LA POLITICA COME ARTE STRATEGICA

di Daniel Bensaid*

«La politica ormai prevale sulla storia».  Walter Benjamin

«I principi sono chiari, e la loro applicazione incerta». Guy Debord (1)

Sommario

  • Il teatro delle operazioni
  • L’enigma delle rivoluzioni moderne
  • Strategie e partiti

Se la politica ormai prevale sulla storia, non è tuttavia libera dal legame che le unisce dalla loro comune origine. Un movimento che soffra di un grave «deficit di conoscenze storiche», affermava Debord, «non può più essere condotto strategicamente» (2). Né politicamente. Il crollo postmoderno del sentimento storico, la contrazione del tempo lungo attorno a un presente fugace, senza ieri né domani, si traducono logicamente in una crisi della ragione strategica. E dunque, della politica, che non è né una scienza dell’amministrazione né una tecnica istituzionale, ma un’arte dei momenti propizi e degli spazi di decisione. Un’arte strategica. La politica deve dunque collocarsi «esattamente dal punto di vista degli attori». Ora, «per vedere il seguito», l’attore deve «pagare in contanti».(3)

Il teatro delle operazioni

Questo punto di vista degli attori è «molto difficile» da tenere. Si tratta, trovandosi immersi nel cuore della mischia, di conoscerne «tutte le circostanze» (4). Rifiutando di concepirla come l’oggetto di una «scienza positiva e dogmatica», Jomini (5) definiva la guerra come «un’arte sottoposta ad alcuni principi generali» e «come un dramma passionale». Una faccenda di ragione appassionata o di passione ragionata. Nella quale bisogna prepararsi al «momento favorevole» per arrivare a un punto chiamato «al centro dell’occasione». Prepararsi. Essere pronti, perché ogni minuto è una porta stretta dalla quale può spuntare il messia. E fedeli all’appuntamento.

La stessa cosa in politica. Se la guerra può essere definita come la sua continuazione con altri mezzi, la politica diventa reciprocamente la continuazione della guerra senza limiti con i suoi propri mezzi. Anche questa è un’arte del tempo spezzato, della congiuntura, del momento propizio da cogliere per arrivare a un punto «al centro dell’occasione». Nella rivoluzione come nella guerra, si è «sempre nell’incertezza della situazione reciproca delle due parti». È dunque inevitabile lavorare per l’incerto e agire «secondo verosimiglianze generali», poiché «è un’illusione attendere il momento in cui ci si sentirebbe liberi da ogni ignoranza». (6)

Diversamente dalle guerre, le rivoluzioni non si dichiarano. Ma, come quelle, si preparano. «Nello studio (…) del sistema dei rapporti di forza esistenti in una determinata situazione, si può ricorrere al concetto che nella scienza militare è chiamato della “congiuntura strategica” ossia, con più precisione, del grado di preparazione strategica del teatro della lotta, uno dei cui elementi principali è dato dalle condizioni qualitative del personale dirigente e delle forze attive che si possono chiamare di prima linea (…). Il grado di preparazione strategica può dare la vittoria a forze “apparentemente” inferiori a quelle avversarie.» (7) La preparazione strategica ha dunque per scopo di svelare le apparenze della quantità e della massa, di decifrare le debolezze sotto la forza e la forza sotto le debolezze, di modificarne i rapporti. L’esito di una crisi dipende da questo grado di preparazione e di formazione, non solo di un «personale dirigente» ma di una rete militante la cui attività permea l’insieme della società.

All’indomani della Rivoluzione francese, Clausewitz ha distinto la tattica, come impiego delle forze in vista della vittoria nella battaglia, dalla strategia, come impiego delle vittorie per raggiungere gli scopi della guerra. Dalla guerra locale alla guerra globale, passando per le guerre nazionali e mondiali, il rapporto tra strategia e tattica non ha cessato di evolvere nel senso di una dilatazione crescente del teatro e della durata delle operazioni. Nell’era della globalizzazione, la lotta di classe prende anche l’aspetto di una guerra civile generalizzata. Quello che ancora ieri era considerato strategico, si riduce all’episodio tattico di un grande gioco il cui campo si ingrandisce senza sosta. Nella dialettica della guerra e della battaglia, bisogna a volte saper perdere delle battaglie per vincere la guerra, così come bisogna saper cedere spazio per guadagnare tempo. Sul grande scacchiere della mondializzazione, le guerre di ieri sono così diventate le battaglie di oggi.

Le categorie di strategia e di tattica tendono a ridurre la parte irriducibile di aleatorietà propria a ogni situazione di scontro. Sforzandosi di estendere il controllo della ragione sulla guerra, von Moltke8, fedele discepolo di Clausewitz, riconosceva tuttavia i suoi limiti: «Le conseguenze materiali e morali di ogni scontro importante sono di una portata così grande che fanno nascere una situazione totalmente diversa, che diventa allora la base di nuove misure. Nessun piano delle operazioni può estendersi con certezza al di là del primo scontro con le forze principali del nemico». Il comando è allora obbligato «a prendere decisioni sulla base di situazioni che gli è impossibile prevedere» (9). La presenza di spirito si sostituisce allora al calcolo strumentale. Senza il lavoro preliminare della ragione però, l’audacia sarebbe solo temerarietà e la decisione un’avventura.

Strategia e tattica, offensiva e difensiva, guerra di usura e guerra di movimento, avanguardia e masse: il vocabolario militare è stato importato nella lotta di classe al tempo delle controversie nella 2a Internazionale in un’epoca in cui la storia militare diventava una preoccupazione maggiore delle scuole di guerra. Rivela una razionalità originale, irriducibile all’oggettività della ragione strumentale. Per la ragione strategica, l’osservazione del terreno, l’informazione sul nemico, la sua logistica, le sue retrovie, modifica continuamente le «condizioni oggettive» del conflitto. Il suo sapere è dunque necessariamente storico. È anche il motivo per cui si dice che i militari sono sempre indietro di una guerra: la prossima è per forza inedita, anche se la memoria di quelle precedenti è indispensabile alla sua conduzione. I rivoluzionari si trovano in una condizione analoga. Anch’essi rischiano dunque di essere sempre indietro di una rivoluzione. Perché la memoria delle rivoluzioni passate è piena di insegnamenti indispensabili, ma nessuno può dire che cosa saranno la rivoluzioni future.

L’enigma delle rivoluzioni moderne

Come può una classe sottoposta a una dominazione economica, politica e culturale pretendere di edificare un mondo nuovo senza essere sommersa da tutta la merda di quello vecchio? Come può il lavoratore, mutilato fisicamente e mentalmente da un lavoro alienato, essere l’autore di questa emancipazione? Tali sono gli enigmi delle rivoluzioni moderne. Davanti al «popolicidio» della Vandea, Babeuf si indignava: «Hanno fatto di noi dei barbari!». Però il mondo nuovo si costruisce con gli uomini e i materiali di quello vecchio. Pretendere di fare tabula rasa del passato, o voler calligrafare a proprio piacimento su una pagina bianca gli ideogrammi dell’uomo nuovo, è gravido di derive autoritarie e burocratiche.

Alle origini del capitalismo mercantile, imborghesirsi voleva dire accumulare potere economico, politico, simbolico e culturale, accumulato e trasmesso di generazione in generazione dalle elite della dominazione. All’opposto, diventare proletario voleva dire perdere la proprietà dei propri mezzi di produzione, del contenuto e della finalità del proprio lavoro, cadere sotto il fascino velenoso del feticismo della merce. Il sentimento dell’eterno ritorno ‒ dell’Eternità attraverso gli astri! (10) ‒ fa da eco alla dura prova di questo imprigionamento nel circolo vizioso della riproduzione sociale. Il tragico della ripetizione non lascerebbe dunque altra speranza che l’assedio sempre rinascente delle resistenze frammentarie sotto le mura imprendibili della dominazione?

In paesi con una lunga tradizione parlamentare, la «guerra d’usura» è avviata da tempo. Un’alternativa alle istituzioni esistenti non potrebbe sorgervi senza l’esperienza più o meno lunga di una doppia legittimità e di un dualismo di potere. Un nuovo diritto, una nuova egemonia, nuovi rapporti di proprietà, non possono imporsi senza una soluzione di continuità nella norma giuridica e senza ribaltamento dei rapporti di forza. Quando un modo di dominazione declina senza che sia pronto il ricambio, le transizioni sono incerte.

Un governo a cavallo su una doppia legittimità può essere «l’inizio parlamentare» di una rivoluzione sociale, oppure «lo pseudonimo popolare» di un potere rivoluzionario nascente (11)? «I principi sono sicuri, ma l’applicazione incerta», ironizzava Debord. Affinché un governo di transizione si iscriva in una dinamica di rottura e non di salvataggio dell’ordine stabilito, dovrebbe basarsi su un’ascesa delle mobilitazioni sociali, osare, fin dalle prime misure, incursioni ardite nei domini riservati del potere statale e della proprietà privata.

Dopo il tentativo fallito di colpo di Stato del giugno 1973 in Cile, la destra si è trovata sulla difensiva e i lavoratori massicciamente mobilitati. Per qualche giorno la situazione fu allora favorevole a una controffensiva rivoluzionaria. I dirigenti del Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR) hanno preso in considerazione la loro partecipazione a un governo di risposta basato sui nascenti organismi di potere popolare. I dirigenti di Unità Popolare hanno fatto la scelta opposta di aprire il governo ai militari (tra i quali Augusto Pinochet in persona), di disarmare i quartieri, di smantellare gli embrioni di organizzazione democratica dentro l’esercito. I generali delle tre armi hanno così avuto le mani libere di preparare dalla sede del governo il loro colpo dell’11 settembre.

Dopo il fallimento del tentativo di colpo di Stato del marzo 1975 in Portogallo, la crisi politica aperta avrebbe ugualmente permesso di porre la questione di un governo di salute pubblica basato sulla risposta popolare e sulla radicalizzazione del movimento sociale (compreso nell’esercito) per approfondire la dinamica rivoluzionaria iniziata il 25 aprile 1974. In un caso come nell’altro, la formazione di un governo di eccezione basato su organi di potere popolare contro le manovre putschiste avrebbe segnato non la conclusione ma l’approfondimento della crisi di legittimità istituzionale, la centralizzazione di una legittimità alternativa, e preparato l’inevitabile prova di forza decisiva.

Se, come scrive Gramsci «l’unità storica delle classi dirigenti si produce nello Stato», e se «le classi subalterne […] non possono unificarsi finché non possono diventare “Stato”» (12), allora la conquista del potere politico resta un passaggio obbligato dell’emancipazione. Costituire le classi subalterne in classi dirigenti attraverso la loro lotta per il potere politico, è precisamente ciò a cui puntano la «riforma intellettuale e morale» e la lotta per l’egemonia. Il loro scopo non è la vittoria corporativa della sola classe sfruttata, ma l’affermazione di una «volontà collettiva nazional-popolare» tendente a una forma superiore di civiltà umana al fine di risolvere una crisi globale dei rapporti sociali di produzione e di riproduzione. (13)

Nei paesi capitalisti con istituzioni rappresentative relativamente stabili, l’ipotesi strategica che emerge dalle esperienze del 20° secolo è quella dello sciopero generale insurrezionale. Una ipotesi non è né un modello né una previsione. Semplicemente una guida per l’azione, un orizzonte regolatore, da cui deriva una serie di compiti: sviluppare le esperienze partecipative di controllo, di autogestione, di autorganizzazione da cui possono nascere elementi di un potere alternativo; promuovere una logica dell’appropriazione sociale contro la privatizzazione del mondo; difendere una socializzazione accresciuta del reddito tramite un’estensione dei servizi pubblici e della protezione sociale; delegittimare le istituzioni esistenti e la politica professionalizzata; portare lo spirito di dissidenza dentro l’esercito, ecc. In paesi in cui il salariato rappresenta la grande maggioranza della popolazione, la formula dello «sciopero generale» o della «comune insurrezionale» mette inoltre l’accento sulla necessaria centralizzazione delle lotte e sulla capacità d’iniziativa di fronte a un potere anch’esso fortemente organizzato. (14) Se il dualismo dl potere vi riveste un carattere inestricabilmente sociale e territoriale (Parigi insorta contro Versailles), l’antagonismo concentrato in uno spazio ristretto esige una conclusione rapida. Diverso è nelle rivoluzioni legate a lotte di liberazione nazionale, o nelle società dove la questione agraria rimane esplosiva e dove la presenza dello Stato sull’insieme del territorio rimane debole. (15)

Per Marx ed Engels la risposta all’enigma ‒ come da niente diventare tutto? ‒ sembrava data quasi naturalmente dalla crescita numerica del proletariato industriale, dalla sua concentrazione in grandi unità, dal rafforzamento delle sue organizzazioni collettive e dall’elevazione graduale del suo livello di coscienza.

Un secolo e mezzo dopo, un tale ottimismo non è più consentito. La scommessa sulla dinamica storica del progresso non si riduceva però a un volgare determinismo sociologico. Nell’esperienza della lotta emerge una soggettività ribelle. Questa prende una dimensione politica quando la lotta dell’operaio contro il suo padrone diventa la lotta del proletariato contro la borghesia e contro il regime anonimo del capitale. (16)

Strategie e partiti

Come la politica istituzionale con la quale sono spesso identificati, i partiti hanno oggi una cattiva reputazione, spesso giustificata in quanto appaiono come macchine burocratiche per promozioni e prebende. Gli stessi partiti più rivoluzionari, utili per mobilitare e proporre iniziative nei periodi di effervescenza, in tempi di riflusso possono diventare nidi di meschinità e di intrighi, di vanità personali, e di elucubrazioni settarie. (17) Però una strategia senza partito è difficile da concepire, come una testa senza un corpo, o come uno stato maggiore senza le truppe, che dirige sulla carta battaglie immaginarie nelle quali si affrontano eserciti fantasma.

La desecolarizzazione del mondo e il preteso «ritorno» del religioso sono il prezzo della caduta dell’idea stessa di politica. La denigrazione della «forma partito» che oggi ha molto successo nelle sinistre alternative ne è un altro. L’estrema professionalizzazione della vita politica, la burocratizzazione delle organizzazioni, la confessione d’impotenza dei dirigenti di sinistra come di destra di fronte al dispotismo dei mercati, suscitano contro i partiti politici un sospetto legittimo di manipolazione, di carrierismo, di corruzione, o anche di pura e semplice inutilità. Non per questo la lotta politica è fondamentalmente di meno una lotta di partiti, quali che siano i logo che si affibbiano. Organizzazione collettiva fondata sull’adesione volontaria a un programma e a regole di vita comune, un partito rimane la migliore garanzia d’indipendenza relativa verso i poteri del denaro e i meccanismi della cooptazione mediatica.

Come «i pericoli professionali del potere»(18), i pericoli burocratici non sono propri della «forma partito». Hanno le radici nella divisione sociale del lavoro – tra lavoro manuale e intellettuale, tra città e campagna. Riguardano tanto i sindacati quanto le associazioni, e ogni forma organizzata. È una tendenza pesante delle società complesse contemporanee. L’era della comunicazione e delle reti mostra inoltre che le burocrazie informali della «società liquida» non sono le meno nocive, e che la democrazia plebiscitaria di opinione può rivelarsi assai meno democratica del libero confronto dei partiti e dei programmi. Come la democrazia non è un’istituzione né una cosa, ma «l’azione che incessantemente strappa ai governi oligarchici il monopolio della vita pubblica” (19), così un partito non è un’istituzione né una cosa, ma un attore collettivo che inventa in permanenza la propria funzione e i proprio obiettivi nel fuoco della pratica.

La nozione di avanguardia, anch’essa presa in prestito dal vocabolario militare, è ancora più sospetta di quella di partito. È datata. All’inizio del 20° secolo l’idea era nell’aria del tempo. Come nella politica, si applicava ai movimenti innovatori in letteratura, pittura, architettura. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, le nuove avanguardie ‒ lettristi, nuovi surrealisti, situazionisti ‒ si accontentarono spesso di rigiocare in farsa il ruolo delle avanguardie dadaiste, futuriste surrealiste di una volta, la cui potenza sovversiva faceva eco ai grandi sconvolgimenti e alle grandi promesse dell’Ottobre. Nel riflusso delle speranze deluse, per le avanguardie politiche e culturali dei «Trenta Gloriosi» era piuttosto il momento della parodia, dello scetticismo e del divertimento. Queste diventarono , controvoglia una specie di esercito di riserva del lavoro intellettuale. Dal nuovo romanza estenuato ai «nuovi filosofi» avvizziti, la novità non fu più altro che il proprio simulacro, la moda capricciosa, una ripetizione morbosa del vecchio, e gli abiti nuovi dei vecchi abiti usati riciclati. Quella che Lucien Goldmann chiamava allora «l’avanguardia dell’assenza», per Debord era già solo più una «assenza di avanguardia». Ma gli ultimi saranno i primi. E la retroguardia che protegge la ritirata finirà per ritrovarsi in prima linea.

Compiendo solo l’inizio di una novità, le avanguardie sono destinate a scomparire nella piena realizzazione di quanto esse anticipano o annunciano. In quanto il loro campo d’azione non è il lontano futuro ma l’inizio di un presente possibile, esse affrontano l’esistente in nome di un futuro che stenta a nascere. Per questo, più che della loro impotenza, la loro crisi è prima ancora il segno di un oscuramento di orizzonti di attesa e dei languori malati dell’epoca.

Quando un movimento, minoritario o «di massa», si delimita con un adesione volontaria, si dota di statuti e regole di vita propria, adotta un programma e avanza proposte, costituisce, lo voglia o no, una specie di avanguardia. Stretta o larga, il numero non conta niente, o poco, nella questione. Poiché la forma è, ancora e sempre, il contenuto. Il partito è il programma. E ciò che fa di un partito un’avanguardia è il suo rapporto specifico con la politica, la trasversalità della sua pratica in rapporto all’insieme dei campi sociali, il fatto che non si accontenta di addizionare proteste particolari ma le sintetizza attorno a un progetto. È dunque, per principio, in contraddizione con le retoriche postmoderne della politica in briciole, della dissoluzione della storia, delle alleanze arcobaleno di pura circostanza. Gli animatori di movimenti sociali sono spesso coscienti della necessità di «collegare i diversi temi di resistenza » tra loro. Ma secondo quali criteri? E in nome di che? Se non si tratta di un partito concepito come un intellettuale collettivo, si tratterà di esperti libreschi e altri consulenti scientifici. In altri termini, di una paradossale resurrezione delle avanguardie illuminate e dei maitres-penseurs.

Movimenti sociali e partiti sarebbero a tal punto incompatibili che occorre sacrificare gli uni agli altri, e reciprocamente? Alla luce del secolo scorso, la diffidenza versoi gli apparati, le cappelle, le botteghe, è comprensibile. Ma ci sono botteghe di ogni sorta, piccole o grandi, multinazionali o famigliari. Ci sono persino individui mediatici che sono botteghe già da soli. Alcuni individui fanno già un assembramento, e un inizio di organizzazione è già una bottega. Non ci si sfugge.

Il vero problema sono le condizioni di un rapporto pubblico e chiaro tra movimenti sociali e organizzazioni politiche. Un’esistenza alla luce del sole e un dialogo franco sono molto meglio, per questo, che le manipolazioni di corridoio e la manovre oscure. Non solo la lotta dei partiti non è un ostacolo alla democrazia, ma ne è una condizione necessaria. Senza la dialettica dei fini e dei mezzi, dello scopo e del movimento, la politica cadrebbe in polvere. Si perderebbe nei calcoli senza futuro, si contrarrebbe attorno a una gestione ordinaria senza progetto né visione. Senza orizzonte strategico.

* Daniel Bensaid (1946-2010), militante e filosofo, è stato uno dei fondatori della Ligue Communiste (sezione francese della IV Internazionale), membro del segretariato unificato della IV Internazionale. Per una più ampia presentazione, ci si può riferire a Inprecor n. 558/559 di febbraio/marzo 2010 e soprattutto consultare il sito Daniel Bensaid (http://danielbensaid.org), dove si possono trovare moltissimi scritti appassionanti di Daniel, tra i quali degli inediti. Il presente testo, scritto nell’agosto 2007, non è stato pubblicato allora, ed è rimasto nei suoi archivi personali, come molti dei testi che Daniel scriveva. È appena stato reso pubblico. (http://danielbensaid.org/La-politique-comme-art-strategique,1625) e ringraziamo Sophie Bensaid per l’autorizzazione a riprodurlo.

(Agosto 2007)

Note

1 Guy Debord, le Jeu de la guerre, Paris, Gallimard, 2006.

2 Guy Debord, Œuvres, Paris, Quarto Gallimard, 2006, p. 1804.

3 Guy Debord, Œuvres, op. cit., p. 1783.

4  «E ciò che ignoravano allora non era solo il risultato ancora da venire delle loro proprie operazioni che si urtava alle operazioni che gli verrebbero opposte [ … ]; e in fondo non sapevano il valore esatto che occorreva accordare alle proprie forze, fino a che queste avessero potuto farlo conoscere, giustamente, al momento del loro impiego, il cui esito d’altra parte a volte lo cambia tanto quanto lo prova», Guy Debord, «Panégyrique», in Œuvres, op. cit., p. 1657.

5 Antoine-Henri de Jomini (1779-1869), banchiere, militare, storico e teorico di strategia militare ha fatto parte dello stato maggiore di Napoleone Bonaparte, poi di quello dello zar Alessandro I°. Tra i suoi iscritti inediti, bisogna citare les Guerres de la Révolution , Hachette, Paris, 2010 e Précis de l’art de la guerre, éditions Ivrea / fonds Champ libre, Paris 1994 (édition abrégée présentée par Bruno Colson, Perrin, Paris 2001) (nota della redazione di Inprecor)

6 Carl von Clausewitz, Notes sur la Prusse dans la grande catastrophe, Champ libre, Paris 1976.

7  Antonio Gramsci,Quaderni del carcere n. 9 (Ed Einaudi)

 8 Helmuth Karl Bernhard von Moltke (1800-1891),maresciallo prussiano, capo del Grande Stato Maggiore dell’Esercito prussiano durante le guerre contro l’Austria (1866) e contro la Francia (1870-1871). Ha proseguito i lavori di Carl von Clausewitz tra cui il suo famoso Testamento, ha scritto numerose opere di strategia e una storia della guerra del 1870-1871. (nota della redazione di Inprecor)

9 Nel loro uso delle nozioni di tattica e strategia, di offensiva e difensiva, i teorici della socialdemocrazia tedesca sono stati fortemente influenzati dalla letteratura militare, in particolare dalla Storia dell’arte della guerra nel quadro della storia politica di Hans Delbrück, il cui primo volume apparve nel 1900.

10 Allusione al libro di Auguste Blanqui, l’Éternité par les astres (Les impressions nouvelles, Bruxelles 2012), redatto in carcere. Walter Benjamin  ha scritto a questo proposito: «L’aspetto sconvolgente di questa bozza è che è totalmente sprovvista di ironia. È una sottomissione senza riserve, e allo stesso tempo a requisitoria più terribile che possa essere pronunciata contro una società che proietta nel cielo questa immagine cosmica di sé stessa. Il testo che è, per la lingua, molto rilevante, mantiene i rapporti più notevoli  con Baudelaire e con Nietzsche.» (nota della redazione di Inprecor)

11 Dopo il V Congresso dell’Internazionale comunista dove erano state oggetto di una viva controversia in occasione del bilancio della mancata rivoluzione tedesca del 1923, queste questioni sono rimaste in sospeso.

12 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere n° 25, op. cit., par. 3.

13 Per Gramsci, se è popolare, il momento nazionale resta legittimo in una prospettiva internazionalista. La distinzione tra il nazionalismo e  il “nazional- popolare» rimanda all’opposizione tra il particolare che può «servire l’universale» e il particolarismo nazionalista di un Barrès. Vedi Gramsci Quaderni del carcere, n°3 e n° 14 op. cit.

14 Le esperienze cilena e portoghese hanno mostrato come, seppure indebolite e sulla difensiva, le classi dominanti possono usare la loro capacità di decisione e d’iniziativa superiore, pianificando il colpo di Stato a Santiago, o passando all’offensiva contro un movimento sociale possente ma diviso e poco organizzato nel novembre 1975 in Portogallo.

15 È quello che sottolineava Mao, molto prima della Repubblica di Yenan, nel suo testo del 1927, «Perché può esistere in Cina il potere rosso?».

16 André Passeron rimprovera a Pierre Bourdieu di non dare sufficiente importanza alle resistenze molecolari e alle pratiche sovversive dei dominati. Similmente, Michel Foucault sottolinea il legame intimo tra i poteri e ciò che resiste a loro.

17 Per questo Marx distingue il partito«in senso ampio o storico», come costituzione del proletariato in «classe politica», dal partito in senso stretto, come forma di organizzazione intermittente legata a congiunture particolari. Anche per questo non ha esitato, per due volte, a sciogliere i partiti che aveva contribuito a fondare, la Lega dei comunisti nel 1852 e la 1a Internazionale nel 1874.

18 Vedere: Christian Rakovsky. I pericoli professionali del potere, Samonà e Savelli, Roma, 1967, I pericoli professionali del potere e altri scritti (1928-1930) (Celuc Libri, 1981), I pericoli professionali del potere e altri scritti (Prospettiva Edizioni, 1998).

19 Jacques Rancière, la Haine de la démocratie, Paris, La Fabrique, 2005, p. 105.

 

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da danielbensaid.org, traduzione di Gigi Viglinopage5image35376 page5image35536 page5image35696 page5image35856

 

 

 

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