UE: E ORA?

1.La natura dell’Unione Europea

La trasformazione delle precedenti organizzazioni comunitarie continentali (CEE) in Unione Europea ha coinciso anche temporalmente con il consolidamento della svolta neoliberale delle classi dominanti dei principali paesi del continente. Nel 1992, infatti, il trattato di Maastricht, sancisce la nascita della UE e, contemporaneamente ne fissa le regole monetaristiche che da allora ne governano la vita economica e sociale.

La UE è stata fondata propagandando l’illusione che l’unione economico – politica avrebbe giovato alle condizioni di vita degli abitanti del continente. Nel fare questa operazione le borghesie europee hanno sfruttato ed indirizzato la legittima e positiva aspirazione di vasti strati della popolazione di porre fine alle anacronistiche divisioni degli stati e alle loro frontiere dopo le terribili e distruttive guerre del ventesimo secolo.

Mai una menzogna fu più spudorata. Al trattato di Maastricht, nel corso degli anni successivi, si sono sommati altri e peggiori trattati, fino a quello di Lisbona, al Fiscal Compact e al Meccanismo Europeo di Stabilità, che hanno stretto i 28 paesi che ad oggi ne fanno parte in una camicia di forza che ha “messo fuori legge” ogni politica di intervento statale in economia con finalità sociali.

Tutti gli sforzi economici dei 28 governi e delle istituzioni comunitarie sono stati finalizzati al sostegno delle aziende nazionali e transnazionali e alla compressione del costo del lavoro.

L’introduzione della moneta unica (2002) ha ulteriormente stretto i vincoli dei trattati, in quanto tutti i parametri di bilancio previsti da quel momento in poi sono stati calcolati nella nuova valuta senza che più le differenze di andamento economico tra le varie economie nazionali potessero agire come strumento di parziale riequilibrio.

L’Unione Europea, anche sul piano democratico ha smentito tutti gli assunti propagandistici che ne hanno patrocinato la fondazione. Nessuna vera libertà di circolazione, salvo che per le merci per le quali non esiste più nessun muro né alcun filo spinato. Nessun rispetto per la democrazia, disattendendo i risultati negativi dei referendum svoltisi in numerosi paesi. Nessun riguardo neanche per una formale democrazia parlamentare borghese, in quanto il parlamento dell’Unione svolge funzioni solo di orientamento, mentre tutto il potere è in mano ai governi e ai capi di stato e a istituzioni non elette da nessuno. In realtà, la UE è una “unione” del tutto politica che consente alla borghesia da un lato di governare le contraddizioni interstatuali e dall’altro di imporre con maggiore forza la sua politica classista e antisociale.

La recente vicenda greca sta a dimostrare tutto ciò con la forza dei fatti.

2. Due soluzioni reazionarie 

L’Unione Europea costituisce una struttura protostatale sovranazionale, che svolge quindi molte funzioni proprie di uno stato, riflettendo in ciò l’aspirazione degli strati più forti della borghesia dei differenti paesi del Vecchio continente a poter agire in un mercato molto più ampio. Tutto ciò conferma il carattere intrinsecamente obsoleto delle frontiere nazionali. Ma della bandiera del superamento di queste frontiere, anche grazie al deprimente nazionalismo e provincialismo delle direzioni politiche e sindacali del movimento operaio, si è impadronita la classe dominante.

Lo strumento statuale della UE deve essere considerato, alla stregua degli stati nazionali, uno strumento di quella classe e dunque da abbattere. Ma occorre dire che ogni aspirazione al ritorno alle frontiere nazionali costituisce una visione nostalgica e potenzialmente reazionaria, come dimostrano una serie di fatti recenti. In questa fase, di fronte alle raccapriccianti scene a cui si assiste ai confini dell’Ungheria o a quelli di altri paesi, alla tragedia dei naufragi nel Mediterraneo o nell’Egeo, ogni discorso “sovranista” ha un sapore acido sciovinista e retrogrado.

Se dunque l’attuale costruzione dell’Europa capitalista corrisponde a un progetto di società reazionaria e violenta di dominazione di classe, il ripiegamento sugli stati nazionali non sarebbe meno reazionario e violento.

3. L’Alternativa anticapitalista

Le forze anticapitaliste e rivoluzionarie devono proporre ciò che è necessario in questa fase storica: un’altra Europa, in totale rottura con i trattati e le attuali istituzioni, fondata sulla democrazia, la collaborazione e la solidarietà tra i popoli, l’armonizzazione sociale verso l’alto, lo sviluppo dei servizi pubblici comuni, cioè il disegno di un’Europa socialista come era negli progetti storici del movimento operaio. L’unico superamento possibile della UE non può che risiedere quindi nella lotta transnazionale per gli Stati uniti socialisti d’Europa, cioè per una entità sociale, egualitaria e democratica che unisca tutti i popoli del continente.

Questo non significa che un processo anticapitalista di trasformazione possa avvenire contemporaneamente in tutti i paesi. E’ verosimile che le resistenze sociali in corso in Europa produrranno una crisi verticale prima in un paese piuttosto che in un altro; se una rottura sociale e politica portasse, come è nei nostri obiettivi, a un governo di sinistra dei lavoratori, basato sulla mobilitazione popolare, quest’ultimo dovrebbe prendere tutte le misure adeguate (compresa, se necessaria, l’uscita dall’euro), per difendere gli interessi della classe lavoratrice di fronte all’aggressione padronale e delle istituzioni europee e per aprire una transizione verso il socialismo e nello stesso tempo proporre a tutte le forze sociali, sindacali e politiche della sinistre e ai movimenti di resistenza un nuovo progetto democratico politico ed economico di unità europea.

L’approccio strategico anticapitalista di fronte all’Unione Europea è dunque è fondato su:

  • una impostazione internazionalista e di unità dei lavoratori a livello europeo;
  • il rigetto delle politiche di austerità e dei loro strumenti istituzionali;
  • lo stretto collegamento della rottura delle politiche liberiste europee con il rigetto di ogni politica liberista nel paese dato e con un progetto di rifondazione democratica, cooperativistica e socialista dell’Europa.

In ultima analisi, infatti, soltanto una profonda e prolungata mobilitazione popolare in diversi paesi e su scala internazionale potrà sconfiggere le classi padronali dell’Europa e i loro progetti reazionari. Una crisi così violenta del capitalismo richiede soluzioni radicali, l’uscita dal capitalismo; il cammino è lungo e difficile, si parte dalle resistenze e dalle lotte concrete, ma la meta dev’essere ben chiara.

4. La Brexit

La campagna referendaria in Inghilterra ha messo in luce i diversi aspetti della crisi sociale e politica europea; le contraddizioni profonde che scuotono l’Unione Europea e che hanno la loro base nelle modalità stesse con cui il processo di unificazione capitalista del continente è stato concepito e nelle violente politiche liberiste di austerità che da decenni ormai massacrano le popolazioni europee, si sono manifestate appieno in uno dei principali stati costituenti l’Unione. L’Unione Europea subisce un grave colpo; le conseguenze saranno profonde e di lungo periodo.

Il risultato del referendum riflette l’enorme malessere sociale e la rabbia che attraversano amplissimi settori di lavoratori e di masse popolari impoverite e declassate che, col voto exit, e il ripiegamento sullo stato nazionale sperano di poter avere un sollievo alle loro sofferenze. Il referendum è però il frutto del conflitto e della divisione tra diverse frazioni della classe dominante e del suo principale partito, i conservatori; il referendum è stato imposto dalle forze della destra e dell’estrema destra che l’hanno costruito con al centro il rigetto dell’immigrazione e  il tema della xenofobia.

Una campagna molto brutta e violenta è stata dominata da due posizioni reazionarie contrapposte. quella delle forze conservatrici, razziste e nazionaliste, quelle delle elites borghesi dominanti delle imprese transnazionali e della finanza internazionale. In questo contesto e in un quadro di passività, le classi lavoratrici non potevano che avere un ruolo subalterno, al traino delle due posizioni della classe dominante.  Infatti e purtroppo la presenza della posizioni di sinistra, grazie anche al ruolo dei media, è stata del tutto secondaria e quasi irrilevante.

Se il referendum greco nel luglio scorso era stato vinto sotto la pressione di una popolazione che esigeva la rottura dell’austerità imposta dall’Unione europea, il referendum britannico è stato lanciato sotto la pressione della destra della destra e dell’estrema destra del paese, che hanno completamente egemonizzato i dibattiti referendari.

Coloro che affermano che il voto inglese è stato soprattutto il risultato di una rivolta della gente della classe lavoratrice, ignorata e supersfruttata, e che si spingono ad affermare che si tratta di un voto contro il neoliberalismo tout court, passano semplicemente a lato del suo reale contenuto politico. La Brexit ha vinto alimentando e sfruttando un’ostilità massiccia di fronte all’immigrazione e suscitando direttamente pulsioni razziste o in ogni caso xenofobe. Non è certo la prima volta nella storia che questo fenomeno si produce in seno a ampi settori popolari che sono spinti a sostenere le posizioni politiche ideologiche dei loro avversari di classe.

E’ utile però anche ricordare che più di 16 milioni di persone hanno votato Remain, in gran numero provenienti dalla classe lavoratrice, tra cui i due terzi dei sostenitori del partito laburista. Tutte le grandi città ad eccezione di Birminghan hanno votato Remain.

A Londra nei quartieri popolari maggioritariamente multiculturali e della classe lavoratrice ha prevalso largamente il Remain, mentre in altri quartieri dove gli immigrati sono assai pochi ha prevalso la Brexit.

Per quanto riguarda la sinistra radicale essa si divisa: da un parte coloro che  credono possibile una uscita da sinistra “Lexit-Left Leave” dall’Europa  sulla base del fatto che la Brexit sarebbe un indebolimento del capitale e dell’imperialismo e determinerebbe quindi migliori condizioni per la lotta di classe, che ha visto insieme il Socialist Workers Party, il Partito comunista, il sindacato RMT ( ferrovie  e trasporti) e diverse altre forze.

Dall’altra le forze che si sono ritrovate nella campagna “Un’Altra Europa è possibile”, Left Unity sponsorizzata da Ken Loach, il Green Party, la Sinistra del partito laburista e il movimento politico e sociale che ha sostenuto la candidatura di Corbyn e i nostri compagni di Socialist Resistance, che hanno ritenuto che la vittoria della Brexit avrebbe significato solo un rafforzamento delle destre a tutti i livelli, dello sciovinismo e del razzismo e quindi un indebolimento del movimento dei lavoratori.

Come si può vedere una discussione molto difficile, da cui emerge proprio la difficoltà ad affermare una alternativa democratica e socialista rispetto alle diverse opzioni che il campo borghese propone.

In conclusione il prevalere dei leave è il risultato di un mix di pulsioni difficilmente ricomponibili. E’ il risultato di una UE basata su di una politica di austerità e di cancellazione dei diritti che una parte crescente delle classi popolari non accetta più. Ma è anche il risultato di un istinto nazionalista che rifiuta l’accoglienza dei richiedenti asilo, dei migranti extracomunitari e perfino comunitari, e di un’illusione che ritiene che il tagliare i ponti con il resto del continente sia la condizione per ritrovare la strada di una politica di crescita economica e sociale e di maggiore uguaglianza.

In realtà, la politica dell’austerità che tanti danni sta facendo alle classi popolari si basa, tra l’altro, proprio sul disegno padronale di mettere i popoli uno contro l’altro, in una competizione al ribasso che, certo, la rottura inglese con la UE non potrà arginare. Per altro è stata proprio la Gran Bretagna a inaugurare a suo tempo e sotto il regno della sterlina la politica ultraliberista di attacco frontale alle classi lavoratrici, esportandola poi al resto del continente.

La situazione attuale offrirà alle classi dominanti degli altri paesi dell’Unione un ulteriore pretesto per rilanciare l’aggressione ai diritti e alle condizioni di vita della grande maggioranza delle persone.

Certo l’Unione europea, colpevole di un crimine premeditato contro i popoli d’Europa e in primo luogo contro il popolo greco, colpevole di crimini contro l’umanità per i rifugiati che lascia morire alle frontiere, è profondamente indebolita. Ma non abbiamo, anche in questo caso, motivo per felicitarsi. Le forze di estrema destra del continente sono in prima fila per approfondire questa crisi e aprire la strada, come in Inghilterra, a dei progetti apertamente razzisti ed ancor più reazionari di quelli della UE.

La Brexit costituisce quindi uno straordinario richiamo all’urgenza affinché tutte le forze sociali e politiche della sinistra di lavorino per costruire un nuovo progetto, una alternativa alle politiche del capitale, di fare in tutta Europa come stanno facendo i giovani, le lavoratrici e i lavoratori francesi con la loro lotta contro l’applicazione delle politiche padronali e i diktat delle istituzioni comunitarie.

5. Continuare la lotta:

  • contro le classi dominanti europee e le sue espressioni politiche istituzionali ed economiche, rappresentate dalla UE, dalla Troika, dall’Eurogruppo e dalla BCE; contro i governi nazionali, a partire, per quel che ci riguarda, da quello italiano che sono gestori e responsabili delle politiche dell’Unione Europea.
  • contro il falso europeismo e le politiche liberiste delle borghesie che vogliono imporre all’intero continente una inaccettabile regressione sociale e di classe, ma anche contro ogni ripiegamento nazionalista; reazionario che avrebbe conseguenze egualmente disastrose e segnerebbe nuovi durissimi attacchi contro le classi lavoratrici;
  • per l’unità nelle lotta delle classi lavoratrici per una prospettiva realmente democratica, solidale, ecosocialista;
  • contro le politiche dell’austerità, e contro la distruzione dello stato sociale;
  • contro il ricatto del debito rifiutandosi di pagare dei debiti pubblici illegittimi e contro i trattati antidemocratici come il TTIP;
  • contro ogni forma di involuzione autoritaria, securitaria, antidemocratica;
  • per la difesa dei diritti democratici e sindacali e politici della classi lavoratrici;
  • per la difesa dei contratti collettivi di lavoro, dei salari e dell’occupazione a partire dalla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, del diritto di sciopero sempre più attaccato in diverse forme;
  • per la convergenza e l’unità delle lotte e delle mobilitazioni dei vari paesi in una ottica solidale ed internazionalista;
  • per una politica di accoglienza e per l’unità delle lavoratrici/tori indigene/i e quelle/i migranti proseguendo l’attività di solidarietà con i migranti, per le loro rivendicazioni per il diritto all’accoglienza, alla residenza e a poter lavorare nella UE, per l’apertura delle frontiere e per rafforzare i nostri legami con le organizzazioni dei migranti;
  • per la convergenza del movimento dei lavoratori con i movimenti sociali ed ambientalisti;
  • per il sostegno a tutte le forze progressiste, antimperialiste e anticapitaliste che combattono per una società libera e democratica, contro ogni forma di discriminazione e sessismo, per i diritti delle donne, per la libertà nelle scelte individuali, per una società laica e socialista;
  • per la convergenza e il rilancio dell’attività delle forze anticapitaliste del nostro continente che condividono questi obbiettivi;
  • per la costruzione di un rapporto più forte tra la nostra organizzazione e queste forze per cominciare a tessere un vero progetto strategico anticapitalista alternativo a quello delle classi borghesi e dei loro partiti siano essi di estrema destra, di destra o di centrosinistra socialiberisti; c’è bisogno di una vera forza internazionale ed internazionalista per costruire questa alternativa.

6. La lezione principale

La lezione principale da trarre dalla vicenda inglese è che tutte le forze della sinistra autentica devono fare uno sforzo eccezionale ed unitario per costruire l’alternativa di classe e solidale. Se rinunciassimo ad assumere un progetto radicalmente alternativo all’austerità di cui l’UE è oggi uno degli strumenti principali, se mancassimo di un progetto istituzionale alternativo a questa Europa autoritaria, rischieremmo di lasciare alla destra radicale neofascista e razzista la possibilità di impadronirsi contemporaneamente del malessere sociale e della frustrazione democratica, per indirizzarli verso un progetto reazionario. Il pericolo è grande e dobbiamo scongiurarlo per difendere le prospettive di una società democratica e di giustizia sociale.

 

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