SULLA BARBARIE DEL XX SECOLO

In occasione del Giorno della Memoria, 27 gennaio, pubblichiamo un testo di Michael Lowy, sulle barbarie capitaliste e pseudosocialiste burocratiche che hanno caratterizzato il xx secolo a partire a Auschwitz.

La dialettica della civiltà

di Michael lowy.

La parola “barbaro” è di origine greca: designava, nell’antichità, i popoli non-greci, considerati primitivi, ignoranti, arretrati e brutali. L’opposizione fra civiltà e barbarie è quindi antica. Essa trova una nuova legittimità nella filosofia dell’Illuminismo, e verrà ereditata dalla sinistra. Il termine “barbarie” ha, secondo il dizionario (Petit Robert), due significati, distinti ma correlati: “mancanza di civiltà” e “crudeltà del barbaro”. La storia del XX secolo ci obbliga a separare queste due accezioni ed a riflettere sul concetto – apparentemente contraddittorio, ma nei fatti perfettamente coerente – di “barbarie civilizzata”. 
In cosa consiste il “processo di civilizzazione”? Come ha dimostrato Norbert Elias, uno dei suoi aspetti più importanti è che la violenza non viene più esercitata in maniera spontanea, irrazionale ed emotiva, ma è monopolizzata e centralizzata dallo Stato, più precisamente dall’esercito e dalla polizia. Grazie al processo di civilizzazione, le emozioni vengono controllate, la vita sociale pacificata e la coercizione fisica si concentra nelle mani del potere politico (1). Quel che Elias non sembra aver percepito, è il rovescio dialettico di questa brillante medaglia: il formidabile potenziale della violenza accumulata dallo Stato… Ispirato da una filosofia ottimista di progresso, nel 1939 ha potuto ancora scrivere: “Commisurato al furore dei combattenti abissini (…) o a quello delle tribù dell’epoca delle grandi migrazioni, l’aggressività delle nazioni più bellicose del mondo civilizzato appare moderata (…); essa non si manifesta più nella sua forza brutale e scatenata, se non in sogno e in alcuni scatti che noi definiamo “patologici” (2)
Qualche mese dopo che vennero scritte queste righe, ebbe inizio una guerra fra nazioni “civilizzate”, dove vennero commessi degli atti, la cui “forza brutale e scatenata” è semplicemente impossibile da comparare – tanta è la sproporzione – con il povero “furore” dei combattenti etiopi. Il lato oscuro del “processo di civilizzazione” e della monopolizzazione statale della violenza si è allora manifestato in tutta la sua terribile potenza. 
Se ci si riferisce al secondo senso della parola “barbaro” – atto crudele, inumano, produzione deliberata della sofferenza e della morte dei non-combattenti (in particolare, bambini) – nessun altro secolo ha conosciuto nella sua storia delle manifestazione di barbarie così estese, così di massa, così sistematicamente come il XX secolo. Certo, la storia umana è ricca di atti barbari, commessi sia dalle nazioni “civilizzate” che dalle tribù “selvagge”. La storia moderna, dalla conquista delle Americhe, mostra una successione di atti di tale genere: il massacro degli indigeni delle Americhe, il traffico negriero, le guerre coloniali. Si tratta di una barbarie “civilizzata”, cioè sostenuta dagli Imperi coloniali economicamente più avanzati. 
Karl Marx è stato uno critici più feroci di simili pratiche, che egli associa ai bisogni dell’accumulazione del capitale. Ne “Il Capitale”, in particolare nel capitolo sull’accumulazione primitiva, si trova una critica radicale degli orrori dell’espansione coloniale: l’asservimento o lo sterminio degli indigeni, le guerre di conquista, la tratta dei negri. Queste “barbarie ed atrocità esecrabili” – che secondo Marx (che cita, approvandolo, M.W. Howitt) “non hanno alcun parallelo presso alcun’altra epoca della storia universale, in nessuna razza per quanto selvaggia, per quanto spietata, per quanto spudorata possa essere stata” – non vengono conteggiate semplicemente come profitti e perdite del progresso storico, ma vengono denunciate precisamente come un’infamia (3)
Considerando alcune delle manifestazioni più sinistre del capitalismo, come le leggi sui poveri o le case di lavoro – queste “bastiglie degli operai” – Marx scrive nel 1847 questo passaggio straordinario e profetico, che sembra annunciare la Scuola di Francoforte: “La barbarie riappare, ma questa volta essa viene generata nel seno stesso della civiltà e ne fa parte integrante. E’ la barbarie lebbrosa, la barbarie in quanto lebbra della civiltà” (4)
Ma con il XX secolo viene oltrepassata una soglia, si passa ad un livello superiore: la differenza è qualitativa. Si tratta di una barbarie specificamente moderna, dal punto di vista del suo ethos, della sua ideologia, dei suoi mezzi, della sua struttura. Ci torneremo sopra. 
La prima guerra mondiale ha inaugurato questo nuovo stadio della barbarie civilizzata. Due autori hanno, per primi, suonato il campanello d’allarme, nel 1914-15: Rosa Luxemburg e Franz Kafka. Malgrado le loro evidenti differenze, hanno avuto in comune l’intuizione – ciascuno a modo suo – che qualcosa senza precedenti era sul punto di costituirsi, nel corso di quella guerra. 
Scrivendo nel 1915, nel suo opuscolo, “La crisi della socialdemocrazia” (firmato con lo pseudonimo di “Junus”), la parola d’ordine “socialismo o barbarie, Rosa Luxemburg rompeva con la concezione – di origine borghese, ma adottata dalla II Internazionale – della storia come progresso irresistibile, inevitabile, “garantito” dalle leggi “oggettive” dello sviluppo economico o dell’evoluzione sociale. Questa parola d’ordine la si trova suggerita in alcuni testi di Marx ed Engels, ma è Rosa Luxemburg che la dà questa formulazione esplicita e precisa. Essa implica una percezione della storia come processo aperto, come serie di “biforcazioni”, dove il “fattore soggettivo” – coscienza, organizzazione, iniziativa – degli oppressi diventa decisivo. Non si tratta più di attendere che il frutto “maturi”, secondo le “leggi naturali” dell’economia o della storia, ma di agire prima che sia troppo tardi. 
In quanto l’altro corno dell’alternativa è il rischio di un pericolo: la barbarie. In un primo momento, sembra voler considerare la “ricaduta nella barbarie” come “l’annientamento della civiltà”, una decadenza analoga a quella dell’antica Roma. Ma si rende ben presto conto che non si tratta di un’impossibile “regressione” ad un passato tribale, primitivo o “selvaggio”, ma piuttosto di una barbarie eminentemente moderna, di cui la prima guerra mondiale ha dato un esempio evidente, ben peggiore nella sua pratica mortifera delle pratiche guerriere dei “barbari” conquistatori della fine dell’Impero romano. Mai in passato, delle tecnologie così moderne – i carri armati, il gas, l’aviazione militare – erano state messe al servizio di una politica imperialista di massacro e di aggressione su una scala così immensa (5)
Le intuizioni di Kafka sono di tutt’altra natura. E’ sotto forma letteraria ed immaginativa che egli descrive la nuova barbarie. Si tratta di un racconto intitolato “La colonia penale”: in una colonia francese, un soldato “nativo” viene condannato a morte da degli ufficiali, la cui dottrina giuridica riassume in poche parole la quintessenza dell’arbitrio: “la colpevolezza non deve mai essere messa in dubbio!”. La sua condanna dev’essere eseguita da una macchina per la tortura che scrive lentamente sul suo corpo mediante degli aghi che gli trafiggono: “Onora i tuoi superiori”. 
Il personaggio centrale del racconto non è il viaggiatore che osserva gli avvenimenti con muta ostilità, né il prigioniero che non reagisce affatto, né l’ufficiale che presiede all’esecuzione, né il comandante della colonia. E’ la macchina stessa. 
Tutta la storia ruota intorno a questo sinistro dispositivo (Apparat), che appare sempre più, nel corso della spiegazione assai dettagliata fornita dall’ufficiale al viaggiatore, come un fine in sé. Il dispositivo non è lì per giustiziare l’uomo, ma è piuttosto l’uomo ad essere lì per il dispositivo, per fornire un corpo su cui possa essere scritto il suo capolavoro estetico, la sua sanguinosa iscrizione illustrata per mezzo di “molti florilegi ed abbellimenti”. L’ufficiale stesso non è altro che un servitore della Macchina, e alla fine, anche lui si sacrifica a questo Moloch insaziabile (6)
A quale barbara “Macchina del potere”, a quale “Dispositivo di autorità” sacrificatore della vita umana, pensava Kafka? Nella Colonia Penale è stato scritto nell’ottobre del 1914, tre mesi dopo lo scoppio della Grande Guerra. Nella letteratura universale vi sono pochi testi che presentano in modo così penetrante la logica di morte della barbarie moderna in quanto meccanismo impersonale. 
Negli anni del dopoguerra, queste intuizioni sembrano perdersi. Walter Benjamin è uno dei rari pensatori marxisti a comprendere che il progresso tecnico ed industriale può essere portatore di catastrofi senza precedenti. Da qui il suo pessimismo – non fatalista, ma attivo e rivoluzionario. In un suo articolo del 1929, egli definisce la politica rivoluzionaria come “l’organizzazione del pessimismo”, un pessimismo su tutta la linea: sfiducia nel destino della libertà, sfiducia riguardo al destino del popolo europeo. Ed aggiunge ironicamente: fiducia illimitata soltanto nella IG Farben (N.d.T.: Industria Chimica tedesca) e nel perfezionamento pacifico della Luftwaffe” (7). Ma anche Benjamin, il più pessimista di tutti, non poteva arrivare a divinare fino a che punto queste due istituzioni avrebbero mostrato, qualche anno più tardi, la capacità malefica e distruttiva della modernità (8).

Potremmo definire come propriamente moderna, la barbarie che presenta le seguenti caratteristiche: 
– Utilizzo dei mezzi tecnici moderni. Industrializzazione di morte. Sterminio di massa grazie a delle tecnologie scientifiche avanzate. 
– Impersonalità del massacro. Popolazioni intere – uomini e donne, vecchi e bambini – vengono “eliminate”, con meno contatto possibile fra i responsabili e le vittime. 
– Gestione burocratica, amministrativa, efficace, pianificata, “razionale” (in termini strumentali) degli atti barbari. 
– Ideologia leggittimatrice di tipo moderno: “biologica”, “igienista”, “scientifica”, (e non religiosa o tradizionalista). 
I crimini contro l’umanità, genocidi e massacri del ventesimo secolo, non sono tutti moderni allo stesso grado: il genocidio degli Armeni, nel 1915, il genocidio di Pol Pot in Cambogia, quello dei Tutsi in Ruanda, ecc., coniugano, ciascuno in maniera specifica, dei tratti moderni con dei tratti arcaici. 
I quattro massacri che incarnano in maniera perfetta la modernità della barbarie sono: il genocidio nazista contro gli ebrei e gli zingari, la bomba atomica ad Hiroshima, i Gulag staliniani, la guerra americana in Vietnam. I primi due sono probabilmente quelli più integralmente moderni: le camere a gas naziste e la morte atomica americana contenevano praticamente tutti gli ingredienti della barbarie tecno-burocratica moderna. 
Auschwitz rappresenta la modernità non solo per la sua struttura di fabbrica di morte, organizzata scientificamente e che utilizza le tecniche più efficaci. Il genocidio degli ebrei e degli zingari è anche, come osserva il sociologo Zygmunt Bauman, un prodotto tipico della cultura razionale burocratica che elimina dalla gestione amministrativa ogni interferenza morale. Da questo punto di vista, è uno dei risultati possibili del processo civilizzatore, in quanto razionalizzazione e centralizzazione della violenza, ed in quanto produzione sociale di indifferenza morale. “Come ogni altra azione condotta in maniera moderna – razionale, pianificata, comunicata scientificamente, gestita in forma efficace e coordinata – l’Olocausto si è lasciato dietro di sé… tutti i suoi cosiddetti equivalenti pre-moderni, facendoli apparire primitivi, dispendiosi ed inefficaci a paragone (…) Si eleva molto più in alto degli episodi di genocidio del passato, analogamente a come la fabbrica industriale moderna si eleva ben al di sopra del laboratorio artigianale…” (9)
L’ideologia leggittimatrice del genocidio è anch’essa di tipo moderno, pseudo-scientifica, biologica, antropometrica, eugenetica. L’utilizzo ossessivo delle formule pseudo-mediche è caratteristico del discorso antisemita dei leader nazisti, anche nelle loro conversazioni private. In uno scambio con Himmler, nel 1942, Adolf Hitler insisteva: “La battaglia in cui siamo impegnati oggi è dello stesso tipo della battaglia combattuta, nello scorso secolo, da Pasteur e da Koch. Quante malattie hanno origine dal virus giudeo… Potremo riconquistare la nostra salute soltanto eliminando l’Ebreo” (10)
Nel suo notevole saggio su Auschwitz (11), Enzo Traverso pone in evidenza, con parole sobrie, precise e lucide, la questione del genocidio. Non si tratta né di una “semplice resistenza irrazionale alla modernizzazione”, né di un residuo di barbarie arcaica, bensì di una manifestazione patologica della modernità, del volto nascosto, infernale, della civiltà occidentale, di una barbarie industriale, tecnologica, “razionale” (dal punto di vista strumentale). Così, tanto la motivazione decisiva del genocidio – la biologia razziale – che le sue forme di realizzazione – le camere a gas – sono perfettamente moderne. Se la razionalità strumentale non è sufficiente a spiegare Auschwitz, essa nondimeno ne costituisce la condizione necessarie e indispensabile. Nei campi di sterminio nazisti, si trova una combinazione di differenti istituzioni tipiche della modernità: la prigione descritta da Foucault, la fabbrica capitalista di cui parla Marx, la “organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor, l’amministrazione razionale/burocratica secondo Max Weber. 
Quest’ultimo ha avuto, come ha sottolineato Marcuse, l’intuizione del rovesciamento della ragione occidentale in forza distruttrice. La sua analisi della burocrazia come macchina “disumanizzata”, impersonale, senza né amore né passione, indifferente a tutto quello che non è il suo compito gerarchico, è essenziale per capire la logica dei campi di morte reificati. Ciò vale anche per la fabbrica capitalista, che era presente ad Auschwitz, sia nei laboratori della IG Farben che nelle camere a gas, luogo di produzione di morti “a catena”. Ma la “soluzione finale” è irriducibile a qualsiasi logica economica: la morte non è né una merce, né una fonte di profitto. 
Enzo Traverso critica, in maniera assai convincente, le interpretazioni – ispirate, a gradi diversi, dall’ideologia del progresso – del nazismo e del genocidio come prodotto della storia dell’irrazionalismo tedesco (Georges Lukacs), di una “uscita” della Germania dalla culla dell’Occidente (Jürgen Habermas) o di un movimento di “de-civilizzazione” (Entzivilisierung) ispirato da un’ideologia “pre-industriale” (Norbert Elias). Se il processo di civilizzazione significa, innanzitutto, la monopolizzazione statale della violenza – come mostrano, dopo Hobbes, sia Weber che Elias – bisogna riconoscere che la violenza dello Stato è all’origine di ogni genocidio del XX secolo. Auschwitz non rappresenta una “regressione” verso il passato, verso un’età primordiale, ma piuttosto uno deo possibili volti della civiltà industriale occidentale. Costituisce sia una rottura con l’eredità umanista ed universalista dell’Illuminismo, sia un esempio terrificante delle potenzialità negative e distruttrici della nostra civiltà. 
Se lo sterminio degli ebrei da parte del Terzo Reich è paragonabile ad altri atti barbari, rimane comunque un evento singolare. Bisogna respingere le interpretazioni che confondono le differenze fra Auschwitz ed i campi sovietici, o i massacri coloniali, i progrom, ecc. (12). Il crimine di guerra che ha più affinità con Auschwitz è – come hanno ben compreso sia Günther Anders che Dwight MacDonald – Hiroshima: in entrambi i casi, si ha a che fare con una macchina di morte formidabilmente moderna, tecnologica e “razionale”. Non di meno ci sono differenze fondamentali. 
In primo luogo, le autorità americane non hanno mai avuto come obiettivo – come lo avevano le autorità del Terzo Reich – di compiere un genocidio di tutta una popolazione: nel caso delle città giapponesi, il massacro non è stato, come nei campi nazisti, un fine in sé, ma un semplice “mezzo” in vista di un obiettivo politico. L’obiettivo della bomba atomica non era quello dello sterminio della popolazione giapponese, come fine autonomo. Si trattava piuttosto di accelerare la fine della guerra e dimostrare la supremazia militare americana nei confronti dell’Unione Sovietica. In un rapporto segreto al presidente Truman del maggio 1945, il Comitato Target – il Comitato dell’obiettivo, composto dai generali Groves, Norstadt e dal matematico Von Neumann – osserva freddamente: “La morte e la distruzione vogliono non solo intimidire i giapponesi sopravvissuti e a farli premere per la capitolazione, ma, in aggiunta (come bonus), spaventare l’Unione Sovietica. In breve, l’America potrebbe mettere più velocemente fine alla guerra e allo stesso tempo contribuire a modellare il mondo del dopoguerra” (13). Per raggiungere questi obiettivi politici, sono state utilizzate la scienza e la tecnologia più avanzate e molte centinaia di migliaia di civili innocenti, uomini, donne e bambini, sono stati massacrati – per non parlare della contaminazione da irradiazione nucleare delle generazioni future. 
Un’altra differenza con Auschwitz è, senza dubbio, il numero molto inferiore di vittime. Ma il confronto fra le due forme di barbarie burocratico-militare non è meno pertinente. Gli stessi dirigenti americani erano coscienti del parallelo con i crimini nazisti: in una conversazione con Truman, avvenuta il 6 giugno 1945, il segretario di Stato Stimson faceva mostra dei suoi sentimenti: “Gli ho detto che ero preoccupato per quest’aspetto della guerra… dal momento che non volevo affatto che gli USA guadagnassero la reputazione di aver superato Hitler in atrocità”(14)
Sotto molto aspetti, Hiroshima rappresenta un livello superiore di modernità, tanto in novità scientifica e tecnologica rappresentata dall’arma atomica, quanto per il carattere ancora più distante, impersonale, puramente “tecnico” dell’atto sterminatore: premere un bottone, aprire il portello che libera il carico nucleare. Nel contesto proprio ed asettico della morte atomica consegnata per via aerea, ci si è lasciato dietro alcune forme manifestamente arcaiche del Terzo Reich, quali le esplosioni di crudeltà, di sadismo e di furia omicida degli ufficiali delle SS. Questa modernità si ritrova nel summit americano che prende – dopo aver attentamente e “razionalmente” soppesato i pro ed i contro – la decisione di sterminare la popolazione di Hiroshima e di Nagasaki: un organigramma burocratico complesso formato da scienziati, generali, tecnici, funzionari e politici talmente grigi come Harry Truman, agli antipodi dell’accesso d’odio irrazionale di Adolf Hitler e dei suoi sgherri. 
Nel corso dei dibattiti che hanno preceduto la decisione di lanciare la bomba, alcuni ufficiali, come il generale Marshall, hanno espresso le loro riserva, nella misura in cui difendevano il vecchio codice militare, la concezione tradizionale della guerra, che rifiuta di ammettere che si massacrino intenzionalmente i civili. Tali ufficiali sono stati sconfitti da un nuovo punto di vista, più moderno, affascinato dalla novità scientifica e tecnica dell’arma atomica; un punto di vista che non sapeva che farsene di codici militari arcaici e che si interessava solo al calcolo dei profitti e delle perdite, cioè a dire, a dei criteri di efficacia politico-militare (15). Bisogna aggiungere che un certo numero di scienziati che aveva partecipato, per convinzioni antifasciste, al lavoro di preparazione dell’arma atomica, protestò contro l’utilizzo della loro scoperta contro la popolazione civile delle città giapponesi. 
Qualche parola sul Gulag staliniano: pur se ha molto in comune con Auschwitz – sistema concentrazionario, regime totalitario, milioni di vittime – non di meno se ne distingue per il fatto che l’obiettivo dei campi sovietici non è lo sterminio dei prigionieri ma il loro sfruttamento brutale in quanto forza lavoro schiavizzata. Detto in altri termini: si possono comparare Kolyma e Buchenwald, ma non il Gulag e Treblinka. Nessuna macabra contabilità – come quella prodotta da Stéphane Courtois e da altri anticomunisti di professione . può cancellare tale differenza. 
Il Gulag è stato una forma di barbarie moderna nella misura in cui è stato amministrato burocraticamente da uno Stato totalitario, e messo al servizio dei faraonici progetti staliniani di “modernizzazione” economica dell’URSS. Ma esso si caratterizza anche per dei tratti più “primitivi”: corruzione, inefficienza, arbitrarietà, “irrazionalità”. Per tale ragione, si situa ad un grado inferiore di modernità, rispetto al sistema concentrazionario del Terzo Reich (16)
Infine, la guerra americana in Vietnam – atroce per il numero di vittime civili sterminate dai bombardamenti, dal napalm o dalle esecuzioni collettive – costituisce, sotto molti aspetti, un intervento estremamente moderno: fondato su una pianificazione “razionale” – per mezzo dell’utilizzo di computer, e di un esercito di esperti – ha mobilitato un armamento assai sofisticato, all’avanguardia del progresso tecnologico degli anni 1960 e 70: B-52, napalm, erbicidi, bombe a frammentazione, ecc. (17).

Questa guerra non è stata un conflitto coloniale come le altre: basta ricordare che la quantità di bombe ed esplosivi scaricati sul Vietnam è stata superiore a quella utilizzata da tutti i belligeranti nel corso della seconda guerra mondiale! Come per Hiroshima, il massacro non è stato un fine in sé, ma un mezzo politico; e se il numero di morti è stato molto superiore a quello delle due città giapponesi, non si trova nella guerra del Vietnam questa perfezione della modernità tecnica ed impersonale, quest’astrazione scientifica della morte, che caratterizza la morte atomica(18)
La natura contraddittoria del “progresso” e della “civiltà” moderna si trova al cuore delle riflessioni della Scuola di Francoforte. Nella “Dialettica dell’Illuminismo” (1944), Adorno ed Horkheimer constatano la tendenza della razionalità strumentale a trasformarsi in follia omicida: la “luce di ghiaccio” della ragione calcolatrice “fa lievitare il seme della barbarie”. In una nota redatta nel 1945, per “Minima Moralia”, Adorno utilizza l’espressione “progresso regressivo” per cercare di spiegare la natura paradossale della civiltà moderna. 
Tuttavia, le sue stesse espressioni pagano ancora un tributo, malgrado tutto, alla filosofia del progresso. In realtà, Auschwitz ed Hiroshima non sono in niente una “regressione alla barbarie” – o una “regressione” tout court: non c’è niente, nel passato, che sia comparabile alla produzione industriale, scientifica, anonima, e razionalmente amministrata, della morte come avviene nel nostro tempo. Basta paragonare Auschwitz ed Hiroshima alle pratiche guerriere delle tribù barbare del IV secolo AD per rendersi conto che non hanno niente in comune: la differenza non è solamente di scala, ma di natura. Si possono paragonare le pratiche “più feroci” dei “selvaggi” – morte rituale dei prigionieri di guerra, cannibalismo, decapitazioni, ecc.  – con una camera a gas o con una bomba atomica? Sono dei fenomeni del tutto nuovi, che sono stati possibili solamente nel XX secolo. 
Le atrocità di massa tecnologicamente perfezionate e burocraticamente organizzate appartengono unicamente alla nostra civilizzazione industriale avanzata. Auschwitz ed Hiroshima non sono affatto delle “regressioni”: sono dei crimini irrimediabilmente ed esclusivamente moderni. 
Ma esiste un settore specifico della “barbarie civilizzata”, per cui si può parlare di regressione: si tratta della tortura. Come sottolinea ERic Hobsbawm nel suo ammirevole saggio del 1944, ‘Barbarism, A User’s Guide’: “A partire dal 1872, la tortura è stata formalmente eliminata dalle procedure giudiziarie dei paesi civili. In teoria, la tortura non è stata più tollerata nell’apparato coercitivo dello Stato. Il pregiudizio contro tale pratica era così forte che essa non ha potuto più tornare dopo la sconfitta della Rivoluzione francese che l’aveva, sicuramente, abolita. (…) Si potrebbe sospettare che negli angoli della barbarie tradizionale che resistono al progresso morale – per esempio le prigioni militari o altre istituzioni analoghe – non fosse per niente deperita…”. Ora, nel XX secolo, sotto il fascismo e lo stalinismo, nelle guerre coloniali – Algeria, Irlanda, ecc. – e nelle dittature latino-americane, la tortura è ancora impiegata, sul larga scala (19)
I metodi sono differenti – l’elettricità sostituisce il fuoco e le tenaglie – ma la tortura dei prigionieri politici è diventata, nel corso del XX secolo, una pratica di routine – sebbene non-ufficiale – dei regimi totalitari, dittatoriali, ed anche, in certi casi (le guerre coloniali) “democratici”. In questo caso, il termine “regressione” è pertinente, nella misura in cui la tortura veniva praticata in numerose società pre-moderne, ed anche in Europa, dal Medioevo fino al XVIII secolo. Un uso barbaro che il processo di civilizzazione sembrava aver soppresso nel corso del XIX secolo è ritornato nel XX secolo, sotto una forma più “moderna” – dal punto di vista delle tecniche – ma non meno inumana.

Conclusione: l’assunzione della barbarie moderna del XX secolo esige che si abbandoni l’ideologia del progresso lineare. Questo non significa che la civiltà, il progresso tecnico e scientifico, sia intrinsecamente portatore di un maleficio – e neppure il contrario. Semplicemente, la barbarie è una delle manifestazioni possibili della civiltà industriale/capitalista moderna – o della sua copia “socialista” burocratica. 
Non si tratta nemmeno di ridurre la storia del XX secolo ai suoi momenti barbari: questa storia ha conosciuto anche la speranza, il sollevamento degli oppressi, le solidarietà internazionali, le lotte rivoluzionarie, le rivolte democratiche: Messico 1914, Pietrogrado 1917, Budapest 1919, Barcellona 1936, Parigi 1944, Budapest 1956, L’Avana 1961, Parigi 1968, Lisbona 1974, Managua 1979, Gdansk 1980, Berlino 1989, Chapas 1994 sono stati alcuni dei momenti forti – pur se effimeri – di questa dimensione emancipatrice del secolo. Costituiscono dei punti di sostegno preziosi per la lotta delle generazioni future per una società umana e solidale.

Pubblicato su Critique communiste 2011

NOTE:
(1)
  – Norbert Elias, La dinamica dell’Occidente. Il riferimento al “combattente abissino” suona strano, nel momento in cui l’Etiopia combatteva per la sua libertà contro l’invasione coloniale del fascismo italiano, portatore di una pretesa missione “civilizzatrice”. 

(2)  – Norbert Elias, La civilisation des moeurs. 
(3)  – Karl Marx – Il Capitale, vol. I. 
(4)  – Karl Marx – Lavoro salariato (1847). 
(5)  – Rosa Luxemburg – La crisi della socialdemocrazia (1915). 
(6)  – Franz Kafka – Nella colonia penale (scritto fra il 5 ed il 18 ottobre 1914). 
(7)  – Walter Benjamin – Il surrealismo. L’ultima istantanea dell’intelligenza europea” (1929). 
(8)  – Ricordiamo che il grande trust chimico IG Farben non ha solo utilizzato massicciamente la mano d’opera schiavizzata ad Auschwitz, ma ha anche prodotto il gas Zyklon B che è servito a sterminare le vittime del sistema concentrazionario. 
(9)  – Zygmunt Bauman – Modernità e Olocausto. 
(10) – citato da Z. Bauman. Op. cit. 
(11) – Enzo Traverso – Auschwitz e gli intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra. 
(12) – Al riguardo, rimando all’eccellente “Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio” di Enzo Traverso. 
(13) – Citato, dopo che gli archivi storici sono stati aperti al pubblico, da Barton J. Bernstein in “The Atomic Bombings Reconsidered” (1995), pag.143 
(14) – Ivi, pag. 146 
(15) – Sulle riserve di Marshall, ivi pag, 143 
(16) – Come ha recentemente scritto Jorge Semprun – veterano di Buchenwald, poco sospetto di simpatie per il comunismo sovietico – “è forse l’arcaismo, l’insufficienza tecnica, che conferiva maggior umanità ai campi sovietici [in rapporto ai campi nazisti]”. J. Semprun – “La scrittura ravviva la memoria” (maggio 2000) 
(17) – “Nei fatti, è del tutto razionale, se la ragione significa razionalità strumentale, applicare la forza militare nordamericana, i B-52, il napalm e tutto il resto, al Vietnam sotto dominio comunista” – Joseph Weizenbaum, “Computer Power and Human Reason: From Judgement to Calculation”, 1976. 
(18) – Altre guerre coloniali hanno avuto luogo nel XX secolo – Indocina, Algeria, Africa coloniale portoghese, ecc. – ma nessuna ha raggiunto il grado di modernità di quella del Vietnam. A paragone, sembravano arcaiche, primitive. 
(19) – E. Hobsbawm – Barbarism, A User’s Guide – 1997 – pag. 259-263

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