LE TANTE FACCE DI SHIMON PERES

Di Dominique Vidal

È un vero mistero nella vita politica israeliana: tanto si è amato Shimon Peres all’estero quanto lo si è detestato all’interno, almeno fino alla sua elezione alla presidenza di Israele nel 2007. Il Premio Nobel per la pace (1994) ha pesato fortemente in questa bella immagine internazionale. Tuttavia i media che lo incensano dimenticano che questa caratteristica è inseparabile da quella ricevuta da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat: l’accademia svedese premiò, un anno dopo, gli accordi di Oslo più che i suoi padri. Se ha contribuito all’elaborazione della prima pace israelo-palestinese, Shimon Peres ha svolto un ruolo altrettanto importante nel suo fallimento, soprattutto proseguendo la politica di colonizzazione.

Gli “anni di Oslo”

Il 4 novembre 1995 Yigal Amir, un giovane ultra-ortodosso di estrema destra assassinò Yitzhak Rabin, alla fine di un raduno di massa per la pace in piazza dei Re di Israele a Tel Aviv. L’assassino lasciò passare Peres, uscito qualche istante prima del primo ministro.

Dopo la morte di Rabin, Peres, che all’epoca aveva 72 anni, lo sostituì fino alle elezioni del 29 maggio 1996. I sondaggi lo davano a dieci punti di vantaggio sul candidato della destra. Ma si lasciò coinvolgere per due volte in una escalation che compromise le sue chances elettorali. L’assassinio di Yahia Ayache, l’ “artificiere di Hamas”, il 5 gennaio 1996 – in piena tregua – che offrì agli estremisti dell’organizzazione l’occasione per riprendere gli attentati, che destabilizzarono la maggioranza e iniziò anche un impietoso blocco dei territori palestinesi occupati. Qualche settimana dopo, dei lanci di razzi da parte di Hezbollah nel nord di Israele servirono da pretesto per l’inizio dell’operazione “motivo di rabbia”. Vent’anni dopo aver ritirato Israele (parzialmente) dal pantano libanese, Shimon Peres ve lo fece ripiombare, con dei lunghi bombardamenti che massacrarono, il 18 aprile 1996, centosei profughi civili rifugiati a Cana, all’interno di un campo libanese dell’ONU. Tutto questo fino a quando alla fine di maggio dello stesso anno egli non venne sconfitto all’elezione come Primo ministro da Benyamin Netanyahu. L’incompreso Peres ha commesso un vero e proprio suicidio politico…

Col tempo però, gli “anni di Oslo” (1993-2000) apparivano a Peres come una parentesi. L’uomo era innanzitutto un animale politico, avido di potere. Lungi dal lavorare per la pace, preparava la guerra. All’età di vent’anni, dieci anni dopo il suo arrivo in Palestina, aderì al movimento della gioventù del partito di sinistra MAPAI, di cui diventò il segretario nel 1943. In occasione di un viaggio in macchina verso Haifa,  fece l’incontro determinante per la sua vita: David Ben Gurion. Sessantenne, il leader cercava di circondarsi di una nuova generazione di dirigenti. Il “Vecchio” apprezzò le qualità di questo giovane quadro laburista, che nel 1947 entrò nel quartier generale della Haganah, l’esercito ebraico clandestino. Dato che Peres aveva rifiutato la promozione a generale maggiore del nuovo esercito – il grado di Yitzhak Rabin e Moshe Dayan –  David Ben Gurion lo incaricò di trovare rifornimenti di armi di cui Israele aveva bisogno per fronteggiare gli eserciti arabi.

La politica della “ambiguità deliberata”

Da quel momento, la carriera di Shimon Peres è tracciata. Dopo un soggiorno negli Stati Uniti per motivi di studio e per ottenere armi, diventò direttore generale del ministero della difesa, a 29 anni. Coltiverà delle amicizie influenti in Francia, nel Regni Unito e, più tardi, anche in Germania; in questo modo poté negoziare l’armamento dell’esercito israeliano “Tsahal”, che riuscirà a rafforzare a partire dal 1955 per controbilanciare i rifornimenti cecoslovacchi all’Egitto. Con il francese Guy Mollet, presidente del consiglio della IV Repubblica e Maurice Bourgès-Maunoury, allora ministro della difesa, il flirt andrà ben più lontano: nell’ottobre del 1956, a Sèvres, questi ultimi converranno con Shimon Peres il lancio di un’operazione militare tripartita contro Gamal Abdel Nasser e, durante una pausa dell’incontro, anche la costruzione di un reattore nucleare nel sud di Israele.

Alla fine degli accordi conclusi un anno dopo, Parigi fornì a Israele la tecnologia necessaria, inviando un reattore nucleare da 24 megawatt e centinaia di tecnici per costruire la centrale di Dimona, alle porte del Negev. Il ritorno al potere del generale De Gaulle, ostile alla nuclearizzazione di Israele, non impedì che la cooperazione tra Parigi e Tel Aviv desse i suoi frutti. Certo, il nuovo presidente la frenò, ma troppo tardi: qualche anno dopo la Francia (1960), lo “Stato ebraico” divenne una potenza nucleare (1967). Nasser si preoccupò di questo, anche se il governo israeliano negava di far parte del gruppo molto ristretto delle potenze che avevano la bomba. Peres tentò anche di aiutare il Sudafrica ad acquisire l’arma nucleare, nel quadro di un’alleanza mai smentita tra Israele e il regime dell’Apartheid.

Questa sarà la grande opera di Peres, di cui paradossalmente non potrà mai vantarsi. Entrò in parlamento e divenuto viceministro della difesa nel 1959, supervisionerà fino in fondo la messa a punto del segreto che sconvolgerà definitivamente i rapporti di forza regionali: la forza d’urto dell’esercito israeliano. “Ambiguità” – è il nome ufficiale di questa politica – rappresenterà un vantaggio straordinario e durevole: Tel Aviv non sarà mai costretta a firmare il trattato di non proliferazione nucleare (TNP) né a essere oggetto dei controlli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

Vent’anni di rivalità con Yitzhak Rabin

Peres godeva allora di un’autorità eccezionale, compreso sul suo mentore che invecchiava e di cui diventava il simbolo, di cui arrivò ad ispirare molte visioni: Peres incarnò soprattutto la sua filosofia dello Stato – la mamlachtiout. Per fedeltà a Ben Gurion nel 1965 dette le dimissioni (dal partito laburista, ndt) per seguirlo nella scissione che quest’ultimo organizzò contro la vecchia guardia laburista, lo stesso anno diventerà segretario del nuovo partito di sinistra, il RAFI. Ma quest’impresa fallì e all’indomani della guerra del 1967, il quarantenne dai lunghi denti, tornò all’ovile accodandosi altre pecorelle smarrite. Golda Meir lo ricompensò nominandolo un’altra volta ministro nel 1969: successivamente fu incaricato dello sviluppo dei territori occupati e dei rifugiati, dell’assorbimento degli immigrati, dei trasporti e delle telecomunicazioni. Quindi partecipò attivamente alla politica di colonizzazione intrapresa dal partito laburista dal 1967 e rifiuterà, anche dopo gli accordi di Oslo del 1993, di porvi fine.

Nel 1974 sarà l’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, rientrato a Tel Aviv, che la “madre della nazione” Golda Meir spinse alla testa del partito e poi del Paese. Questo “usurpatore” si chiamava… Yitzhak Rabin. Il nuovo capo del governo fece di Peres il suo ministro della difesa, nonostante non si fidasse, convinto che tramasse sempre contro di lui.

Per vent’anni, la rivalità tra Shimon Peres e Yitzhak Rabin fece molto rumore. Di fatto, i due uomini, contrapposti in tutto, non si piacevano: il militare disprezzava l’apparatchik, l’intellettuale se ne infischiava dell’uomo dalle idee semplici, il bulletto derideva l’intrallazzatore e senza dubbio il padre di famiglia modello invidiava il viveur. Umiliato nel 1974, Peres si prenderà la rivincita negli anni ’80. Il suo avversario fu screditato dalla cocente sconfitta nel 1977. Passato all’opposizione il partito laburista elesse alla sua presidenza Shimon Peres.

Una collezione di ministeri e una reputazione di “colomba”

Sette anni più tardi con la creazione di un governo di unità nazionale, Peres ne prese la testa. Porrà fine all’iperinflazione e, soprattutto, guiderà il ritiro dell’esercito dal Libano, cosa che gli varrà la reputazione di “colomba”. Ma tuttavia, all’epoca si oppose a qualsiasi negoziato con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), privilegiando “l’opzione giordana” ben presto fatta fallire sul nascere da Yitzhak Shamir. Il successore di Menahem Begin divenuto a sua volta primo ministro nel 1986, in virtù della rotatsia – l’alternanza negoziata tra la destra e il partito laburista alla testa del governo di unità nazionale. Nuova umiliazione nel 1992: in occasione delle vere prime primarie, i militanti laburisti scelsero Rabin come dirigente del partito. Grande vincitore, quest’ultimo nonostante tutto gli affidò gli affari esteri e lo coinvolse nell’avventura di Oslo.

Nella sua carriera politica, Shimon Peres è stato quindici volte ministro, tre volte primo ministro – ad interim – e quattro volte vice-primo ministro senza mai aver portato il suo partito alla vittoria. Per completare questa collezione di incarichi, non esitò all’inizio del ventunesimo secolo a partecipare diverse volte ai governi diretti da Ariel Sharon.

A questa sfilza di funzioni, non è mancata a Shimon Peres quella di presidente dello Stato. Tentò due volte di concorrere a questa carica: nel 2000 fu battuto dal likudnik Moshe Katsav, che sarà condannato per violenza sessuale. Nel 2007 Shimon Peres gli poté succedere senza difficoltà.

Paradossalmente, sarà scavalcato a sinistra dal suo successore Reuven Rivlin, anch’egli membro del Likud, eletto nel 2014. Se Rivlin rifiuta la creazione di uno Stato palestinese e difende l’operazione “scudo di difesa” contro la striscia di Gaza (2014), fa campagna contro il razzismo e per i diritti dei cittadini palestinesi di Israele. Sarà anche il primo presidente a presentare le sue scuse, sul posto, per il massacro di Kfar Kassem, dove la polizia di frontiera israeliana assassinò quarantasette civili palestinesi, il 29 ottobre 1956, di cui quindici donne e undici bambini.

Traduzione di Cinzia Nachira

 Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista web  www.orientxxi.info” Orient XXI il 28 settembre 2016 con il titolo: Les multiples visages de Shimon Pérès. Si può trovare l’originale all’indirizzo:  HYPERLINK “http://orientxxi.info/magazine/les-multiples-visages-de-shimon-peres,1497” http://orientxxi.info/magazine/les-multiples-visages-de-shimon-peres,1497

 

Dominique Vidal, storico e giornalista

 

 

 

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