SIRIA: AYATOLLAH VIETNAM?

di Basheer Nafi*

Pubblichiamo quest’articolo, pur non condividendone interamente l’impianto, perché è una utile riflessione nel dibattito generale sulla Siria nel suo complesso.  La redazione di Rproject

Siria: cosa accadrà se la rivoluzione sarà sconfitta

Se si tornerà allo statu quo che esisteva sotto Bashar Al Assad, la Siria sarà teatro di un programma senza precedenti di ingegneria etnica.

Se la caduta di Aleppo dovesse annunciare la fine della rivoluzione siriana, il risultato sarebbe catastrofico per il Paese e per l’intera regione.

Aleppo, posta sotto assedio per dei mesi, non è l’unico campo di battaglia. Anche fosse occupata dal regime non  cambierebbe il corso della guerra. Il regime è indebolito. Ha perduto il controllo e la sovranità ed è quindi ancora possibile abbatterlo. Più di una volta nel corso degli ultimi sei anni, è stato sull’orlo della caduta.

Come le altre rivoluzioni arabe, in Siria tutto è iniziato con una rivolta popolare e pacifica. Nei suoi ranghi nessuno pensava di ricorrere alla forza. I siriani sono stati obbligati a difendersi e a difendere i propri cari perché il resto del mondo nulla ha fatto per dissuadere il regime dal proseguire nella repressione sanguinosa e non vi ha posto fine.

Se la rivoluzione siriana si è trasformata in uno scontro armato, ciò è avvenuto solo dopo mesi di manifestazioni di massa dal marzo 2011 e solo dopo la diserzione di alcuni ufficiali e soldati che per assicurare la difesa del movimento popolare hanno costituito, i primi embrioni militari liberi.

La rivoluzione non era una guerra civile e i siriani non avrebbero voluto arrivarci. Non avevano alcuna intenzione di scatenare una parte della popolazione contro l’altra.

La rivoluzione era, e lo è stata per anni, l’espressione di un profondo movimento popolare, che mirava a costruire una nuova Siria, restituire la libertà a tutto il popolo siriano e instaurare un sistema giusto e democratico.

Nella realtà, la rivoluzione si è trasformata in un movimento armato di liberazione, poi in una guerra civile, e il regime ne porta la massima responsabilità. Ha giurato, fin dall’inizio, di schiacciare con la forza questo movimento popolare ed ha rifiutato qualsiasi compromesso.

Bashar al Assad

A fine marzo 2011, il presidente Bashar al Assad ha tenuto una riunione nel suo ufficio a Damasco. Vi partecipavano un alto funzionario di Hezbollah, il comandante Quds dei Guardiani della rivoluzione iraniana, il ministro iracheno della sicurezza nazionale Qasem Suleimani e il fratello del presidente, Maher al Assad. Questo è ciò che a detto loro: “ Ad Hama gli abbiamo dato una lezione che li ha ridotti al silenzio per quarant’anni, questa volta gliene daremo una che li farà tacere per un secolo”.

Quello cui alludeva il presidente non lasciava alcun dubbio. E non erano parole dette a caso. Le scelte del regime e le sue politiche erano fondamentalmente confessionali. Si trattava di dividere i siriani tra sunniti ribelli e alawiti fedeli al suo regime.

Dal momento in cui il regime ha compreso che era impossibile reprimere gli oppositori e di infliggergli una sconfitta, ha chiamato alla riscossa le milizie confessionali del Libano, del Pakistan e dell’Afghanistan, sollecitato l’aiuto massiccio dell’esercito iraniano. E quando tutte hanno fallito una dopo l’altra, non ha esitato a invitare i russi a prendere le redini.

Un Paese infernale

Se la rivoluzione dovesse essere sconfitta e dovesse prevalere lo statu quo, il Paese resterà sotto l’autorità del regime di Assad e sarà occupato da potenze e milizie straniere.

La maggioranza dei siriani subirà l’onta di un regime reso tanto più criminale e oppressare in quanto ha schiacciato la rivoluzione della primavera del 2011. Questo regime, che ha commesso tanti massacri, non  farà nessuna vera riforma.

La Siria sarà il teatro di un  processo di ingegneria demografica e confessionale, come non se ne è mai conosciuto.

In altri termini, se la rivoluzione fallisce, la Siria si trasformerà per la maggioranza dei siriani in un Paese infernale, un inferno ancora più repressivo e orrendo di tutti quelli che i siriani hanno sperimentato negli ultimi sei anni.

I rifugiati non potranno tornare nelle loro case e la Siria sarà il centro di un programma demografico senza precedenti di ingegneria confessionale. Anche prima della fine della rivoluzione, alcuni ambienti interni a Hezbollah così come in Iran parlano già dell’identità sciita di Aleppo e di dividere i quartieri sunniti dell’ovest di Damasco per relegare queste popolazioni nei pressi della frontiera libanese.

Se la rivoluzione fallisce, il Medioriente sarà teatro di uno squilibrio ancora maggiore, che rischierà di far sprofondare la regione in una persistente instabilità.

Attualmente è in corso qualche tentativo a favore del dialogo nazionale in Iraq, per restituire l’equilibrio nazionale all’interno del Paese dopo la fine della battaglia di Mosul.

Se si lascia vincere l’Iran in Siria, questi sforzi abortiranno in fretta e l’Iran si vanterà di aver imposto il suo controllo strategico su tutta la regione che si estende da Basra, nel sud dell’Iraq,  fino alla costa siriana.

Ma in realtà, questa egemonia non farà veramente gli interessi dell’Iran, perché non farà che scatenare sempre più guerre nella regione, infliggendo gravi ferite al suo popolo e alle popolazioni musulmane sciite in tutto il Medioriente. Questo non sarà neanche un beneficio per gli altri Paesi della regione, che vedranno al loro interno scoppi di violenza confessionale, se non guerre civili.

La politica dell’Iran nella regione, nel corso degli ultimi due decenni, non ha dato prova di grande razionalità e l’illusione di aver vinto la sanguinosa guerra in Siria non la rende più razionale.

Non è il momento di arrendersi

Il proseguimento della rivoluzione siriana, quindi, non è per niente inutile. Non è neanche una battaglia per uno “sfizio”. Con un po’ di pazienza e tenacia, questa rivoluzione potrà ancora vincere. In realtà, è sempre stata sul punto di riuscire.

Dall’inizio della rivoluzione, il regime non è mai stato più debole di oggi, tanto sul piano delle sue capacità militari ed economiche che riguardo al controllo che esercita sul Paese e la sua attitudine a imporre la sovranità dello Stato.

Tornare sulla via dell’asservimento all’autorità della minoranza fascista o proseguire la rivoluzione fino alla vittoria finale.

Il regime non esiste che in un meno di un terzo del Paese, anche in questo terzo, condivide il controllo del territorio con le milizie sciite arrivate da diversi Paesi, e anche con unità iraniane e russe. Nonostante tutto il sostegno che riceve dai suoi alleati, il regime è incapace di fare due battaglie contemporaneamente.

Tadmur (Palmira) è una descrizione del reale potere militare del regime. Non è vero che solo le milizie afghane si sono impegnate a proteggere il regime a Tadmur, in questa città c’erano truppe regolari siriane e unità russe.

Secondo fonti russe, il comandante delle forze della regione come la maggioranza delle sue truppe sono fuggite quando il gruppo “Stato islamico” ha lanciato l’assalto contro Tadmur. Per questa ragione i russi hanno dovuto condurre per ore una campagna di bombardamenti aerei, semplicemente per coprire la ritirata delle loro truppe.

Siria: il nuovo Vietnam

Oggi la Siria  assomiglia al Vietnam degli inizi degli anni settanta o all’Afghanistan a metà degli anni ottanta, il regime prese il controllo della capitale, diretto un mini Stato e instaurato una parodia di istituzioni pubbliche. Non rappresentava che una piccola minoranza e la sua esistenza fu assicurata e protetta solo grazie alla presenza di una potenza straniera più forte.

In entrambi i casi, non fu indispensabile infliggere alle forze straniere una sconfitta militare decisiva. Fu sufficiente logorarle e rendere la loro presenza nei due Paesi, sia perché subivano continuamente pesanti perdite, sia per le proteste dell’opinione pubblica all’interno dei loro Paesi.

A differenza di ciò che accade in Siria, dove le forze rivoluzionarie controllano vasti territori in tutto il Paese, i resistenti nei due casi precedenti sono riusciti a imporsi nel sud del Vietnam e in Afghanistan solo verso la fine della guerra.

I siriani sono di fronte a una scelta senza la minima ambiguità e confusione, anche dopo l’occupazione di Aleppo. Tornare sulla via dell’asservimento dell’autorità fascista o proseguire la rivoluzione fino alla vittoria totale.

La vittoria non è solo possibile: non vi è dubbio che nei fatti è inevitabile. Ma la prima condizione per giungere alla vittoria è la ricostruzione del braccio armato della rivoluzione sotto le bandiere dell’Esercito Libero Siriano e l’emersione di dirigenti politici uniti su una chiara visione del futuro della Siria be del suo popolo.

28 dicembre 2016

*Basheer Nafi, ricercatore presso il Centro studi di Al-Jazeera

 

Pubblicato su:  www.middleeasteye.net/opinions/syrie-voici-ce-qui-arrivera-si-la-r-volution-est-vaincue-1968076071

Traduzione dalla versione francese di Cinzia Nachira

 

 

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