SIRIA. LA STRATEGIA DI OBAMA

Siria. La tregua e la exit strategy di Obama

Di Gilbert Achcar

È evidente quasi a tutti che il nuovo accordo per il cessate il fuoco in Siria è destinato al fallimento come tutti gli accordi che non risolvono il problema centrale delle crisi.

In assenza di un’agenda che comprenda un accordo complessivo sull’uscita dalla scena politica di Bashar al-Assad e la messa in atto di un governo pluralistico, nessun cessate il fuoco potrà durare in questo Paese devastato dalla guerra. Se l’opposizione dovesse accettare una capitolazione sarebbe rapidamente superata dai combattenti, per i quali qualunque cosa meno che l’abbandono del potere da parte del clan Assad significherebbe accettare che centinaia di migliaia di siriani siano morti per niente, come un numero ancora maggiore di mutilati e intere parti del Paese ridotte in rovine.

Perché una tregua porti a un compromesso su cui basare una pace autentica, è necessario che vi siano delle motivazioni forti per tutte le parti in conflitto. Proprio la mancanza di queste motivazioni spiega come mai gli accordi di Oslo, firmati a Washington ventitré anni fa, non hanno risolto il conflitto israelo-palestinese: questi accordi erano basati sul rinvio di ogni decisione su tutte le questioni cruciali, compreso il destino delle colonie israeliane nei Territori occupati nel 1967. Il risultato era prevedibile: Israele, in realtà, ha consolidato le sue posizioni anche in Cisgiordania grazie a quegli accordi, provocando un crescente risentimento fra i palestinesi e infine il fallimento del «processo di pace».

Senza stabilire un equilibrio delle forze militari in campo in Siria che obblighi il regime di Assad e i suoi alleati iraniani a cercare un vero compromesso, un autentico accordo politico è impossibile. Assistiamo quasi all’opposto: il regime siriano, rafforzato dal sostegno iraniano e russo, che si vanta della prossima riconquista di tutto il Paese. Come hanno sottolineato i protagonisti principali, la questione di creare questo equilibrio delle forze – in particolare fornendo all’opposizione dei missili antiaerei in grado di limitare l’uso della potenza aerea da parte del regime, principale arma di distruzione su grande scala – è stato il  maggiore pomo della discordia riguardo alla Siria all’interno dell’amministrazione Obama dal 2012. Il fatto che questa questione sia ancora dibattuta è dimostrato dalla reticenza del Pentagono a dare il via libera all’accordo negoziato da John Kerry, il segretario di Stato.

È stato riferito (chiaramente era una fuga di notizie) che gli strateghi militari americani non avevano fiducia nel fatto che il regime siriano e suoi alleati iraniani e russi avrebbero rispettato il cessate il fuoco destinato ad un compromesso. Inoltre, il Pentagono non intende condividere le informazioni militari riguardo all’opposizione siriana con i suoi omologhi russi nel timore che possano essere usate per bombardarla in modo ancora più massiccio. Ed hanno delle ragioni per essere diffidenti. John Kerry ha già ottenuto un posto nella storia per essere la prova eminente di ingenuità diplomatica, per la sua convinzione di poter risolvere i conflitti con dei negoziati che non poggino su azioni sul terreno – questo è stato ben descritto dal Financial Times come dato rivelatore della sua «fiducia illimitata nella propria capacità di risolvere i problemi nel momento in cui può portare le parti coinvolte a sedersi allo stesso tavolo» – e dalla sua incrollabile illusione sulla volontà di Mosca di aiutare gli Stati Uniti ad uscire dal pantano siriano.

È altrettanto improbabile che Barack Obama – che difficilmente può essere sospettato di ingenuità – condivida i tratti particolari del suo segretario di Stato. Il presidente americano ha ostinatamente rifiutato di cambiare il proprio atteggiamento sulla Siria nel corso degli ultimi quattro anni a dispetto delle dimostrazioni lampanti che questo avrebbe portato il conflitto a degenerare in una catastrofe per il popolo siriano e in un ulteriore disastro per la politica americana, dopo l’Afghanistan e l’Iraq. Ciò facendo, Obama è riuscito solo a convincere una gran parte dell’opinione pubblica araba che gli Stati Uniti – che hanno invaso l’Iraq e bombardato la Libia per molto meno rispetto a ciò che accade in Siria da cinque anni – si preoccupano esclusivamente dei Paesi ricchi di petrolio. Se qualcuno nella regione aveva ancora una qualunque illusione riguardo ai pretesti umanitari e democratici evocati durante gli ultimi anni, sarà ormai completamente disilluso. Come ha osservato Anthony Cordesman, uno degli osservatori più intelligenti della situazione politico e militare in Medioriente, il presidente degli Stati Uniti è proteso unicamente verso una «strategia d’uscita» – ma non dalla crisi siriana ma del suo abbandono della presidenza.

 

Traduzione di Cinzia Nachira

Questo articolo è apparso in inglese il 19 settembre 2016 su The Nation con il titolo: The Syrian Truce and Obama’s Exit Strategy. La traduzione in italiana si basa sulla versione francese apparsa sul sito A l’encontre il 20 settembre 2016 con il titolo: HYPERLINK “http://alencontre.org/laune/syrie-la-treve-et-la-strategie-de-sortie-dobama.html”Syrie. La trêve et la stratégie de sortie d’Obama

 

Potrebbe piacerti anche Altri di autore