GPA: IL DIBATTITO CONTINUA

Pubblichiamo una posizione che risponde all’articolo di Lidia Cirillo. A scrivere è Daniela Danna, ricercatrice in scienza sociale, autrice di “Contract Children. Questioning surrogacy” (Ibidem, Stoccarda 2015) e, tra le altre cose, di “The Power of the Machine in Expo 2015 in Milan” (in corso di pubblicazione), “Stato di Famiglia. La donne maltrattate di fronte alle istituzioni” (Ediesse, Roma 2009). Ha un sito www.danieladanna.it

Tratto da: www.communianet.org

daniela danna

Ci sono molti equivoci nel dibattito politico attuale sulla GPA, cioè gestazione per altri, come si è voluto ultimamente chiamare la “maternità surrogata”, invenzione nella seconda metà degli anni 70 dell’avvocato statunitense Noel Keane. L’obiettivo di questo neologismo su un neologismo è progredire ulteriormente nella mistificazione. “Maternità surrogata” significava che la madre che partoriva era un surrogato della vera madre: era una donna usata come un mero veicolo per un figlio “altrui”. Keane azzardò la stesura di contratti, su cui guadagnava, come oggi gli avvocati guadagnano, molto più che le donne reclutate in nome del loro spirito di autosacrificio per completare gravidanze “altrui”. Non posso in questa sede dilungarmi sulle alterne vicende della validità di un simile contratto, mi limito a dire che in Italia non si può fare, ma non per la legge 40: non si è mai potuto fare perché è “contrario all’ordine pubblico”, cioè lo Stato italiano non accetta la mistificazione per cui una donna che partorisce non è riconosciuta come madre se ha firmato un contratto in tal senso – quindi non ha deciso dopo aver partorito di non allevare la sua creatura, come vorrebbe un elementare principio di autodeterminazione femminile, ma addirittura prima di rimanere incinta. I fautori della GPA dicono che non è possibile che queste donne così generose cambino idea, quindi non devono essere garantite sul fatto che, se dopo nove mesi di gravidanza non vogliono, nessuno gli strapperà la loro figlia o il loro figlio. “Gestazione per altri” fa un passo avanti nell’esproprio dell’esperienza di queste donne, perché non è la gestazione che importa, è la consegna del bambino, ma qui si vuol far intendere che il loro ruolo sia solo quello di contenitore. Eppure una donna che dopo nove mesi di gravidanza partorisce non è più una “gestante”, diventa la madre di nascita della creatura che ha messo al mondo e che ha tutto il diritto di crescere.

Altro equivoco: non si tratta di novità delle tecniche. La fecondazione in vitro ha quasi quarant’anni, e non è necessaria nella GPA. Non è l’avanzamento della scienza che ci porta la GPA, ma l’avanzamento delle relazioni di disuguaglianza, per cui i ricchi possono ora chiedere alla classe lavoratrice anche di fargli i figli, oltre che a prestare la propria opera in tutti gli altri modi in cui siamo quotidianamente sequestrati per poter sopravvivere.
Mi stupisce che da parte anticapitalista non si voglia contrastare questo spostamento di confine, che va a invadere pesantemente la sfera privata delle donne della classe lavoratrice: non è indifferente se la mia opera la presto con azioni che si svolgono all’esterno del mio corpo (certo, spesso con una buona dose di lavoro emozionale e sicuramente sempre mentale) oppure se il lavoro lo devo fare dentro di me, cioè per nove mesi 24 ore al giorno. E il fatto che il mio prodotto di operaia della gravidanza sia un bambino è anche questa una grave novità. Oppure lottare contro il capitalismo significa accettare tutto quello che ci propone, tanto è lo stesso? Perché lottare contro la precarietà allora? È il capitalismo, bellezza, è tanto brutto, ma rassegnati.
Quanto alla denominazione , o meglio denigrazione, di chi si batte per l’abolizione delle leggi che consentono la GPA come “Santa Alleanza”, allora anche il World social forum potrebbe essere raffigurato come tale: ci sono state presenze pesanti di cattolici e protestanti antiabortisti, ma non mi pare che nessuno in Italia o altrove abbia caratterizzato come tale il WSF, non volendo denigrarlo. È una denominazione falsa se applicata alle azioni di Arcilesbica e secondo la mia esperienza di ricercatrice che si è schierata contro l’introduzione di questa pratica in Italia, aderendo alla richiesta delle Assise di Parigi di una abolizione delle leggi che la consentono in quei pochi stati dove è stata approvata (che in numero crescente ora chiudono l’accesso agli stranieri: in India, Tailandia, Nepal, Messico non si può più fare, e anche in Ucraina si discute della restrizione). Le Assise di Parigi non hanno visto nessuna Santa Alleanza con i cattolici: l’appello è nato in ambienti femministi radicali e socialisti. La Marcia mondiale delle donne, di cui Lidia fa parte, lo ha firmato, José Bové era presente e lo ha firmato insieme a molti altri anticapitalisti: la rappresentanza più nutrita sul palco era di femministe abolizioniste, che – a mio parere sbagliando – mettono sullo stesso piano la lotta alle leggi che regolamentano la prostituzione e a quelle che consentono la GPA.

Poi: al Consiglio d’Europa anche i cattolici han votato contro il rapporto Sutter che vedeva positivamente la regolamentazione (cioè l’introduzione) della GPA, l’Avvenire dedica molte pagine a questo tema, facendo anche buona informazione sulle fiere dei bambini che si svolgono all’estero, ad esempio in Gran Bretagna, dove la GPA in teoria esiste solo in forma “altruistica” (e allora perché le cliniche ci guadagnano?). Non è questa la misura che mi fa decidere che cosa pensare di questo tema: i cattolici hanno le loro ragioni per dire no, Luisa Muraro ha le sue, e noi lesbofemministe abbiamo le nostre – mi sembra assurdo pensare che se il risultato è simile, allora la nostra battaglia sia squalificata. Al contrario, vorrei vedere più anticapitalisti antagonisti queer da questa parte (in realtà penso proprio che dovrebbero starci tutti!), dal momento che si tratta di una questione di autodeterminazione delle donne, che – attratte dalla prospettiva di realizzarsi come madri, anche se per altri – non devono essere prese dagli ingranaggi di un sistema che lucra sulla loro disponibilità: avvocati come Noel Keane, cliniche, agenzie. I quali soggetti tolgono autodeterminazione alle donne che diventano madri obbligandole (legalmente, economicamente, con meccanismi sociali) a consegnare i loro figli come se fossero prodotti, in quella che una femminista (non ricordo il nome, ma siamo nell’ambito del femminismo radicale) ha definito la massima alienazione del lavoratore dal proprio prodotto.
La retorica del materno non è ciò cui le tesi anti GPA fanno ricorso: al contrario la retorica del materno autosacrificale è portata all’estremo proprio dai fautori della GPA, che ringraziano queste donne che fanno il dono supremo della vita… per farla crescere da altri, e si autorealizzano nell’essere incinte e godere delle attenzioni che la gestante riceve, addirittura da una coppia di status più elevato per la quale lavorano ma della cui famiglia si illudono (perché non sta scritto da nessuna parte) che entreranno a far parte. E potrei continuare a lungo su questa retorica del materno. Dall’altra parte, dalla mia parte, non vedo retorica, vedo la constatazione di atti che accadono nel mondo materiale: una donna rimane incinta, dopo nove mesi partorisce. È lei che abbiamo sempre chiamato madre (una donatrice o venditrice di ovociti ha semmai un ruolo biologico analogo a quello del padre) e non ci sono ragioni per non continuare a farlo (la madre di nascita non è sempre stata madre sociale anche nel mondo più antico, pre-fecondazione in vitro), ed è la sua autodeterminazione che dobbiamo salvaguardare impedendo che venga stravolto il mater sempre certa est. Che non è il principio in base al quale io scelgo chi è la madre, ma l’elementare riconoscimento di buon senso da parte della legge del fatto che la donna che partorisce è la madre. Un buon principio quindi, da cui allontanarsi facendo distinzione se una gravidanza è per sé o per altri (che è l’essenza dei regolamenti, di cui non c’è alcun bisogno se si vuole rispettare l’autodeterminazione femminile) significa venire meno al principio di autodeterminazione delle donne, che devono decidere loro se essere madri sociali delle creature che hanno messo al mondo, oppure se non lo vogliono fare. Lo dico in un altro modo: è una barbarie che la donna che partorisce non venga considerata madre dalla legge, e quindi non possa tenersi il bambino che ha fatto, se lo vuole. È una forma di violenza contro le donne, introdotta dalla validità di un contratto. I cattolici lo vedono, perché non lo vedono gli antagonisti?
I genitori sono i punti di origine dei gameti? Questo significa fare finta che la gravidanza non esista – cara Lidia, non è una posizione femminista cancellare il contributo biologico maggiore a una nascita. Oppure è la relazione psicologica? Ma questo appunto lo decide la donna incinta, se la creatura è sua o meno lo decide giuridicamente nel momento in cui diventa madre, non prima quando essa non esiste come entità separata (e certo può rifiutare questo legame biologico decidendo di abortire – cosa per esempio che i contratti statunitensi negano). E certamente non può deciderlo un contratto al posto suo.

Che la neonata o il neonato abbiano bisogno della madre è qualcosa di cui la psicologia dello sviluppo si è accorta a partire dagli anni Ottanta, prima essi erano considerati tabule rasae. Certo, non possono imporre la loro volontà e si adatteranno ai cambiamenti che altri imporranno loro – ma vogliamo farne almeno un elemento culturale del dibattito? Oppure accettiamo il punto di vista dei genitori committenti in base al quale, come si espresse una madre sociale, quando il neonato viene loro consegnato “Finalmente arriva a casa”? In che senso un neonato può considerare “casa” un qualunque luogo in cui non ha più la sua fonte di nutrimento e di rassicurazione, cioè la gestante, ora madre (ne riconosce voce, battito cardiaco, etc, lo si sa). E che cosa ha a che fare il riconoscimento di questo bisogno umano (alcune come Anita Regalia e la sua associazione IRIS considerano i primi tre mesi di vita della neonata la “quarta fase della gravidanza”, che oltretutto dà luogo in Italia a un importante diritto della lavoratrice) con il periodo successivo di vita e di sviluppo degli esseri umani, che hanno progressivamente bisogno di staccarsi dalla madre?
È vero che non c’è un nesso automatico tra GPA e condizioni di schiavitù delle donne che fanno da operaie della gravidanza: dipende dal mercato. Se viene introdotta e accettata in Italia, allora ci sarà una parte di “consumatori etici” che tratteranno bene le donne che faranno per loro da fattrici, e una grande massa che andrà dove costa meno, in India o anche in Italia: di migranti alla disperata ricerca di un’occupazione ce ne sono a bizzeffe, saranno sorvegliate a vista nelle case dei committenti, come già succede in Israele (molto istruttiva la lettura di Elly Teman, antropologa israeliana e fautrice della GPA). Il mercato porta alla schiavitù – e non per la prima volta nella storia (mi piace citare Yann Moulier-Boutang su questo).

Il femminismo del salario al lavoro domestico non mi risulta abbia mai proposto la gravidanza in particolare, isolandola dal resto, come meritevole di retribuzione specifica, e per qualcuno che stia al di fuori della famiglia, della coppia in cui le lavoratrici domestiche prestano la propria opera per l’uomo che amano o che comunque hanno scelto.
I danni alla salute delle donne che possono portare le forme di procreazione medicalmente assistita vanno considerati sotto aspetti diversi: le venditrici di ovociti fanno un lavoro che non è riconosciuto come tale, i rischi del quale sono sistematicamente negati o sminuiti dalle cliniche perché non è evidentemente nell’interesse del datore di lavoro chiarire qual è la pericolosità della mansione affidata alla lavoratrice. Dobbiamo agire sindacalmente oppure considerare la prestazione d’opera “prelievo di ovociti” qualcosa di inaccettabile, come violazione dell’integrità del corpo (non c’è ad esempio la professione del venditore di sangue), che va ben al di là delle prestazioni richieste ad altri lavoratori? Io sono per la seconda ipotesi.
E i danni alla salute delle donne che derivano da queste scelte vanno contrastati solo sul piano culturale (non liquidandoli però con un “Chissenefrega, fatti loro, è una loro libera scelta”) oppure regolamentati in modo da contrastare la convinzione di onnipotenza della classe medica e i suoi precisi interessi economici nel procurare figli “ad ogni costo”?

Un’ultima osservazione: è ridicolo affermare che la giornalista Tiliacos sia la musa ispiratrice del pensiero lesbofemminista. Si leggano Carol Pateman, Janice Raymond e tutto il mondo dell’abolizionismo, come Kajsa Ekis Ekman, che non condivido ma afferma di avere radici marxiste, e potrei continuare: Barbara Katz Rothman, Martha Fineman, Phyllis Chesler, Silvia Federici, Barbara Ehrenreich…
Concludo: proibizionismo e abolizionismo sulla GPA sono due posizioni molto diverse, perché la GPA ha bisogno di leggi specifiche che la introducano, abbattendo il principio legale del mater sempre certa est. Quello che le Assise di Parigi hanno richiesto è l’abolizione delle leggi che l’hanno introdotta inpochi stati – tra cui però ovviamente gli Stati Uniti, centro dell’economia mondo capitalista. Il proibizionismo non è necessario. In luoghi dove gli anticapitalisti non capiscono l’importanza di questa battaglia contro il mercato, è un utile, altrui, baluardo. Che non impedisce la costituzione di forme di famiglia complesse e non basate sull’identità tra sessualità e procreazione, come quelle viste con favore da Lidia.

Pubblichiamo di seguito la risposta di Lidia Cirillo al dibattito.

lidia

Cara Daniela, forse sarà meglio nella nostra discussione non avventurarsi in giudizi su chi sia la vera o falsa femminista. Da sempre nel femminismo vivono sensibilità, culture e angoli di visuale diversi. In modo particolare sul tema in discussione due anime convivono e configgono: la libertaria e la proibizionista, ciascuna con le sue ragioni e i suoi limiti.
Le femministe che fecero la battaglia per la proibizione dell’alcol avevano le loro ragioni, dato che negli ambienti operai i mariti tornavano la sera a casa ubriachi e malmenavano le mogli. Chi allora fu contro il proibizionismo si sentì trattare da complice della violenza maschile. Le campagne proibizioniste nei confronti della prostituzione hanno una storia remota e recente e non a caso sono state evocate nelle Assise di Parigi e accostate alla richiesta di messa al bando universale della GPA. Sono cose diverse? Certamente le cose sono assai diverse, ma a me sembra che lo spirito sia lo stesso, anche se ammetto che questa volta le ragioni del rifiuto sono più forti. Queste ragioni maggiori autorizzano il proibizionismo? Io (con molte altre, a dire il vero) dico di no da un angolo di visuale specifico e che non è certo quello dei fautori della GPA nelle forme e nei modi in cui viene praticata sotto l’egida del capitale finanziario.

Per esempio tu scrivi che per i fautori della GPA non è possibile che la donna portatrice e-o madre cambi idea dopo il parto. Male, ma che cosa c’entra questo con le cose che ho scritto? Ho scritto che sono per pratiche “fuori mercato” e di “mutuo soccorso” e contro la mercificazione degli esseri umani. Trovo la richiesta di proibizione priva di senso per la stessa ragione per cui troverei insensata la proibizione di vendere la propria forza lavoro in sostituzione di una lotta per cambiare i rapporti sociali. Questo non significa affatto accettare le cose così come sono fino a che il mercato non cesserà di essere l’entità che determina e configura le relazioni umane. Ho aggiunto infatti che le pratiche “fuori mercato” e il rifiuto della proibizione dovrebbero essere accompagnati dalla sorveglianza perché i diritti delle donne e dei bambini non vengano violati: il diritto all’informazione più ampia e veritiera, alla possibilità di ripensamento, a mantenere legami con il nascituro, a conoscere a una certa età la verità sulle proprie origini ecc. ecc.
E all’obiezione che la pratica effettiva di questi diritti ridurrebbe drasticamente il numero dei genitori intenzionali disposti ad affrontare il rischio, ho risposto con quel “ecchisenefrega” che ha quindi un significato opposto a quello che tu hai voluto attribuirgli. Io sono perché si diffondano pratiche e relazioni che non siano i profitti a condizionare.

Sembra inoltre che io non meriti il certificato di femminista perché cancellerei il contributo maggiore a una nascita, quello cioè della donna che affronta la gravidanza e il parto. In realtà io non cancello proprio nulla e non mi avventuro in una discussione su chi è la madre autentica ed esclusiva. In genere sono portata a pensare che madre vera sia chi desidera, aspetta anche con il pensiero e poi ama e accudisce. E quindi che possa esserlo o diventarlo una delle tre madri possibili o tutte e tre contemporaneamente. Ma – ripeto – su questo terreno il mio articolo non si è avventurato. Ha solo preso atto di quelle che a me paiono incoerenze interne o certezze non certe del discorso sulla “mater certa”. La scienza e la tecnica, che io non idealizzo affatto, cambiano spesso uno stato di cose, al di là di ogni giudizio nel merito. I test sul DNA capaci di individuare con certezza il padre e le tecniche di riproduzione cambiano a mio avviso più di qualcosa nella logica del pater incertus e della mater certa.
Anche per altri aspetti mi sembra che tu abbia letto il mio articolo con le lenti del pregiudizio, ma per il momento mi sembra più opportuno non continuare una polemica che rischia di diventare personale e lasciare la parola ad altre.

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