AUTONOMIA KURDA TRA SOGNO E REALTA’

In questa intervista, Joost Jongerden riflette sulla rivoluzione in Rojava, sulla leadership di Ocalan, sulla posizione delle donne nella lotta kurda e il PKK.

Alex de Jong

Questa intervista è originariamente apparsa in olandese sul Actie voor Rojava.

La difesa della città curda di Kobane contro il cosiddetto Stato Islamico (ISIS) ha attirato l’attenzione di tutto il mondo. Nel mezzo della guerra civile siriana, il movimento kurdo sta tentando un esperimento di democrazia e di autogoverno in tre zone nel nord del paese, insieme chiamate Rojava. La forza politica principale in questo esperimento è il PYD (Democratic Union Party).

Il PYD e le sue organizzazioni associate in Turchia (PKK) e Iran (PJAK – Kurdistan Free Life Party) lottano per autonomia della popolazione curda. In queste aree i movimenti affermano di stare costruendo una società con pari diritti per uomini e donne, la democrazia diretta e la giustizia sociale. Nel Contratto sociale” di Rojava, una sorta di Costituzione, le risorse e la terra sono dichiarati proprietà comune, mentre le libertà democratiche, il diritto all’istruzione gratuita e dei mezzi di sussistenza sono esplicitamente riconosciuti.

Il processo rivoluzionario in Rojava è un’esperienza unica e una fonte di speranza. Allo stesso tempo, rimane molto poco chiaro sugli sviluppi locali. Mentre il PYD riceve il sostegno da parte delle potenze occidentali nella sua lotta contro l’ISIS, la sua organizzazione sorella – il PKK – è ancora illegale nei paesi occidentali in quanto ancora considerata come una “organizzazione terroristica”.

Ma molte persone in Siria criticano fortemente il PYD. Che tipo di movimento è quindi il PYD? E quali sono gli sviluppi in Rojava?

In questa intervista, Joost Jongerden discute queste domande – e altre. Jongerden insegna sociologia rurale all’università di Wageningen nei Paesi Bassi e ha pubblicato numerosi libri e articoli sul Kurdistan e il movimento curdo. Tra le altre opere, ha scritto “Radicalizzare la democrazia: il potere, la politica, il popolo e il PKK” e ha co-curato un numero della rivista European Journal of Studies Turkey : “Produzioni ideologici e trasformazioni: il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e la sinistra “.

L’intervista è stata condotta da Alex de Jong.

Cominciamo con l’evoluzione politica del PYD. Questo movimento si basa sulla stessa ideologia del PKK, un’organizzazione che è iniziata come un movimento di liberazione nazionale marxista-leninista. La mia impressione è che, a partire dalla metà degli anni 1990, e soprattutto dopo l’arresto del leader del PKK Abdullah Öcalan, nel 1999, una metamorfosi ideologica ha avuto luogo in cui la democrazia diretta e l’autonomia sono state messi al centro del discorso del movimento.

Vorrei iniziare affrontando la caratterizzazione del PKK. Questa organizzazione è stata fondata ufficialmente come partito nel 1978, ma già dal 1972-’73 in poi cera stato un processo di formazione di un gruppo che successivamente ha portato alla nascita del PKK. Così questo gruppo ha iniziato a formarsi poco dopo il colpo di stato militare in Turchia nel 1971. Questo è stato un momento in cui la sinistra radicale in Turchia è stato violentemente repressa: dirigenti e quadri di movimenti di sinistra sono stati condannati a morte o sono morti durante le operazioni militari, e molti altri attivisti sono stati imprigionati.

Ciò che seguì fu un periodo in cui gli attivisti hanno cercato di ricostruire la sinistra e hanno iniziato a cercare un nuovo punto di riferimento. Le persone che avrebbero poi costituito il PKK erano già attivi in quegli anni e anch’essi erano alla ricerca. In un primo momento, le separazioni tra i gruppi erano fluido – c’era molta discussione interna – ma in seguito questi gruppi si sono evoluti in organizzazioni ben distinte.

Una differenza importante tra il PKK e gli altri gruppi che si sono formati durante quel tempo era che questo rimase indipendente dai modelli politiche esistenti. Voglio ammorbidire l’impressione che il PKK fosse stato molto “ortodosso”. E’ stato un partito marxista-leninista, con una gerarchia e punti di riferimento ideologici che ci si può aspettare da un tale partito. Come tale, non era molto diverso dalla maggior parte della sinistra di quel momento.

Ma la differenza è che il PKK non ha mai considerato uno dei paesi “realmente esistenti socialisti” di essere una luce guida – non la Cina, non Cuba, non l’Albania, né l’Unione Sovietica. Questi paesi aspiravano a realizzare il socialismo, ma nessuno di loro sono stati considerati esempi adeguati. Questa è stata una differenza importante tra il PKK e molti altri partiti di sinistra che, in quel momento, ognuno dei quali tendeva a vedere alcuni paesi come l’incarnazione della loro concezione del socialismo – come un modello.

Quali conseguenze ha avuto questo evento per il PKK?

Il PKK ha avuto una visione più critica della propria ideologia. Essi non hanno adottato un modello esistente, ma sono stati in grado di interrogare se stessi in modo critico. Erano più autosufficienti ideologicamente. Hanno sempre dato molta attenzione all’auto-valutazione e all’educazione ideologica; dopo tutto  non avevano un modello o uno stato guida, quindi sono stati costretti a pensare di più per se stessi.

La metamorfosi ideologica del PKK è legata a questo aspetto. A metà degli anni 1980, il PKK ha formulato una critica dell’Unione Sovietica, che ha portato di essere attaccati dai partiti pro-Mosca. Al giorno d’oggi, il PKK sostiene che questo periodo è stato l’inizio di un processo di auto-riflessione ideologica.

Se si analizza questo la critica oggi c’è il rischio di proiettare le cose su di essa, ma è probabilmente giusto dire che c’è una relazione tra questa critica e gli sviluppi successivi. Il PKK ha osservato che la realtà nei paesi in cui i movimenti di liberazione nazionale, o del “socialismo reale”, hanno preso il potere la realtà risultava essere molto diversa dalle promesse per le quali la gente aveva combattuto.

Se oggi si parla di questo con i membri del PKK , diranno che è inesatto sostenere che queste lotte non hanno portato alcun guadagno a tutti – ma potranno anche sottolineare che i risultati sono stati inferiori alle promesse. Anche allora, le domande circa le ragioni di questo sono state collegate a una critica dello Stato-nazione. Ma allora, mentre elaboravano questa critica, non avevano un’alternativa. Il cambiamento di paradigma nel loro pensiero sullo Stato è stato un processo a lungo termine che si è concluso da qualche parte nel 2003-2005.

Sarebbe corretto dire che l’inizio del processo di rimessa in discussione l’ideologia marxista-leninista va ancora più indietro, ma che solo nei primi anni 2000 sono state formulate risposte adeguate?

Sì esattamente.

E questa critica, era quella dello Stato in quanto tale, o di alcuni Stati nazionali esistenti?

Di entrambi, in realtà. Si tratta di una critica dello Stato-nazione, nel senso che si mette in discussione il modo per cui in un tale Stato il possesso di una certa identità diventa la misura di chi ha diritti – escludendo le persone che non si adattano ad una particolare identità o spingendo loro ad assimilarsi a vari livelli. E’ parte dell’essenza del nazionalismo turco, del kemalismo, di assimilare le persone con una diversa identità culturale, e i curdi formulato una feroce critica a tali politiche. In un certo senso, che è auto-esplicativo, molti movimenti di liberazione nazionale hanno criticato lo Stato in cui vivevano durante la ricerca di una soluzione individuata nella creazione di un loro Stato nazione. Il problema si ripresenta come la soluzione!

All’interno del PKK, la critica dello Stato nazionale turco ha portato ad una messa in discussione della desiderabilità di uno Stato nazione curdo in cui potrebbero ancora una volta essere svantaggiate le minoranze. Lo Stato in quanto tale, è accusato di aver penetrato i micro-livelli della vita sociale e di soppiantare le capacità e le potenzialità di auto-organizzazione proprie delle persone. Tutti noi ci riferiamo allo Stato come individui separati, mentre le forme di collettività sono state, in larga misura, smantellate. La società è scheggiata. Invece di girare nei confronti dello Stato per una soluzione, dovrebbero essere rafforzate le capacità di auto-organizzazione delle persone.

Ma in molti degli scritti di Ocalan, colloqui ideologici del capo del movimento, si descrive una cultura curda essenzialmente immutabile. E anche se questo non è più legato all’idea di raggiungere l’obiettivo di uno Stato nazione curdo, è lecito chiedersi quanto spazio questo lascia per il pluralismo sociale, per i gruppi che non rientrano in questa categoria – a maggior ragione perché, secondo Ocalan, la politica del PKK  si deve basare presumibilmente su questo aspetto che considera l’essenza di questa cultura curda, che è per sua natura egualitaria e amante della libertà.

Credo che gli scritti di Ocalan siano ambigui. Si leggono i riferimenti a una certa concezione della storia curda, ma allo stesso tempo quando discute della categoria dei “curdi”, egli riconosce che si tratta di un gruppo eterogeneo – per esempio nelle lingue che si parlano, o in termini di religione. Quindi, se si dovesse cercare di creare uno Stato nazione curdo, quale sarebbe la lingua nazionale? Queste sono il tipo di domande che il PKK si pone e che hanno portato a molte di discussioni all’interno del movimento curdo in generale. Ma in questi stessi testi quasi mai si incontrano delle domande sull’identità curda.

Da circa la fine del secolo in poi, sembra che il movimento abbia trovato alcune delle risposte alle domande che era stato poste nell’opera di Murray Bookchin, un socialista libertario dagli Stati Uniti. Perché Bookchin? La mia impressione è che questo è iniziato quando Ocalan ha iniziato a leggere ampiamente dopo il suo arresto, incontrando Bookchin – e il resto dell’organizzazione lo ha seguito. E’ giusto?

Bisogna considerare che Ocalan si è difeso nel caso dello Stato turco contro di lui. Questo gli ha dato accesso quasi illimitato alla letteratura. Ci sono liste di libri che ha richiesto di leggere in carcere e queste sono molto ampie e variegate. Bookchin è uno degli autori di tali elenchi, ma non è molto importante. Eppure, era chiaramente una fonte di ispirazione per Öcalan. Ocalan parla regolarmente con i suoi avvocati e sono registrati questi colloqui, curati e pubblicati dal PKK.

A un certo punto nel corso di una tale conversazione, Ocalan ha raccomandato i membri dei consigli comunali nelle zone curde della Turchia sudorientale di leggere Bookchin. Chiaramente, la teoria è stata diffusa da Ocalan stesso. Allo stesso tempo, penso che il PKK sia stato collettivamente alla ricerca di nuove idee, ma in questo processo Ocalan rimane dominante. Ancora questo ruolo non è del tutto incontrastato, e nel 2004 ci fu una scissione dal PKK di persone che si sono trovate  in disaccordo con il nuovo orientamento di Ocalan.

Qualche anno prima c’era già stata una scissione dopo le dichiarazioni di Ocalan davanti al tribunale turco. Un certo numero di militanti del PKK allora ha dichiarato che Ocalan aveva abbandonato gli obiettivi del movimento affermando, per esempio, che il PKK non voleva più di creare uno Stato curdo. Questi membri hanno voluto continuare ad aderire al vecchio orientamento. La dichiarazione fatte di fronte al tribunale da Ocalan sono state uno shock per molti membri del PKK.

Sì, in effetti.

Ma ciò indicherebbe che Öcalan stesso, come individuo, determina questo sviluppo. Sembra che ci sia contraddizione all’interno del PKK: questa organizzazione e i suoi alleati hanno sviluppato un movimento sostenendo una sorta di democrazia diretta come proprio obiettivo, ma allo stesso tempo, questo obiettivo di democrazia dal basso sembra avvenire sulla base di istruzioni proveniente dall’alto, da Ocalan?

Ocalan certamente gioca un ruolo dominante. Istruzioni potrebbero essere un termine troppo forte ma potremmo certamente parlare di motivazioni. Ma prendiamo il movimento anarchico nei Paesi Bassi all’inizio del XX secolo come esempio: Domela Nieuwenhuis era chiaramente una figura dominante in questo movimento e ha lasciato una forte impressione su di esso. Allo stesso tempo, c’erano varie forme di auto-organizzazione in corso. C’è una certa tensione tra questi sviluppi, ma un ruolo importante di un certo individuo non esclude la partecipazione attiva degli altri.

Il PYD sostiene di non avere legami organizzativi con il PKK, ma hanno la stessa ispirazione ideologica e si sviluppano in modo simile. I due partiti condividono un obiettivo comune. Questo obiettivo va sotto nomi diversi. Nella sua dichiarazione fatta di fronte alla corte, Ocalan parla di una “repubblica democratica”. Oggi l’enfasi è su qualcosa che si chiama “autonomia democratica”. Entrambi sono coperti da un terzo termine, “civiltà democratica”. Che cosa significano questi termini concretamente?

Faccio una distinzione tra repubblica democratica, autonomia democratica e confederalismo democratico. Repubblica democratica è il progetto di ricostruire la Turchia, con al suo interno una nuova Costituzione che separerebbe i diritti civili dall’identità. Nella attuale Costituzione della Turchia, i diritti civili dipendono dall’essere turchi e questa identità è in una certa misura definita etnicamente. Repubblica democratica è il nome di una repubblica in cui i diritti civili non sono più il privilegio di un certo gruppo etnico; una repubblica in cui il “demos” è separato dal “ethnos”.

Autonomia democratica significa dare alla gente il potere di decidere sulle questioni che la riguardano. confederalismo democratico è una struttura amministrativa degli enti locali, i consigli, in cui si svolge questo potere. Credo che questi sono gli elementi fondamentali. modernità democratica o civiltà democratica è, direi, un termine generico per questi principi.

E l’obiettivo è quello di estendere le reti confederaliste democratiche attraverso i confini statali esistenti?

Sì, l’obiettivo è di formare una autonomia democratica dal basso, prendendo decisioni dal basso. Confederalismo democratico significa che tali decisioni non sono prese  separatamente delle altre e non si limitano alle preoccupazioni e alle delibere locali. L’autonomia locale deve essere forgiato in connessione con l’altro, altrimenti si potrebbe finire in una situazione in cui una comunità è interessata solo a sé e fondamentalmente ignora il resto del mondo.

Parti di Rojava sono ricchi di petrolio. Senza collegamenti fra luoghi, si potrebbe finire con una dinamica in cui la comunità che vive in cima al petrolio dice “questo è nostro”, e le disuguaglianze esistenti tra regioni finirebbero per essere riprodotte. Eppure, nelle dichiarazioni di Ocalan si trova molto poca discussione su questioni socio-economiche; si concentra principalmente sui diritti e le libertà culturali. Egli sostiene che nelle regioni curde non vi è alcuna cristallizzazione delle classi sociali e che non c’è lotta di classe lì. Tutto questo è realistico?

Ci sono alcune forti contraddizioni, soprattutto legate alla questione della terra. Cizîrê, il più grande dei tre cantoni in Rojava, è composto prevalentemente di terreni agricoli. Oppure prendiamo l’est della Turchia, a nord del Kurdistan, che è anch’essa una regione prevalentemente agricola con solo poche zone industriali, simile al Kurdistan iraniano. L’eccezione è il Kurdistan meridionale in Iraq, che è una economia di consumo basata sull’esportazione di petrolio e l’importazione di quasi tutti i generi di prima necessità.

Nel sud-est della Turchia, in particolare, una classe media si sta formando e le contraddizioni sociali e le lotte sociali sono i principali problemi che devono affrontare il movimento nelle città. Forse non si può davvero dire che c’è una classe operaia, perché l’economia locale è relativamente poco sviluppata, ma c’è una sottoclasse. E la domanda è: in che modo il movimento si riferisce a questa? In teoria, la questione non è realmente affrontata.

Ma l’anno scorso ci sono stati una serie di incontri in Turchia sud-orientale per discutere di come l’economia potrebbe essere organizzata in una autonomia democratica. Quindi il problema riceve qualche attenzione, ma è più facile per il movimento organizzare le persone intorno a questioni culturali o linguistiche cha intorno a questioni di classe. Quando lo Stato turco non offre alcuna istruzione in lingua curda, è possibile organizzare questo da soli – e quindi lo Stato può vietare questo, ma almeno le contraddizioni sono chiare. Riorganizzare l’economia è più complicato.

Questa discussione non è resa più difficile perché c’è una tendenza all’interno del movimento a parlare in termini di curdi in generale, considerati in lotta contro una forma esterna di oppressione? Dopo tutto, se si vuole discutere la questione sociale, come contraddizioni tra contadini senza terra e proprietari, si sta fondamentalmente parlando di contraddizioni tra curdi, tra il popolo curdo, o qualunque termine che si desidera utilizzare.

Questo è chiaramente un problema che riceve meno attenzione al momento. Il vecchio PKK considerato entrambe le questioni, quella sociale e la liberazione nazionale, come temi centrali intorno ai quali organizzare la gente. Sotto l’autonomia democratica, nell’ideologia corrente, la liberazione nazionale non prende la forma di creare uno Stato indipendente, ma piuttosto di auto-organizzazione. La questione sociale deve essere una parte di questo processo, ma in un contesto di guerra come in Rojava oggi, sarebbe molto diverso dalla situazione nel Nord Kurdistan, per esempio.

In Rojava, la distribuzione di energia e dei prodotti alimentari è organizzato attraverso gli organi di autonomia democratica. Nel Contratto sociale di Rojava, la terra è stata dichiarata essere sotto proprietà comune – ma la terra dei grandi proprietari terrieri non è stata espropriata perché il movimento “non vuole usare la forza”. Eppure, se le contraddizioni sociali si approfondiscono, qual è l’alternativa? Al momento il movimento in Rojava non si è ancora trovato realmente di fronte a questo problema. Molti dei proprietari sono fuggiti e non è chiaro che cosa accadrà quando la guerra finirà, e se questi proprietari torneranno. Credo che sia stata una scelta del movimento quella di rimanere cauti, per il momento.

Il vecchio PKK ha visto la sua rivoluzione come un progetto che si sviluppa in due fasi: in primo luogo la liberazione nazionale, attraverso la formazione di uno Stato curdo indipendente, e quindi la liberazione sociale e l’uguaglianza. La diminuita centralità della questione sociale ad oggi riflette ancora l’influenza di questa sequenza?

Non penso. In linea di principio, il movimento vede i due aspetti come simultanei, ma anche come processi che sono in corso. E’ lo stesso per la questione di genere: il movimento non dice “prima stabiliamo autonomia democratica e ci prendiamo cura dei problemi culturali e linguistici e solo dopo questo affrontiamo la questione della posizione della donna nella società”. Invece, lavorano contemporaneamente su questi temi. In Rojava, per esempio, alcune famiglie tengono le loro figlie in casa e non consentono loro di andare a scuola. Il movimento non forza queste famiglie a mandare le loro figlie a scuola; si parla con loro, si cercare di convincerle. La liberazione non avviene durante una notte – è un processo continuo.

Nel caso di queste famiglie conservatrici, potrebbe essere controproducente se il movimento, in un modo o l’altro, provasse a forzare il cambiamento di tali abitudini culturali.

Ma è la stessa cosa con sulla questione della terra e di chi la possiede – che è anche una questione culturale.

Ma nel caso di terreni vi è una chiara contraddizione tra gli interessi dei grandi proprietari terrieri e dei contadini senza terra. La scontro diventa inevitabile.

Vero, ma se nascesse un forte movimento contadino che ponesse la questione di espropriare la terra non credo – e sto qui speculando – che il PKK o PYD andrebbe contro di esso. Se questi proprietari tornano dopo anni e richiedono la loro terra, le persone che hanno coltivato quella terra probabilmente non cederanno facilmente. Penso che sia possibile che la realtà quotidiana determina un processo di espropriazione, ma non è certo.

Tutto questo parla di una certa concezione della rivoluzione; non è più come il vecchio PKK, che aveva come suo compito quello di prendere il potere e poi attuare il socialismo per decreto. Al contrario, la rivoluzione è vista come un processo di elevazione della coscienza e di orientamento ideologico. Il PKK dice al giorno d’oggi che non è più è il “partito d’avanguardia”, ma è il catalizzatore e l’ispirazione ideologica. Così il PKK/PYD non ha come obiettivo di colmare queste strutture democratiche con la propria ideologia.

Credo di sì, da qui la forte enfasi sulla formazione ideologica.

Uno degli elementi fondamentali di tale ideologia è la liberazione delle donne. Ma, come già detto, ci sono anche forti tradizioni patriarcali nella regione. Da dove viene questa enfasi sulla liberazione delle donne?

Anche in questo caso Ocalan ha giocato un ruolo significativo sollevando questo problema all’interno dell’organizzazione. Ma non è stato avviato con lui. Le donne hanno avuto un ruolo importante già nei primi anni del PKK – forse non erano molte, ma hanno avuto un’influenza. Che distingueva il PKK dagli altri partiti di sinistra che, al momento, non avevano donne in ruoli di leadership. E l’attenzione per la liberazione delle donne è cresciuta nel corso del tempo. Fin dall’inizio, la lotta del PKK ha fornito uno spazio in cui le donne potevano svolgere un ruolo sociale e politico, e come l’influenza del PKK è cresciuta questo spazio è cresciuto con essa.

Il ruolo di Ocalan è stato quello di porre la liberazione delle donne come una questione teorica all’interno del partito. Allo stesso tempo, le donne nel partito spesso facevano riferimento al suo nome. Intorno al 2003/ 2004 ci fu una lotta interna al PKK dopo che la direzione del partito decise che i movimenti delle donne avrebbero dovuto essere subordinati al partito. Il movimento delle donne si oppose con forza a questo usando gli argomenti di Ocalan, il leader, per rafforzare il loro caso. Hanno vinto questa battaglia. Quindi le dichiarazioni di Ocalan sono utilizzate dai membri anche per lottare per una certa propria autonomia.

Il PKK ha una concezione particolare della liberazione delle donne. Quasi mai si riferiscono alle pensatrici femministe o a correnti al di fuori della propria organizzazione e tendono a pensare in termini di una dicotomia tra uomini e donne – e dare la priorità a questa contraddizione rispetto ad altre.

Vero, ma questo è un tentativo di formare un determinato soggetto. La contraddizione colonizzatore-colonizzato è una contraddizione che permette la formazione di un gruppo. La questione sociale è un altra, anche se a questa è data meno attenzione allo stato attuale, e la contraddizione tra uomini e donne – la questione di genere – è un altra. Ci sono più campi di lotta e il tentativo è di formulare un tipo di politica che non privilegi una lotta rispetto l’altra.

Ma molti testi del PKK discutono della “donna”, mentre una delle intuizioni dei movimenti femministi è che non esiste una singola,  omogenea categoria di “donna” – le donne si dividono in base alla  nazionalità, l’identità sessuale, di classe, e altro.

Credo che la lotta delle donne è formulata su un livello altamente politico e ideologico e si svolge lungo le linee che sono in parte il risultato della divisione del lavoro tra uomini e donne, e in parte il risultato di concezioni culturali e religiose circa i ruoli degli uomini e delle donne. Le discussioni su come modellare quel campo di battaglia sono seguite da persone che sono vicino al movimento, ma non so quale impatto questo ha all’interno del partito. Le persone che non sono affiliati a organizzazioni o che non sono membri del partito spesso svolgono un ruolo importante nelle discussioni circa le politiche di sinistra, e con il PKK, come ben si può vedere, la gente si attiva attorno a un certo problema e discute di questi temi al anche di fuori del partito.

Ha il PKK un interesse per questo tipo di discussioni?

Essi basano fortemente sulla propria istruzione e ideologia. Allo stesso tempo, quando si va in giro per la regione e cercate, per esempio, nelle librerie che sono vicini al movimento e che vendono i libri che sono pubblicati a livello locale, si vede una vasta gamma di pensatori. Pensate a gente come Wallerstein e Chomsky, ma sono tradotti pure Adorno e Gramsci.

Quello che ho trovato interessante è stata la lettera scritta da Suphi Nejat Agirnasli, che era presumibilmente un membro del  MLKP turco, e che è caduto nella difesa di Kobane. Ha fatto riferimento a una serie di femministe di sinistra – qualcosa che non si potrebbe aspettare da un membro di una organizzazione maoista come il MLKP.  E di recente, circoli che sono vicini al PKK hanno organizzato una grande conferenza nella città tedesca di Amburgo a cui hanno invitato diversi teorici della sinistra come John Holloway e David Harvey.

Il coinvolgimento di diversi gruppi di sinistra turche con Rojava potrà portare a cambiamenti all’interno della sinistra turca?

Non riesco a valutare l’importanza di questo. La cosa più importante è lo sviluppo del partito curdo e della sinistra legale HDP, e in che misura riuscirà a trovare sostegno nella parte occidentale della Turchia. I partiti kurdi legali hanno sempre cercato di formare alleanze per le elezioni turche con la sinistra e spesso hanno partecipato insieme, ma questi partiti sono rimasti piccoli. Il HDP sta ora cercando di costruire una struttura di partito che possa attrarre i turchi di sinistra, più ampia rispetto agli attuali, normali gruppi radicali. Se riescono in questo, c’è la possibilità di una svolta politica.

Rojava ha attirato molta attenzione durante la lotta contro l’ISIS in Kobane. Ma l’esperimento in Rojava è stato reso possibile dalla guerra civile in Siria. Il PYD è accusato di collaborare con il regime di Assad: il regime ha ritirato le sue truppe ed il PYD non apre un nuovo fronte contro il regime, la creazione di una sorta di grande occasione per Assad e i curdi.

Ma è anche il caso che, dal momento che già nel 2005 persone hanno lavorato sull’idea di autonomia democratica. Anche in Turchia, tali strutture vengono formate e stanno cercando di iniziare lo stesso processo in Iran. Ma in Rojava questo progetto è stato in grado di prendere una forma molto diversa, in parte a causa della guerra. Le persone lavorano sullo stesso progetto e stanno cercando di plasmare quel progetto all’interno delle strutture di potere esistenti. La guerra civile in Siria ha fornito l’opportunità di sviluppare questo progetto, ma non si può dire che il movimento abbia voluto in questo modo. Fin dall’inizio il PYD ha detto che si opponeva alla lotta armata contro il regime di Assad. Il PYD ha sostenuto le proteste pacifiche – ma quando la lotta armata è iniziata e c’è stato il pericolo che il Free Syrian Army o gli jihadisti entrassero in Rojava,  si sono armati rapidamente.

Il PYD rivendica che il YPG e YPJ non sono un partito milizia, ma formano le forze di difesa di Rojava. Altri gruppi curdi non trovano questo molto credibile; essi considerano queste organizzazioni il partito-milizia del PYD.

E ‘vero che queste forze militari sono  strettamente legate ideologicamente al PYD, ma ci sono anche dei gruppi all’interno del YPG-YPJ che non sono necessariamente membri del PYD, come le unità arabe e cristiane. Credo che sia stata una decisione saggia del PYD per limitare il numero di miliziani nella zona. E accanto il YPG / YPJ, pure le unità locali sono rappresentate nella struttura di comando. Queste unità locali difendono i propri villaggi, ma non sono mobili; essi non possono essere spediti in altre aree.

Ma ci sono chiaramente delle contraddizioni tra il PYD, da un lato, e le parti siriane che sono collegate al Partito democratico curdo iracheno del Presidente curdo Barzani dall’altra. Allo stesso modo, ma in misura un po’ minore, ci sono tensioni con l’Unione Patriottica del Kurdistan dell’Iraq. Quei partiti hanno una concezione molto diversa del potere, del futuro e dello sviluppo di autogoverno curdo. Sono molto più conservatrici

Ci sono anche impotanti contraddizioni tra, da un lato, il PYD e, dall’altro, per semplificare le cose, con l’opposizione araba. Il PYD non ha sostenuto la lotta armata contro Assad, un  tipo di lotta questa che non è stata un’opzione liberamente scelta dall’opposizione, era una questione di auto-difesa. Il PYD è accusato di beneficiare del regime di Assad, non solo impedendo la formazione di un nuovo fronte, ma anche perché ha represso le manifestazioni anti-Assad all’interno Rojava. Delle persone sono state uccise dall’ YPG nel corso di tali proteste. Come vede lo sviluppo di questa relazione?

Vi è una certa cooperazione a livello locale – un certo numero di tribù arabe si sono uniti alla lotta del PYD. Ma il rapporto con l’opposizione politica organizzata è molto più difficile, anche se non c’è collaborazione con le parti del FSA. I jihadisti sono cresciuti fortemente nell’opposizione araba e la loro visione del mondo è in netta opposizione rispetto quella del PYD.

Ci sono altre accuse di violazioni dei diritti umani. Recentemente ci sono stati reclami che l’YPG ha costretto ad abbandonare la popolazione araba da un certo numero di villaggi con la scusa della lotta contro lo Stato islamico.

Il PYD è sinonimo di una Rojava che è l’espressione della diversità culturale ed etnica. Ad esempio, Efrin è sede di molti aleviti e la donna co-presidente è alevita. In Cizîrê, c’è una grande settore di popolazione araba e uno dei co-presidenti è arabo. Si vede lo stesso a livello locale. Una delle principali differenze tra il PYD e gli alleati siriani del KDP è il loro atteggiamento nei confronti della popolazione araba in Rojava. L’attuale KDP dice:  “Queste persone sono state portate qui come parte di una politica di arabizzazione del regime Baath e devono andarsene, anche se sono qui da generazioni’.  Il PYD dice che tutti coloro che ora vivono in Rojava dovrebbe essere coinvolti nella costruzione di una nuova società.

La difesa di Kobane è stato un successo, in parte come risultato dell’aiuto da parte delle potenze occidentali, soprattutto grazie agli attacchi aerei degli Stati Uniti. Alcuni critici dicono che il PYD è diventato uno strumento dell’Occidente – come risponderesti a questa affermazione?

Questo tipo di critica deriva dal tentativo di rimanere ideologicamente puri. E ‘più difficile rimanere puri, una volta che si è coinvolti nella lotta. Se si è coinvolti, si deve navigare in un campo determinato da rapporti di forza che non hai selezionato, e bisogna fare delle scelte all’interno di quel campo. Non ci sono state vere e proprie opzioni tranne le pressioni degli Stati Uniti di bombardare ISIS. E che è stato fatto in un modo molto intelligente. Gli Stati Uniti non erano ansiosi di intervenire: poco prima degli attacchi aerei della Casa Bianca ha dichiarato che ancora Kobane “non una risorsa strategica”. Il fatto che hanno iniziato i bombardamenti, e sempre più intensamente, perché il PYD difendeva Kobane e in un certo senso era una questione strategica: se la città  cadeva,  sarebbe stato un colpo morale immenso che avrebbe colpito anche gli Stati Uniti. L’ISIS si sarebbe rafforzato. Si potrebbe quasi dire che i curdi hanno costretto l’Occidente a mettersi in gioco lì. C’erano poche altre opzioni. Uno dei difensori di Kobane ha twittato asserendo che se la sinistra internazionale avesse avuto una forza aerea, avrebbero chiesto loro aiuto.

Ma anche se si riconosce che il PYD non aveva altre opzioni, si può chiedere se – contro la sua volontà – non è diventato dipendente dagli Stati Uniti.

Ma non vedo questa dipendenza. Forse ci sono stati accordi su cui non si sa nulla, ma il PYD non ha solo mantenuto se stesso; la sua posizione è ora più forte di prima. Kobane è diventato un simbolo del loro successo.

Ma è probabile che gli Stati Uniti si rivolterà contro il progetto Rojava se, ad esempio, il PYD insiste sul principio che le risorse come il petrolio dovranno essere di proprietà comune.

Questo è probabile, ma bisogna doandarsi quanta influenza gli Stati Uniti avranno nella regione in futuro. Dal 2003 all’invasione dell’Iraq, l’influenza degli Stati Uniti è diminuita. Le potenze locali come la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita hanno un ruolo molto più importante negli sviluppi locali rispetto a prima. Gli Stati Uniti sono ancora un fattore, ma non è più così forte come prima.

La Turchia, in particolare, è un nemico del movimento curdo in questo momento.

La Turchia sta facendo tutto quanto in suo potere per marginalizzare il PKK e il PYD, senza successo. Ma la politica di relazione con i partiti di governo del sud del Kurdistan, nel nord dell’Iraq, è molto diversa. Hanno un buon rapporto da molto tempo, ma questi legami sono stati recentemente danneggiate. Quando la città di Erbil, nel nord dell’Iraq era in pericolo di essere presa dall’ISIS, Barzani ha chiesto aiuto alla Turchia, ma gli ha girato le spalle.

Il PYD sostiene che lo Stato turco appoggi attivamente gruppi come ISIS e Jabhat al-Nusra. Quanto credibili sono quelle accuse?

Penso che ci siano buone ragioni per credergli. Ci sono molte indicazioni che la Turchia sta dando sostegno diretto e indiretto a gruppi jihadisti. Per esempio, ci sono le registrazioni che mostrano soldati turchi che interagiscono con i combattenti lungo il confine delle aree controllate dai jihadisti. Il servizio segreto turco MIT è stato coinvolto nella fornitura di armi. Ci sono molti esempi del genere. Recentemente si è saputo che l’esercito turco aveva dato supporto d’artiglieria agli jihadisti quando hanno attaccato un villaggio armeno nel nord della Siria, Kassab. I leader dei gruppi jihadisti possono incontrarsi senza problemi ad Ankara; gli jihadisti sono stati curati negli ospedali turchi – e si potrebbe andare avanti.

Tutto questo è organizzato da quello che viene chiamato lo “Stato profondo” in Turchia, o è la politica attiva del governo?

Penso che questo sia discusso e deciso a livello governativo. La politica estera della Turchia sotto il governo dell’AKP, il cosiddetto neo-ottomanismo, si basa sulla politica di identità sunnita, sul sostegno dei movimenti sunniti in Siria e in Iraq. Il Qatar e l’Arabia Saudita stanno anche loro cercando di guadagnare influenza attraverso i movimenti sunniti, proprio come Morsi ha cercato di farlo quando era presidente dell’Egitto. La Turchia ha cercato, senza successo, di reprimere il PYD sostenendo gruppi sunniti che gli sono ostili.

Questa politica significa che lo Stato turco sta giocando con il fuoco, sostenendo i gruppi jihadisti. L’ISIS ha già minacciato più volte di attaccare la Turchia se il governo dovesse cambiare il suo atteggiamento. Molti combattenti dell’ISIS hanno un retroterra turco e potrebbero in futuro diventare un fattore di rischio all’interno della Turchia stessa; tanto più perché il supporto all’ISIS è cresciuto all’interno della Turchia.

Poche settimane fa, il regime di Assad ha dichiarato di non avere obiezioni alla bandiere curde – una rottura simbolica con l’ideologia nazionalista del Baath arabo. Ed è che un assaggio di quello che potrebbe avvenire, di una regione curda autonoma all’interno della Siria?

L’autonomia curda è già una realtà – e anche se il regime di Assad avrebbe deciso di rivoltarsi contro di essa, dubito che avrebbe fatto molta differenza.

Le ultime settimane hanno visto alcuni scontri molto intensi tra la YPG e l’esercito governo siriano. C’è una possibilità che si arrivi ad una vera e propria guerra tra i due?

Questo è difficile da dire, ma Assad non ha alcun interesse in una guerra del genere: il suo regime è già indebolito. L’interesse di Assad è in un accordo.

Anche il PYD non ha nulla da guadagnare da un tale confronto: non né possono più dei combattimenti con l’ISIS e al-Nusra. Ma la situazione attuale è volatile e non rimarrà la stessa per molto tempo.

  • June 4, 2015

Tratto da: www. roarmag.org

Potrebbe piacerti anche Altri di autore