ALAIN BIHR E LA CRISI EUROPEA

LA CRISI DELLA/NELL’UNIONE EUROPEA

Introduzione

Sono stato incaricato di introdurre il nostro seminario sulla crisi della/nell’Unione Europea (UE) – ma anche nella sua vicina periferia mediorientale e nordafricana. Ho scelto di farlo tentando:

  • di partire facendo un passo indietro relativamente al corso degli avvenimenti di questi ultimi mesi, spesso drammatici (pensiamo a ciò che è accaduto in Grecia l’anno scorso), e anche di questi ultimi anni, tornando alle origini e ai fondamenti stessi dalla costruzione europea;
  • di non trattare il modo in cui la crisi della/nell’UE colpisce la situazione dell’uno o dell’altro dei suoi Stati membri poiché avremo delle relazioni sulla Grecia, la Spagna, la Francia e l’Italia; queste relazioni saranno l’occasione per ritornare sugli elementi di analisi qui presentati;
  • di proporre invece alcuni elementi generali di analisi delle trasformazioni in corso nel capitalismo contemporaneo, particolarmente nella struttura degli Stati capitalisti, che permettono di illustrare, almeno in parte, la posta in gioco dei processi in corso nell’attuale crisi della/nell’UE.

Presentazione del piano:

  • Dagli Stati-nazione ai sistemi di Stati continentali
  • Le contraddizioni interne della «costruzione europea»
  • Gli effetti contraddittori della crisi strutturale sulla «costruzione europea»
  • La crisi del debito pubblico e la sua gestione nell’UE e da parte dell’UE.

I. Dagli Stati-nazione ai sistemi di Stati continentali

La mia analisi della crisi della/nell’UE parte da due presupposti sui quali non è possibile che mi spieghi qui completamente: la loro giustificazione dovrebbe, di volta in volta, essere oggetto di un’esposizione specifica. Devo, dunque, chiedervi di accettarli provvisoriamente, proponendomi di ritornarvi nella discussione che seguirà se lo ritenete necessario.

Nel corso e per effetto dell’attuale crisi strutturale (in particolare per effetto dell’attuazione delle politiche neoliberiste), si sono prodotte due modifiche concomitanti ed in parte connesse tra loro:

  • Da una parte, a livello di spazio di regolazione della circolazione del capitale, il passaggio dall’internazionalizzazione alla transnazionalizzazione del capitale (ciò che designano impropriamente i termini di «mondializzazione» e di «globalizzazione»). Passaggio:
    • da una regolazione istituzionale operata nel quadro dei differenti Stati-nazione e dei loro rapporti reciproci, che implica un controllo (più o meno spinto) della circolazione del capitale (nella sua duplice forma di capitale-merce e di capitale denaro: investimenti diretti ed investimenti indiretti) tra di loro da parte di questi Stati stessi
    • ad una regolazione istituzionale realizzata per mezzo di organismi transnazionali: l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), la Banca dei regolamenti internazionali (BRI), il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e le sue articolazioni «regionali», le agenzie dell’Organizzazione delle Nazione Unite (ONU), ecc., i differenti Stati-nazione che quasi abbandonano i dispositivi (legislativi e regolamentari) di regolazione nazionale a profitto di dispositivi multilaterali, perfino assenza totale di dispositivi.
  • D’altra parte, a livello di Stati, l’integrazione tendenziale degli Stati-nazione in sistemi continentali di Stati implicando la riduzione degli apparati statali in tre (o anche quattro) istanze:
    • sovranazionale: formazione di proto-Stati sovranazionali, a vantaggio dei quali gli Stati-nazione che compongono il sistema cedono in parte l’esercizio della loro rispettiva sovranità;
    • infranazionale: rafforzamento delle istanze infranazionali (periferiche) degli apparati degli Stati nazionali (Länder in Germania, regioni in Francia e in Italia, comunità in Spagna, ecc. – fino alle grandi metropoli e alle loro aree) che ereditano, per devoluzione, un certo numero di competenze fino ad allora attribuite al potere centrale nel quadro degli Stati-nazione;
    • nazionale: gli Stati-nazione, ai quali resta in carico la regolazione dei rapporti di classe, ossia delle condizioni sociopolitiche dell’egemonia borghese all’interno dello spazio nazionale (con la contraddizione che una parte crescente di queste condizioni sfugge loro).

Il processo è generale: vedi la formazione dell’UE, del NAFTA, del Mercosur (o Mercosul), dell’Asean, ecc. vedi tuttavia le eccezioni apparenti della Cina e dell’India, apparenti perché questi Stati hanno già di per sé una dimensione continentale.

II. Le contraddizioni interne della «costruzione europea»

L’UE è uno di questi sistemi continentali di Stati in corso di costruzione. Costruzione dal percorso caotico e dai risultati limitati a causa della persistenza di contraddizioni interne.

A) La persistenza dei conflitti tra interessi nazionali

In primo luogo, conflitti classici tra interessi nazionali (interessi dei differenti blocchi sociali dominati dalle differenti borghesie nazionali) così come risultano dalle rispettive storie nazionali: dalle lotte di classe nei differenti Stati, dagli antichi conflitti tra Stati europei, dagli inserimenti differenziati nello spazio mondiale (posizione nella divisione internazionale del lavoro, posizione all’interno del sistema mondiale di Stati, relazioni con la potenza egemone, con le semi-periferie e le periferie vicine e lontane). In particolare:

  • Differenze e diseguaglianze di sviluppo tra gli Stati centrali (inizialmente: Germania, Benelux, Francia, Italia – in seguito Gran Bretagna, Danimarca, Svezia, Austria, Finlandia) e gli Stati semi-periferici (Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo, poi Cipro e l’insieme dei paesi dell’Europa centrale ed orientale (PECO).
  • All’interno stesso degli Stati centrali, differenza tra tre poli, renano e nordico, latino e anglosassone:
    • Un polo renano e nordico (esempi: Germania e Svezia): un capitalismo dominato da un capitale industriale fortemente concentrato e centralizzato, specializzato nella produzione di mezzi di produzione high tech, più o meno fuso con il settore bancario, con una lunga tradizione di compromesso tra capitale e lavoro.
    • Un polo latino (esempi: Francia, Italia, Belgio vallone): un capitalismo dominato da un capitale industriale meno fortemente concentrato e centralizzato, meno specializzato e più orientato verso la produzione di mezzi di produzione e mezzi di consumo comuni, con un forte settore pubblico e nazionalizzato, con una tradizione di conflittualità sociale più rilevante.
    • Un polo anglo-sassone: un capitalismo dominato da un capitale mercantile, commerciale (come nei Paesi Bassi o nel Belgio fiammingo) o finanziario (come in Gran Bretagna), con una lunga tradizione di compromesso tra capitale e lavoro (nel caso dei Paesi Bassi) ed una certa tradizione di conflittualità sociale legata a settori in declino (come in Gran Bretagna).

B) Il conflitto tra le due concezioni della «costruzione europea»

In secondo luogo, tensione tra due concezioni del progetto europeo, due visioni o versioni della «costruzione europea».

  • Una versione forte (o dura): l’Europa come polo autonomo in seno al capitalismo in via di trans-nazionalizzazione, che costituisce uno spazio economico integrato (mercato unico, moneta unica), essenzialmente autocentrato (ciò che significa privilegiare il mercato interno come spazio di accumulazione autoregolata – alla maniera keynesiano-fordista – e relativamente protetto dalla concorrenza esterna con la pratica di una certa forma di protezionismo verso l’estero, ciò che implica sul piano politico-istituzionale una confederazione, o anche federazione di Stati (gli Stati Uniti di Europa) capace di tenere testa economicamente, diplomaticamente e pure militarmente agli altri poli mondiali (Stati Uniti, Giappone, Cina, ecc.) in un mondo multipolare.
  • Una versione debole (o molle): l’Europa come semplice dipartimento del mercato mondiale, destinata a liberalizzare gli scambi tra Stati europei e tra questi ultimi e il resto del mondo, badando a istituire all’interno una «concorrenza libera e non falsata» tra capitali, uomini, territori all’interno come all’esterno dell’Unione. Ossia, l’UE come semplice intermediaria del WTO, del FMI, dell’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico (OCSE), dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIT), ecc., insomma delle differenti istituzioni che disciplinano il mercato mondiale permettendogli di funzionare come mercato integrato.

Si potrebbe qualificare la prima concezione dell’UE socialdemocratica, la seconda concezione liberista. E, di fatto, la prima è stata difesa soprattutto da persone, correnti e partiti socialdemocratici, mentre la seconda è stata difesa da liberali e cristiano-democratici (la terza tendenza politica, che ha fornito i principali promotori ed artigiani della «costruzione europea»), i quali occupano una posizione intermedia tra le due concezioni, difendendo l’idea dell’Europa come «economia sociale di mercato».

Fin dal principio, ha prevalso la concezione liberista, a causa della predominanza degli elementi liberali e cristiano-democratici sugli elementi socialdemocratici negli ambienti dirigenti europei degli anni 1950-1960. Di qui il percorso concepito per realizzare il progetto di «costruzione europea»: prima l’integrazione economica (la realizzazione di un mercato comune, poi di un mercato unico, seguita da quella di una moneta unica, ecc.) ritenuta capace di preparare e rendere possibile l’integrazione politica (la costituzione di una confederazione, o anche federazione degli Stati europei). Con la contraddizione interna che il mezzo preconizzato (la realizzazione di un mercato retto dall’obbligo di una «concorrenza libera e non falsata», ossia in definitiva «la guerra di tutti contro tutti») rischia di mettere fuori portata il fine perseguito (la creazione di una comunità politica: di una solidarietà tra Stati membri e tra cittadini di questi differenti Stati).

C) La mancanza (l’insufficienza se non l’assenza) di egemonia in Europa

L’espressione deve intendersi qui in un duplice senso, in riferimento a due diversi usi del concetto di egemonia.

  • Egemonia nel senso greco del termine. Nel mondo greco antico, diviso tra molteplici città-Stato rivali, spesso in conflitto le une con le altre, la città egemone è quella che è capace di formare e di condurre un’alleanza di tali città contro un’altra alleanza (o anche contro un nemico comune all’insieme delle città – per esempio i Persiani), facendosi obbedire (imponendo loro obiettivi comuni e una disciplina comune).
    • Nessuna o poca egemonia in questo senso nel corso della «costruzione europea», a causa della persistenza delle divergenze e delle opposizioni di interessi tra i differenti Stati europei.
  • Egemonia nel senso gramsciano del termine. In un blocco sociale (un sistema duraturo ed istituzionalizzato di alleanze tra molteplici classi, frazioni di classi e strati sociali) la classe (o frazione) egemone è quella che ha saputo formare un’alleanza intorno a sé facendosi obbedire dalle altre classi (è capace di imporre loro degli obiettivi comuni ed una disciplina comune più o meno integrando/coordinando/subordinando i loro interessi ai suoi) e che di conseguenza la dirige.
    • Nessuna o poca egemonia in questo senso nel corso della «costruzione europea», per il fatto che l’egemonia della borghesia continua a costruirsi essenzialmente all’interno di differenti spazi nazionali e nell’insufficiente integrazione tra le differenti frazioni nazionali di borghesia.

Questo difetto di egemonia persiste ancora oggi. Certo, si nota una predominanza crescente della Germania da una quindicina di anni, evidente nel modo in cui è intervenuta per generalizzare i principi del suo ordoliberismo all’insieme dell’Europa attraverso la Commissione europea e la Banca centrale europea (BCE), in particolare nella gestione della cosiddetta crisi del debito pubblico, in cui è sfociata la crisi finanziaria del 2007-2009, a colpo di politiche di austerità salariale e di bilancio (vedi infra).

Ma ciò è ancora ben lontano da assicurarle la capacità di una direzione egemonica dell’UE. Ciò appare soprattutto nell’assenza persistente di ogni politica estera (economica, culturale, diplomatica, militare) comune di fronte alle altre «grandi potenze», antiche o nuove (USA, Russia, Cina, India, ecc.). Di qui la sua incapacità di affrontare in modo unitario e coerente tutta una serie di crisi sopraggiunte alle sue frontiere, nel corso dalle quali gli «egoismi nazionali» hanno spesso prevalso:

  • All’epoca della crisi dei Balcani degli anni 1990 (l’esplosione della Jugoslavia), la Germania ha sostenuto le forze centrifughe (soprattutto slovene e croate) mentre la Francia sosteneva le forze centripete (dunque l’egemonia serba in seno alla federazione jugoslava).
  • Incapacità di parlare con la stessa voce di fronte all’avventurismo statunitense in Afghanistan ed in Iraq dopo l’11 settembre 2001, di cui tuttavia l’Europa paga oggi il prezzo forte sotto forma di ondate continue di attentati fatti dai movimenti cosiddetti jihadisti.
  • Incapacità di opporsi alla condotta statunitense in Europa centrale ed orientale contro la Russia, l’integrazione dei PECO nella NATO che avanza con lo stesso passo di quella nell’UE, fino a provocare la recente guerra russo-ucraina dalle pericolose conseguenze.
  • Incapacità di affrontare congiuntamente il sollevamento della «primavera araba», lasciando alternare l’avventurismo militarista di alcuni (la Francia e il Regno Unito in Libia) e l’impotenza comune di tutti (dinanzi alla repressione di massa in Egitto) di fronte all’aggravarsi continuo della crisi in Siria e delle sue conseguenze, di fronte all’appoggio accertato dell’Arabia saudita e degli emirati del golfo ai cosiddetti movimenti jihadisti, ecc.)
  • Incapacità di elaborare una politica comune nei riguardi dell’afflusso di migranti provenienti dal Vicino e Medio Oriente e dall’Africa nera, in parte legato alle crisi precedenti.

III. Gli effetti contraddittori della crisi strutturale sulla «costruzione europea»

La crisi strutturale nella quale il capitalismo mondiale è imbrigliato dagli anni 1970 produce effetti contraddittori sulla «costruzione europea». Da una parte, essa va a dinamizzarla, allargandola e rinforzandola; d’altra parte va a indebolirla, accentuando le sue contraddizioni interne.

  • L’allargamento e il rafforzamento

In quanto essa induce il passaggio da un regime di internazionalizzazione ad un regime di trans-nazionalizzazione del capitale, la crisi strutturale non può che dinamizzare l’edificazione di questo embrione di sistema continentale di Stati che l’UE costituisce. Questo si traduce nell’adesione in massa degli Stati del continente in precedenza rimasti ai margini della UE, per ondate successive: Grecia nel 1980, Spagna e Portogallo nel 1985, Svezia, Finlandia e Austria nel 1995, un certo numero degli «Stati socialisti» di una volta nel corso degli anni 2000, fino alla recente adesione della Croazia nel 2013.

L’adesione alla UE ha rappresentato per questi differenti Stati, spesso piccoli e deboli, la prospettiva di sfuggire al rischio di periferizzazione, perfino marginalizzazione dentro il mercato mondiale, mettendosi al riparo della protezione della UE e beneficiando del dinamismo economico persistente dei principali Stati dell’UE (la Germania e i suoi satelliti, la Francia, il Regno Unito, l’Italia) e dell’UE nel suo insieme. C’era evidentemente una buona parte di illusione in un simile calcolo.

Da qui la costituzione di una zona economica integrata di cinquecento milioni di persone capace a priori di competere con gli antichi concorrenti (gli Stati Uniti e il Giappone) così come con i nuovi concorrenti (gli «Stati emergenti»: la Cina, l’India, il Brasile, l’Indonesia, ecc.)

B) La trasformazione dell’Unione Europea in «macchina per liberalizzare»

La generalizzazione in tutta l’Europa Occidentale (come quasi ovunque nel mondo) negli anni 1980 delle politiche neoliberiste di gestione della crisi strutturale del capitalismo, ha fatto trionfare definitivamente la concezione liberista della «costruzione europea». Di conseguenza, il riferimento alla concezione socialdemocratica non è stata altro che una trappola (per i popoli) e un alibi (per i governi): vedere ad esempio quel che è successo in Francia tra il giugno 1982 e il marzo 1983, quando il governo dell’Union de la Gauche [Unione della Sinistra] ha rifiutato di abbandonare il «serpente monetario» e ha fatto la scelta del rigore neoliberista, con il pretesto che solo la Comunità Economica Europea (CEE) poteva permettere alla Francia e ai suoi partner comunitari di ritrovare i margini di manovra economica compromessi o persi su scala nazionale

Ancor più. Nel corso degli anni 1980 e 1990, l’Unione Europea si è trasformata in una vera e propria «macchina per liberalizzare»: tutti i passi avanti sulla strada dell’integrazione economica e politica dell’Europa (Atto Unico che sostituiva il mercato unico al mercato comune nel 1986, Trattato di Maastricht che istituiva l’Unione Economica e Monetaria (UEM) nel 1992, Trattato di Lisbona che istituiva il patto di stabilità nel 1997, progetto di Trattato costituzionale adottato nel 2004, Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance dell’UEM adottato nel 2012) non sono stati altro che mezzi per imporre le medicine amare delle politiche neoliberiste ai popoli europei, con i loro rispettivi governi che fingevano di doversi sottomettere alle direttive della Commissione … della quale avevano essi stessi elaborato e negoziato il mandato a Bruxelles nel quadro del Consiglio Europeo.

Si spiegano anche in tal modo le principali evoluzioni dell’UE nel corso degli ultimi tre decenni. In particolare:

● la tendenza a privilegiare l’allargamento dell’Unione rispetto all’approfondimento dell’Unione, anche a costo di chiudere gli occhi sulla situazione reale degli Stati candidati all’adesione, o sul comportamento di certi Stati membri (vedere il maquillage dei conti pubblici in Grecia con l’aiuto di Goldman Sachs), a costo soprattutto di aumentare l’eterogeneità dello spazio economico e politico dell’Unione (in particolare l’opposizione tra regioni centrali e regioni semiperiferiche o periferiche) e dunque ad accrescere gli squilibri interni dello spazio socio-economico dell’UE (vedere sotto);

●       la persistente leggerezza delle istituzioni comunitarie (Consigli Europei, Commissione Europea, Corte di Giustizia Europea,Parlamento Europeo) essenzialmente concepite come un’attrezzatura dell’integrazione economica europea, che costituiscono un proto-Stato europeo con un bilancio ridicolo (appena un po’ più dell’1% del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati dell’UE, il che limita necessariamente tutte le azioni che mirano a correggere le ineguaglianze di sviluppo nell’Unione, così come quelle destinate a consolidarla come polo autonomo nello spazio mondiale);

● il carattere tecnocratico dell’insieme del processo della «costruzione europea» condotta dall’alto in basso da governi che delegano poteri a una Commissione composta da funzionari ed esperti posti al di fuori del controllo dei Parlamenti nazionali e persino del Parlamento europeo;

● carattere ulteriormente accentuato dalle collusioni o anche la fusione che si effettua tra la tecnocrazia di Bruxelles e gli stati maggiori delle transnazionali (europee o no) a colpi di lobbying o di «porte girevoli» (i frequenti passaggi o riciclaggi di individui tra i due ambienti);

● con il risultato finale di un deficit democratico evidente dell’insieme del processo, illustrato fino alla caricatura dalla mancata ratifica del progetto di Trattato costituzionale e dal modo in cui il suo rigetto da parte dei diversi popoli (tra i quali il popolo francese) è stato aggirato da differenti governi europei contro la volontà manifesta del proprio popolo.

C) L’accentuazione delle ineguaglianze di sviluppo nell’UE

Sotto l’effetto congiunto della crisi e della sua gestione neoliberista da una parte, della stessa integrazione europea dall’altra e infine della frammentazione del «blocco sovietico» e del crollo del «socialismo reale».

1.Gli effetti della crisi e della sua gestione neoliberista

La crisi e la sua gestione neoliberista hanno aggravato le divergenze tra gli Stati membri dell’UE (in quanto rappresentanti degli interessi dei diversi blocchi nazionali) e, di conseguenza, i motivi e le occasioni di conflitto tra loro. Divergenze tra i tassi di crescita, i tassi di inflazione, i livelli salariali, i conti interni (privati e pubblici) e i conti esterni (bilance commerciali, bilance dei pagamenti, ecc.

2.Gli effetti dell’integrazione europea, in particolare dell’UEM, sia volontari o involontari (perversi).

La tesi dominante (liberista e socialdemocratica) al tempo della creazione dell’euro era che l’unificazione monetaria avrebbe comportato la convergenza delle economie degli Stati della zona euro:

● a causa dell’amplificazione e dell’accelerazione degli scambi commerciali;

● per il fatto che i diversi Stati avrebbero una stessa moneta, praticherebbero una stessa politica monetaria e sarebbero incitati a praticare una stessa disciplina di bilancio;

● infine per il fatto che gli Starti semiperiferici potrebbero recuperare progressivamente il loro ritardo di sviluppo grazie agli aiuti europei e alla facilità di indebitarsi sul mercato finanziario beneficiando della stabilità e dell’apprezzamento dell’euro (tra il 2002 e il 2008) senza dover subire la sanzione di un deficit commerciale prolungato verso gli altri Stati dell’UE.

● Questo è stato in particolare il caso della Grecia, del Portogallo e della Spagna, per i quali i tassi di interesse reali sono stati negativi (visto il differenziale tra i bassi tassi di interesse nominali e il mantenimento di un’inflazione più importante in questi Stati che nel resto degli Stati membri dell’UE).

Ma, nell’insieme, il risultato dell’integrazione europea è stato tutto il contrario: l’accentuazione della concorrenza tra imprese, tra regioni ed tra Stati nell’UE ha portato ad aggravare le divergenze tra tassi di crescita, tassi di inflazione, tassi di interesse reali, ecc., tra gli Stati e soprattutto le ineguaglianze di sviluppo tra questi ultimi incitando e costringendo ciascuno ad accentuare le proprie «specializzazioni produttive» e valendosi dei propri «vantaggi comparativi», e questo tanto più che il rischio del cambio (legato all’incremento dei deficit commerciali) era scomparso. Da qui la formazione tendenziale di due poli o blocchi nella zona euro:

● uno che raggruppa la Germania e il suo retroterra: Paesi Bassi, parte fiamminga del Belgio, Lussemburgo, Austria e Svizzera – malgrado questa non sia formalmente membro dell’UE;

● l’altra che comprende i PIGS (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia), con la Francia che si sforza di rimanere presente nel primo gruppo, mentre scivola sempre più verso il secondo.

3. Gli effetti della frammentazione del «blocco sovietico» e del crollo del «socialismo reale». Sono da citare in particolare due effetti:

● Quelli della Sonderweg [via particolare] tedesca a partire dalla riunificazione. Qui io devio la parola Sonderweg dal suo senso tradizionale, utilizzato per designare la singolarità della storia tedesca nell’epoca contemporanea (da Bismark a Hitler), per designare il «cavaliere solo» della Repubblica Federale Tedesca (RFT)a partire dalla riunificazione. I massicci trasferimenti di bilancio destinati a integrare i Länder dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (RDT) hanno portato la RFT a impegnarsi ancor più risolutamente di quanto avesse fatto sulla via di una crescita (accumulazione di capitale) centrata su una strategia di promozione di esportazioni a colpi di austerità salariale all’interno e di conquista di mercati all’esterno, essenzialmente a scapito dei suoi vicini e «partner» comunitari. Gli eccedenti commerciali della RFT hanno permesso di limitare e finanziare i suoi deficit di bilancio, mentre gli altri Stati membri accumulavano i deficit commerciali e di bilancio; gli eccedenti commerciali della RFT erano in definitiva basati sui deficit commerciali e di bilancio degli altri Stati membri, e il tutto portava a una divergenza crescente tra gli Stati dell’UE.

● Quelli dell’integrazione dei paesi dell’Europa centrale e orientale (PECO), ex membri della zona d’influenza «sovietica» e finora Stati sedicenti socialisti. Questa integrazione ha avuto come effetto principale di aumentare ulteriormente l’eterogeneità interna dell’UE, allargando in misura considerevole al suo interno lo spazio della semiperiferia, e di conseguenza le occasioni di delocalizzazione industriale (delle quali la RFT è stata la principale beneficiaria) come pure la concorrenza salariale e fiscale tra gli Stati membri.

IV. La crisi del debito pubblico e la sua gestione dentro e da parte dell’UE.

Non ritornerò sulle diverse ragioni dell’aggravamento continuo del debito pubblico nei diversi Stati dell’UE. Citerò solo le due principali per memoria:

● i regali fiscali fatti al capitale e alle classi sociali privilegiate (alti redditi e grandi fortune);

● la gestione della crisi finanziaria del 2007-2009 che è consistita in particolare nel convertire un debito privato in debito pubblico per salvare una grande parte  del capitale finanziario fallito (dunque salvare i titoli di proprietà e di credito che autorizzano a prelevare una parte della ricchezza sociale prodotta).

Si è così formata una sorta di circolo vizioso : l’UE è diventata essa stessa un fattore di aggravamento del debito pubblico, mentre quest’ultimo diventava un fattore supplementare di crisi dell’UE.

A) L’UE come fattore di aggravamento della crisi del debito pubblico

Per le diverse seguenti ragioni:

● La contraddizione inerente a una integrazione economico-politica parziale, che dota gli Stati europei di una moneta unica ma che mantiene tanti diversi bilanci quanti sono gli Stati e che lascia ciascuno Stato unico responsabile del proprio debito pubblico. Dunque una sola moneta ma emettitori di debiti sovrani multipli e adatti in misura ineguale a fare fronte ai propri debiti, tra i quali i capitali speculativi non tarderanno a fare la differenza, esigendo un differenziale di tasso di interesse crescente man mano che si aggraveranno le difficoltà degli Stati più deboli a fare fronte al carico del loro indebitamento.

● L’impossibilità per gli Stati membri della zona euro di procedere a svalutazioni competitive allo scopo di rilanciare l’attività economica e di drogare le entrate fiscali e sociali. Donde la necessità di procedere ad aggiustamenti per la via inversa di diminuzione dei prezzi nazionali, di austerità salariale e di compressione dei bilanci sinonimi di recessione se non di depressione e, in definitiva, di aggravamento del debito pubblico.

● La morsa istituzionale dei criteri di Maastricht, che gioca a favore del ritorno più rapido possibile verso il rispetto di quei criteri (in particolare quelli relativi al livello di deficit pubblico e al tasso del debito pubblico), anche al prezzo di politiche recessive.

● La morsa istituzionale che definisce le missioni della Banca Centrale Europea (BCE) che le hanno impedito a lungo (fino al 2015) di svolgere la funzione di creditore di ultima istanza degli Stati europei – incluso il riacquisto di vecchi titoli dei debiti pubblici.

● La pressione esercitata dalla RFT (il governo Merkel) per generalizzare il modello tedesco di promozione delle esportazioni a colpi di austerità salariale e di rigore di bilancio, mentre una simile generalizzazione è impossibile per principio: questo modello può funzionare in uno Stato (la Germania), precisamente perché non è attuato simultaneamente dagli altri Stati a scapito dei quali funziona.

B) La crisi del debito pubblico come fattore supplementare di crisi dell’UE

L’indebitamento crescente di un certo numero di Stati membri che tende al superindebitamento, la situazione di potenziale bancarotta di alcuni di essi, le tensioni crescenti tra gli Stati rispetto alla gestione di questa crisi nel quadro delle attuali regole di funzionamento dell’UE mettono in crisi quest’ultima. Ci sono due sbocchi possibili a questa crisi:

L’uscita dal basso (meno Europa): la frammentazione dell’Europa e del suo fiore all’occhiello (feticcio) monetario (la zona euro), la costituzione di un’Europa a «diverse velocità» attorno a un nucleo composto dalla RFT e dalle sue dipendenze (Paesi Bassi, Austria, Svizzera), con un inasprimento della concorrenza economica su sfondo di moltiplicazione delle svalutazioni competitive e di ascesa dei protezionismi tramite il ristabilimento dei controlli e delle limitazioni degli scambi (di merci e di capitali) alle frontiere nazionali.

L’uscita dall’alto (più Europa): un salto qualitativo sulla via dell’integrazione economica e politica dell’Europa in senso federale, che implica in particolare la mutualizzazione del debito pubblico e dunque un embrione di finanze pubbliche europee.

Nessuno dei dirigenti europei vuole la prima via senza però avere il coraggio di impegnarsi risolutamente sulla seconda – è la manifestazione della mancanza di egemonia citata prima. Conseguenza: per far fronte all’urgenza del rischio di frammentazione della zona euro, che la bancarotta esplicita e massiccia di uno Stato o gruppo di Stati avrebbe costituito, ci si è dovuti impegnare sulla seconda via, ma a stento e di malavoglia:

● mutualizzando una parte del debito degli Stati membri tramite l’istituzione del Fondo di stabilità europeo (FSE), poi del Meccanismo europeo di stabilità (MES) destinati a «venire in aiuto» agli Stati membri minacciati di insolvenza di pagamento (si tratta infatti di permettergli di indebitarsi ancora un po’ di più per onorare i loro impegni sui loro prestiti precedenti, venendo dunque in realtà in aiuto ai loro creditori: banche, compagnie di assicurazione, fondi d’investimento, ecc.)

● e autorizzando la BCE a riacquistare titoli del debito pubblico di Stati europei in difficoltà, contravvenendo ai propri statuti, per venire ancora in aiuto ai creditori che sono titolari di questi titoli in parte già svalutati e che desiderano sbarazzarsene.

Le difficoltà e i limiti di questa seconda via sono però manifesti.

Sono di tre ordini.

In primo luogo, questa via non rompe per nulla con i principi e le regole della gestione neoliberista della crisi, in particolare nel darsi per compito imperativo di rimborsare integralmente i debiti pubblici in uno spazio socioeconomico europeo invariato. E questa è evidentemente una missione impossibile.

A titolo di esempio: secondo i calcoli della stessa Troika (Commissione Europea, BCE, FMI), se lo Stato greco riuscisse a ottenere un saldo primario  (un eccedente delle sue entrate sulle sue spese, al netto degli interessi del debito) del 6% del PIL – cosa che nessuno Stato è mai riuscito a fare – il suo debito sarebbe tutt’al più stabilizzato al 130% del PIL nel 2020, e occorrerebbe ancora prendere in prestito 25 Md € all’anno per rimborsare il suo debito! Attualmente è vicino al 200%!

In secondo luogo, accentuando il federalismo nell’UE, questa «uscita dall’alto» urta però:

● con «l’egoismo» degli Stati «ricchi» e«formiche» (in prima fila dei quali la RFT) ai quali ripugna pagare per gli Stati «poveri» e «cicale» (ad esempio la Grecia); donde per ora il rifiuto dell’emissione di euroobbligazioni o eurobond;

● ma anche con le prerogative persistenti di tutti i governi nazionali ai quali ripugna di abbandonare un altro po’ delle loro prerogative (in termini di gestione di bilancio);

● e più ampiamente con i popoli europei, invitati a rinunciare a un altro po’ della loro sovranità nazionale (dopo aver dovuto rinunciare alla loro sovranità monetaria con l’abbandono delle monete nazionali a vantaggio dell’euro, sono invitati ad abbandonare la loro sovranità di bilancio) a istituzioni che continuano a soffrire di un grave deficit di legittimità democratica.

In una parola, impegnarsi risolutamente sulla via federale, supporrebbe una egemonia borghese forte in Europa, mentre la crisi del debito pubblico non fa che aggravare ancor più il deficit di una tale egemonia.

In ultimo luogo, infine, dietro a tutto questo, ci sono le contraddizioni specifiche alla transnazionalizzazione del capitale e alla costituzione dei sistemi continentali di Stati che ho citato all’inizio della mia relazione, come si rifrangono sui/negli Stati europei (e più ampiamente centrali) che ne sono i quadri, i supporti e gli agenti, contraddizioni  che li sottopongono a tensioni crescenti. In effetti:

● Da un lato, questi Stati sono confrontati alla geofinanza: alla parte del capitale finanziario che si è emancipata da qualsiasi ancoraggio territoriale (salvo nei paradisi fiscali dai quali opera) e da qualsiasi solidarietà politica (nel senso di qualsiasi legame con uno Stato o gruppo di Stati) – è la sola parte del capitale che è letteralmente mondializzata o globalizzata. I rapporti degli Stati centrali con questa geofinanza sono contraddittori: da un lato ne hanno bisogno per finanziarsi, dall’altro, questo capitale li minaccia speculando costantemente sui titoli dei debiti pubblici dei quali è uno dei principali detentori.

● Da un altro lato, questi stessi Stati devono difendere gli interessi dei gruppi transnazionali (industriali o finanziari) di origine nazionale e che continuano a possedere un ancoraggio nazionale (vi localizzano i loro stati maggiori e i loro servizi strategici: servizi finanziari, ricerca-sviluppo, ecc.), di fronte ai loro concorrenti sul piano mondiale. E questo anche se il loro campo di attività va molto al di là, e da molto tempo, delle frontiere nazionali e i loro interessi non hanno più niente in comune con ciò che può restare dell’interesse nazionale.

● Infine, questi stessi Stati cdevono continuare, come in passato (al tempo della struttura internazionale dello spazio mondiale), ad assicurare le condizioni generali della riproduzione del capitale all’interno del loro spazio (ad esempio la gestione delle infrastrutture produttive, la riproduzione della forza sociale del lavoro attraverso il sistema di istruzione, e il sistema sociale della sanità, ecc.), così come la riproduzione dei rapporti di classe (dunque la dominazione di classe della borghesia) nel loro spazio. In altri termini, devono continuare ad assicurare le condizioni dell’egemonia borghese nel quadro nazionale, creando le condizioni di un consenso minimo (anche solo passivo) delle classi dominate alla loro dominazione – e in mancanza, essere capaci di deviare, di contenere o anche reprimere le lotte di queste stesse classi – mentre sono sempre più sprovvisti dei mezzi materiali e istituzionali necessari all’adempimento di un tale compito.AIN

Conclusione

La crisi della/nella Unione Europea presenta ancora un’altra dimensione, inseparabile da quelle che sono state analizzate: la mancanza di qualsiasi alternativa socialista alla crisi strutturale del capitalismo e alla crisi di egemonia della borghesia su scala europea .Per questo intendo:

● la debolezza o l’insufficienza delle reazioni del lavoro salariato alle aggressioni a cui è stato oggetto da parte del capitale sotto forma delle politiche neoliberiste;

● l’assenza di una strategia socialista appropriata alla fase attuale della crisi su scala europea.

Questa debolezza e quest’assenza spiegano la capacità della borghesia di prolungare e aggravare le proprie politiche neoliberiste, malgrado il fatto che queste ultime aggravino la crisi, compreso dal suo stesso punto di vista. A questo proposito non posso che segnalare questo punto senza poterlo approfondire sperando che le prossime relazioni, sulle rispettive situazioni nazionali, ci daranno l’occasione di tornarci su.

Alain Bihr

Tratto da: www.anticapitalista.org

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