80 ANNI DALLA RIVOLUZIONE SPAGNOLA

Il 18 luglio del 1936 la ribellione di alcuni generali e di una cospicua parte dell’esercito al legittimo governo della Spagna repubblicana dette avvio a una guerra civile destinata a durare tre anni. Già anticipata da altri evidenti segnali di crisi e di lotta sociale e politica, la rivoluzione dilagò in quei giorni in Spagna, proprio quella rivoluzione che i generali golpisti volevano prevenire e che in definitiva essi stessi contribuirono a provocare. Nata come reazione difensiva, la rivoluzione divenne ben presto offensiva e aggressiva verso il potere della classe dominante. Tra l’esercito in rivolta e il popolo in armi, lo Stato repubblicano finì in pezzi. Il potere dello Stato si sgretolò, dovunque i militari furono sconfitti il potere finì sulle piazze dove dei gruppi armati risolsero sommariamente i compiti più urgenti: la lotta contro gli ultimi fuochi della rivolta militare, l’epurazione delle retrovie, la sussistenza e l’armamento dei miliziani volontari appartenenti ai vari partiti della sinistra, agli anarchici e ai sindacati. A poco a poco tra le piazze ed il governo affiorarono gli organismi di un nuovo potere. Erano gli innumerevoli Comitati locali, veri e propri governi su scala regionale e provinciale che riprendevano la miglior tradizione di democrazia proletaria proveniente dalla Comune di Parigi e dai Soviet delle rivoluzioni russe del 1905 e 1917. In quei Comitati locali risiedeva il nuovo potere rivoluzionario che dovette organizzarsi per far fronte al proseguimento della guerra civile, causata dalla rivolta dell’esercito, e per la ripresa della produzione. La rivoluzione spagnola era nata da una profonda crisi sociale. I lavoratori spagnoli, quando si sostituirono con i loro organismi allo Stato repubblicano, puntavano ben oltre una semplice rivoluzione politica. La loro azione, nelle settimane successive al sollevamento, ebbe tutte le caratteristiche di una rivoluzione sociale che affrontò, nel clima esasperato della guerra civile, i grandi problemi della Spagna: la struttura oligarchica dello Stato, l’esercito, la Chiesa, le basi economiche dell’oligarchia, la proprietà industriale e quella fondiaria. Quello che accadde in Spagna ottant’anni fa non fu solo un evento spagnolo. In modo diretto o indiretto i governi degli altri paesi dovettero prendere posizione giustificando l’intervento o il non intervento nelle vicende del paese iberico. La sconfitta subita dalla rivoluzione spagnola aggiunse l’ultimo tassello – dopo l’avvento del fascismo in Italia, del nazismo in Germania e la sconfitta del Fronte popolare in Francia – al cammino ormai delineato verso la Seconda guerra mondiale.

Principali sigle ricorrenti nella storia della guerra civile spagnola: CNT (Confederazione generale del lavoro, sindacato anarco-sindacalista), FAI (Federazione anarchica iberica), PSOE (Partito socialista operaio spagnolo), PSUC (Partito socialista unificato di Catalogna, a partire del 1936), POUM (Partito operaio di unificazione marxista), PCE (Partito comunista spagnolo), UGT (Unione generale dei lavoratori. Sindacato di tendenza socialista)

Non è facile fornire cifre precise sull’entità delle milizie che combatterono nella guerra civile. In generale si stimano circa 100 mila miliziani così inquadrati: 50 mila nella CNT, 30 mila nell’UGT, 10 mila nel PCE, 5 mila nel POUM a cui vanno aggiunti alcune migliaia di appartenenti all’esercito rimasti fedeli alla repubblica e, in seguito, i militanti provenienti dai paesi esteri a costituire le brigate internazionali.

(Diego Giachetti)

Cenni storici sulla repubblica spagnola

Le premesse
Dopo un lungo declino la Spagna, che aveva perso nel corso delle guerre napoleoniche e nel decenniosuccessivo le principali colonie americane, nel 1898 viene sconfitta dalla rivoluzione cubana e dal successivo intervento degli Stati Uniti, che si impossessano di Portorico, delle Filippine e Guam e stabiliscono un protettorato su Cuba attraverso l’emendamento Platt. La frustrazione spinge a intensificare gli sforzi per ottenere una “compensazione africana”, in particolare nel Marocco, una parte del quale viene assegnato alla Spagna nel 1906.

Gli sforzi per occuparlo avranno gravi ripercussioni interne, e in particolare la “settimana tragica” di Barcellona (1909) soffocata nel sangue e coronata dalla vendetta contro Francisco Ferrer, condannato a morte come “ispiratore ideologico” della protesta contro la partenza delle truppe..
La monarchia è sempre più impopolare: è stata screditata nel corso di tutto il secolo precedente dalla mediocrità e dalla debolezza dei sovrani, a partire da Fernando VII (1814-1833). Una forte instabilità ha fatto definire il periodo successivo (1833-1875) “l’era dei pronunciamienti”. Si succedono vari reggenti, una regina, Isabella II, figlia di Fernando (1843-1868), che è passata alla storia soprattutto per una scandalosa vita privata, un fragilissimo re importato dall’Italia, Amedeo di Savoia, una breve repubblica.
La restaurazione della monarchia inizia con una dittatura che ripesca un figlio dell’odiata Isabella, Alfonso XII (1875-1885). Alla sua morte prematura, si susseguono nuove reggenze che prepararono l’ascesa al trono del figlio postumo Alfonso XIII, nato nel 1886 e che ha regnato tra il 1902 e il 1931.
La Spagna è rimasta fuori dalla prima guerra mondiale, ma conosce a partire dal 1917 una forte crisi sociale e politica influenzata dalla rivoluzione russa e dalle ripercussioni di pesanti sconfitte subite dall’esercito nel Marocco. Il movimento operaio, prevalentemente anarcosindacalista, ottiene alcuni successi, ma si scontra con una pesante repressione e frequenti assassinii di Stato, spesso camuffati con la Ley de fugas, che permette di uccidere un arrestato di cui si dice che ha tentato di fuggire.
Nel 1923 inizia la dittatura del generale Miguel Primo de Rivera. Poco prima aveva annunciato la volontà di ritirarsi dal Marocco dopo una sanguinosa battaglia in cui nel 1921 era perito il generale Silvestre con tutto lo Stato Maggiore e che si era conclusa con un bilancio di 14.000 tra morti e prigionieri. In realtà, in alleanza con la Francia, l’insurrezione del Rif viene soffocata nel 1925, e l’esercito coloniale, integrato da mercenari locali, diventa un docile strumento nelle mani dei suoi generali.
In economia una serie di ambiziosi progetti idrogeologici vengono portati a termine ma con costi enormi. Il “nazionalismo economico” e “l’economia diretta” (con esplicita ammirazione per il modello fascista italiano) non impediscono la penetrazione di capitali americani, soprattutto nel settore telefonico, e una gestione scandalosa delle risorse pubbliche, che genera ulteriore malcontento nelle regioni (o meglio nazioni) più sviluppate industrialmente, i paesi baschi e la Catalogna.
Alcune misure sociali concertate con i dirigenti riformisti (come la regolamentazione del lavoro notturno) vengono presentate come la “soppressione della lotta di classe”. Gli scioperi sono comunque vietati, e i salari rimangono molto indietro rispetto alla curva ascendente dei profitti assicurati dal boom dell’economia mondiale. Anche la riforma agraria esaltata dal regime si è limitata a collocare 4.000 coloni su 20.000 ettari. Le tensioni sociali sono occultate ma non eliminate.
La stessa imitazione del fascismo rimane esteriore, senza creare un movimento di massa a sostegno del regime. Al tempo stesso gli uomini d’affari diffidavano della dittatura, che assicurava buoni affari ma era dispendiosa per l’enorme corruzione riaffiorante. La base sociale di Primo de Rivera era fragile, e si sgretolerà sotto i colpi della crisi economica mondiale. Nell’ultimo periodo si infittiscono misure repressive come l’esilio di Miguel de Unamuno, o la reclusione a Cuenca dei dirigenti studenteschi, mentre si hanno alcuni pronunciamenti militari di segno democratico e repubblicano.
La peseta calava sensibilmente, ed era sempre più evidente il discredito del governo, in cui non avevano fiducia né le masse popolari, né i circoli finanziari, né le potenze straniere. Il 30 gennaio 1930 Primo de Rivera si ritira. Morirà poco dopo a Parigi.

La repubblica

Nel corso del 1930 la crisi economica e sociale si aggrava. Si ricostituiscono i vecchi partiti e la maggior parte di essi si pronunciano per la repubblica. Nel dicembre 1930 una ingenua sollevazione militare e civile a Jaca proclama la repubblica e marcia su Huesca. Viene sconfitta, e due giovani capitani, Firmín Galán Rodríguez e Angel García Hernández, vengono fucilati, mentre i principali esponenti repubblicani vengono arrestati, ma si difendono accusando il re di aver violato la costituzione permettendo la dittatura di Primo de Rivera.
Il re è costretto a indire le elezioni municipali per il 12 aprile 1931. La vittoria repubblicana nelle città è così netta (anche se nelle campagne i “cacicchi” avevano assicurato con la violenza e i brogli una schiacciante maggioranza monarchica) che Alfonso XIII abbandona la Spagna. I risultati complessivi non furono neppure conteggiati.
Il 29 giugno vengono eletti i deputati alle Cortes costituenti. Il primo presidente del consiglio è don Niceto Alcalá Zamora, già ministro del re prima della dittatura, e che diventerà poi presidente della repubblica. Miguel Maura è ministro degli Interni: entrambi moderati e cattolici, dovrebbero tranquillizzare la Chiesa, che è invece ostile anche per la presenza di altri ministri fortemente anticlericali come Alejandro Lerroux, ministro degli Esteri. E’ anch’egli ormai un moderato, ma la Chiesa non dimentica il suo appello ai “giovani barbari di oggi” con cui nel 1905 aveva incitato i sottoproletari dei bassifondi di Barcellona a distruggere i templi e sollevare il velo alle novizie “innalzandole al rango di madri per virilizzare la specie”. D’altra parte di appelli di questo genere non ce n’era bisogno, perché in Spagna ogni rivolta popolare aveva incendiato chiese e conventi, simbolo dell’oscurantismo e detentori di gran parte delle terre spagnole.
Tra i ministri spiccavano Manuel Azaña, leader del partito repubblicano e brillante oratore (alla Guerra, poi da ottobre presidente del consiglio), e i socialisti Francisco Largo Caballero (al Lavoro) e Indalecio Prieto (alle Finanze).
Il partito comunista era non solo assente dal governo, ma dal paese, perché ridotto ai minimi termini dall’adesione incondizionata a ogni svolta dell’URSS. Il suo rifiuto della repubblica in nome di inesistenti soviet lo portò a raccogliere solo 100 voti a Barcellona e 200 a Madrid nelle elezioni municipali. Nel quadro del “terzo periodo” dell’IC non mancò di etichettare come “socialfascisti” e “anarcofascisti” tutti i concorrenti a sinistra.
La repubblica d’altra parte si dota di una bella costituzione (ricalcata su quella di Weimar, come sarà quella italiana del 1948) e si proclama “repubblica dei lavoratori”, ma si guarda bene dall’affrontare radicalmente la riforma agraria (quella votata dalle Cortes fu definita “un’aspirina per curare un’appendicite”), mentre a livello operaio si limita a sancire un aumento salariale già conquistato di fatto.
L’esercito non venne epurato, ma si concesse stipendio intero agli ufficiali che, non volendo giurare fedeltà alla repubblica, intendevano ritirarsi (poterono dedicarsi così a tempo e stipendio pieno a complottare contro di essa). Alcuni dei più intelligenti ufficiali reazionari rimasero in servizio, e quando uno di essi, Manuel Goded, mise agli arresti il colonnello Julio Mangada che aveva risposto inneggiando alla repubblica a un “viva España” del suo superiore, Azaña avallò la misura “contro l’insubordinazione”. Anche la Guardia Civil, l’odiato corpo di polizia incaricato della repressione nelle campagne, non fu toccata, ma le si affiancò un nuovo corpo. le Guardias de Asalto, di ispirazione repubblicana, ma che presto gareggerà con la Guardia Civil nella repressione dei moti contadini.
L’anticlericalismo forniva un surrogato radicale alla sinistra, e si manifesterà già il ai primi di maggio quando, dopo una modesta provocazione monarchica e un discorso reazionario del cardinal Segura, vennero bruciate chiese e conventi in tutto il paese.
L’autonomia concessa ai paesi baschi e alla Catalogna suscitava d’altra parte reazioni furibonde nei conservatori. Di essi si fece interprete il generale. Sanjurjo, che era stato uno degli “eroi” della guerra del Marocco e capo della Guardia Civil al momento della proclamazione della repubblica, ed era poi stato nominato alla testa dei carabineros. Sanjurjo era stato scosso dall’episodio di Castilblanco, dove la Guardia Civil aveva tentato di impedire un comizio della CNT ed era stata sopraffatta dalla popolazione, che aveva letteralmente fatto a pezzi diverse guardie (di episodi così ce n’erano ogni giorno, con esiti vari). Il pronunciamiento, con molte complicità interne e internazionali, trionfò a Siviglia ma fu sconfitto grazie alla delazione di una prostituta a Madrid e gran parte dei congiurati furono arrestati. Era l’agosto 1932.
Nel gennaio 1933 una sommossa anarchica a Casa Viejas viene repressa con bombardamenti e fucilazioni indiscriminate (applicando la vecchia Ley de fugas) dagli Asaltos. La ferocia della repressione disorientò molti repubblicani, e fu strumentalizzata dalle destre. Nell’aprile dello stesso anno le elezioni comunali suppletive vedono un grave arretramento del governo, e nell’estate Azaña deve dimettersi. In ottobre Alcalá Zamora scioglie le Cortes, che vengono rielette il 19 novembre: successo delle destre. Il mese successivo il governo viene formato da Lerroux, che era passato da tempo all’opposizione. Inizia il “biennio nero”. Nell’ottobre 1934 lo stesso Lerroux formerà un nuovo governo con la partecipazione della destra clericofascista.
Nel corso dello stesso 1934 la delusione per l’inconsistenza dei socialisti che hanno sostenuto i primi governi repubblicani aumenta e porta a una forte radicalizzazione che si manifesta anche sotto forma di astensionismo. Nascono intanto le Alianzas obreras, che sono al tempo stesso un’organo di fronte unico e in certi casi un embrione di soviet (ma i comunisti inizialmente non partecipano e continuano a parlare di potere ai soviet che non ci sono…). Il 5 ottobre (un giorno dopo la formazione del governo delle destre) un movimento insurrezionale che avrebbe dovuto interessare tutto il paese esplode nelle Asturie, dove viene represso nel sangue dalla legione straniera e dai mercenari marocchini in meno di due settimane. Lo sciopero generale riesce bene a Barcellona, meno in altre zone, e viene stroncato dall’esercito. Ci sono migliaia di arresti in tutto il paese, mentre una parte degli esponenti della sinistra si rifugia in Francia. Intanto il contesto internazionale si fa sempre più oscuro, perché la nomina di Hitler come cancelliere nel gennaio 1933 è stata seguita da un moltiplicarsi di successi delle destre estreme, con la messa fuori legge del potente partito socialista austriaco, e i movimenti eversivi delle destre estreme in Francia. La spinta verso il fronte unico per fronteggiare il pericolo fascista si rafforza in tutta l’Europa, e si intreccia con il tardivo ripensamento di Stalin, che comincia a capire la dinamica della Germania nazista, e punta a un intesa con Francia e Inghilterra, a cui può venire finalizzata la riscoperta dell’antifascismo.
Nel maggio 1935 entra al governo come ministro della guerra il leader della destra reazionaria Gil Robles, e subito dopo Francisco Franco è nominato Capo di Stato Maggiore. In dicembre tuttavia Lerroux e altri ministri sono travolti da uno scandalo finanziario (tangenti sull’autorizzazione di un nuovo gioco d’azzardo, lo straperlo) e sono costretti a dimettersi. Si forma un governo centrista presideduto da Chapaprieta, dopo la ventiseiesima crisi governativa della repubblica. Alcalá Zamora dopo vari tentativi falliti scioglie le Cortes il 4 gennaio 1936. Le elezioni sono fissate per il 16 febbraio.
Questa volta le sinistre, tutte, compreso il PCE (che dal 1932 ha come segretario José Diaz e che dopo molte oscillazioni settarie ha seguito la svolta dell’IC diventando “più repubblicano di Azaña), formano una coalizione di Fronte Popolare allargata al POUM da un lato, e ai partiti della sinistra borghese che hanno governato nel primo biennio repubblicano dall’altra. Gli stessi anarchici pur non entrando nel Fronte rinunciano al tradizionale astensionismo, poiché il programma della coalizione, estremamente moderato sul terreno sociale, prevede l’amnistia per i tanti detenuti politici in carcere dall’ottobre 1934. Sarà il segreto del trionfo elettorale.
L’entrata del POUM in un blocco interclassista determina la rottura definitiva tra Trotskij e Nin, già avviata al momento della fusione dell’Opposizione di sinistra spagnola di Nin col Blocco operaio e contadino del buchariniano Maurín nel settembre 1935. Ma il POUM, nonostante tutto, sarà dapprima bollato e poi perseguitato come trotskista dagli stalinisti.

La vittoria del Fronte popolare

Il FP ottiene una forte maggioranza sia come voti, sia come eletti (278 deputati contro 134 delle destre e 55 dei centristi di Lerroux -che aveva perso però perfino il suo seggio- e Alcalá Zamora). Il presidente della repubblica è costretto a dare l’incarico ad Azaña, che formò un governo composto esclusivamente da esponenti del suo partito, dell’Unione repubblicana di Martínez Barrio e di alcuni partiti autonomisti catalani e galiziani, escludendo la sinistra operaia dei cui voti aveva peraltro bisogno (i socialisti avevano 99 deputati e i comunisti 17, mentre la sinistra repubblicana di Azaña ne aveva 87 e Martínez Barrio solo 39).
Fin dal primo scrutinio il generale Francisco Franco aveva chiesto al primo ministro uscente Portela Valladares (il cui partito aveva avuto solo 16 deputati) di proclamare lo stato d’assedio per impedire al FP di insediarsi al potere. Pressioni in tal senso venivano anche dalla Falange di José Antonio Primo de Rivera, il figlio del dittatore degli anni Venti, che non era riuscito ad essere eletto e moltiplicava aggressioni e provocazioni (ad esempio incendi di chiese che attribuiva poi agli anarchici).
Si infittiscono gli incontri tra esponenti politici di destra e i generali Franco, Goded, Fanjul, Varela, Mola, che decidono tuttavia di prendere tempo. D’altra parte un capitano coinvolto nella cospirazione che tenta un’azione prematura ad Alicante viene ucciso dai suoi subalterni. Franco viene mandato a comandare la guarnigione delle Canarie e Goded nelle Baleari, ma sarà Mola, in collegamento con Sanjurjo, che si reca a Berlino per ottenere aiuti, a tessere le fila del complotto.
La folla assalta intanto le carceri liberando i detenuti prima di qualsiasi decisione governativa, e la riforma agraria, che era stata bloccata da un decreto del marzo 1935 che imponeva la restituzione dei pochi latifondi espropriati, riparte dal basso con un’ondata di occupazioni di terre. Il governo esita, e a Yeste, vicino ad Albacete, un intervento della Guardia Civil provoca 18 morti tra i braccianti. Tutti sono scontenti, i proprietari terrieri e i capitalisti che vedono in Azaña il “Kerenski spagnolo che aprirà le porte al comunismo”, ma anche i contadini e gli operai che vorrebbero vedere qualche risultato della vittoria.
In maggio intanto il Fronte Popolare vince anche in Francia. Ad esso partecipano le principali forze borghesi, che sono state costrette ad allearsi con le sinistre per il loro indebolimento dovuto a una serie di gravi scandali, ma la base popolare che ha assicurato il successo della coalizione scavalca i dirigenti con un’ondata di occupazioni di fabbriche che sarà difficile far rientrare (una serie di concessioni successive vengono respinte dagli operai, fino a quando non otterranno ben più di quanto chiedevano a loro nome i dirigenti sindacali: le 40 ore settimanali, le ferie pagate, forti aumenti salariali, la riassunzione dei licenziati). Il PCF appoggia lo sciopero generale spontaneo per poterlo chiudere, ma dovrà fare i conti con una forte contestazione dal basso.
Anche se i dirigenti socialisti e comunisti si prodigano per fermare le lotte, come Léon Blum rivendicherà apertamente davanti a un tribunale di Vichy, la destra spagnola vede solo il pericolo di una rivoluzione socialista in Francia e in Spagna, e si decide a usare la violenza finché è in tempo. Le pur modeste concessioni di Azaña, che sanciscono quanto già si sta mettendo in pratica dal basso sul terreno della riforma agraria, dell’amnistia e delle riassunzioni dei licenziati per rappresaglia, appaiono la realizzazione di una dittatura proletaria in Spagna.
La composizione esclusivamente borghese del governo non tranquillizzava d’altra parte la destra anche perché sull’onda dello spostamento a sinistra (e per la necessità di avere l’appoggio parlamentare degli autonomisti per controbilanciare le sinistre) Azaña aveva riconosciuto le Autonomie catalana e basca.
In questa situazione incerta e pericolosa si delinea inoltre una netta radicalizzazione di una parte del partito socialista, e soprattutto di Largo Caballero, che i comunisti corteggiano definendolo il “Lenin spagnolo”. In parte è frutto di alcune letture marxiste fatte in carcere durante il “biennio nero”, in parte di una sensibilità allo stato d’animo delle masse e in particolare dei giovani che entrano in gran numero nel più forte partito della sinistra. La mancata fusione tra il partito socialista e i militanti più maturi e formati provenienti dall’Opposizione di Sinistra internazionale come Andreu Nin faciliterà una deriva massimalista ed estremista parolaia della corrente di Largo Caballero, che preannuncerà ad ogni comizio la dittatura del proletariato, pur continuando a impelagarsi in uno sterile gioco interno al Fronte popolare.
Il 10 maggio intanto Azaña lascia a Casares Quiroga la carica di primo ministro (con una formazione quasi identica) e viene eletto presidente della repubblica con 238 voti contro 5 (le destre non presentano candidati e si astengono).

La sollevazione militare di Mola e Franco

Ai primi di giugno il generale Mola prende le decisioni definitive per il golpe. Il comandante dei carabineros Queipo de Llano avrebbe diretto le operazioni a Siviglia, Saliquet a Valladolid, Mola a Burgos e Pamplona (dove era stato nominato da Azaña), Villegas a Madrid, Carrasco a Barcellona. Franco e Goded sarebbero tornati in aereo per assumere il comando rispettivamente dell’armata d’Africa e della guarnigione di Valenza. Gli ufficiali più giovani sarebbero stati ricompensati con immediate promozioni o con cariche civili con stipendio equivalente.
Il 12 luglio un tenente degli asaltos, José Castillo, viene assassinato presumibilmente da falangisti. Per reazione altri ufficiali dello stesso corpo decidono di colpire il presunto ispiratore, il deputato della destra monarchica Calvo Sotelo, che viene prelevato nella sua abitazione e ucciso con due colpi alla nuca. Il governo reagisce ordinando l’arresto degli ufficiali coinvolti nella vendetta, ma ormai è stato fornito il pretesto per la sollevazione già preparata. È d’altra parte più facile l’accordo con i carlisti, che avevano esitato inizialmente a unirsi al complotto perché volevano assicurazioni maggiori sulla caratterizzazione monarchica del pronunciamiento. Il 17 luglio la rivolta viene anticipata di qualche ora a Melilla, nel Marocco, perché un’indiscrezione ha innescato una perquisizione da parte del generale lealista Romerales, che rimane però isolato e viene subito ucciso con gli altri ufficiali repubblicani. Subito dopo in tutto il Marocco la sollevazione divampa, mentre un aereo britannico noleggiato dai monarchici va a prelevare Franco nelle Canarie. Le notizie fanno scendere in piazza dovunque i lavoratori che chiedono armi, che vengono negate. Casares Quiroga annunzia anzi che qualsiasi consegna di armi senza suo ordine sarebbe stata punita con la fucilazione. Mentre il governo scopre per telefono l’ampiezza della congiura (in ogni comando rispondono con insulti e grida di Arriba España!), Radio Madrid annunzia che “nessuno sul territorio metropolitano spagnolo ha preso parte a questo assurdo complotto”. Invece quasi tutta l’Andalusia è caduta nelle mani di Queipo de Llano nel corso del giorno 18 (ma la radio continua a mentire tranquillizzando i militanti che reclamano armi).
Nella flotta intanto i subalterni disarmano e destituiscono gli ufficiali che propongono di unirsi alla rivolta. La Guardia Civil (tranne che a Barcellona e in poche altre località) passa con il grosso dell’esercito contro la repubblica. Ma i pochi ufficiali fedeli al governo disubbidiscono agli ordini di Casares Quiroga e distribuiscono armi al popolo.A Madrid e Barcellona gli insorti vengono battuti, spesso perché anarchici e socialisti suppliscono alla carenza di armi e di munizioni con la forza di convinzione, facendo appello ai subalterni trascinati nella sollevazione, e dividendo così le forze fasciste. Va notato che lo stesso presidente della Generalitat catalana, Companys, aveva rifiutato di distribuire armi ai lavoratori. Ma quando gli anarchici vinsero, li ricevette solennemente riconoscendo i loro meriti sempre misconosciuti, con un abile discorso in cui offriva loro il potere, ma in termini tali che essi rifiutarono, lasciandolo alla testa della Catalogna.
L’ingenuità dei capi anarcosindacalisti e socialisti si manifestò in molti altri casi, tra cui quello tragico di Oviedo, dove il colonnello Aranda giurò fedeltà alla repubblica e convinse i capi socialisti a spostare 4.000 minatori verso Madrid, per poi aderire alla sollevazione (ma il giorno dopo era nuovamente assediato da minatori e contadini di altre località delle Asturie). Nel corso della poderosa risposta popolare alla rivolta, nelle grandi città e ancor più nei piccoli centri, le notizie delle atrocità dei nazionalisti e della complicità della Chiesa (che avallava le fucilazioni a patto che si offrisse alle vittime la possibilità di confessarsi…) provocò un’ondata di incendi e saccheggi di chiese e conventi. Nulla di paragonabile alla sistematica distruzione della sinistra e allo sterminio degli stessi intellettuali indipendenti (emblematico il caso di Federico García Lorca) effettuato nei primi giorni del sollevamento dall’esercito e dai falangisti, e le cui vittime furono diverse centinaia di migliaia.
Tuttavia molti dei capi della rivolta, tra cui Goded a Barcellona, finirono nella mani della contrinsurrezione popolare, mentre Sanjurjo morì il 20 luglio in un incidente aereo provocato dalla sua vanità (aveva caricato sul piccolo aereo valigie troppo pesanti con tutte le alte uniformi che avrebbe indossato come capo della nuova Spagna). Così del quadrumvirato che avrebbe dovuto reggere il nuovo regime rimasero solo Franco e Mola, quest’ultimo però bloccato in una difficile posizione nel nord della Spagna. Queipo de Llano resterà confinato in un ruolo marginale e propagandistico a Siviglia.
La debolezza del governo costringe Azaña a sostituire Casares Quiroga con Giral, che forma tuttavia un governo quasi identico al precedente che non corrisponde minimamente al clima della Spagna repubblicana. Si forma così un vero e proprio dualismo di potere, con Comitati rivoluzionari e Comuni che assumono di fatto la direzione di ogni centro, mentre gli operai occupano le fabbriche e i contadini le terre abbandonate dai proprietari fuggiti all’estero o rifugiatisi presso Franco.

Il contesto internazionale e il ruolo dell’URSS

Il 4 agosto una dichiarazione anglo-francese proclama il non intervento, a cui aderiscono poi ipocritamente Germania e Italia, che hanno rifornito fin dall’inizio i ribelli, e che stanno inviando aerei e truppe, e il 23 agosto anche l’Unione Sovietica. Questa si deciderà poi alla fine di ottobre a inviare armi, in quantità sufficiente per resistere ma non per vincere, dopo essersi fatta consegnare la quasi totalità delle ingenti risorse auree della Spagna (oltre 510 tonnellate di oro), che tratterrà a fine guerra, e che avevano un valore di gran lunga superiore agli aiuti presentati come “gratuiti”. Il segreto sulla consegna dell’oro verrà mantenuto gelosamente per tutta la guerra, smentendo ogni voce in proposito. Il decreto per “mettere in salvo l’oro” era stato fatto il 13 settembre, quando Madrid non era in pericolo, e fu messo in atto dal socialista di destra Negrín, che sarà su tutti i piani un prezioso complice dell’URSS (avallando perfino la versione dell’evasione di Nin). Mantenendo il segreto si consentì all’URSS di avere il monopolio delle forniture (mentre i diplomatici in Messico avevano fatto contratti per acquistare aerei statunitensi, per cui mancò il denaro), e ai comunisti di presentare come “aiuto disinteressato” quello che era un ottimo affare economico oltre che una corda al collo del governo repubblicano.
Il comportamento dell’URSS fu così ambiguo sul piano politico, e per la partecipazione di molti consiglieri all’organizzazione degli assassinii di antistalinisti, che la quasi totalità dei sovietici inviati in Spagna furono uccisi al loro ritorno in patria, mentre negli anni Cinquanta gran parte dei militanti comunisti sterminati in Ungheria e in Cecoslovacchia nel quadro e ai margini dei processi Slansky e Rejk avevano fatto parte delle brigate internazionali (fu coinvolto anche, senza conseguenze maggiori dell’allontanamento dal CC anche l’italiano Giuliano Pajetta).
La responsabilità maggiore dell’URSS e dell’internazionale stalinizzata fu in primo luogo proprio la politica di “non intervento”, proposta e attuata zelantemente dal governo di FP francese di cui i comunisti erano parte essenziale. Sotto la guida di Togliatti poi venne impostata la lotta contro i presunti trotskisti del POUM, la divisione del movimento anarchico offrendo posti di governo ai suoi capi inconsistenti e opportunisti e combattendo come complici dei fascisti le tendenze più conseguentemente classiste. In cambio del “prezioso e disinteressato aiuto sovietico” fu imposto il silenzio alle altre componenti del FP sull’operato dell’NKVD e dei suoi complici sul territorio repubblicano.
Il partito comunista assunse in prima persona il compito di liquidare le milizie in nome della disciplina (che stavano dandosi perfino quelle anarchiche e che caratterizzò fin dall’inizio quelle del POUM), ricostruendo un esercito regolare in cui i gradi più alti vennero dati a ufficiali di mestiere che alla fine avrebbero tradito: caso esemplare quello di Casado, che tentò in extremis di accordarsi con Franco. Anche prima della loro dissoluzione alle milizie non arrivarono armi, che venivano invece assegnate dagli uomini di Mosca solo alle unità controllate dal PCE o alle Brigate internazionali.
I ministri comunisti come Uribe all’agricoltura, e i consiglieri sovietici che assistevano Negrín furono i paladini dell’arretramento del FP sul terreno sociale, con una legge di riforma agraria che assegnava un grande peso ai fittavoli borghesi, e con una lotta dura contro le comuni anarchiche di Aragona e Catalogna.
Il colpo di grazia alla rivoluzione lo dà poi il colpo di mano del 3 maggio 1937 a Barcellona, e il processo staliniano tentato contro il POUM. Per farlo i ministri comunisti ispirati da Togliatti mettono in crisi il governo di Largo Caballero (in carica dal settembre 1936 ma che rifiuta di sciogliere il POUM) sostituendolo con il suo ministro delle Finanze Juan Negrín, anticomunista ma per molte ragioni disponibile a una collaborazione con i comunisti, che gli lasciano via libera in politica, e che egli ricambia chiudendo gli occhi sulle loro vendette contro gli oppositori di sinistra. I “tredici punti di Negrín”, assolutamente conservatori, furono scritti d’altra parte con la consulenza diretta di Togliatti.
A partire dalla tragedia catalana (e spagnola) del maggio 1937, una profonda demoralizzazione impedisce ogni attività di guerriglia nelle retrovie del nemico, e spezza l’entusiasmo dello stesso esercito repubblicano, in cui viene reintrodotto il vecchio codice militare reazionario. Eppure appena due mesi prima l’entusiasmo delle Brigate internazionali e il contesto politico diverso avevano permesso di sconfiggere duramente l’esercito italiano a Guadalajara. Da allora i nazionalisti collezioneranno successi nel nord e nella stessa Catalogna. La “normalizzazione” autoritaria culminerà nell’arresto di tutto il gruppo dirigente del POUM il 16 giugno 1937, e segna l’inizio della fine. Le conseguenze si vedranno fino in fondo nel gennaio 1939, quando Barcellona cadrà in mano franchista quasi senza combattere, in un’atmosfera di disperazione e di sfiducia che contrastava nettamente con l’entusiasmo con cui il 19 luglio 1936 aveva piegato le preponderanti forze dei ribelli.
Il comportamento dell’URSS e di chi ne seguiva ciecamente le direttive ha molte spiegazioni. In primo luogo, soprattutto nel corso del primo anno, pesava la necessità di raggiungere un accordo antitedesco con le borghesie di Francia e Gran Bretagna, a cui si garantiva il “senso di responsabilità” dell’URSS e del Comintern, cioè un forte impegno per arginare la dinamica rivoluzionaria in Spagna e in Francia. Al tempo stesso l’uso propagandistico degli aiuti serviva sul piano internazionale ma anche all’interno dell’URSS (dove milioni di lavoratori sottoscrissero per pagare le armi da dare alla repubblica, già strapagate con l’oro della Banca di Spagna) per far dimenticare o giustificare lo sterminio dei dirigenti dell’Ottobre 1917 nel corso dei processi di Mosca. Nell’ultima fase tuttavia la progressiva rarefazione degli aiuti e il ritiro delle Brigate internazionali è stato interpretato a posteriori con l’inizio delle trattative segrete con la Germania che culminarono nell’agosto 1939 nel Patto Ribbentrop-Molotov, ma che erano all’ordine del giorno dal settembre 1938, quando apparve che tutte le concessioni sovietiche non avevano indotto Francia e Inghilterra ad assumere una posizione ferma nei confronti di Hitler, a cui diedero via libera verso est nella Conferenza di Monaco.
Inutile dire che se le “democrazie occidentali” avevano gravi colpe, la soluzione di concedere a Hitler tempo, materie prime preziose, e la sicurezza per quasi due anni sul fronte orientale, fu un rimedio peggiore del male. L’accordo facilitò l’inizio della seconda guerra mondiale e la sconfitta prima della Polonia, poi della Francia. Il silenzio dell’URSS e dei partiti comunisti sui crimini nazisti, il cinismo della spartizione dell’Europa orientale concordata con Hitler nei “protocolli segreti” annessi al patto, la deportazione e lo sterminio di centinaia di polacchi e di baltici, nonché la consegna alla Germania di migliaia di antifascisti tedeschi e austriaci nel 1940, confermano che l’URSS non si preparava alla guerra antifascista, e rendono indifendibile quella scelta, a cui, per giunta, fu sacrificata anche la repubblica spagnola, dopo aver liquidato la rivoluzione.
Un’ultima considerazione, di non minore importanza, è quella fatta allora da Trotskij e ripresa dopo la guerra dai sopravvissuti del POUM: Stalin temeva un successo di una rivoluzione libertaria e non manipolabile, che avrebbe potuto rappresentare un punto di riferimento alternativo e credibile nel movimento operaio europeo. Il mancato bilancio di quella catastrofe faciliterà poi la riproposizione della stessa tattica dei “due tempi” alla resistenza italiana, francese, greca, ecc. (con l’unica eccezione della Jugoslavia, che non considerò invalicabili gli accordi detti “di Yalta” e dimostrò che era possibile vincere). Il comportamento verso le rivoluzioni jugoslava e cinese, dapprima osteggiate e con cui Stalin e i suoi successori arrivarono a scontrarsi, fornisce un’ulteriore conferma a questa ipotesi, e non consente nessuna giustificazione in nome di una Realpolitik di cui la storia ha dimostrato tutta l’insensatezza.

di Antonio Moscato

Uno degli scritti più organici di Trotskij sulla Spagna, tradotto da Livio Maitan e pubblicato nel volume: Lev Trotskij, I problemi della rivoluzione cinese ed altri scritti su questioni internazionali 1924-1940, Einaudi, Torino, 1970 è scaricabile dal sito di marxismo.net: http://www.marxismo.net/index.php/teoria-e-prassi/classici-del-marxismo/144-la-lezione-della-spagna-l-ultimo-avvertimento-2

Tratto da: www.antoniomoscato.altervista.org

Ottant’anni fa l’inizio della guerra di Spagna

Mika Etchebéhère, una delle grandi dimenticate dalla storia, scrisse questa sua autobiografia a quarant’anni di distanza dalla guerra, nel ’76. Non fu una storica o una scrittrice bensì una combattente sul fronte aragonese insieme a suo marito Hippolyte ucciso mentre era al comando di una colonna del Poum, organizzazione anti-stalinista fondata da Andrés Nin. Priva di nozioni militari, capace a malapena di sparare, dopo la morte del marito Mika si trova suo malgrado a imbracciare il fucile, vincendo le diffidenze degli uomini e trasformandosi nell’unica donna “capitana” di una colonna militare antifranchista.
Le prime pagine del libro testimoniano l’impreparazione generale di fronte al colpo di Stato ma anche il coraggio con cui la popolazione reagisce. La guerra di Spagna fu infatti la prova generale della Seconda guerra mondiale, ma anche la dimostrazione delle potenzialità di un popolo che si autorganizza per lottare in armi per una società migliore e della viltà dei governi “democratici” europei che optarono invece per il “non intervento”. Solo l’Urss staliniana sembrò disposta a fornire un aiuto ai miliziani, ma ben presto scatenò la propria violenza contro le forze più radicali della rivoluzione.
L’autrice ha vissuto quella storia da dentro ma la racconta da vera scrittrice: ci fa rivivere le trincee, l’avvicendarsi di tensioni e di pause, di discussioni politiche e sofferenze, di paure e speranze, in un racconto tanto epico quanto doloroso e frantumato, ricco di contraddizioni perché vero.
Una rievocazione bruciante, fitta di episodi e di figure memorabili di cui non a caso ritroviamo riferimenti diretti e indiretti nel film di Ken Loach Terra e Libertà.

«La “guapa” Mika venuta da fuori guarda e riflette, guarda e registra con una memoria di ferro e con la libertà della scrittrice di vaglia, e ci restituisce a distanza volti e parole, stracci e macerie, rumori e silenzi, asprezze e dolcezze, dubbi e fiducie, conflitti col nemico e conflitti interni alla propria parte, agli amici. Da grande scrittrice oltre che da memorialista. Ha vissuto quel che racconta e quando ricostruisce la sua esperienza di combattente con dovizie di particolari, se pure qualcosa vi aggiungesse si tratta della conseguenza di un vissuto così forte, così unico, da risultarle indimenticabile: se c’è del verosimile è per precisare il vero, è fatto di vero. E le emozioni che il lettore ne ricava non sono il frutto di una mistificazione ma di un’adesione: mai, in nessun momento, dubitiamo della sincerità della narratrice, e sempre, in ogni momento, sentiamo il suo calore e la sua passione».
Goffredo Fofi

mika

Autrice

Mika Feldman Etchebéhère (1902-1992) nata in Argentina da genitori ebrei emigrati dalla Russia per sfuggire i pogrom, nel 1920 incontra il suo futuro compagno Hippolyte con cui aderisce al partito comunista, da cui vengono presto esclusi per «tendenze anarchizzanti». Nel ’32 i due sono a Berlino constatando la tragedia dell’avvento del nazismo, e nel luglio ’36, allo scoppio della rivoluzione, si arruolano a Madrid nella colonna del Poum capitanata prima da Hippolyte e, dopo la sua morte, da Mika. All’ingresso delle truppe franchiste a Madrid, Mika riesce a sfuggire e passare in Francia. Durante il secondo conflitto mondiale rientra in Argentina temendo un possibile arresto da parte del regime collaborazionista di Vichy. Poi, terminata la guerra, rientra in Francia dove vive per il resto della sua vita. Questa sua autobiografia fu pubblicata in Francia nel ’76 dalle Èditions Denoël con il titolo Ma guerre d’Espagne à moi. La prima edizione italiana uscì per Bompiani nel 1977.

di Mika Etchèbère

Madrid, luglio 1936. Lo sciopero dello stabilimento continua. Negli alloggiamenti degli scioperanti, a Cuatro Caminos e a Chamberí, ai Barrios Bajos e a Las Ventas, la fame comincia a farsi sentire. Nei cantieri si moltiplicano gli scontri e la notte echeggia dei colpi di arma da fuoco. La destra vuole spezzare lo sciopero a ogni costo. I señoritos della Falange provano le loro mitragliette nuove di zecca sparando dalle proprie macchine sulle finestre dei sindacati. Per le strade di Madrid si sentono rumori di tutti i tipi. Circolano voci sullo scontento che serpeggia fra i militari; alcuni generali sono stati trasferiti. Viene assassinato il luogotenente Castillo, della Guardia d’assalto, un corpo di polizia creato dal governo repubblicano per controbilanciare la Guardia civile, odiata dagli operai e dalla gente di sinistra. Per le strade di Madrid c’è odore di polvere da sparo. Tutti sanno che la destra sta preparando un complotto, solo il governo pare ignorarlo; ma il popolo è sul chi vive e picchetti di operai vigilano in continuazione la sede dei sindacati. La Puerta del Sol si gonfia di suoni; l’ansia si impadronisce della città.

Un altro morto: stavolta si tratta di Calvo Sotelo, uno degli uomini più in vista della reazione. La gente dice che le Guardie d’assalto hanno vendicato il luogotenente Castillo. Una tensione dolorosa ci tiene tutti svegli, come al capezzale di un agonizzante. Alla notizia della sollevazione militare in Marocco, alle Canarie, a Siviglia, il governo sembra stupito, mentre il popolo accoglie i fatti senza sorpresa e quasi con un senso di sollievo, perché, finalmente, l’ombra si dirada. Il pomeriggio del 18 luglio la speranza, con l’appello alla lotta, diventa certezza: finalmente vediamo in faccia il nemico e il nostro destino è ormai lineare; una strada dura, aspra, ma nitida, si apre davanti a noi. Lo sapevamo già? Non è questione di saperlo, ma di sentirlo; ci sentivamo le mani rattrappite nell’attesa di un’arma. Tutta Madrid si precipita per strada alla ricerca di un fucile. Notte del 18 luglio. Titoli enormi sulle prime pagine delle edizioni speciali. Il governo assicura che è padrone della situazione, che i ribelli si arrenderanno da un momento all’altro. Dalle bocche di altoparlanti collocati nelle strade dell’Alcalá, della Montera, del Carmen e della Gran Vía, i ministri esortano la popolazione alla calma e alla fiducia.
È una notte blu, alta e profonda come quella di ieri, eppure diversa: una notte adolescente e matura insieme: è la notte del 18 luglio 1936. Uomini e donne sono affluiti alla Puerta del Sol da tutti i quartieri, si sono fermati un momento davanti al Ministero degli Interni, sorpresi, e hanno ascoltato il messaggio, ripetuto mille volte, che parla di ordine, di calma e di lealtà; poi, alzando le spalle hanno proseguito… Non è più il momento di parlare, ormai. Dov’è che danno le armi? Chi le ha?

Il governo si deciderà ad armare il popolo, i sindacati, i partiti operai? Agli angoli delle strade le Guardie d’assalto, in tuta da lavoro e con la carabina in mano, fermano le macchine e le perquisiscono. Si è saputo che parecchi reazionari sono già partiti portandosi via armi e denaro per andare a raggiungere i rivoltosi. Si instaura una legalità nuova, in cui la tessera del sindacato o di un partito di sinistra prende il posto della carta d’identità. Le ore passano, ma nessuno ci bada: il tempo, a partire da questa notte, non si misura più come prima, in termini di tante ore di lavoro e tante di riposo; non si misura con i presto o con i tardi, col bisogna dormire o bisogna alzarsi. Il tempo è immensamente lungo quando si va da un sindacato all’altro, da un ateneo a un altro ateneo, dalla centrale della Cnt alla Casa del popolo. Percorriamo distanze interminabili alla ricerca di qualche arma e il tempo registra sprazzi di felicità quando la mano si chiude su un revolver. «Dicono che la Gioventù socialista ha ottenuto dei fucili… In via de la Flor distribuiscono revolver… A Cuatro Caminos c’è gente armata…». Gli uomini hanno dimenticato le sfumature che li separavano e ora avanzano cantando tutti insieme, mescolando i diversi inni. È la lotta finale…, Alle barricate, alle barricate…, Venite, anarchici… Il pericolo comune cementa una vasta alleanza e spezza ogni barriera. Una sola, ormai, è la discriminante fra gli operai di Madrid: da una parte stanno quelli che hanno già una pistola, un fucile da caccia o delle cartucce di dinamite; dall’altra, quelli che ancora continuano a riversarsi da Las Ventas a Cuatro Caminos, dal ponte di Segovia al ponte di Toledo, in cerca di un’arma.

Senza che quasi ce ne accorgessimo, il 18 luglio è diventato il 19, una luminosa domenica estiva, di cui nessuno ha pensato che fosse domenica. È un giorno denso, raccolto, perché la gente sa con più chiarezza quel che succede in certe caserme di Madrid e nessuno ascolta più i discorsi ufficiali e la milizia è appena nata e i lavoratori formano pattuglie per le strade; e perché di fronte alle canne ostili dei mauser bisogna mostrare la tessera del sindacato o un salvacondotto, e perché i señoritos si travestono da poveri e le pallottole iniziano a fischiare un po’ dappertutto, e a Madrid ci si prepara a dare l’assalto alla caserma della Montaña; perché il popolo si dimentica dell’esistenza del governo e organizza per conto proprio quella feroce battaglia che durerà quasi tre anni. Sono a Madrid da cinque giorni appena. Hippo, mio marito, è arrivato due mesi prima di me.
Nelle lettere che mi spediva a Parigi, mi descriveva il clima sempre più teso creato dai molti scioperi e dalle mosse della destra in seguito alla vittoria del Fronte popolare: «…La politica è presente ovunque», scriveva il 27 maggio 1936, «più visibile ancora che a Berlino nel 1932. Anche i bambini fanno politica. Jeanne Buñuel mi ha appena raccontato una storiella divertente. Si trovava nel parco della Moncloa col suo bambino, quando una banda di monelli le è venuta incontro domandandole se era dell’Uhp. Probabilmente le avevano fatto questa domanda vedendo che portava un fazzoletto rosso al collo. “Sicuro”, dice Jeanne. “Anche il tuo marmocchio?” Il marmocchio era sui diciotto mesi. “Naturalmente”, fa la madre. “Allora, ti salutiamo, compagna”, e tutti alzano il pugno, per sottolineare l’intesa». Mio marito e io siamo andati in Spagna a cercare ciò che avevamo creduto di trovare a Berlino nell’ottobre del 1932: la volontà di lotta della classe operaia contro le forze della reazione che si stavano trasformando in fascismo. Un giorno dopo l’altro, vivendo in mezzo ai militanti socialisti e comunisti, avevamo inteso i primi dire che, dato che lo sciopero dei trasporti non aveva raccolto le adesioni necessarie, dovevano astenersi dal parteciparvi, mentre i secondi, i comunisti, trattavano i socialisti da fascisti e in fabbrica facevano blocco con gli operai nazisti contro di loro. Eravamo scesi in piazza con i comunisti durante quelle manifestazioni che tagliavano il respiro alla borghesia, tanto erano folte e ordinate, gravi e minacciose come un esercito alla vigilia del combattimento.
I nostri canti rivoluzionari salivano fino al cielo livido di quel 15 gennaio 1933 il cui freddo micidiale abbatteva vecchi, donne e figli di scioperanti, gli stessi che sfilavano in corteo con lo stomaco scavato dalla fame e le vesti consunte da lunghi anni di miseria. Ma in quelle cupe giornate che precedevano l’avvento di Hitler al potere – un potere che avrebbe potuto essere di chiunque avesse osato impadronirsene –, né il Partito socialdemocratico, né quello comunista vollero scatenare la lotta per afferrarlo. E le loro truppe, educate da una lunga tradizione di disciplina politica, non prendevano in considerazione la possibilità di combattere in ranghi dispersi, senza o contro i loro capi, che avevano confuso o falsato ogni cosa. E la “notte dei lunghi coltelli” cadde sulla classe operaia più lucida, più addestrata e meglio armata alla lotta degli anni Trenta. Forse è una fortuna che in questo 18 luglio 1936 non ci siano in Spagna partiti politici così potenti. I comunisti sono una piccola minoranza e nelle file dei socialisti, più consistenti, si va delineando un’ala sinistra costituita soprattutto da giovani, più combattivi dei loro padri riformisti. La forza decisiva appartiene alla Confederazione nazionale del lavoro, la potente Cnt, in cui i principi libertari sono gelosamente conservati dalla Fai, la Federazione anarchica iberica, una specie di piccola chiesa aperta solo ai puri fra i puri, suprema istanza di Santa madre anarchia, eminenza rossa e nera. I suoi diktat apolitici non impediscono tuttavia agli operai della Cnt di contribuire in larga misura alla vittoria del Fronte popolare in occasione delle elezioni del 16 febbraio 1936.

Chi ha lanciato l’appello alla lotta, in questo 18 luglio 1936? Io non lo so, non ho saputo niente. Hippo e io ci uniamo a un gruppo che marcia verso una sede della Gioventù socialista unificata dove, sembra, devono arrivare delle armi all’alba. Non abbiamo cenato; ci penseremo più tardi, quando avremo ottenuto il nostro fucile, ora non è il momento.

 

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