

Fu arruolato nell’armata sovietica nel 1987 e prestò servizio in un reparto speciale di paracadutisti in Afghanistan nell’ultima fase della guerra. Dopo, sciolta l’Urss, iniziò a battersi in nome dell’islam contro Karimov, despota post-sovietico dei nuovi Stati dell’Asia centrale rigonfi di petrolio e di gas. Guerra senza esclusione di colpi visto che tentò anche di assassinarlo. Nel 1992, dopo un periodo avvolto dal mistero in Russia, diventò il guerrigliero «Namangani» combattendo prima in Tagikistan dove organizzò un gruppo di oltre mille guerriglieri, poi in Kirghizistan. Nel 1998 Juma Namangani, con Yuldashev Thoir, fondò l’«Islamic Movement of Uzbekistan-Imu», da cui l’attentore di Istanbul è quasi certamente uscito.

Il gruppo di uzbeki

Il passare degli anni non ha illimpidito le acque, non sappiamo cioè quando divenne wahabita. Ma alzando le bandiere nere dell’oltranzismo religioso alla fine del 2000 fondò un gruppo di uzbeki, uiguri, ceceni di oltre 4000 uomini, finanziati da arabi, da Osama bin Laden e dai russi (e da un enorme traffico di oppio). Era diventato un capo nel gotha dell’internazionale islamica, non vedeva l’ora di gettarsi nell’olio bollente della Rivoluzione integrista. Si alleò con i taleban e contribuì alla sconfitta dell’Alleanza del Nord di Massud. Gli americani lo conoscevano bene tanto che uno dei primi bersagli dopo l’11 settembre fu proprio lui: nel corso dell’operazione «Absolute Justice» condotta dai reparti speciali e aerei fu, almeno ufficialmente, ucciso vicino a Konduz. Il corpo non fu mai ritrovato, ci sono molti che più prudenti parlano di «scomparsa».

Restava dunque solo una leggenda che i jihadisti lustravano ogni sera davanti ai fuochi del bivacco. Dove non si faceva però pudicamente cenno all’operazione organizzata dai russi con aerei leggeri per trasferire i suoi 4000 miliziani in soccorso ai taleban dal Tagikistan. O a quel giorno in cui Namangani fu intrappolato in un canyon e stava per essere catturato dalle truppe regolari tagike. Ma arrivarono in soccorso i reparti speciali di spetznatz russi a recuperarlo. E già: questi rapporti con gli infedeli mal si addicevano alla biografia di un martire.

Il centro di Balashika

Il nodo più oscuro della vita di Namangani fu svelato dall’allora consigliere speciale del Presidente della Duma, Eugeny Limarev, che era stato istruttore al centro di anti-terrorismo del «Kgb» Primo Direttorato a Balashika-2, vicino Mosca, durante l’interrogatorio reso a Scaramella per la Commissione: «Durante il periodo 1988-1989 al centro di Balashika dell’«Svr» ex «Kgb» io ho incontrato Namangani, ovvero Hogiev Giumbay. Posso identificarlo sulla fotografia n. 1 ma al tempo lui non aveva la barba. È ben noto che al momento (se ancora vivo) egli è uno dei vice comandanti di Al Qaeda. Ex dell’armata sovietica, fu in Afghanistan e poi al Centro «Kgb» di Balashika per seguire l’addestramento speciale. Io presumo sia ancora un agente dell’«Svr» perché le autorità russe non lo hanno mai perseguito e l’Interpol non lo ricerca. Ha completato l’addestramento speciale a Balashika nel 1989. Nel Centro c’erano molti arabi chiamati dai dirigenti «i palestinesi» perché molti erano terroristi sotto addestramento provenienti dai territori palestinesi.

La Russia, anzi i Servizi russi o una parte di essi, dietro il Califfato? Apparentemente sembra una contraddizione: Mosca è alleata di Bashar al Assad (e in questo momento in buoni rapporti almeno formali con la Turchia vittima dell’attentato di Capodanno). Ma i bombardamenti russi in realtà hanno colpito i nemici del regime siriano per aiutarlo a riconquistare la parte occidentale del Paese, non i territori del Califfato, se non a parole. Mentre il conflitto si ramifica con un andamento di epidemia, senza logica, noi inseguiamo spesso le ombre, le entropie della realtà trascurando la sua sostanza. Le attività delle guerre segrete che si combattono nel Vicino Oriente sono pozzi senza fondo in cui possono uscire doppie, triple verità.

Da La Stampa, 16 gennaio 2017 

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