SI PUO’ ANCORA RIFLETTERE?

Di Cinzia Nachira.

Si può ancora riflettere nel nostro Paese? Questa domanda me la sono posta una volta letto una sorta di appello pubblicato dal Manifesto il primo febbraio 2016 dal titolo Cercando un’altra Tunisia, in cui si sostiene che Domenico Quirico con il suo reportage da Kasserine pubblicato su La Stampa lo scorso 28 gennaio dal titolo Sulle montagne della Tunisia gli ex ragazzi della rivoluzione adesso sognano il Califfato avrebbe denigrato la rivoluzione tunisina iniziata nel dicembre 2010 che ha portato alla fuga del dittatore Ben Ali il 14 gennaio 2011. Sarebbe fin troppo facile rinunciare a rispondere ad un’accusa tanto infondata ritenendo questo sforzo una perdita di tempo. Ancora più semplice sarebbe dire che Domenico Quirico non ha bisogno di difese d’ufficio perché per lui parlano i suoi reportages. I suoi tre libri dedicati al Vicino Oriente e il suo modo di fare giornalismo. Ma invece leggendo con attenzione quell’appello mi sono detta: non posso tacere. Perché quel testo spacciato per una “chiarificazione” è in realtà una messa all’indice di un pensiero e di un’opinione. Pericolosissimo che i 171 firmatari e firmatarie non si siano resi conto di questo.

Sicuramente, è legittimo criticare anche aspramente le tesi esposte da chiunque, quindi anche da Domenico Quirico. Ma che senso ha raccogliere adesioni ad una critica? Qual è l’obiettivo che si pongono coloro che hanno aderito a quell’appello? Non viene detto. Nel finale si afferma: “crediamo sia necessario denunciare quelle narrazioni faziose che scientemente sono mirate a creare paura e odio contro il mondo arabo, l’Islam e le migrazioni, generalizzando e non contestualizzando i fenomeni politici e sociali, ma anche avallando quel gioco delle parti dello scontro tra  ‘noi’ e ‘loro’, che, a nostro avviso, va assolutamente rifuggito.” Significa questo che Domenico Quirico con i suoi scritti e non solo sarebbe tra coloro che “scientemente” creano un  clima di paura contro i migranti e il mondo arabo, dividendo il mondo tra un Noi e un Loro? Ma su cosa si basa questa pesante accusa? Nel reportage scritto da Kasserine non c’è traccia di questo. Basta leggerlo. Probabilmente, invece, quel reportage per alcuni rappresenta un problema perché esce dai semplicistici entusiasmi per la giovane democrazia tunisina e la sua costituzione.

Qui i politicanti incombono, hanno ripreso la mano. Dall’altra sponda del mare abbiamo sprecato cinque anni a intervistare blogger e a lodare costituzioni. Pregevoli pezzi di carta. L’accordo, tutto potere soldi e poltrone, tra i laici e l’Islam conservatore che con i nostri miopi occhi abbiamo lodato come miracolo fecondatore, qui è maledetto come subdolo tradimento. Allora il luogo giusto per capire è a trecento chilometri e si chiama Kasserine, ai confini con l’Algeria. Dove la disoccupazione è al quaranta per cento, hanno assaltato banche e uffici pubblici e i muri della città un mattino di tre giorni fa erano fitti di scritte che inneggiavano a Daesh, il Califfato. Dove un altro ragazzo si è ucciso per protestare contro lo scandalo della povertà, come cinque anni fa, e fu la Rivoluzione. A Kasserine rivoluzione e jihad sono, fisicamente, fianco a fianco. Le montagne sono già Califfato. Vado a Kasserine perché, forse tra qualche mese, diventerà un altro luogo che la sharia proibisce a noi occidentali. O perché spero, in fondo, di riconoscere invece giovani ribelli, una nuova generazione. Riconoscerne la voce anche se li sentirò ripetere con la rabbia che nasce dal vivere nel mondo che noi abbiamo fatto per loro: in cinque anni nulla è cambiato![1]   

Per confermare queste parole basta guardare alla storia. La costituzione di Weimar, inghiottita dal nazismo, era uno dei più fini esempi di libertà democratiche e quant’altro. La costituzione staliniana del 1936 superava anche quella di Weimar, ma veniva stilata nello stesso anno in cui la dittatura stalinista avviava il “terrore” e si consolidava. Oggi, in Tunisia gli equilibri che sulla carta la costituzione sancisce non hanno attuazione perché il Paese è al collasso economico e sociale. La nuova élite politica ora al governo, giova ricordarlo, è composta in larga parte dal vecchio apparato della dittatura di Ben Ali che si è riciclato, è rimasto nell’ombra per qualche tempo e poi è riemerso quando i tempi erano per loro maturi. Infatti hanno vinto le elezioni non perché il popolo tunisino non sapesse chi erano, ma perché il fallimento dei governi successivi alla rivolta del 2011 non hanno né saputo, né potuto risolvere i problemi di fondo che sono ancora tutti lì, intatti. Con l’aggravante che la degenerazione settaria e confessionale dell’area, la proclamazione del Califfato su parte della Siria e dell’Iraq il 29 giugno 2014 ha polarizzato ancora di più lo scenario politico tunisino. Queste non sono invenzioni di Domenico Quirico, né di chi condivide il suo punto di vista. È una pericolosa ingenuità pensare che la Tunisia possa restare immune da ciò che le accade intorno, oltre ad essere falso. Certo, ora in Tunisia, sicuramente più che in altri Paesi coinvolti nelle rivolte scoppiate nel 2011, vi è maggiore libertà di espressione, si moltiplicano i giornali, le radio le televisioni, ecc. Ma è proprio qui l’errore grossolano: ridurre la rivolta tunisina ad una “rivoluzione di Internet” e dei tanti che si improvvisano giornalisti e “ricercatori indipendenti”. Le rivoluzioni sono processi complessi, se sono vere, che non seguono una linea retta ma al contrario sono costrette ad affrontare strade irte di pericoli con passi indietro e fughe in avanti. Nessuno, neanche i firmatari dell’appello, possono con sicurezza escludere che anche in Tunisia ci si avvii verso una “soluzione egiziana”. Ma anche dire questo non significa sostenere che vi sarà un generale che prenderà il potere, come Al Sissi in Egitto, per il buon motivo che in Tunisia l’esercito è debolissimo e non ha lo stesso ruolo economico, politico e sociale che invece ricopre in Egitto. Una cosa è invece assai chiara, l’attuale compagine politica al governo in Tunisia, che si sta disgregando, utilizzerà Daesh e il terrorismo come alibi per fare accettare derive securitarie sempre maggiori alla popolazione. In definitiva è proprio questo che lascia intendere l’articolo di Domenico Quirico nel finale:

Mi presentano un barbuto, in jalabiya, piccolo, ti scruta con occhi sottili: «Abu Hayad l’emiro di Tunisia ha annunciato dalla Libia: tunisini, preparatevi che l’apocalisse sta arrivando… Qui non abbiamo paura dell’apocalisse». Torno davanti al palazzo del governatore. Seduto al sole osservo come tutto è cambiato dal mattino. I diplomati e i laureati sono scomparsi, ci sono giovani nuovi, fanno gruppo, facce decise, gridano, alzano i pugni. Li guidano due più arditi, uno ha una gran barba assira. Le lingue di questi capipopolo sono affilate come i coltelli dei macellai. Forse sto osservando la nascita di una nuova, terribile rivoluzione.[2]  

Mentre gli estensori della scomunica sono ben certi che i fatti di Kasserine si inscrivono nella rivoluzione del 2011, chi quei luoghi li conosce e non per turismo intellettuale, giustamente si pone e ci pone dei dubbi, proprio perché contestualizza le nuove dinamiche e non le cristallizza nei nostri desideri frustrati, dopo essere stati “traditi” da quei popoli che hanno fatto vere rivoluzioni, hanno subito centinaia di migliaia di morti, che oggi, come fu nel 2011 (quando in molti rimasero sorpresi da quelle rivoluzioni), continuano a chiedere le stesse cose, ma con  linguaggi diversi e attraverso sponde politiche diverse, spesso pericolosissime.

Sorprende anche che sedicenti raffinati intellettuali ed accademici estrapolino parole e non  citino come si conviene il testo che intendono criticare e il cui autore vogliono stigmatizzare, seguendo le peggiori tradizioni staliniste. Quando agli intellettuali scomodi veniva chiesta pubblica abiura delle proprie idee, ovviamente dopo essere stati altrettanto pubblicamente linciati.

Infine, ma non per importanza, è rilevante la “coerenza” (che non sempre è una virtù, evidentemente) di coloro che hanno firmato la scomunica di Domenico Quirico e contemporaneamente anche un appello per la fine delle collaborazioni tra le università italiane e quelle israeliane, in particolare il Technion di Haifa. Anch’io ho firmato quell’appello e lo rifarei domani, difenderò quella scelta. L’appello “Stop Technion” esplicitamente e giustamente non mette in discussione i rapporti con i docenti e gli studenti di quell’università, né delle altre università israeliane. Mi chiedo, quindi, come fanno alcuni dei firmatari a pensare compatibile l’adesione all’appello dei docenti italiani contro la collaborazione con Tchnion e la richiesta della messa al bando di una persona per le sue idee. Questa degli appelli e delle raccolte di firme contro chi la pensa diversamente è un’azione pericolosissima e molto dannosa, che va denunciata e rifiutata nella sostanza e nel metodo.

Questa non è che l’ennesima dimostrazione che in Italia il dibattito sui grandi nodi non trova spazio e legittimità. Ciò perché prevalgono l’ignoranza e la stupidità di chi pensa che i processi storici sia possibile metterli ai voti per cui come disse Bertolt Brecht “se il partito con piace al popolo, cambiamo il popolo!”.

Cinzia Nachira,

3 febbraio 2016

 


[1] Domenico Quirico, Sulle montagne della Tunisia gli ex ragazzi della rivoluzione adesso sognano il Califfato, in La Stampa 28 gennaio 2016

[2] Domenico Quirico, Op. Cit.

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