SPAGNA, UN FUTURO INCERTO

di Josep Maria Antentas*
 E alla fine giunse il 20 dicembre. L’appuntamento con le urne, nel quale si è condensata la crisi politica apertasi con lo scoppio del movimento del 15M e che è sfociata con un crisi in piena regola del regime nato nel 1978.

La contesa elettorale ha rappresentato la fine di un ciclo più lungo.Termina dunque il primo tempo del dilatato e tortuoso finale della transizione postfranchista. Ma ciò che verrà dopo è ancora in discussione. Continuità, auto-riforma e rottura sono tre orizzonti in tensione tra loro, senza che nessuno sia riuscito finora a prevalere.

Durante le accampate di piazza e le occupazioni nel maggio 2011, la domanda più frequente tra i giornalisti e gli attivisti era: quale sarà l’effetto del 15M sulle elezioni municipali del 22 maggio? E la risposta chiara era: nessuno o quasi nullo. Il trasferimento dei terremoti sociali sul piano elettorale non è meccanico, né immediato o lineare. Molto spesso richiede tempo ed assume forme distorte e solitamente contraddittorie. L’effetto elettorale delle mobilitazioni però è lì, provvisoriamente cristallizzato nei risultati delle elezioni del 20 dicembre, senza tuttavia aver assunto una fisionomia definita. La volatilità dei risultati elettorali è propria dei momenti di crisi della politica e dell’egemonia dove le vecchie legittimazioni e lealtà politiche si dissolvono per lasciar spazio a nuove che ancora però non riescono a stabilizzarsi, lasciando spazio ad una transizione liquida, dal risultato incerto.
Il risultato del 20 dicembre disegna un bipartitismo colpito e quasi affondato. E’ mancato un 1,5% di voti perché Podemos superasse il PSOE e facesse così esplodere definitivamente il sistema tradizionale dei partiti, che ancora si avvale di una legge elettorale che falsa i risultati a suo favore. I grandi partiti arrivano insieme al 50,73% dei voti: 28,72% il Partito Popolare e il 22,01% i socialisti. Nel 2011 il PP ed il PSOE raggiunsero il 73% (44,6% PP, 28,76% PSOE), mentre nel 2008 sommavano l’83,81% (39,94% PP, 43,87% PSOE). In voti ciò si traduce in 12.746.223 preferenze tra entrambi (7.215.530 il PP e 5.530.693 il PSOE), contro i 17.870.077 del 2011, cioè 5.123.854 voti in meno. Non è un affondamento definitivo, ma l’alternanza tra PP e PSOE è arrivata alla fine, essendosi ridotta la base elettorale ed essendo ora impossibile la forma di governabilità tradizionale secondo la quale i vincitori, tra socialisti o popolari, guidavano il governo e gli altri guidavano in maniera confortante l’opposizione, attendendo il proprio turno per la successiva legislatura. L’alternanza è finita, ma ancora non è chiaro cosa le succederà, né se il nuovo sistema sarà capace di condizionare il futuro e di pilotare una “transizione ordinata”.

Instabilità
La geometria politica che deriva da queste elezioni è segnata dall’instabilità. Sembrano plausibili diverse opzioni e tutte quante accentuerebbero la crisi del PP e del PSOE. La prima sarebbe la formazione da parte del PP di un governo di minoranza, in una situazione parlamentare precaria (forse con un altro candidato diverso da Rajoy?) e con l’astensione di PSOE e Ciudadanos. E’ l’opzione privilegiata da questi ultimi, che sarebbero i più danneggiati dall’ipotesi di nuove elezioni. Questo però aprirebbe la strada ad un governo debole, che potrebbe portare avanti le sue politiche solo con l’appoggio di un PSOE che si trasformerebbe dunque in complice del PP. Senza dubbio un regalo per Podemos.
La seconda possibilità sarebbe quella di un governo del PSOE con l’appoggio esterno di Podemos, Izquierda Unida e le forze nazionaliste catalana e basca. Ma sembra un’ipotesi improbabile poiché implicherebbe che Pedro Sanchez (segretario PSOE n.d.t.) assumesse una serie di impegni che per lui sono inaccettabili: referendum catalano per l’indipendenza, riforma elettorale e un piano di riforme sociali strutturali. Impossibile. Il che evidenzia ancora di più ciò che in realtà è il partito socialista.
La terza opzione è semplicemente quella di “una grande coalizione” (magari guidata da un “tecnico” indipendente?), imposta dalla Troika e dal potere finanziario. In termini di ragion di Stato sarebbe la soluzione più adeguata e consentirebbe di aver un governo relativamente stabile per intraprendere un nuovo ciclo di riforme economiche e disegnare l’auto-riforma politica necessaria. Ma una “grande coalizione” (che di grande in realtà avrebbe solo il nome, visto che tra i due partititi si arriverebbe solo al 50% dei voti) sarebbe un siluro mortale per entrambi e in particolare per i socialisti, ai quali altro non rimarrebbe che sperare in una crescita economica sostenuta per quattro anni, che poi gli consentisse di arrivare vivi alle elezioni del 2019. Simbolicamente sarebbe percepita come un accordo tra il vecchio sistema contro il nuovo, spingerebbe la base sociale del PSOE verso Podemos e darebbe l’ossigeno necessario a Ciudadanos. Il far apparire la grande coalizione come qualcosa di imposto dalle istanze europee, costituirebbe inoltre una stoccata simbolica alla narrazione sull’uscita dalla crisi e la normalizzazione della situazione che il PP ha cercato di vendere nel corso dell’ultimo anno. Alla fine della “grande coalizione” potrebbe arrivare il momento di Podemos.
Vi è infine una quarta e ultima possibilità: la convocazione di nuove elezioni. Ciudadanos sarebbe la formazione più danneggiata. Su questo non vi è dubbio. Il PP affronterebbe il voto forte di essere la prima forza politica e con l’obbiettivo di catalizzare il voto conservatore. Ma una nuovo appuntamento elettorale è un’operazione ad alto rischio, data la competizione tra PSOE e Podemos. I socialisti riuscirebbero ad accreditarsi come unica alternativa al PP e raccogliere quindi il voto utile degli elettori di Podemos? Non pare così scontato e tutto sembra indicare di no. Uscito di poco vincitore il 20 dicembre, difficilmente il PSOE resisterebbe ad un secondo assalto di Podemos che potrebbe accreditarsi come alternativa credibile. I popolari potrebbero cercare di affondare i socialisti (e Ciudadanos) pensando che un’avanzata di Podemos non sarebbe comunque sufficiente a permettere ad Iglesias di arrivare alla Moncloa (il palazzo del Governo n.d.t.) e facendo ciò collocarsi come unico partito di governo? Ciò significherebbe giocare col fuoco ed essere degli apprendisti stregoni elettorali. Non crediamo che questo tipo di gioco, dove il calcolo partitico a breve termine prevale rispetto alla ragion di Stato, piacerebbe molto alle autorità europee ed al potere finanziario.
Ma la politica dei partiti non è un semplice riflesso meccanico degli interessi economici, segue una propria logica, che può aprire la porta a situazioni rischiose, errori di calcolo, risultati inevitabili e trame imprevedibili per chi sta in alto. Speriamo che sia questo il caso.
Qualunque sia lo scenario, una cosa è chiara. Se Podemos ed i suoi alleati mantengono l’impegno di una proposta di “rottura costituente” e tracciano una linea rossa invalicabile di non collaborazione con la continuità o con i tentativi di auto-riforma del regime attuale, il secondo assalto potrà essere quello della verità. Quello che c’è da fare ora è creare le migliori condizioni perché ciò si verifichi. Questo significa tapparsi le orecchie di fronte al canto delle sirene della responsabilità di Stato e delle proposte di auto-riforma del sistema che lasciano tutto uguale a prima, per affermarsi come l’alternativa costituente. Un’alternativa costituente che è già inequivocabilmente plurale e plurinazionale.

La remuntada delle confluenze
Il 20,6% e i 69 deputati che Podemos ha ottenuto, oltre alle confluenze catalane (En Comú Podem), galiziane (En Marea) e l’alleanza elettorale nel País Valencià (Compromís-Podem) costituiscono oggettivamente un risultato senza precedenti, per quanto alla fine non siano riuscite nella mossa decisiva di superare un PSOE che è arrivato senza fiato alla meta.
Dopo un lungo periodo di calo nei sondaggi iniziato nel gennaio 2015, dopo aver constatato nelle elezioni andaluse del 22 marzo e nelle regionali del 24 maggio che Podemos era, ovunque, sotto le percentuali del PSOE e dopo l’affondamento catastrofico nelle elezioni catalane del 27 settembre, Podemos è arrivato alle elezioni del 20 dicembre fiaccato.
La perdita di impulso registrato dall’estate fino a novembre è stata aggravata dalla scelta della direzione di Podemos di affrontare le elezioni con una politica conservatrice e di non spingere per un modello di alleanze simile a quello che aveva trionfato nelle elezioni municipali. A seguito del fiasco nelle elezioni catalane, le confluenze sono rimaste limitate alla Catalogna e alla Galizia, regioni entrambe difficili per Podemos, e completate da un accordo elettorale nel País Valencià con Compromís-Podem. Nel resto dello Stato la scelta è stata quella di liste di Podemos, aperte a candidature indipendenti.
Ciò nonostante vi è stata un rimonta spettacolare che ha portato Podemos a ridosso del PSOE. C’era bisogno di uno stimolo e le confluenze elettorali l’hanno propiziato. Il recupero ha avuto una dinamica tripla: dalla periferia è arrivato l’aiuto di En Comu Podem e En Marea, ha portato l’impronta delle confluenze e del pluralismo ed ha evocato lo spirito del 15M, soprattutto con l’intervento di Ada Colau (sindaca di Barcellona n.d.t.) nella campagna elettorale. 
A prescindere dalle ambiguità programmatiche, il tono della campagna di Iglesias è stato chiaro… tanto da apparire come bandiera di un blocco plurale e plurinazionale. Il risultato in termini di voti balza agli occhi.
Senza il meccanismo delle confluenze e senza le buone abilità comunicative di Pablo Iglesias nei momenti decisivi, non ci sarebbe stata nessuna remuntada. Se Podemos, all’inizio, è stato un progetto il cui nucleo centrale era a Madrid, il suo successo alla fine è arrivato nel momento in cui è stato possibile articolare alleanze regionali con le forze autonomiste. La doppia confluenza in Catalogna e Galizia ha segnato la svolta decisiva. Un trionfo la cui plurinazionalità è rafforzata dalla vittoria di Podemos nei Paesi Baschi (25,97%) e dal secondo piazzamento nelle Isole Baleari (23,05%).
La rimonta, per quanto impressionante, sfortunatamente non è stata sufficiente per assestare un colpo definitivo al PSOE, che ha resistito al primo “assalto”, ma al costo di rimanere senza energia per affrontare il secondo in arrivo. Ma soprattutto la rincorsa è iniziata da una posizione di tale svantaggio, che non è stato possibile in nessun momento vedere in Podemos una minaccia reale per la vittoria del PP.
Cos’è mancato? Proprio il fatto di non aver esteso e generalizzato il modello delle confluenze in tutto lo Stato. Anche se non è possibile ragionare in modo meccanico, se si somma al 20,6% di Podemos il 3,6% di Izquierda Unida – Unidad Popular e si aggiunge il fattore dinamico delle confluenze e l’effetto di mobilitazione che avrebbe avuto il sorpasso del PSOE nei sondaggi, proprio mentre i socialisti erano in piena campagna elettorale nel tentativo di avvicinarsi al PP, è logico supporre che una candidatura confluente come En Comu Podem o En Marea estesa a tutto lo Stato e che includesse Podemos e IU, che fosse vincolata in modo organico a quelle amministrazioni comunali dove si sono affermate liste di cambiamento e che annoverasse le candidature di attivisti e di personalità del mondo della cultura, avrebbe raggiunto un risultato ancora migliore.
Quanto ottenuto il 20 dicembre è un risultato estremamente rilevante, che se ben gestito può costituire la base per il passaggio successivo: affermare, di fronte alla rottura del sistema convenzionale dei partiti, un’alternativa popolare che si proponga come maggioranza alternativa. Un passaggio che potrebbe arrivare molto presto in caso di nuove elezioni.

Un’arancia meccanica mal oliata
Con il 13,93% di preferenze (3.500.446 voti) e 40 deputati eletti, Ciudadanos non ha raggiunto il risultato sperato e sognato dopo le elezioni catalane di settembre. Dopo aver toccato l’apice tra ottobre e i primi giorni di dicembre, il castello di carta di Rivera non ha potuto resistere alla sovraesposizione e alla prova di forza richiesta dalla campagna elettorale. Tra gli autogol peggiori, che hanno avuto l’unico effetto di evidenziare il tono conservatore di Ciudadanos, è da registrare la proposta arancione di togliere l’aggravante per i delitti relativi alla violenza di genere.
Nel momento della verità, gli ingranaggi dell’arancia meccanica della “rigenerazione” si sono mostrati del tutto inconsistenti. Sono bastati quindici giorni di campagna elettorale per svelare l’impalpabilità del progetto di Ciudadanos, le sue promesse superficiali, i suoi limiti organizzativi (rispecchiati dalla frettolosa scelta dei candidati dal profilo e dalle qualità al quanto dubbie) e la sua limitata capacità di mobilitazione militante. Ciò nonostante, il potere finanziario è riuscito a collocare nel panorama politico una nuova formazione in grado di canalizzare il desiderio di cambiamento verso rivendicazioni insulse e favorevoli al capitale. Ma non è bastato per bloccare Podemos.
Del resto la campagna elettorale ha evidenziato chiaramente le grandi differenze tra Podemos e Ciudadanos. Sebbene entrambi debbano gran parte del loro successo alla presenza nei mass media, Podemos è un progetto che ha dato vita ad una dinamica di autorganizzazione dal basso e attrae una base militante reale, mentre Ciudadanos rappresenta un progetto totalmente televisivo, costruito dall’alto, con una capacità militante alquanto ridotta. Le iniziative elettorali, di massa quelle di Podemos, striminzite quelle di Ciudadanos, non lasciano alcun dubbio. Tutta la forza comunicativa esibita dagli arancioni è proporzionale all’inconsistenza della loro base e alla mancanza di radicamento. Mentre Podemos è un progetto con una base popolare e attiva, che articola la sua strategia sulla comunicazione politica, Ciudadanos è un progetto di marketing costruito dall’alto (il che non vuol dire che non esprima il sentimento e la coscienza politica di una parte della società spoliticizzata, impregnata di valori neoliberisti e di discorsi su meritocrazia e successo individuale).
Curiosamente, però, il punto debole della campagna di Podemos è stata la rinuncia a cercare il corpo a corpo con Ciudadanos, fenomeno imprevisto nella sua dimensione strategica di partito populista e trasversale, davanti al quale la formazione di Iglesias oscilla tra la critica puntuale e ficcante ed il riconoscimento ambiguo di una funzione positiva sul piano della rigenerazione democratica. Ciò si pone in contrasto con l’atteggiamento di En Comu Podem, che ha fatto dello scontro con Ciudadanos (vecchie conoscenze della politica catalana), uno degli assi portanti della propria campagna elettorale. Siamo davanti ad una questione dirimente, dal cui esito non solo dipende per chi vota una parte consistente della classe media e della classe lavoratrice, ma anche, in senso più generale, di come si orienta di fronte alla crisi economica, politica e sociale. Se la promozione dell’arancia meccanica di Rivera è stata una delle strategie dell’establishment per convogliare la crisi politica verso lidi più sicuri per i suoi interessi, decostruirla è uno dei compiti che le elezioni del 20 dicembre assegnano a Podemos, affinché la breccia apertasi con il voto, possa portare al definitivo affossamento di Ciudadanos.

Futuro incerto
Le elezioni segnano la fine del primo tempo, che è terminato senza una maggioranza di rottura costituente e senza la stabilizzazione della situazione da parte delle classi dominanti. Inizia ora un secondo periodo, segnato da una grave erosione del sistema tradizionale dei partiti e dal consolidamento di un’alternativa di cambiamento costituita da Podemos e dalle confluenze che avanzano la loro candidatura ad essere nuova maggioranza, oltre e al posto di Ciudadanos che, a prescindere dalla sua affermazione non è riuscito a far sparire la vera alternativa.
Una doppia sfida si presenta ora per le forze politiche che sostengono la rottura costituente. Primo, rafforzare le confluenze e articolarsi in un blocco maggioritario, di alternativa politica ed elettorale credibile. Secondo, ricollegare le aspettative di cambiamento politico elettorale alla necessità della mobilitazione sociale. Se nel marasma post 20 dicembre le forze conservatrici e i loro sostituti riusciranno a formare un governo, prima o poi arriveranno nuove misure neoliberiste, che se non incontreranno una nuova ondata di “mareas” (le mobilitazioni sociali che in questi anni hanno caratterizzato in particolare il settore sanitario, dell’istruzione, della lotta per la casa, dei disoccupati n.d.t.), avranno un effetto devastante.
La sfida è che la prospettiva di cambiamento politico elettorale e la lotta sociale si rafforzino reciprocamente e che la mobilitazione non evapori di fronte alla prospettiva elettorale, come è successo negli ultimi due anni, dato che ciò, alla fine, implicherebbe lo spegnersi della speranza di cambiamento politico o il suo progressivo snaturamento. 
Podemos e le confluenze, al contrario, devono incoraggiare a lanciarsi nella lotta ed offrire appoggio. Le mobilitazioni sociali, nella loro indipendenza, devono esprimere il più altro grado possibile di sfida. Tutto ciò riconduce ad una vecchia e nota questione: pensare il significato di vincere, in tutta la sua profondità, accompagnato virtuosamente dal trinomio autorganizzazione, mobilitazione, lavoro elettorale/istituzionale.

24/12/2015

*Professore di Sociologia dell’Università Autonoma di Barcellona, autore di “Pianeta indignato“. Fonte articolo: http://www.vientosur.info/spip.php?article10796
Traduzione di Marco Pettenella

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