FINO A CHE LA SPERANZA NON APPARIRA’

“Anche nel momento in cui siete più pessimisti, non guardate la punta dei vostri piedi ma l’orizzonte, e vedrete la speranza, sicuramente. Se non la vedete, guardate ancora una volta, guardate fino a che la speranza non apparirà”

Selahattin Demirtaş, copresidente dell’HDP arrestato e chiuso nelle galere del regime.

Uraz Aydin (da Istanbul)

L’ondata di repressione scatenatasi nel quadro dello stato d’emergenza decretato in seguito al tentativo di colpo di stato del 15 luglio è lungi dal calmarsi. Gli avvenimenti di questi ultimi giorni illustrano bene il carattere dittatoriale che Erdogan vuole dare al proprio regime e che non differisce che impercettibilmente da ciò che sarebbe stato realizzato con un putschmilitare.

Stando ai decreti pubblicati nella serata di sabato 29 ottobre, più di 10.000 dipendenti pubblici di diversi ministeri sono stati licenziati e una quindicina di media, perlopiù legati al movimento kurdo, sono stati chiusi.

Tra i 1.260 universitari cacciati nel quadro del decreto figurano i firmatari della petizione per la pace e membri del sindacato di sinistra Egitim-Sen. Il decreto annuncia anche la soppressione delle elezioni dei rettori universitari (che peraltro erano solo consultive), rettori che oramai saranno nominati direttamente da Erdogan.

Il numero totale delle persone private delle proprie funzioni nel pubblico (ecolpite dal divieto di trovare un nuovo lavoro) arriva a 70.000 e quelle sospese a 93 000. Gli arresti hanno raggiunto la cifra di 35.000 e i fermi giudiziari 50.000.

Il popolo kurdo nel mirino

Il giorno successivo, i sindaci di Diyarbakir, la più importante città kurda, Gultan Kisanak e Firat Anli, al pari della ex deputata del Partito delle regioni democratiche (partito fratello del HDP nel Kurdistan Turco) Ayla Akat Ata, già fermati da parecchi giorni, sono stati arrestati con l’accusa di essere «membri dell’organizzazione terrorista PKK».

Legittimando tutte le sue misure autoritarie con la «volontà nazionale», il regime Erdogan non aveva esitato, più di un mese fa, a dimettere dalle proprie funzioni più di una ventina di sindaci delle municipalità kurde, nominando al loro posto nuovi amminstratori – inutile precisarlo – sostenitori dell’AKP (il partito di Erdogan al potere), dimostrando così che la volontà nazionale non include quella del popolo kurdo, ma si identifica direttamente con quella del «Duce» di Ankara.

Il co-presidente del HDP, Selahattin Demirtaş, ha dichiarato recentemente che, definendo terroristi tutti coloro che rifiutano di vedere in Erdogan «proprio sultano», lo stato turco prendeva ormai la forma di uno «stato fascista hitleriano» mentre Kilicdaroglu, il leader del partito di opposizione repubblicano CHP optava per un paragone storico con il «regime Baath».

Giornalisti in prigione, giornali chiusi…

Nella mattina di lunedì 31 ottobre, quando queste note vengono scritte, è il turno del principale quotidiano di opposizione Cumhuriyet («La Repubblica», nella foto i giornalisti che protestano) di centrosinistra ad essere colpito dalla repressione. 13 mandati d’arresto sono stati consegnati ad altrettanti responsabili, giornalisti e vignettisti del quotidiano, e 10 tra di loro sono stati condotti in prigione dopo la perquisizione del loro domicilio. Questi ultimi sono sospettati di «aver commesso crimini a nome del PKK e dell’organizzazione terrorista fethullahista(dal nome di Fethullah Gülen, il presunto organizzatore del putschsenza essere membri di queste organizzazioni».

Avendo rivelato più di un anno or sono le immagini della consegna di armi ai jihadisti in Siria da parte dei servizi di spionaggio turchi, il quotidiano si era attirato i fulmini di Erdogan. Il numero dei giornalisti in prigione ha così superato i 130, mentre più di 2.300 hanno perduto il lavoro in seguito alla chiusura di decine e decine di canali televisivi e di giornali, parecchi dei quali dell’opposizione kurda e della sinistra radicale.

I lupi sono entrati ad Ankara…

Tutte queste misure repressive miranti ad annullare la minima possibilità di opposizione al regime sono accompagnate, a livello della politica istituzionale, da un avvicinamento con l’estrema destra del MHP (il Partito del movimento nazionalista dei «Lupi grigi»), finalizzato in particolare all’istaurazione di un sistema presidenziale da tempo auspicato da Erdogan e alla reintroduzione della pena di morte.

Tutto ciò si svolge sullo sfondo dei tamburi di guerra in Siria, dove si approfitta delle operazioni anti-Daesh per contrastare l’avanzata dei combattenti kurdi delle YPG vicino alle frontiere turche. E in Iraq, anche se Ankara non ha ottenuto il via libera delle potenze occidentali per potervi partecipare, il potere desidera «recuperare Mossul» nel quadro di un fantasma espansionista confessionale neo-ottomano.

Un futuro molto lugubre, dunque.

traduzione di Fabrizio Burattini

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