MICHEL WARSHAWSKI: ANCORA BDS!

Gabriel Mileti è un giovane attivista che ha trascorso tre mesi in Palestina. In questo periodo ha preso parte a molti momenti di protesta in Cisgiordania e a Gerusalemme est accanto ai palestinesi vivendo insieme a loro. Pubblichiamo una sua intervista a Michel Warshawski, scrittore e giornalista israeliano.

Parliamo dell’associazione della quale sei presidente, l’Alternative Information Center: di cosa si tratta? Quali sono la sua missione e il suo obiettivo? So che sono due cose distinte…

Tutto quello che concerne l’informazione è attraverso internet, seminari, workshop…ti dirò in realtà il nome è un errore: per noi l’informazione non è un agenzia stampa o una casa editrice. L’informazione è solo uno strumento. Il nostro obiettivo è facilitare e parteggiare per il “conflitto” anticolonialista israeliano-palestinese e palestinese-israeliano, per creare e sviluppare la nascita di una piccola breccia nel muro che separa non solo due popoli ma due società: il PNM (Movimento Nazionale Palestinese) da un lato e il movimento sociale e politico israeliano dall’altro; questo è il nostro reale obiettivo. L’informazione, come già detto, è solo uno strumento per noi, e per far sì che sia possibile questa prospettiva di dialogo c’è ovviamente bisogno di informare, entrambe le parti, di cosa sta accadendo al di là del muro. Questo è il modo in cui abbiamo cominciato: c’era la costante sete di conoscenza da parte di tutti noi fondatori dell’AIC (che siamo prima di tutto attivisti politici) e ci siamo conosciuti, al tempo in cui gli Israeliani erano pochi,  per conoscere e per far parte della causa Palestinese, per esprimere piena solidarietà. Durante la guerra degli anni ottanta [L’invasione del Libano da parte israeliana nel 1982, N.d.T.]  per la prima volta nella storia d’Israele abbiamo avuto un enorme movimento antimilitaristico e antiguerra e i nostri amici Palestinesi non capivano chi eravamo, da dove venivamo, perché lo facevamo. C’era una grande domanda di conoscenza, di sapere; fu così dunque che cominciò l’AIC.

Fu concepito inizialmente per spiegare Israele in arabo e il Mondo Arabo in ebraico, poiché c’era anche – forse meno importante- anche la necessità di avere chiavi analitiche per capire la realtà; quindi per noi l’informazione era uno strumento per combattere, soprattutto in Israele, la filosofia della separazione, poiché all’epoca, anche nella sinistra, ogni attività e intervento di pace era in realtà finalizzato alla separazione con discorsi tipo “noi saremo qui, loro saranno lì, nessun problema, nessuna guerra, nessuna occupazione, tutto andrà bene”. Ora, la base del nostro ragionamento è esattamente il contrario. La separazione è come il divorzio, a volte la vita è impossibile, continui a farti la guerra a vicenda, i bambini soffrono, tu hai bisogno del divorzio. Ma il divorzio non è un valore in sé, è un mezzo per risolvere un problema, noi reputiamo la separazione non come un ideale per risolvere il problema, non come un valore. Il nostro valore al contrario è vivere, pensare e cambiare tutto quanto fatto insieme; avere non uno o due Stati, quello è secondario, ma capire che per un futuro c’è bisogno di molta cooperazione e non meno e per questo anche la solidarietà è uno strumento per costruire la via per un futuro migliore basato sulla cooperazione tra i popoli e ancora di più sulla cooperazione politica tra attivisti per la stessa causa.

In Europa qualcuno ha recentemente affermato che la convivenza tra palestinesi e israeliani o tra arabi ed ebrei è impossibile, che sia impossibile vivere insieme. Pensi che sia un fattore di divisione culturale o che non sia vero?

Per prima cosa, la cultura non è mai una buona ragione per vivere insieme o per avvicinarsi di più; ci sono società multiculturali, Stati multiculturali, ma qual è l’alternativa? È terribile. Spesso dico: si provi a immaginare un paese come la Francia -che conosco bene- senza i polacchi, senza gli ebrei, senza gli arabi, senza gli Italiani, senza gli spagnoli che vivono lì, solo francesi “puri”(qualora esistano); ebbene sarebbe il Paese più noioso sulla faccia della terra. La ricchezza culturale di uno Stato, di una città, di un gruppo, è una mescolanza di esperienze culturali altrimenti se vivi in una comunità, in un villaggio, totalmente omogeneo, sarà morto, sarà qualcosa che non potrà svilupparsi che non porterà civilizzazione, sarà condannato alla decadenza. Pertanto non solo è possibile ma tutta la storia dell’umanità è stata creata da uno scambio e un’ amalgama di culture e identità. Perciò l’alternativa è la noia e il suicidio: una società chiusa muore.

Il conflitto tra israeliani e palestinesi, non è uno scontro culturale ma coloniale. È profondamente politico, nascendo da un’impresa coloniale  che comparve qui 120 anni fa per creare un’entità europea nei mari del mondo arabo e sottosviluppato. Quindi ciò significa che dall’inizio è stato un problema coloniale. Colonialismo significa andare e prendere, come testimoniano gli slogan sionisti israeliani, “una terra senza popolo per un popolo senza terra”; non esistono terre senza popoli, forse sulla luna. In ogni colonialismo si arriva in un Paese che appartiene a qualcuno, e non perché un dio gliel’abbia assegnato, ma perché si è lì.

Il sionismo intese in questo senso, ed è anche peggio di ogni altro colonialismo, non di vivere sulle spalle di una popolazione o di sfruttarne le risorse e la manodopera, ma di sostituire; questo è il colonialismo dell’espulsione, non un genocidio come in Australia o in America, ma neanche di esportazione come in Africa; è un colonialismo di espulsione, per cacciare via gli autoctoni poiché l’idea era creare uno Stato con gli ebrei e per i soli ebrei.

Hai detto che non si tratta di un conflitto culturale ma politico: da un lato infatti in Israele abbiamo una struttura politica con istituzioni e ovviamente diversi partiti e attivismi politici; cosa c’è dall’altra parte? Cosa pensi della situazione politica in Palestina? 

Per prima cosa, la questione palestinese è prima di tutto il problema dei rifugiati, della maggioranza delle persone che è stata espulsa dalla propria terra e che dovrebbe tornare. Questo è il reale problema, non solo i territori occupati. La seconda dimensione del colonialismo sionista è quella dell’occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, che sono abitate da un altro popolo che non vuole Israele e per questa ragione resiste, a volte aggressivamente altre meno. Questo ha prodotto la repressione militare permanente ed anche in alcuni momenti appare meno dura, comunque i palestinesi vi si oppongono.

Poi esiste la minoranza palestinese all’interno di Israele che pur accettando la cittadinanza israeliana rifiuta di essere discriminata e i suoi membri non accettano di non essere trattati come cittadini uguali e liberi. Ci sono violazioni dei diritti umani basilari e sempre repressione su tutti i fronti.

Ho detto occupazione militare ma non si tratta solo di questo:  è un’occupazione coloniale finalizzata ad “essere Israele” con un progetto di lungo respiro su come estendere i propri confini territoriali non con un voto del Parlamento ma sul piano pratico. Riproponendo ogni volta ciò che fu fatto all’interno e all’esterno di Israele prima della sua creazione. Non come affermano alcuni amici sionisti di sinistra “tutto andava bene prima del ’67 e poi è cominciato il problema”. No, comincia dall’inizio, c’è una continuità. Si tratta ogni volta di una nuova faccia di una nuova occupazione della stessa terra Palestinese, spingendo i palestinesi, non più dall’altra parte dei confini, visto che la comunità internazionale non lo consentirebbe più, ma schiavizzandoli di fatto e avendo il 40/50% dei territori come potenziale terreno d’espansione d’Israele.

Parliamo di repressione: come hai detto è un fatto costante, e solo in questi due giorni vi è stata un’escalation impressionante di attacchi e rappresaglie; cosa ne pensi? Pensi che si stia preparando qualcosa o che qualcosa stia cambiando?

Preparando non lo so, ma sicuramente sta cambiando qualcosa; è cambiata un anno e mezzo fa. È la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro e dove porterà non ne ho idea. La popolazione e i giovani palestinesi hanno lasciato a Mahmud Abbas le mani libere e concesso fiducia per provare la sua via e cercare di porre fine all’occupazione israeliana con i negoziati, chiedendo aiuto alla comunità internazionale, e finalmente riuscire a raggiungere un accordo. Ciò che è interessante è che per più di 10 anni la popolazione e anche Hamas, hanno aspettato che qualcosa cambiasse senza porre freni. Ed è straordinario osservare come Hamas abbia lasciato fare Abu Mazen, come gli abbia lasciato seguire la sua strategia senza opporsi. Ma c’è stato un momento in cui lo stesso Abbas alle Nazioni Unite ha capito che questa strategia non funzionava e i cittadini, in particolare i giovani palestinesi, hanno capito che ha fallito e quindi hanno pensato: cosa facciamo? Accettiamo ancora più occupazione, più dominazione, più umiliazione e furto di terra e di futuro? E così hanno reagito nella forma più pura, senza alcuna organizzazione o linea politica alle spalle, alcun ordine da qualcuno, in una maniera veramente individualistica. Questi giovani (a partire dai 12-13 anni) hanno capito che era troppo e hanno deciso che era il momento di fare qualcosa. Non fa parte di una strategia, ma a mio avviso fa parte dell’espressione di una nuova generazione che dice “noi non siamo pezzi di m***a! Noi siamo palestinesi noi siamo parte dell’umanità!” e il coltello che viene usato a Gerusalemme o a Tel-Aviv non è per uccidere; il più delle volte, se si presta attenzione, loro non uccidono ma lo fanno semplicemente in chiave simbolica, per fare l’atto, e adesso sanno anche che saranno uccisi per questo, cosa che all’inizio non era ovvia ma adesso grazie al via libera di Netanyahu circa gli spari sui civili, questi atti assumono la forma di un’operazione suicida di massa e io penso che non faccia assolutamente parte di un pensiero strategico o linea politica ma semplicemente da un sentimento umano di rabbia che ora significa dire “Io non ne posso più e non accetterò di subire più nulla” cosa che per molti è sbagliata ma per me è l’espressione di un’umanità genuina, “io sono un essere umano e te lo dimostrerò”. Questa è la situazione di cambiamento, non è un gruppo o qualcosa che puoi fermare e arrestare: è l’accumularsi della frustrazione e l’assenza di speranze e prospettive, insieme al fallimento della direzione politica, che una mattina fa svegliare un ragazzo o una ragazza, gli fa prendere le forbici della madre e fa sì che vada a riscattare la propria umanità, la propria libertà. Una via disperata d’espressione. “Voi non ci volete rispettare? Vi obbligheremo a farlo con la nostra morte”

In Italia ti abbiamo chiesto durante un seminario cosa potessimo fare noi giovani per essere d’aiuto e di supporto a questa causa, e tu ci rispondesti “solo tre lettere: B D S”; pensi ancora lo stesso?

In tutta sincerità  B! D! S! (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni). Si questo è quello che penso vada fatto. La S (sanzioni) è sicuramente la più importante e la più difficile. S significa sanzionare Israele, bloccarlo economicamente, politicamente e diplomaticamente, ma questa prospettiva è ancora lontana. Specialmente perché Israele è ancora troppo utile agli USA e alla UE e perché -questa è una cosa che accade ogni 10 anni- come puoi vedere con la nascita dell’ ISIS, le rivoluzioni arabe, l’instabilità politica di certi territori, Israele sfrutta tutto ciò per affermare come sempre che rappresenta l’unica garanzia di preservare il mondo occidentale della civiltà e della democrazia dai “barbari” del Medioriente. Quindi le sanzioni dovrebbero essere la nostra strategia. BD per me sono solo le strade per ottenere un giorno le sanzioni, per avere attività civili, movimenti della società civile e per fare pressione sulle banche e sulle industrie affinché non investano più in Israele. Sicuramente, il boicottaggio dei prodotti Made in Israel, che al contrario di ciò che si pensa non distrugge l’economia Israeliana -sfortunatamente non è sufficiente per distruggerla- è necessario affinché Israele sia considerato a livello internazionale, ma soprattutto all’interno d’Israele, uno stato fuorilegge, che non rispetta alcun vincolo legale neanche quelli che esso stesso ratifica. Questo è il messaggio ed è oggi veramente difficile e mal visto nella società Israeliana. Un esempio divertente: quando Benyamin Netanyahu parlando alle Nazioni Unite ha detto “il BDS -l’ha chiamato per nome!- non ha alcun impatto su Israele” ha speso 10 minuti per spiegarne il perché, 10 minuti per dire che è antisemita, etc. e tu impieghi 10 minuti per dire che non ha impatto?

Per questo crediamo che sia necessario, più che mai, ma abbiamo bisogno di lungimiranza, non è qualcosa che si fa dall’oggi al domani; dobbiamo muoverci passo dopo passo in maniera organizzata. Dobbiamo capire che non tutti si muovono alla stessa velocità e che è meglio costruire un unico grande movimento piuttosto che le cellule isolate di Milano o di Londra, e dobbiamo capire come farlo.

Io spero che si boicotti tutto ma non è ancora il caso; ora per esempio parliamo del boicottaggio accademico che è un’ottima cosa, perché è molto sentito in Israele, un boicottaggio culturale che può avere una ricaduta concreta sul piano morale nella società Israeliana in maniera relativamente veloce.

Un’ultima domanda, anzi due. La prima: qual è la tua prospettiva politica riguardo il processo di pace tra i due Stati? E la seconda -veramente personale- : siamo nella zona più commerciale di Jaffa Street (Gerusalemme Ovest, zona israeliana) e stiamo tranquillamente parlando al bar di cose molto scomode, non è  pericoloso, non ti senti minacciato?

Per prima cosa, non c’è assolutamente un processo di pace. Forse c’è per pochi mesi ma, non c’è alcuna intenzione da parte di Israele di fare qualsiasi cosa che implichi la fine dell’occupazione perché sia chiaro: è in atto un processo di occupazione, di colonizzazione (e penso che lo sappiano anche gli USA), anche se è molto comune nella diplomazia internazionale parlare di processo di pace, tutte sciocchezze. Non esiste alcun processo pacificatore. L’unica cosa buona che posso rilevare dell’attuale governo è la trasparenza: non è come Shimon Peres che mentiva sempre dicendo “sì, noi vogliamo la pace, noi lotteremo per i diritti dei due popoli”, adesso dicono “no, noi non lo vogliamo e non ne parleremo affatto”. Pertanto senza avere una reale intenzione di pace nell’agenda, parlare della “soluzione” è una domanda che mi fa arrabbiare. Chi lo sa? Io vorrei ricordare per esempio la guerra d’indipendenza dell’Algeria, ai tempi ci fu un grande dibattito in Francia alla fine degli anni ’50 del secolo scorso circa quale sarebbe dovuto essere il futuro dell’Algeria: autonomia? Departamentalizzazione per far sì che fosse parte della Francia? Essere parte dell’Impero francese (ancora si parlava di Impero)? Ci fu questo grande dibattito, ma nella realtà la guerra continuava. Quando cambiarono i rapporti di forza e gli algerini convinsero i Francesi che sarebbe dovuta finire in qualche modo, c’era una sola voce nell’agenda: indipendenza! Non ci fu più alcun dibattito, era chiaro ormai. Per questa ragione parlare oggi di soluzione è senza senso, dovrei parlare di sogni, immaginazione, se preferisco la Coca-cola alla Pepsi-Cola, non ha interesse. Sarebbe rilevante chiedere se credo che la soluzione si imporrà da sola, perché lo credo. So solo due cose che riguardano quale sarà la soluzione: una soluzione sarebbe negativa ossia il genocidio, che è comunque una soluzione; distruggere completamente la Palestina e i palestinesi, ma questo non è nell’agenda. Una soluzione positiva dovrebbe basarsi sull’uguaglianza; uguaglianza tra due Stati, uguaglianza tra due società, il principio dell’uguaglianza è allo stesso tempo il principio dei diritti (individuali, nazionali, sociali e internazionali). Queste sono le chiavi della soluzione. Quello che invece a me piacerebbe sarebbe una soluzione basata sulla cooperazione e non sulla totale separazione, confini forse, ma aperti quanto più possibile, fino a che non siano più di alcuna rilevanza com’è in Europa; sarà un processo e allora capiremo se ci sarà la necessità di una frontiera separatrice o meno.

Per quanto riguarda la seconda domanda, direi una bugia se dicessi che non sono preoccupato, ossia io mi guardo sempre intorno, questo fa già parte della mentalità dei palestinesi per esempio, gli israeliani hanno creato un nuovo tipo di insicurezza, quella individuale, e io sono come tutti gli altri; quindi ovviamente ho paura, per me per i miei figli e i miei nipoti. E la seconda cosa, che è forse peggio di questo sentimento d’insicurezza, è che , come qualsiasi israeliano, è l’atmosfera che si respira nella società Israeliana che è piena di razzismo e di odio e che è supportata dagli apparati filo-governativi: ogni giorno Netanyahu e altri, creano con i loro discorsi questa nuova fascistizzazione, con nuove leggi, sul livello del discorso politico, ma è così anche nei discorsi per strada, due giorni fa per esempio ero in un bus e ascoltando i discorsi deliranti di due uomini mi veniva da vomitare; cose che magari la gente pensava 10 anni fa ma che comunque non era politicamente corretto dire. Quindi nessuna parvenza di democrazia. Israele si vanta di essere uno Stato di “democrazia ebraica” noi abbiamo sempre sfidato questa definizione poiché è una contraddizione. C’è una pretesa di democrazia, un tentativo di darsi un’immagine democratica non tanto per l’esterno ma per se stesso, per guardarsi allo specchio e dire “sono un bravo ragazzo, non sono razzista, non sono colonialista”. Oggi non ci si guarda neanche più allo specchio, non interessa: “sono uno schifoso fascista colonialista? Perfetto non ci trovo alcun problema”, questa è la grande differenza perché questa atmosfera la respiriamo ogni minuto e ciò è terribile per me e per i figli poiché so che stanno crescendo in questa aria che puzza.

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Si, ancora una volta B!D!S!, Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni. Israele così come ogni Stato è come un bambino che, quando fa delle cattive azioni, ha bisogno di essere punito, per il suo stesso bene altrimenti se continuerà finirà per uccidersi. Per cui se l’Europa vuole  realmente essere amica degli Israeliani come afferma di essere, che colpisca lo Stato d’Israele sulle mani, lo fermi e lo punisca dicendo “ciò che stai facendo non è giusto”. Questa è la via.

Intervista raccolta e tradotta dall’inglese da Gabriel Mileti

 

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