GRANDOLA VILLA MORENA

Intervista a Raquel Varela di Ugo Palheta con un doveroso commento di Cristiano Dan

Il 25 aprile 1974 quello che non doveva essere che un putsch militare per rovesciare la più vecchia dittatura d’Europa si trasformò quasi subito in una rivoluzione democratica e sociale, durata oltre un anno e mezzo, sino al 25 novembre 1975. Resa possibile dalle lotte di liberazione nazionale nelle colonie portoghesi (Angola, Mozambico, Guinea-Bissau), l’insurrezione diretta dai «capitani d’aprile» inaugurava un periodo di forte instabilità politica e di intense lotte sociali, con la formazione di comitati autorganizzati nei quartieri, nelle fabbriche e nell’esercito. Secondo Raquel Varela, autrice di una História do Povo na Revolução portuguesa. 1974-75 [Storia del popolo nella Rivoluzione portoghese] (Bertrand Editora, Lisboa 2014; una traduzione francese è prevista nel 2017 presso le Éditions Agone), fra il 25 aprile 1974 e il 25 novembre 1975 il Portogallo ha vissuto una vera e propria situazione di dualismo di poteri, con lo sviluppo del controllo operaio nei luoghi di lavoro. E per avviare un processo controrivoluzionario e fare arretrare progressivamente il proletariato portoghese è stato necessario un colpo di Stato organizzato dalla borghesia. [Ugo Palheta]

Innanzi tutto, secondo te cosa rappresenta la Rivoluzione portoghese? Qual è il suo significato storico?

La Rivoluzione portoghese è una delle principali rivoluzioni del XX secolo, e anche, forse, la meno conosciuta, nella misura in cui la borghesia cerca di far dimenticare il fatto che in Europa, nella seconda metà del XX secolo, quarant’anni fa, un popolo ha espropriato una parte della borghesia, che ha dovuto fuggire dal Paese. Le fabbriche occupate non sono state un paio, ma 300! E per calmare questo popolo è stato necessario edificare uno Stato sociale, acconsentire a numerose conquiste sociali. In un certo senso, si tratta della prima rivoluzione del XXI secolo, nella misura in cui non è stata dominata da settori contadini ma da lavoratori organizzati.

È inoltre necessario ricordare che questa rivoluzione non è cominciata qui [a Lisbona], ma affonda le sue radici nel lavoro forzato in Africa, nella prima sollevazione, nel nord dell’Angola, dei lavoratori forzati delle piantagioni di cotone della Cotonang, a capitale belga e nordamericano. Nel gennaio 1961 essi organizzarono uno sciopero stroncato dall’esercito portoghese mediante bombardamenti al napalm. Si dice a volte che la Rivoluzione portoghese è stata una rivoluzione senza morti: è falso, perché vi sono stati 13 anni di morti. E ciò conferma, tra l’altro, un pronostico dell’Internazionale comunista, che non si realizzò che raramente, e cioè quello della trasposizione nelle metropoli delle rivoluzioni anticoloniali. Questo significa che, così come non si può separare la situazione prerivoluzionaria del Maggio ‘68 in Francia dalla guerra d’Algeria, così come la crisi del Watergate è indissociabile dalla sconfitta statunitense in Vietnam e dalla rivoluzione vietnamita (queste guerre di liberazione erano rivoluzionarie nella misura in cui erano appoggiate dalle masse, e dunque non riconducibili a semplici movimenti militari), allo stesso modo la Rivoluzione portoghese non si può comprendere senza collegarla ai movimenti di liberazione nazionale dell’Angola, del Mozambico e della Guinea-Bissau.

La Rivoluzione portoghese è stata un’autentica rivoluzione: non una semplice situazione prerivoluzionaria, ma una situazione rivoluzionaria, e cioè una situazione in cui lo Stato entra in una crisi profonda e in cui si generalizza una situazione di doppio potere, di dualismo di poteri. Oltre tre milioni di persone – e dunque oltre un terzo di tutta la popolazione – partecipano ai comitati operai, di quartiere [1] o dei soldati. Ma senza che vi sia mai stato un momento unificatore, un “Soviet” unificatore. Vi sono sì stati casi di doppio potere che è riuscito a organizzarsi su scala regionale, come per esempio a Setúbal, ove emerge un “Soviet”, un «comitato di lotta» che controlla tutta la città, che si trova in una delle principali regioni industriali del Paese. Anche a Lisbona e a Porto sono sorte organizzazioni embrionali di doppio potere. Ma non c’è mai stato un “Soviet” unificatore a livello nazionale.

Questa situazione rivoluzionaria non è stata solo una conseguenza delle rivoluzioni anticoloniali: ne è stata una parte, e precisamente è stata il secondo tempo di queste rivoluzioni. Ora, questo aspetto non è mai stato preso seriamente in considerazione dalla storiografia ufficiale portoghese, perché nella narrazione che questa ha fatto il Portogallo deve la sua libertà ai militari del Movimento das Forças Armadas (MFA). La verità è che i militari del MFA furono lo strumento della trasposizione della rivoluzione anticoloniale nella metropoli, organizzando, il 25 aprile 1974, un colpo di Stato per porre fine a una guerra che non volevano più continuare a fare. E questo colpo di Stato ha effettivamente prodotto le condizioni per l’inizio d’un processo rivoluzionario. La prova sta nel fatto che, a partire dal 25 aprile, cominciano a formarsi comitati operai sulla spinta della necessità, avvertita nei luoghi di lavoro, di discutere di ciò che stava accadendo. Si formarono dunque dei “Soviet”, nel senso di organismi di dualismo di poteri, di potere indipendente. Qui sta la grande novità della Rivoluzione portoghese.

Il vuoto lasciato dalla dittatura ha evidentemente contato molto: non esistevano né sindacati né partiti, e questi comitati si sono formati proprio in seguito a questo vuoto. Ma in ultima analisi tutto ciò non fu possibile che grazie all’azione rivoluzionaria dei contadini neri, e può essere molto doloroso per un Paese bianco e coloniale ammettere di dovere la propria libertà a dei contadini neri. E tuttavia è proprio così.

Nei tuoi lavori tu insisti molto su una dimensione centrale della Rivoluzione portoghese, generalmente dimenticata a favore d’una focalizzazione sull’insurrezione militare e sul MFA: la combattività che s’è manifestata in modo massiccio e radicale nei luoghi di lavoro sin dagli inizi della rivoluzione il 25 aprile 1974. Vuoi tornare su questo aspetto?

Effettivamente gli scioperi furono molto numerosi e importanti, paralizzando a più riprese Lisbona, Porto, Setúbal, le principali zone industriali del Paese, in modo particolare nel periodo che va dal maggio 1974 al giugno 1975. L’importanza di questi scioperi è molteplice. Vi è stato un blocco della produzione, che è una dimensione evidentemente cruciale perché pone il Capitale in gran difficoltà. Ma questo aspetto non consente di cogliere pienamente la forza degli scioperi nella Rivoluzione portoghese. L’altra dimensione centrale consiste nel fatto che questi scioperi per la maggior parte vennero decisi e organizzati da assemblee generali e da comitati operai. Si trattava di scioperi che, molto spesso, avanzavano rivendicazioni socialiste, come per esempio il controllo sui libri contabili della fabbrica. Pertanto questi scioperi spesso andarono ben al di là delle rivendicazioni strettamente sindacali, esprimendo una politica di classe, una politica rivoluzionaria.

Vi sono inoltre stati scioperi di solidarietà, ma anche numerosi scioperi per esigere l’espulsione di persone legate alla polizia politica del vecchio regime [PIDE, Polizia internazionale per la difesa dello Stato]. È questa una dimensione sempre presente nella Rivoluzione portoghese: tanto più radicale in quanto avvenuta contro una dittatura. In certi casi i lavoratori si mobilitarono maggiormente per espellere chi aveva denunciato delle persone alla PIDE che non per delle rivendicazioni salariali. Si manifesta così una dimensione, quella della dignità, molto importante nell’azione dei lavoratori durante la Rivoluzione. E io penso sarebbe nel nostro interesse, in quanto marxisti, il tenere in maggior considerazione questa dimensione nelle nostre riflessioni, anche nell’attuale situazione. I lavoratori non vivono di solo pane e, di conseguenza, negli scioperi che scoppiano durante la Rivoluzione fanno la loro comparsa gli strumenti di controllo della classe operaia, la difesa della dignità, eccetera. Per esempio, negli scioperi dei trasporti si hanno casi in cui gli scioperanti rifiutano di far pagare il biglietto agli altri lavoratori.

Si ha pertanto un salto immenso della coscienza di classe: a quel tempo in Portogallo tutti parlano di socialismo. La stessa democrazia cristiana sosteneva che il socialismo era inevitabile. D’altronde, il riferimento al socialismo figura ancor oggi nella Costituzione [promulgata nel 1976]. La Rivoluzione fu talmente radicale da scuotere l’intera società.

Un’altra particolarità della Rivoluzione portoghese sta nei comitati di quartiere, sorti molto rapidamente dopo il 25 aprile. In che misura questi comitati hanno contribuito al formarsi d’una situazione di doppio potere?

I comitati di quartiere sono stati dei veri e propri «organi di decisione locale». Si sono costituiti quasi immediatamente come strutture di decisione locale, agendo come un potere parallelo rispetto alle amministrazioni municipali in via di ricomposizione. Queste ultime sono state in gran parte occupate dal Partido Comunista Português (PCP) e dal Movimento Democrático Português / Commissões Democráticas Eleitorais (MDP/CDE) [2] – il PCP, peraltro, si opporrà a lungo alla tenuta di elezioni amministrative [le prime si svolgeranno solo nel dicembre 1976], nonostante le pressioni del Partido Socialista (PS) – ma avevano pochi poteri in materia di alloggi, spazi culturali, eccetera, e c’era una notevole tensione su queste questioni. I municipi finirono soprattutto per servire alla ricomposizione dello Stato – e anche come risorsa di quadri e di finanziamenti per i principali partiti (essenzialmente, all’inizio, il PS e il PCP) – piuttosto che diventare organismi di gestione della vita quotidiana, nella misura in cui questa era assunta dai comitati di quartiere in rapporto semidiretto con il potere centrale e il MFA. Vi furono varie forme di coordinamento fra i comitati di quartiere, ma essi furono comunque i primi organismi di doppio potere a coordinarsi, prima ancora che i comitati operai riuscissero a fare altrettanto fra loro [3]. Come ogni organismo di dualismo di poteri nei processi rivoluzionari, essi sono stati soggetti a lotte politiche per conquistarne la direzione e stabilirne il programma. La maggior parte delle rivendicazioni avanzate dai comitati di quartiere riguardava provvedimenti urgenti: diritto alla casa (per il mantenimento della popolazione nel proprio alloggio o nel proprio quartiere), infrastrutture, asili nido, istallazioni sanitarie. Questi comitati erano organizzati per quartiere – non necessariamente intesi in senso amministrativo, come nel caso delle parrocchie [4] – con una dimensione, dunque, che assumeva forme di solidarietà o di conflitto, ma all’esterno dei luoghi di lavoro.

Un capitolo della tua História… è dedicato al ruolo delle donne nella Rivoluzione…

Sì. Va detto innanzi tutto che – forse curiosamente – le donne hanno dapprima agito nel quadro della Rivoluzione in quanto lavoratrici. Quando nel 1974 si ha l’insurrezione militare, in Portogallo il tasso di occupazione femminile è già elevato. Di conseguenza la maggior parte delle donne sono lavoratrici, e avranno un’influenza determinante nelle fabbriche e più in generale nelle imprese. Spesso si dimostreranno all’avanguardia. In modo particolare nei comitati di quartiere. Nella misura in cui questi comitati sollevavano i problemi della casa, del quartiere, tradizionalmente prerogativa delle donne, queste ultime finiranno con il costituirne la principale forza motrice. Ma, contemporaneamente, spesso esse sono anche operaie. E non è un caso se è nel corso della Rivoluzione che per la prima volta delle donne partecipano a picchetti di sciopero, soprattutto in occasione delle lotte per impedire che i padroni in fuga portassero con sé i macchinari.

Vi è stata dunque un’importante evoluzione nella condizione femminile: prima le donne non avevano il diritto di voto (potevano votare solo le vedove, in quanto capofamiglia…) né quello del divorzio, non avevano accesso alla carriera diplomatica, eccetera. Da questo punto di vista c’è stato un salto in avanti. Ma il femminismo non si sviluppò mai molto durante la Rivoluzione. Qui, direi, ha avuto il suo peso una società agraria arretrata. In Portogallo il diritto all’aborto è stato conquistato solo nel 2007. Se durante la Rivoluzione non vi fu un forte movimento femminista, tuttavia questa rappresentò un miglioramento per le donne. Vi furono sì dei tentativi di ottenere l’eguaglianza salariale, ma in una rivoluzione con base operaia, strettamente interessata al problema del controllo delle fabbriche, al settore industriale, i problemi specificatamente femminili non poterono emergere: la maggior parte delle donne che vi presero parte lo fecero essenzialmente nell’ambito di movimenti favorevoli al controllo operaio.

Ma anche nei settori non industriali vi furono iniziative e movimenti molto importanti e radicali…

Sì, certamente: nelle banche, nelle assicurazioni, nei servizi, nel settore dell’istruzione… In quest’ultimo, vi fu una totale paralisi, e nell’università si arrivò alla generalizzazione del passaggio degli esami. Una delle più importanti conquiste della Rivoluzione portoghese è l’unificazione dell’insegnamento: sino ai 16 anni tanto i figli dei poveri come quelli dei ricchi beneficiano dello stesso tipo di educazione. E i figli del popolo non erano più sottoposti, arrivati ai 10 anni, alla selezione per diventare operai, come al tempo dell’Estado Novo [5]. L’idea era quella d’evitare così la cristallizzazione sociale. Si devono poi ricordare anche il movimento di nazionalizzazione e di gestione democratica degli ospedali – coordinato soprattutto da medici militanti -, il movimento studentesco, e ancora quelli delle donne e degli ecologisti.

Qual è stato il ruolo della Chiesa cattolica nel processo rivoluzionario e, più in generale, quali furono i rapporti fra Chiesa, borghesia e frazioni dominanti dell’esercito?

I cattolici progressisti si sono schierati con la Rivoluzione. La Chiesa in quanto istituzione, al contrario, è stata uno dei pilastri della controrivoluzione e dell’organizzazione del colpo di Stato del 25 novembre 1975, impegnandosi direttamente nelle mobilitazioni di massa che hanno fatto seguito al colpo. In realtà la Chiesa si è trovata coinvolta in tutte le iniziative prese per destabilizzare e sconfiggere la Rivoluzione, comprese quelle di movimenti terroristi d’estrema destra impegnati nella lotta armata contro la Rivoluzione, come per esempio l’Exército de Libertação de Portugal (ELP). Si potrebbe anche ricordare il caso esemplare del Cónego Melo [6], di Braga, contemporaneamente alto dignitario ecclesiastico e leader terrorista. Ma vi furono anche dei cattolici progressisti, molto radicalizzati dal processo rivoluzionario, e dei preti rivoluzionari.

Come si può spiegare che la formazione dei comitati di soldati sia avvenuta così tardivamente? E secondo te questo fatto ha avuto un peso importante nella sconfitta della Rivoluzione?

Penso che dipenda dal fatto che il MFA – e dunque l’esercito – che ha organizzato il colpo di Stato del 25 aprile abbattendo l’Estado Novo, fosse diretto, sino alla radicalizzazione della Rivoluzione nell’estate 1975, da ufficiali intermedi. Di conseguenza, ai soldati è stato necessario molto tempo prima di comprendere la necessità di autorganizzarsi invece di riporre fiducia nel MFA. Ora, è un fatto che buona parte dei soldati, col colpo di Stato del 25 novembre, è stata rimandata a casa, mentre gli ufficiali e i sottufficiali rivoluzionari venivano arrestati.

L’ultimo bastione del potere statale, che manteneva in equilibrio le istituzioni – il MFA – s’era dunque incrinato, lasciando libero il terreno al dualismo di poteri nelle caserme, a favore dei soldati. Le Assemblee d’unità erano già espressione di questo dualismo, ma comprendevano anche gli ufficiali. Sostenere che i comitati dei soldati – clandestini o meno, organizzati o meno – detenevano poco potere significa ignorare il significato delle grida d’allarme lanciate da tutti i governi del Paese, e che Pinheiro de Azevedo ha riassunto in una frase incisiva. Irritato, disse infatti di fronte alle telecamere: «La situazione è quella di prima: dapprima si organizzano le assemblee, poi si obbedisce agli ordini!» [7].

Il sesto governo provvisorio, formato dal PS e dal Partido Social Demócrata [8], e con un solo ministro del PCP, si trovò di fronte un Paese che appariva incontrollabile, in cui gli ordini che venivano impartiti erano sottoposti a esami minuziosi nelle imprese, nei quartieri e nelle caserme: «Prima si convoca un’assemblea!» Nella storiografia questo dualismo di poteri è stato descritto come «indisciplina militare» o «crisi politico-militare». Sono concetti inadatti a cogliere l’essenza storica del processo. In numerose unità (non sappiamo esattamente in quante, mancando ancora uno studio esauriente) gli ordini impartiti erano messi in discussione e il MFA non riusciva già più a imporre la propria disciplina alternativa; e non si trattava più soltanto delle Assemblee democratiche d’unità [9] ma d’una insubordinazione che dilagava al livello inferiore delle Forze armate, fra i soldati. Mario Tomé, della Polizia militare, ricorda che i comitati dei soldati cominciarono a svilupparsi molto in seguito alla scissione del MFA, e che esercitavano un’influenza su tutta l’unità: «I comitati dei soldati costituivano il nucleo rivoluzionario della truppa, e più precisamente di quella orientata a sinistra» [10]. Questo dualismo di poteri, che è l’essenza d’un processo di democratizzazione nella struttura nodale dello Stato, era appoggiato da diverse decine di ufficiali del MFA, poi imprigionati dopo il colpo del 25 novembre 1975. Secondo uno di questi militari, Antonio Pessoa, questa presa di posizione dei militari radicali si è avuta soprattutto in reazione allo «scioglimento delle unità militari» deciso dal Consiglio della Rivoluzione dopo Tancos [10].

La Rivoluzione è cominciata dunque in un modo un po’ strano, qui nella metropoli: con un colpo di Stato organizzato dagli ufficiali intermedi. In altri Paesi, come in Cile, l’esercito è stato all’origine di colpi di Stato fascisti, ma in Portogallo i sottufficiali realizzarono un colpo per democratizzare il Paese. Ma da un punto di vista teorico, la Rivoluzione portoghese conferma i classici testi marxisti: inizia nelle colonie per poi investire la metropoli, ed è una rivoluzione democratica che si trasforma immediatamente in rivoluzione sociale. Il 25 aprile la gente si reca nei luoghi di lavoro e si chiede cosa sta avvenendo: «Ah, c’è un colpo per abbattere la dittatura? Andiamo tutti ad accelerare la fine della dittatura!». È la prima cosa che fanno, la cosa che più li mobilita: la fine della polizia politica, la fine della repressione, la fine della stampa imbavagliata, eccetera.

E dunque fin dal 25 aprile è presente il soggetto sociale della Rivoluzione: i lavoratori. E fin dal 26 aprile i lavoratori si dicono l’un l’altro che dovrebbero unirsi e organizzarsi per ottenere aumenti salariali. Ma come ottenere questi aumenti? Occupando le fabbriche. E come evitare licenziamenti? Gestendo le fabbriche chiuse dai proprietari. E dove trovare il denaro per far funzionare le fabbriche? Nazionalizzando le banche, espropriando la borghesia. E dunque c’è tutto un processo nell’evoluzione della coscienza dei lavoratori nel corso della Rivoluzione.

C’è stato un dibattito nella sinistra radicale sulla caratterizzazione del processo: si trattava d’una situazione prerivoluzionaria o d’una rivoluzione sociale propriamente detta?

C’è una certa tendenza nei gruppi trotskisti a riferirsi sistematicamente a un breve scritto di Trotskij del 1931, Che cos’è una situazione rivoluzionaria?, in cui si dice che, perché si possa parlare di una situazione rivoluzionaria, è necessario che si sia già formato un partito rivoluzionario; in caso contrario, ci troveremmo in una situazione prerivoluzionaria. Ma tutta l’opera di Trotskij è consistita nel celebrare le situazioni rivoluzionarie come irruzione delle masse sulla scena politica e come crisi dello Stato. E tutto ciò è precisamente quel che avviene nella Rivoluzione portoghese, una delle più radicali del XX secolo. Il fatto che non vi sia stato un partito rivoluzionario non significa che non si possa parlare d’una situazione rivoluzionaria: significa, semplicemente, che la Rivoluzione non è riuscita a trionfare perché nessuno ha avuto la capacità d’unificare gli organismi di doppio potere.

C’era invece un partito stalinista molto forte, controrivoluzionario, che riteneva che il Portogallo rientrasse nell’ordine stabilito a Potsdam [12], e che pertanto gli scioperi dovevano essere controllati e repressi. Fu questo che il PCP sostenne durante tutto il periodo. È difficile trovare un solo sciopero appoggiato dal PCP (ho sostenuto la mia tesi di dottorato proprio sulla politica del PCP durante la Rivoluzione portoghese). Questa fu una rivoluzione contro l’ordine di Potsdam, contro il PCP e contro la socialdemocrazia. Fra il 1974 e il 1975 la più ingente somma di denaro trasferita all’estero dal Partito socialdemocratico tedesco fu quella a favore del PS portoghese. Ora, la grande sconfitta della Rivoluzione portoghese non fu dovuta a un colpo di Stato militare del tipo di quello di Pinochet in Cile: il 25 novembre 1975 vi fu certo un colpo di Stato militare, che però essenzialmente fu il prodotto d’una offensiva civile che s’appoggiava sulla socialdemocrazia. Gli Stati Uniti avevano capito che qui non erano sufficientemente forti per realizzare un colpo di Stato classico, perché i militari, quanto meno quelli del MFA, si opponevano alle forze di destra. Dovevano quindi fare affidamento sulla socialdemocrazia.

Nonostante tutto ciò, e in un Paese molto arretrato, con una economia ancora prevalentemente agraria, alle classi dominanti sono stati necessari 19 mesi per riassumere il controllo della situazione: le banche erano state nazionalizzate, la borghesia espropriata, si era edificato uno Stato sociale, si era costruito un sistema sanitario, si era realizzata la scuola unica per tutti, eccetera. Quello però che senza dubbio è più importante è la storica esperienza fatta dalla classe operaia. Per la maggioranza della popolazione si trattò di 24 ore al giorno di militanza politica: ci si poneva collettivamente il problema degli asili nido, dell’istruzione, della salute pubblica… In certi giornali si tenevano ogni giorno assemblee generali. Mai prima c’era stato un livello simile d’attività politica da parte di così tante persone: è stato il più intenso periodo di esercizio della democrazia nella nostra storia. E anche uno dei maggiori esempi di democrazia in Europa e nel mondo moderno, con i comitati operai e di quartiere, con i delegati eletti per alzata di mano, con la revocabilità dei mandati, eccetera. E ha funzionato!

La domanda che ci si può porre, ascoltandoti, è questa: com’è stato possibile che una simile rivoluzione, con un tale livello d’autorganizzazione della popolazione, abbia potuto essere sconfitta senza una violenta repressione come in Cile, senza quei massacri di massa ai quali la borghesia ci ha abituati in occasione di sollevamenti rivoluzionari?

Penso che questa sconfitta sia la combinazione di numerosi fattori. Un primo fattore è che una parte della classe operaia aveva realizzato conquiste immense durante la Rivoluzione. S’era formato tutto un settore intermedio che sosteneva con forza l’idea d’una via socialdemocratica per il Paese. Non si tratta del fattore principale, ma costituisce tuttavia un punto importante. Un altro fattore è che l’estrema sinistra, che controllava le principali unità militari di Lisbona, non riuscì mai a unificarsi. Durante la Rivoluzione ci sono state delle organizzazioni d’estrema sinistra, ma non l’emergere di un partito rivoluzionario. Né vi è stato un “Soviet” unificatore.

Ma la principale ragione risiede nel fatto che ciò che aveva costituito la forza iniziale della Rivoluzione, e cioè l’inesistenza di autentici partiti e sindacati organizzati, è finita col diventare la sua debolezza. Quando scoppia la Rivoluzione, il PCP non era un partito forte: aveva soltanto 2000 militanti. E il PS non esisteva ancora. L’anno dopo il PCP dispone di 100.000 militanti e il PS di 80.000. Si tratta di partiti che svilupperanno notevoli apparati, con molti quadri. Quanto all’estrema sinistra, anch’essa si è sviluppata durante la Rivoluzione, ma continuando a rimanere fortemente frammentata. L’estrema sinistra, peraltro, ha concentrato il suo intervento nei comitati operai e di quartiere, negli organismi di doppio potere, mentre il PCP si dedicava soprattutto alla costruzione dei sindacati, che rapidamente acquisiscono un peso importante in termini di concertazione sociale. Il PCP, senza aver avuto la capacità di unificare il movimento, sì è comportato come se non vi fosse stato un colpo di Stato, come se non fosse stato decretato lo stato d’assedio. Migliaia di militanti si recano nelle caserme per avere delle armi, e nessuno sa cosa fare: c’è una disorganizzazione generale, un’assenza totale di coordinamento. Nel processo rivoluzionario è dunque mancato un coordinamento politico e strategico.

Puoi descrivere lo stato dell’estrema sinistra durante la Rivoluzione e dire quali sono stati i dibattiti strategici nelle varie organizzazioni?

C’erano numerose organizzazioni maoiste, di diversa obbedienza: cinese, albanese, eccetera. C’erano anche delle organizzazioni guevariste, in particolare il Partido Revolucionário do Proletariado-Brigadas Revolucionárias (PRP-BR), con il quale il Socialist Workers Party (SWP) inglese ha avuto rapporti. Si devono anche ricordare le organizzazioni consiliari centriste, come il Movimento de Esquerda Socialista (MES). I trotskisti erano poco numerosi e molto giovani, come del resto lo era la maggior parte dei militanti delle organizzazioni d’estrema sinistra. Queste organizzazioni era sorte quasi tutte in seguito al conflitto cino-sovietico o sull’esempio del Maggio ‘68. Le principali discussioni strategiche riguardavano il PCP, il PS e il governo (soprattutto il MFA). Inoltre: si doveva appoggiare la guerriglia (PRP-BR), o praticare l’entrismo nel PS (da sempre la politica dei lambertisti; ma anche i morenisti furono quasi sul punto d’adottarla durante l’«estate calda» del 1975)? Quanto alla Liga Comunista Internacionalista (LCI) sosteneva la necessità d’una alleanza MFA-PCP, giudicata dai morenisti come bonapartista e «frontista».

E il Movimento Reorganizativo do Partido do Proletariado, il MRPP? Era, si dice, la principale organizzazione d’estrema sinistra prima e durante la Rivoluzione, ma con una politica di divisione…

Sì, aveva adottato la teoria del socialfascismo, secondo la quale l’Unione sovietica (e quindi il PCP) era il nemico principale. Ma gli è capitato anche di assumere posizioni corrette: quando il PCP era al governo, non appoggiò alcuna sua misura, e pertanto il più delle volte si trovò al fianco dei lavoratori in lotta. Ma ciò li condusse anche ad appoggiare il colpo militare del 25 novembre, in nome della lotta contro il PCP e contro l’URSS.

Si deve sempre ricordare che durante la Rivoluzione il governo non smise mai di cercare di contenere il movimento operaio. In 19 mesi vi sono stati quattro colpi di Stato e sei governi provvisori! La Rivoluzione portoghese ha conosciuto una radicalizzazione tale che i governi non facevano che cadere. La borghesia ha così avuto non poche difficoltà per far funzionare l’apparato dello Stato. Che non crolla, ma si trova permanentemente in crisi.

Si può dire che la controrivoluzione de 25 novembre 1975 ha posto fine a questa crisi dello Stato?

Nell’esercito sì! I comitati dei soldati vengono sciolti, gli ufficiali rivoluzionari imprigionati e i soldati radicalizzati rispediti a casa. Il colpo del 25 novembre 1975 riesce dunque a eliminare il dualismo di poteri nelle caserme, che era stato il risultato d’un processo di sovietizzazione nelle forze armate iniziatosi con la crisi del MFA. Il MFA aveva avuto il ruolo di garante nell’esercito fra i soldati e gli ufficiali. Quando il MFA entra in crisi – e su questo punto vi è stato un ampio dibattito fra mandelisti e morenisti [13] sul carattere, rivoluzionario o progressista, del MFA e in quale misura si dovesse appoggiarlo – si avvia questo processo di sovietizzazione delle forze armate, che il golpe del 25 novembre, come ho già detto, interromperà brutalmente. Ma il colpo non cancella il dualismo di poteri nelle fabbriche, nelle imprese in generale e nelle scuole. Ciò richiederà un processo più lungo. Contrariamente a ciò che è avvenuto nell’esercito, nel complesso della società non si ha una controrivoluzione immediata: anche la controrivoluzione, come la rivoluzione, è un processo. Per esempio, la controriforma agraria è avviata nel 1979-1980, e la sconfitta del movimento operaio avverrà nel 1984.

In un libro recente, Para onde vai Portugal? [Dove va il Portogallo?], io sostengo, per prima, la tesi secondo cui la Rivoluzione portoghese ha fatto rinviare la controrivoluzione neoliberale in tutta Europa. Il grande piano neoliberale è successivo alla crisi del 1973. I primi grandi scioperi dei minatori in Inghilterra si hanno nel 1973, quando la Thatcher è gia ministro [dell’Istruzione]. La Rivoluzione portoghese stimola una convulsione sociale in Spagna e in Grecia, e la borghesia europea teme un contagio della Francia e dell’Italia. Così, la Rivoluzione portoghese rimanda l’adozione dei piani neoliberali (flessibilizzazione del mercato del lavoro, eccetera.) alla fine della crisi del 1981-1984. Secondo me, la Rivoluzione ha avuto questo ruolo, legato all’effetto di contagio, temuto dalle classi dirigenti della Francia e dell’Italia, due Paesi centrali in Europa. Il Maggio ‘68 francese ha avuto un’ampia eco nel mondo, e la Rivoluzione portoghese non è stata da meno. Essa ha completamente modificato i rapporti di forza in Europa, suscitando una grande paura nella borghesia. E la dottrina Carter terrà conto della Rivoluzione portoghese.

Puoi dirci qualcosa sulla geografia della Rivoluzione? Il processo rivoluzionario s’è sviluppato in modo molto ineguale nelle regioni: la Rivoluzione si spinse molto più innanzi a Lisbona, e ancor più a Setúbal, che non, per esempio, nel Nord e in certe zone rurali…

Sì, e questo è d’altronde il motivo per cui sarebbe più facile fare una rivoluzione oggi che nel 1974-1975, soprattutto perché ora la proletarizzazione è di massa. Non era così all’epoca, quando il 30-40 % della popolazione era agraria, aveva una mentalità agraria, piccolo borghese, con un forte attaccamento alla piccola proprietà, eccetera. Va sottolineato che la forza elettorale di un simile settore non corrisponde necessariamente alla sua forza sociale: nel 1974 i 7000 operai [dei cantieri navali] della Lisnave di Lisbona hanno bloccato da soli una legge contro i lavoratori, quella sul regolamento degli scioperi. Ma, dal punto di vista elettorale, i 7000 operai della Lisnave non sono nulla rispetto a 700.000 piccoli contadini sperduti in mezzo al nulla. Le rivoluzioni non vanno molto d’accordo con le elezioni: non perché non siano democratiche, ma perché hanno un’altra visione della democrazia, una visione basata sull’organizzazione collettiva sui luoghi di lavoro, e non fondata sul principio astratto di «un uomo, un voto», che fondamentalmente deforma la forza sociale.

Cosa resta della Rivoluzione portoghese nella vita politica del Paese?

La memoria della Rivoluzione è estremamente viva. Innanzi tutto, il 25 aprile è una festività e, dal nord al sud del Paese, si commemora la Rivoluzione. Questa memoria è tanto più tenace a causa del fatto che gran parte dei protagonisti della Rivoluzione è ancora viva. Ciò che è rimasto nella memoria collettiva è, fondamentalmente, il fatto che tutto ciò è stato possibile. Qui sta l’incubo storico della borghesia portoghese: c’è stato un momento in cui loro hanno dovuto scappare dal Paese, e sanno che se ciò è accaduto una volta può ripetersi di nuovo. Da parte mia, quel che mi piacerebbe avvenisse è che questi settori della società che oggi sono in disparte, in pensione, aiutassero i giovani a organizzarsi, insegnassero loro come ci si organizza. Qui sta uno dei più grossi problemi della società portoghese: è una società che da oltre 40 anni si regge su un patto sociale, sulla concertazione sociale, e non sa più organizzarsi per il conflitto. La maggior parte delle persone non sanno come organizzarsi per dar inizio a un conflitto.

Da questo punto di vista non v’è stato alcun passaggio del testimone…

No. E questo è proprio uno dei punti centrali del mio ragionamento in Para onde vai Portugal?: c’è una frattura generazionale fra la generazione della Rivoluzione e quella del patto sociale. Io penso che ciò dipenda dal fatto che i giovani sono stati precarizzati e pertanto resi dipendenti dai genitori, costretti a restare presso di loro fino ai 30, ai 35, a volte anche ai 40 anni. Per loro la lotta di classe non esiste, in parte perché non possono partecipare alle lotte nelle fabbriche o, più in generale, nelle imprese. Guadagnano 500 euro, che sono evidentemente insufficienti per vivere decentemente in modo indipendente. Ma tutto ciò è finito: la società portoghese s’incammina verso grandi conflitti sociali perché i genitori non possono più soccorrere i figli come hanno fatto finora. L’aiuto prestato dai genitori ha avuto l’effetto di depoliticizzare due generazioni, quelle degli anni Ottanta e Novanta. I giovani di queste generazioni non hanno mai vissuto il lavoro come un luogo di conflitti in cui ci si deve battere per far rispettare i propri diritti: stavano a casa.

Mi piacerebbe terminare con il dibattito storiografico sulla Rivoluzione portoghese, che suppongo sia acceso. Qual è secondo te la principale questione che struttura questa storiografia?

Effettivamente c’è una discussione molto intensa. Fernando Rosas, uno storico di sinistra, sostiene che la democrazia è figlia della Rivoluzione. Da parte mia, sostengo un’altra tesi, e cioè che la democrazia rappresentativa è stata il prodotto della sconfitta della democrazia operaia. Vi sono poi storici controrivoluzionari, come Rui Ramos o Antonio Costa Pinto, secondo i quali la Rivoluzione è una sorta d’errore storico: non era necessaria perché la società portoghese era già in via di democratizzazione. Si tratta di un esercizio controfattuale, ma la verità è che la società non stava affatto evolvendo verso una transizione democratica. C’è voluta una rivoluzione perché s’installasse una democrazia rappresentativa. Io penso d’essere uscita «vincitrice» in questo dibattito nei settori accademici perché i miei lavori, le mie ricerche, hanno più solide fondamenta. Oggi è molto difficile negare l’ampiezza e la radicalità del movimento sociale durante la Rivoluzione, o affermare che il MFA controllava tutto, o – ancora – che la Rivoluzione è stata una «rivoluzione senza morti», che il PCP voleva prendere il potere, eccetera. Tutte queste tesi sono state marginalizzate.

25 aprile 2016

da Contretemps (www.contretemps.eu)

Tratto da: www.antoniomoscato.altervista.org

Note

[1] Traduciamo con “comitati di quartiere” il portoghese Commissões de Moradores (alla lettera: Commissioni di abitanti) perché nella stragrande maggioranza dei casi tali comitati hanno agito nell’ambito di quartieri o frazioni urbane. Traduciamo inoltre con “comitati operai” le Commissões de Trabalhadores (Commissioni di lavoratori) e con “comitati di soldati” le Commissões de Soldados del testo, che però hanno avuto in realtà varie denominazioni. [Ndt]

[2] Il Movimento democratico portoghese venne fondato nel 1969 con la denominazione di Commissione democratica elettorale come organismo unitario dell’opposizione per partecipare alle elezioni che la dittatura, nei suoi ultimi anni di vita, convocava con una certa regolarità per motivi squisitamente “estetici” (il Portogallo, ormai membro della NATO e del “mondo libero”, doveva in qualche modo “assomigliare“ alle altre democrazie occidentali). Naturalmente, le elezioni si concludevano regolarmente con il ritiro delle opposizioni. la scontata vittoria del partito unico e l’aggiunta di nuovi nomi di oppositori agli appositi elenchi della PIDE. Comunque, fino a poco dopo l’aprile del 1975 il MDP è un movimento interpartitico, anche se in larga misura egemonizzato dal PCP (ne fanno parte anche esponenti del PS, del MES e di altri movimenti). Poi si trasforma in partito autonomo, anche se alleato (e in gran parte subordinato) al PCP, col quale forma la coalizione Aliança do Povo Unido. Rompe col PCP nel 1987 (eccetto una minoranza, Intervençao Comunista), si trasforma nel movimento Política XXI, e nel 1999 è una delle organizzazioni, assieme al Partido Socialista Revolucionário e all’União Democrática Popular, che dà vita al Bloco de Esquerda. [Ndt]

[3] Miguel Pérez, «Comissões de moradores», in Dicionário Histórico do 25 de Abril, Figueirinhas, Porto, in stampa.

[4] Ibidem. [Col termine di “parrocchia” (freguesia) si indica in Portogallo un’unità amministrativa minore, con propri organi elettivi, compresa nell’ambito di un municipio. Non c’è un corrispondente italiano, se non, forse, nelle grandi città, il consiglio di quartiere. Ndt]

[5] Lo “Stato nuovo”, cioè lo Stato dittatoriale e corporativo instaurato da Salazar nel 1933 e travolto dalla Rivoluzione del 25 aprile [Ndt]

[6] Eduardo Melo Peixoto, noto come il “Canonico Melo“, un bell’esempio di canaglia (al passato terrorista aggiunse, anni dopo, quello di speculatore immobiliare), al quale, dopo la sua morte, la municipalità socialista di Braga pensò bene di erigere una statua. Suscitando il vespaio che si può immaginare. [Ndt]

[7] 20 novembre 1975, Archivi della RTP [Radio televisione portoghese]. Pinheiro de Azevedo, promosso ammiraglio durante la Rivoluzione, è stato primo ministro dal settembre 1975 al giugno 1976, quindi leader del Partido da Democracia Cristã, schierato molto a destra.

[8] Un partito liberale di centrodestra, nonostante il nome, oggi partito di maggioranza relativa, anche se all’opposizione. Durante il sesto governo provvisorio, quello appunto di Pinheiro de Azevedo, si denominava ancora, però, Partido Democráta Popular. [Ndt]

[9] Le Assemblee democratiche d’unità (ADU) non vanno confuse con i comitati di soldati. Si trattava d’organismi democratici formati per metà da soldati e per l’altra metà da ufficiali, sotto il controllo indiretto del MFA. Nonostante l’assenza di studi specifici sulle ADU, tutta sta a indicare che hanno costituito degli spazi di conflitto in seno alle Forze armate, molto più di quanto lo furono gli organismi istituzionalizzati sotto diretto e stretto controllo del MFA. Il 50 % di soldati rappresentava «un sasso nello stivale degli ufficiali».

[10] Intervista a Mário Tomé e Francisco Barão da Cunha, 11 novembre 2011.

[11] Intervista a António Pessoa, 29 novembre 2011. Tancos designa qui l’assemblea che, tenutasi in questa località il 5 settembre 1975, in piena crisi del MFA, modificò la composizione del Consiglio della Rivoluzione, rendendolo più favorevole alla destra e isolando sia i settori filo-PCP sia la «sinistra militare».

[12] Allusione alla Conferenza di Potsdam fra Stalin, Truman e Attlee, nel 1945. Ma la divisione dell’Europa in zone d’influenza andrebbe più correttamente fatta risalire alla Conferenza di Yalta, tenutasi alcuni mesi prima. [Ndt]

[13] Due tendenze del trotskismo a livello internazionale.

Il testo originale francese è stato pubblicato da Contretemps (www.contretemps.eu). La traduzione e le note contrassegnate da Ndt sono di Cristiano Dan.

CHI È L’INTERVISTATA

Raquel Varela (nata nel 1978) è ricercatrice presso l’Instituto de História Contemporânea dell’Universidade Nova di Lisbona. Ha pubblicato, una História da Política do PCP na Revolução dos Cravos [Storia della politica del PCP nella Rivoluzione dei Garofani] (Bertrand, Lisboa 2011), i due libri citati nell’intervista, oltre ad aver coordinato diversi altri lavori.

UN DOVEROSO COMMENTO REDAZIONALE

L’intervista a Raquel Varela è importante per due motivi. Richiama l’attenzione su una rivoluzione troppo rapidamente passata nel dimenticatoio di una sinistra, italiana europea e internazionale, sempre più affetta da deficit di memoria (storica); e lo fa sottolineando con forza un aspetto di questa rivoluzione, che per lei come per noi, è essenziale: l’alto livello di autorganizzazione raggiunto da ampi settori della popolazione portoghese: operai, lavoratori, studenti e insegnanti, medici, abitanti dei quartieri. E soldati. Quarant’anni fa queste esperienze erano sì state colte dalla sinistra anticapitalista d’allora, ma in modo frammentario, più come “casi esemplari” che come “naturali” forme assunte dai settori che entravano in mobilitazione e si inventavano (in realtà, re-inventandoli) strumenti d’intervento politico e sociale. Due motivi, dunque, che ne giustificano la traduzione e la messa in linea. Ma…

Pur tenendo conto del fatto che un’intervista, proprio per sua natura (sinteticità, innanzi tutto) non permette di riferire molto di quanto si è scritto in diversi libri, vi sono alcune affermazioni di Raquel Varela che suscitano qualche perplessità. Tralasciando i casi di minore portata, accenneremo qui (e accenneremo soltanto) ad alcuni fra quelli che ci sembrano più rilevanti.

a) Rapporto fra rivoluzione coloniale e rivoluzione metropolitana. Non ci sono dubbi sul fatto che le dissennate e criminali guerre coloniali portoghesi abbiano contribuito in modo determinante alla crisi dell’Estado Novo, dissanguandolo dal punto di vista dell’enorme costo della guerra per un Paese tutto sommato ancora arretrato e demoralizzandone l’esercito. Ma nel testo si insiste forse un po’ troppo sulla continuità, un po’ meccanica, fra il 1961 angolano e il 25 aprile portoghese.

b) La rivoluzione portoghese avrebbe “ritardato” la messa in opera, su scala almeno europea, del “piano neoliberale”. Qui le perplessità crescono. C’è da dubitare che nella metà degli anni Settanta esistesse un tale “piano”, nonostante la Thatcher. E comunque, anche se vi fosse stato, non ne esistevano le condizioni per metterlo in pratica senza costi altissimi da parte del capitalismo. Basterebbe fare una semplice rassegna delle situazioni nei principali Paesi europei (a partire dall’Italia, in cui l’onda lunga delle lotte operaie degli anni Sessanta non s’era ancora esaurita) per convincersene. In realtà, il pieno dispiegamento del neoliberismo richiedeva ancora un progresso tecnico non ancora raggiunto in quegli anni e… la scomparsa dell’antagonista “storico”, dell’“Impero del Male”, che rappresentava oggettivamente un ostacolo al dispiegarsi di simili politiche. Era la paura del “comunismo” che il più delle volte rendeva “ragionevoli”, disposti a “mollare qualcosa”, i capitalisti. E faceva la fortuna della socialdemocrazia. Solo negli anni Novanta le condizioni per la diffusione globale del neoliberismo sono tutte riunite. Certo, è più che probabile che la rivoluzione portoghese, che avveniva in un Paese occidentale, anche se “marginale”, abbia invitato alla prudenza i capitalisti. Ma non sembra possibile abbia “ritardato” una manovra che nessuno aveva ancora concepito perché le condizioni per portarla a termine non erano ancora riunite.

c) Infine, nel testo c’è una certa confusione sulla “democrazia rappresentativa”. Si attribuisce a Fernando Rosas l’idea che in Portogallo la «democrazia è figlia della Rivoluzione», mentre per Varela è «stata il prodotto della sconfitta della democrazia operaia». Sul punto non possono sussistere dubbi: la democrazia è uno dei tanti “prodotti” della Rivoluzione d’aprile (e Fernando Rosas, nel suo «A Revolução e a Democracia» [in Esaio geral. Passado e futuro do 25 de Abril, organização de Francisco Louçã e Fernando Rosas, Dom Quixote, Lisboa 2004] li elenca puntigliosamente). Del resto, nel Portogallo del 1974-1975 sarebbe apparso ben strano, e inaccettabile, che dopo 41 anni di salazarismo e di assenza di democrazia rappresentativa non si arrivasse ad eleggere un parlamento. Tanto più che le elezioni avvennero quando ancora la spinta rivoluzionaria non s’era esaurita e la borghesia era ancora sotto shock. Allora nessun partito di sinistra (con l’eccezione dei ridotti gruppi anarchici) si oppose alla tenuta delle elezioni. Né lo fece alcun comitato operaio, o di quartiere. Quella democrazia, quella del 25 aprile 1975, un anno dopo il rovesciamento del regime, non può in alcun modo essere descritta come un «prodotto della sconfitta della democrazia operaia», che non era peraltro ancora stata sconfitta. Altro è il discorso sulla “compatibilità” fra democrazia rappresentativa e (più che la “democrazia operaia”) i movimenti dal basso, che, questi sì, quando sono nella fase di emergenza, non ancora consolidati, non ancora in grado di influenzare ampi strati della popolazione, possono essere “democraticamente” sconfitti. L’ha fatto De Gaulle col Maggio francese, per fare solo un esempio. Ma qui il discorso diventa un altro, e ci interrompiamo.

Per concludere, se questa intervista di Raquel Varela, con i problemi che solleva, susciterà un certo interesse nei frequentatori del sito, nelle prossime settimane vedremo di pubblicare altri testi sull’argomento, magari facendoli precedere da una Cronologia ragionata della Rivoluzione portoghese, (c.d.)

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