BAMBIN* COME MERCE

Diecine di migliaia di bambini profughi sono scomparsi  in Europa,  e molti altri stanno soffrendo situazioni di difficoltà  inimmaginabile 

Di Vijay Prashad

In memoria di Jo Cox, 1974-2016, sempre impegnata per aiutare  immigrati e rifugiati, deputata per il Collegio elettorale di  Batley e Spen (Contea di York, GB)

L’UNICEF – il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia – ha pubblicato due rapporti sulla tragica situazione dei bambini rifugiati che fuggono in Occidente  da zone di conflitto e di povertà. Questi rapporti intitolati: Danger Every Step of the Way (Pericolo ad ogni passo sulla strada)  del 5 giugno e The Refugee Crisis in Europe  (La crisi dei rifugiati in Europa) del 16 giugno, sono scritti attenuando molto le situazioni. Raccontano poche storie individuali, accumulano dati statistici del problema e fanno appelli basati sugli obblighi legali internazionali da parte degli stati. La prosa è asciutta anche se l’argomento è urgente e terribile. Il lettore si sente portato sull’orlo di un baratro di rabbia. C’è qualche cosa che si potrebbe fare? L’UNICEF ha dei suggerimenti, ma i leader mondiali si sono reciprocamente versati la cera nelle orecchie per non sentire.

Tra il 1° gennaio e il 31 maggio di quest’anno, l’Organizzazione Generale della Migrazione ed altre, hanno contato 7.567 bambini tra i rifugiati disperati che hanno attraversato il Mar Mediterraneo per arrivare in Italia. Di questi, fatto allarmante, il 92% sono arrivati non accompagnati da un adulto. In altre parole, quasi tutti questi bambini, hanno fatto da soli il pericoloso viaggio dall’Africa Occidentale e Orientale, attraverso il deserto del Sahara, fino alla Libia distrutta dalla guerra, e poi attraversano il mare pieno di pericoli. Peace che ha 17 anni e viene dalla Nigeria, ricorda gli orrori del viaggio: “Tanta gente è morta nel deserto. Abbiamo visto cadaveri, scheletri.” Fa impressione che Peace che ora è presso la Casa Arcobaleno in Sicilia, dica: “Avrei voluto che il mio amico mi avesse detto come è difficile il viaggio. Avrei continuato a soffrire in Nigeria.”

L’asilo in Europa è qualcosa di sfuggente.  I bambini rimangono in centri per rifugiati o in prigioni per mesi e mesi mentre  la documentazione che li riguarda procede con varie interruzioni attraverso il sistema. Le leggi in molti stati europei permettono ai bambini di riunirsi soltanto  ai loro genitori, non con alle famiglie in senso ampio. Questo significa che i bambini non possono essere consegnati a zie e zii, a cugini e a fratelli/sorelle. L’UNICEF trova che  di 96.000 bambini  non si può rendere conto, tramite il sistema. In Slovenia, l’80% dei bambini non accompagnati scompaiono,  mentre in Svezia scompaiono 10 bambini al giorno. Uno su 9 bambini rifugiati e non accompagnati, manca o è disperso, anche se questa cifra è una stima al ribasso. I bambini sono spariti in Europa e c’è il timore che possano essere caduti nelle mani di bande criminali.”

Quando ho parlato con Sarah Crowe all’UNICEF, ha usato varie volte la parola “merci” durante la nostra conversazione. He detto, per esempio: “I bambini effettivamente diventati una forma di merce.” Un gran numero di donne e di ragazze nigeriane sono arrivate attraverso il Mediterraneo. L’Organizzazione Internazionale per la Migrazione ha stimato che l’80% di loro sono vittime del traffico di esseri umani. Tutti i dati che gli assistenti sociali italiani sono stati in grado di accumulare, dimostra che ragazzi e ragazze hanno subito aggressioni di tipo sessuale durante il viaggio. Alcune ragazze arrivano incinte. La Crowe mi ha detto che il traffico di esseri umani è “per sua natura invisibile.” Questo rende difficile che le agenzie internazionali e gli assistenti sociali  producano dati affidabili o cerchino mezzi efficaci per aiutare i bambini.

Pochi bambini rifugiati pagano ai trafficanti tutto il prezzo del viaggio alla partenza dal nel loro paese nativo. Funziona un sistema di paghi-man-mano-che–vai. I bambini pagano un trafficante che li porti ad Agadez, in Niger, e un altro che li porti in Libia, un terzo che li faccia arrivare in Italia, un quarto che li porti alla meta successiva. Spesso ci sono molte più tratte nello spostamento. Quando i bambini arrivano alla loro destinazione  successiva, spesso devono guadagnare dei soldi per “assumere” un altro trafficante per il tratto successivo di viaggio. Questo è il momento in cui sono più vulnerabili perché vengono costretti ad accettare qualsiasi occupazione a causa della loro disperazione assoluta. Aimamo (16 anni) e il suo gemello hanno lasciato il Gambia per attraversare Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger e Libia. Ha lavorato in una fattoria in Libia per finire di pagare il trafficante. “Se cerchi di scappare ti sparano e muori. Se fai una sosta mentre lavori, ti picchiano. Era proprio come il commercio degli schiavi,” ha detto Aimamo. Questi ragazzi hanno lavorato in una fattoria. Altri sono stuprati. Altri ancora svaniscono in confuse reti, e non emergono più per compiere la tappa successiva del viaggio.

Se i bambini arrivano a Calais – nel campo profughi noto come the Jungle. Le cose non migliorano. Il più recente rapporto dell’UNICEF – basato su interviste a 60 bambini – indica violenze diffuse, “con casi di schiavitù per debiti e attività criminosa imposta” e anche di “sfruttamento sessuale e stupro di ragazzi  e anche di ragazze violentate e  costrette a  prostituirsi.” Lo stupro è diventato valuta. I trafficanti fano pagare 4.000 e 5.000 sterline per attraversare il Canale della Manica – un costo che i bambini non accompagnati non possono sostenere. Devono correre rischi terribili per arrivare in Gran Bretagna. E’ una situazione inimmaginabile.

Il 27 maggio, l’UNICEF ha firmato un accordo con il governo italiano per monitorare l’accoglienza dei rifugiati in Italia, particolarmente dei minori non accompagnati. Sono ancora rimaste inascoltate le suppliche che i paesi europei si affrettino a permettere ai bambini non accompagnati o di essere uniti ai loro parenti o di essere affidati a  famiglie che si offrono di accoglierli.

Ci sono ora  250 “centri di detenzione per migranti” – un eufemismo per prigione – negli Stati Uniti. Questi centri ospitano u numero sconosciuto di bambini. Circa 100.000 bambini non accompagnati sono stati arrestati l’anno scorso al confine tra Stati Uniti e Messico, e molti di questi sono tenuti in questi centri. Sia  Donald Trump che  Hillary Clinton sono favorevoli all’espulsione di questi bambini – cosa che è contro la legge internazionale, il cui principio di non-respingimento  indica che i rifugiati non possono essere rimandati nei loro paesi se è probabile che debbano affrontare gravi violazioni dei diritti umani.

La settimana scorsa, sette bambini, tutti rifugiati, hanno scritto una lettera congiunta al Segretario di stato per gli Affari Interni del Regno Unito.  “Siamo i  bambini che lei vede sulle barche pericolose che vanno in Europa,” hanno scritto, “strappati alle nostre famiglie dalla guerra. Siamo i bambini che lei vede nell’inferno di ‘The Jungle’ a Calais. Non dimenticheremo mai quei messi orribili.” Questi sono arrivati nel Regno Unito e sono ora con le loro famiglie. Vogliono che gli altri bambini in tutta Europa abbiano lo stesso destino.  “Alcune persone hanno un’opinione negativa dei rifugiati,” scrivono, “ma vogliano soltanto una seconda possibilità di vivere una vita felice con le nostre famiglie e lontani dalla guerra.” Una lettera come questa  a Donald Trump e a  Hillary Clinton potrebbe essere una buona idea. Permetterebbe loro di sapere che i bambini non accompagnati che attraversano il Rio Grande sono bambini  impazienti di avere una vita migliore, non sono una minaccia per gli Stati Uniti d’America.

Sarah Crowe dell’UNICEF ha elencato le riforme del sistema che sarebbero necessarie a breve termine, ma è stata anche molto chiara che “a meno che  non ci si occupi dei fattori chiave  della migrazione, allora questa sarà una saga senza fine.

Quali sono questi fattori della migrazione? La guerra e la povertà: un bambino su 10 vive i nazioni fatte a pezzi dalla guerra e 400 milioni di bambini vivono in povertà estrema. Nel maggio 2016, oltre 16.500 persone erano già partite da Agadez per andare in Libia. Il flusso di persone che fuggono provocato dalla povertà e dalla guerra, continua. Non viene interrotto dai pericoli che attendono i rifugiati sia bambini oppure no.

Qualsiasi politica che non guarda in profondità alle radici della crisi, fallirà. La portata della crisi travolgerà tutte le buone intenzioni. Non si possono assumere sufficienti assistenti sociali, non si possono aprire sufficienti centri di accoglienza. La frustrazione per la portata della crisi  porterà alla xenofobia. Trasformerà una crisi umanitaria in una crisi per la  sicurezza e farà sì che la polizia e l’esercito saranno la prima linea della difesa invece che i gruppi delle organizzazioni benefiche e gli assistenti sociali. La moralità è fragile. Soltanto uno sguardo più profondo al problema e un serio sforzo internazionale di trattare i problemi di povertà, possono fornire il modo per uscire dall’attuale follia.

Vijay Prashad è professore di studi internazionali al Trinity College di Hartford, Connecticut. E’ the autore di 18 libri, tra i quali: Arab Spring, Libyan Winter [Primavera araba, inverno libico],(AK Press, 2012), The Poorer Nations: A Possible History of the Global South [Le nazioni più povere: una storia possibile del Sud globale] (Verso, 2013) e l’imminente The Death of a Nation and the Future of the Arab Revolution [La morte di una nazione e il futuro della Rivoluzione Araba], (University of California Press, 2016). La sua rubrica viene pubblicata su AlterNet  tutti i mercoledì.

Originale: Alternet

Tratto da: www.znwtitaly.altervista.org

Traduzione di Maria Chiara Starace

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