EMERGENZA: SE ABBIAMO CAPITO BENE…

di Cinzia Nachira.

In Europa siamo tornati a sperimentare gli stati di emergenza, in alcuni casi proclamati, in altri applicati e non dichiarati. Tutto questo, ci viene spiegato, in nome della “nostra sicurezza”. Sicuramente, gli attentati perpetrati a Parigi il 13 novembre scorso, che hanno avuto come obiettivi i luoghi simbolo del divertimento: lo stadio di Francia, il teatro Bataclan, diversi bar e bistrots hanno evidenziato un salto di qualità, e anche di quantità di vittime colpite, rispetto agli episodi precedenti del 7 e l’8 gennaio con il massacro nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, il sequestro all’interno dell’ Hyper Kasher con l’uccisione di quattro ostaggi e l’assassinio a freddo di alcuni poliziotti.

Al momento degli attacchi del gennaio scorso la Francia reagì cercando l’unità nazionale intorno al tema della “laicità” e della libertà di espressione, contro l’oscurantismo religioso. Alla grande manifestazione del 15 gennaio 2015, nessuno ha mai saputo quante persone effettivamente parteciparono tant’è che lo stesso Charlie Hebdo al suo ritorno in edicola pubblicò una striscia che recitava: “tre milioni in piazza secondo gli organizzatori; tre milioni in piazza secondo la polizia: trova l’errore”. Anche in quel momento il cordoglio nazionale fu altissimo e veniva sottolineato con insistenza il fatto che molte delle vittime fossero anch’esse francesi di seconda generazione e musulmane. L’impiegato maliano, come l’autore del sequestro e degli assassinii all’interno del supermercato ebraico, che riuscì a far fuggire molti sequestrati ha ottenuto grazie al suo gesto la cittadinanza francese che attendeva da tempo e che più volte gli era stata rifiutata. Anche all’epoca la sottolineatura delle origini maghrebine e africane dell’ “eroe” e di alcune vittime servì per far emergere “i musulmani buoni” che la Francia era disposta ad accettare: quelli che a costo della vita difendevano il Paese.

Anche quegli episodi furono utilizzati dal governo francese, come da tutti i governi europei, per dare l’impressione di un’unità incrollabile di fronte a coloro che minacciavano “i nostri valori e il nostro modo di vivere”. Ma allo stesso tempo il fatto che il giornale satirico fosse stato attaccato per le sue sortite blasfeme che ridicolizzavano l’Islam e non solo, in un certo senso rese la reazione ambivalente. Come se la questione si riducesse, per un verso, ad un messaggio ambiguo: difendiamo le nostre libertà, compresa quella di satira, ma in fondo se la sono cercata. Ma per un altro verso, il fatto che gli obiettivi colpiti in gennaio fossero “precisi” favorì la reazione e la mobilitazione. Nonostante la ferocia di quegli attacchi e le disfunzioni evidenti dei vari servizi di “intelligence” degli apparati di controllo francesi, il Paese tornò in breve tempo ad una situazione di “normalità”. Pochissimi si interrogarono seriamente sul significato profondo di quegli episodi e sui problemi che facevano emergere: il fallimento delle sedicenti politiche di integrazione degli ultimi decenni.

Il ritorno alla normalità, evidentemente, significava che il centro della Ville Lumière tornava alle sue tranquille abitudini, mentre le periferie, da cui provenivano i quattro attentatori, tornavano alla “normale disperazione”, al “normale” apartheid, alla “normale” disoccupazione. In una parola alla normale esclusione. Dieci mesi dopo non si è saputo cogliere l’occasione per rimettere in discussione le politiche che hanno prodotto la disperazione, l’apartheid e l’esclusione. Il 5 gennaio 2015 tutti i reportages giornalistici o le lunghissime dirette da place de la République erano un continuo insistere sul fatto che i musulmani di Francia, e per estensione d’Europa, giuravano “eterna fedeltà” a noi “bianchi” che facevamo loro il favore di accettarli. A nessun giornalista venne la curiosità, nelle ore della manifestazione, di farsi un giro per le periferie per vedere l’impatto che su altre fasce di popolazione francese poteva avere quella vicenda. Eppure, nel 2005 i giovani delle banlieues furono protagonisti di una delle più grandi rivolte urbane, da cui emergevano contemporaneamente e violentemente tutte le contraddizioni che vivevano.

Dieci anni dopo nessuno si è voluto porre una domanda: quale relazione esiste tra le speranze frustrate dalle promesse non mantenute dopo quelle rivolte e l’attrazione che sui giovani francesi di seconda generazione ha il Califfato? Nessuno degli attentatori del gennaio scorso, era un integralista islamico fino a pochi anni fa. I fratelli Kouachi (gli autori della strage nella redazione di Charlie Hebdo), Coulibaly (autore del sequestro dell’ Hyper Kasher), spesso sono stati ritratti in foto che nulla hanno di religioso, anzi il contrario. Le stesse caratteristiche accomunano gli attentatori del 13 novembre: i due fratelli Salah e Brahim Abdeslam erano proprietari di un bar a Molenbeek, sobborgo di Bruxelles dove il 40% dei residenti è di origine immigrata, chiuso per spaccio di droga e dove si vendevano alcolici. La presunta mente degli attacchi di Parigi, Abdelhamid Abaaoud anch’egli nato e cresciuto a Molenbeek, proveniva da una famiglia immigrata dal Marocco senza particolari problemi economici ed aveva studiato in una scuola di Uccle, un sobborgo elegante di Bruxelles. Il padre di Abdelhamid Abaaoud, Omar, qualche mese fa aveva dichiarato: «Avevamo una vita fantastica. Abdelhamid non era un ragazzo difficile. Le nostre vite sono distrutte. Ma perché vuole uccidere dei belgi innocenti? Noi dobbiamo tutto a questo paese». La cugina di Abdelhamid, Hasna, uccisa dall’esplosione nell’appartamento di Saint Denis durante un raid delle forze di polizia francesi, era un’imprenditrice di successo, poi travolta nella sua attività dalla crisi economica. Questi brevi ritratti degli attentatori dovrebbero aiutarci a comprendere che questi giovani hanno percorso, per così dire, la strada al contrario: dall’integrazione al radicalismo. A giudicare dalle notizie che su questi giovani sono state fornite dai conoscenti e dagli stessi parenti, sembra di assistere ad un fenomeno di rifiuto non tanto dell’integrazione quanto dell’assimilazione, che annulla le proprie origini culturali, religiose e politiche. In altri termini, rispetto alle generazioni che arrivarono in Europa dai Paesi colonizzati dalla Francia, negli anni sessanta del secolo scorso quando il processo di decolonizzazione giungeva alla fine, quelle successive – nate in Europa – hanno avviato una sorta di recupero identitario delle proprie origini, che con il tempo si è trasformato in un ripiegamento e nel rifiuto dell’ambiente in cui sono cresciute. Le generazioni precedenti arrivarono in Europa legalmente e pur scontrandosi con diffidenze diffuse e difficoltà spesso enormi, hanno potuto realizzare almeno una parte dei loro sogni, non tutte le loro aspettative sono state frustrate e deluse. Inoltre, e non è un dettaglio ma un elemento fondamentale, le generazioni che hanno fatto la lotta di liberazione nei loro Paesi negli anni sessanta e settanta del ‘900 si identificavano in molti valori occidentali, malgrado che questi fossero usati dall’occupante per giustificare l’occupazione di molti Paesi e avevano non poco influenzato la generazione che si sollevò contro il colonialismo. Inoltre, le generazioni protagoniste dell’ondata delle lotte di liberazione nei Paesi sotto il giogo dell’occupante incrociavano il loro destino con quelle che in Europa e negli Stati Uniti, come nei Paesi dell’Est europeo, si sollevavano in una rivolta generazionale e politica tale da determinare dei cambiamenti duraturi, ma non eterni e soprattutto non esenti dal rischio di essere rimessi in discussione.

Oggi la situazione è molto diversa, ben più arretrata. Da molto tempo ormai quel senso di “destino comune” è andato perso, soprattutto dopo la sconfitta del movimento contro la guerra che nacque all’indomani dell’11 settembre 2001. Questo è stato un fenomeno determinato da diversi fattori, che come risultato finale ha prodotto una crisi fortissima di direzione politica dei movimenti in Occidente. Questo elemento si è rivelato fondamentale quando nel 2011 sono scoppiate le rivolte arabe, di fronte alle quali la sinistra europea è rimasta sostanzialmente disorientata. Questo disorientamento ha determinato l’incomprensione profonda dell’elemento comune e profondo delle rivolte contro i regimi dispotici arabi. Da qui le incomprensioni profonde delle diverse fasi attraversate dalle rivolte arabe e del fatto che la reazione brutale in particolare del regime libico e siriano, in assenza di una direzione politica alternativa all’integralismo islamico declinato in vari modi e intensità, non poteva che favorire la sua ascesa fino alla proclamazione del Califfato, come progetto politico-religioso di fatto indipendente dalla lotta contro le dittature e anche autonomo rispetto ai suoi stessi sostenitori regionali. Tutto questo ha fatto da sfondo anche alla degenerazione del contesto europeo, che è venuta alla luce in tutta la sua ampiezza dopo le stragi di Parigi. L’eurocentrismo sfrenato dettato dalle classi dirigenti nei diversi Paesi europei non ha trovato un reale contrappeso, ma invece una sostanziale accettazione dell’assioma di fondo, che identifica l’integralismo islamico come effettivo collante politico nei Paesi arabi e anche tra gli europei di religione musulmana. In questo senso, non sorprende la proliferazione di teorie naif e senza alcun fondamento che pretendono di accostare fenomeni storici e politici molto diversi tra loro, la cui associazione ha un certo fascino a sinistra, confondendo in una amalgama indistinta tutto il resto del mondo. Un razzismo appena a volte velato da un pietismo buonista, ma che dopo le stragi parigine che rappresentano una manna piovuta dal cielo che in definitiva rafforza le classi dirigenti europee, fallimentari da moltissimi punti di vista. Ci riferiamo alle teorie semplicistiche più in voga del “il nemico del mio nemico è mio amico”, per cui oggi Bashar al Assad sarebbe il “male minore” rispetto all’estremismo sanguinario del Califfato, che amministrando loro malgrado circa otto milioni di iracheni e siriani, viene definito con la formula dell’ “islamo-fascismo” che non solo non spiega nulla, ma è per di più di una stupidità sconcertante. Quest’ultima trovata sloganistica ha per i suoi seguaci diversi vantaggi apparenti. Il principale tra questi è il non doversi porre domande su cosa sia realmente l’oggetto della formula. Questa identificazione è un cedimento all’eurocentrismo in voga che vuole vedere nel fascismo europeo e nel nazismo ciò che di peggio è avvenuto nella storia dell’umanità. Purtroppo, invece così non è. Questa formulazione è il classico errore che porta a vedere il fascismo in qualunque cosa non ci piaccia, sottovalutando fenomeni altrettanto pericolosi.

L’accostamento dell’integralismo islamico al fascismo è la dimostrazione di quanto poco si conosca quel fenomeno e le cause che ne hanno favorito l’ascesa. Sottolineiamo a scanso di equivoci che rifiutare la formula dell’ islamo-fascismo non significa avere alcuna simpatia per l’integralismo islamico. Individuare le cause del successo dell’integralismo è fondamentale per comprendere di cosa parliamo ed anche per trovare i mezzi più efficaci per combatterlo. Non è qui possibile fare un’analisi molto approfondita, ma in sintesi è chiaro che l’integralismo islamico ha colmato un vuoto politico che si era creato dopo la sconfitta negli anni settanta del secolo scorso, con la complicità dell’Occidente, delle correnti politiche arabe che si rifacevano all’area progressista e di sinistra. Osserviamo inoltre che spesso oggi molti di coloro che invocano la lotta all’ “islamo-fascismo” sono gli stessi che non tanto tempo fa vedevano nei movimenti armati sunniti in Iraq (dopo il 2003), o in Hamas in Palestina degli interlocutori possibili. La stessa cosa si può dire delle valutazioni sull’Iran degli Ayatollah. Ovviamente, queste considerazioni per un verso avevano un fondamento nel senso che non è possibile definire tutte le organizzazioni integraliste islamiche identiche a ciò che oggi rappresenta Daesh, ma ciò è giusto solo nel momento in cui questa differenziazione è stata fatta per comprendere le dinamiche in atto nel mondo arabo e non per fare di questi gruppi dei possibili “amici” di una stessa battaglia. Quando ciò è accaduto è stato perché questa attitudine rappresentava una scorciatoia rispetto alle sconfitte subite dai diversi movimenti di opposizione sociale e politica in Occidente.

Peraltro, l’integralismo islamico di matrice sunnita nella fase cruciale degli anni ’70 e ’80 del XX secolo si è dimostrato un grande alleato dell’Occidente, per poi successivamente trasformarsi in un boomerang, come mostra la storia di Al Qaida e del suo leader  Bin Laden. L’aver abbandonato a se stesse le rivolte arabe del 2011, soprattutto in Libia, Siria e Yemen ha consentito a Daesh di consolidarsi  e trasformarsi in un progetto statuale con ambizioni territoriali enormi e politicamente totalitario. Non è un caso se questo progetto ha iniziato a realizzarsi nel Paese più debole, già frammentato ben prima del 2014: l’Iraq. Le vittorie militari che hanno consentito a Daesh di prendere il controllo di vaste aree della Siria e dell’Iraq hanno fatto sì che anche nei Paesi del Nord Africa e dell’Africa sub-sahariana, in cui da tempo vi erano guerriglie fondamentaliste islamiche (dal Mali, alla Nigeria, al Kenya e alla Libia), vari gruppi armati e molto aggressivi facessero atto di “alleanza con il Califfato”. In questo modo Mosul e Raqqa sono diventate in qualche modo il centro da cui si irradiava un progetto politico preciso.

L’impotenza dei fabbricanti di terrore

Le stragi di Parigi sono state utilizzate cinicamente dai governanti occidentali soprattutto per nascondere la loro incapacità politica in campo internazionale. In questo favorite sia dall’assenza di una reazione alle loro scelte, sia da un’evidente campagna di stampa di intossicazione dell’opinione pubblica che dura ormai da almeno due anni. Sicuramente, questa campagna di stampa, che in alcune fasi non ha visto nessuna dissonanza, non è solo frutto di pressioni deliberate sugli organi di stampa (dalle TV, ai giornali fino ai cosiddetti “social-media”). Coloro che hanno avuto la sventura di seguire “in diretta TV” gli attacchi a Parigi hanno potuto rendersi conto di quanto approssimative e ripetitive erano le informazioni che venivano date al pubblico: per lunghe ore non è stato per niente chiaro né il numero delle vittime, né quanti luoghi fossero stati presi di mira, tantomeno si poteva capire quanti terroristi erano in azione. La ripetizione ossessiva di numeri falsi e delle stesse immagini, erano evidentemente funzionali a seminare il panico. Sentirsi insicuri anche sul divano di casa propria mentre scorrevano le riprese a telecamera fissa, in cui prevaleva l’oscurità, era un passo breve. A tutto questo hanno dato un enorme contributo immagini con i telefonini riprese da persone che per puro caso erano sui luoghi degli attentati o poco lontane. Da quella mole di immagini ne sono state successivamente estrapolate alcune che sono state trasformate in “simboli visivi”. Solo dal giorno dopo, soprattutto dopo che era stata verificata la veridicità della rivendicazione da parte di Daesh (con l’aggiunta – priva di una qualche conferma – della notizia che Al Baghdadi in persona avesse dato l’ordine del massacro), soprattutto via web ha iniziato a circolare una protesta per il fatto che non ci si poteva commuovere solo per le vittime francesi. Il giorno prima, il 12 novembre, a Beirut, in un sobborgo sciita della città – roccaforte di Hezbollah – era stato compiuto un attentato suicida (anch’esso rivendicato da Daesh) che aveva provocato 43 vittime civili, passato quasi sotto silenzio sui media occidentali e non solo perché erano sopravvenuti gli attacchi a Parigi. Ancora prima, il 31 ottobre quando un aereo russo era stato fatto esplodere in volo uccidendo 224 turisti russi con l’equipaggio, più che l’emozione per le vittime di quella strage era prevalsa la considerazione più o meno esplicita che la Russia poteva in qualche modo aspettarselo visto il suo intervento diretto in Siria. Un analogo ragionamento era stato fatto passare anche per l’attentato di Beirut, con l’aggravante che per il Libano e i Paesi del Vicino Oriente abbiamo la cattiva abitudine di pensare che per quelle popolazioni convivere con le guerre civili e le stragi sia quasi la norma.  Invece, tutte quelle vittime erano innocenti esattamente come i giovani massacrati al teatro Bataclan, allo stadio di Francia o seduti ai tavolini dei bistrots. Ma ancora una volta le vittime francesi erano servite ad accorgersi delle altre. Subito dopo l’attentato all’aereo russo o quello di Beirut non era emersa nessuna identificazione con quelle vittime. Inoltre, va segnalato un altro elemento non di poca importanza: i cosiddetti “social-media”, nei giorni immediatamente successivi alle stragi del 13 novembre, sono stati inondati dalle immagini della strage di Garissa in Kenya, dove il 2 aprile 2015, 148 persone, tra studenti e insegnanti, furono massacrate dagli al Shabab somali, senza che fosse specificato che si trattava di un episodio precedente. Si voleva dare la sensazione che tutto il mondo fosse colpito a tutte le latitudini. I tentativi di precisazione erano impossibili. Ma da questo era possibile porsi una domanda: tutti coloro che il 15 novembre spacciavano le stragi di Garissa come contemporanee a quelle di Parigi dov’erano il 2 aprile scorso, quando quei giovani erano stati massacrati? Dov’erano, una settimana dopo quella strage, quando la città di Garissa era stata teatro di una grande manifestazione organizzata dagli studenti del college preso di mira contro l’integralismo islamico e contro il governo keniota incapace di proteggere perfino un college d’élite? Un esempio lampante di eurocentrismo e razzismo di contrappeso. In altri termini, anche coloro che giustamente rifiutavano di accodarsi al “lutto europeo” solo in nome delle vittime francesi, in fin dei conti lo facevano paradossalmente grazie e a causa delle vittime parigine.

Questo fenomeno, divenuto, come si dice oggi, con un’estensione concettuale orribile, “virale” in rete ha spinto alcune reti televisive e giornali a correggere temporaneamente il tiro. Anche se non sono mancati i casi di giornalisti, spesso ritenuti progressisti, che hanno rivendicato orgogliosamente, al contrario, il proprio diritto a esaltare le vittime europee perché colpite a “casa nostra”. Citiamo solo un caso fra questi, Massimo Gramellini de La Stampa. Nel suo quotidiano breve intervento pubblicato in prima pagina il 19 novembre dal titolo significativo Nel nostro giardino, scriveva:

Ai flagellanti che sono già all’opera per titillare una specialità della casa – il senso di colpa – vorrei garbatamente esprimere il mio dissenso. Non è il razzismo a guidare i nostri impulsi emotivi, ma un umanissimo criterio di prossimità. Ti preoccupi di più se va a pezzi l’appartamento del tuo vicino che se crolla un grattacielo su Marte. Le stragi immonde di Boko Haram in Nigeria ci sconvolgono, ma non ci coinvolgono. Gli attentati di Tunisi, in cui pure morirono quattro italiani, e quelli di Sharm el-Sheikh, villaggio vacanze europeo sul Mar Rosso, li abbiamo incassati con un certo autocontrollo. Al di là della naturale commozione per le vittime, il segnale che trasmettevano al nostro cervello era: non puoi più muoverti di casa. Ce ne siamo fatti una ragione. Ma gli eccidi di Parigi diffondono un messaggio molto più stringente: rischi la pelle persino se resti a casa tua. Dove per «casa» si intende non solo il luogo in cui abiti, ma la comunità che condivide le tue abitudini e i tuoi codici. L’Occidente, insomma. Sarà anche una debolezza, ma è davvero una vergogna o un delitto riconoscerla?[1]

Si potrebbe concludere che per Massimo Gramellini, e i molti che come lui la pensano, il vero problema era dove andare in vacanza, per cui se l’Egitto e la Tunisia sono diventate pericolose allora si sceglierà una meta domestica, prima di Parigi. Dopo Parigi, invece, come successe all’indomani dell’11 settembre 2001, ci scopriamo vulnerabili “perfino a casa nostra” perché, inoltre, chi ci colpisce non viene da fuori (come nel 2001) ma lo abbiamo accanto a noi e per molto tempo ha “condiviso le tue abitudini e i tuoi codici”. Il clima di terrore e paura che si è creato in  Europa ha due origini ben identificabili: l’imperizia dimostrata dai servizi e apparati “di sicurezza” beffati in modo imbarazzante e l’incapacità da parte dei Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, di trovare una strategia per affrontare il caos nel Vicino Oriente.

Questo clima ha determinato i moltissimi casi di falsi allarme, alcuni ridicoli, altri insensati, ma tutti dettati in realtà dal razzismo. Ma anche le “grandi operazioni” antiterrorismo che hanno tenuto in stato di coprifuoco non dichiarato Bruxelles o il raid della polizia francese, appoggiata dai blindati, a Saint Denis per “prendere autori e mente” degli attentati del 13 novembre, in realtà finiscono per dimostrarsi dei grandi buchi nell’acqua, perché alla fine la stragrande maggioranza degli arrestati sia in Belgio che in Francia vengono rilasciati, una volta verificata la loro estraneità ai fatti che vengono loro contestati. Malgrado ciò, l’effetto a medio e lungo termine di questo clima è far accettare passivamente all’opinione pubblica europea lo stato d’eccezione come inevitabilmente necessario. Quindi tutti i provvedimenti restrittivi delle libertà individuali e collettive passano in second’ordine. Non allarma neanche più di tanto il fatto che la Francia abbia annunciato l’intenzione di non rispettare, per un periodo che non ha precisato, la Convenzione europea dei diritti umani. Cosa che può significare anche la reintroduzione della tortura e della pena di morte, visto che lo stato d’emergenza dà una delega in bianco ai prefetti e alla polizia di compiere arresti e quant’altro senza “l’intromissione” di un giudice che dia l’autorizzazione. Queste scelte scellerate hanno come “alibi d’oro” il senso diffuso di paura e vulnerabilità, infatti le autorità francesi giustificano il divieto di manifestare con la necessità di evitare assembramenti che possano essere teatro di nuovi attentati. Ma allora sorge un dubbio: gli assembramenti in ricordo delle vittime del 13 novembre perché non sono vietati? Le centinaia di persone che fin dal 14 novembre si affollano intorno alla statua in Place de la République non rischiano di essere colpite? A questo proposito, Julien Salingue, membro di ACRIMED[2] e docente all’Università dell’Aurvegne, ha giustamente osservato ironicamente in un messaggio pubblicato sul suo profilo Facebook:

Dunque, se ho ben capito l’idea, si vietano tutti i raduni e tutte la manifestazioni a Parigi per timore di un attacco terroristico.
Unica eccezione: i raduni in omaggio alle vittime degli attentati.
Ammetterai che è una logica ferrea.
I terroristi non attaccheranno questi raduni per rispetto alla memoria delle persone che hanno ucciso, è così?
(…)
Dunque, se ho ben capito l’idea, ci prendono veramente per degli imbecilli.

Questa triste considerazione è da estendere anche agli altri Paesi europei e ne va aggiunta un’altra. Questo clima di accettazione passiva delle deroghe allo stato di diritto, se la rotta non verrà invertita rapidamente, alla fine colpirà ogni forma di dissenso. Finiremo per legalizzare i reati di opinione, così come ogni forma di protesta in difesa dei propri diritti: dal lavoro allo studio, passando per tanti altri. Le manifestazioni che hanno sfidato lo stato d’emergenza a Parigi, e in altre città francesi, il 30 novembre hanno però dimostrato, fortunatamente, che soprattutto i giovani non vogliono passare per imbecilli. Il fatto che a Parigi diecimila manifestanti abbiano deciso di concentrarsi in Place de la République ha un significato molto importante, perché così si demistificava la propaganda ufficiale, ossessiva fin dal 14 novembre, che voleva arruolare quelle povere 130 vittime nei ranghi guerrafondai di François Hollande e Manuel Valls e invece ha rimesso per così dire le cose con i piedi per terra e non il contrario. I giovani di Place de la République si sono riappropriati dei loro morti contro la loro guerra. Le accuse che oggi i più rivolgono a quei ragazzi e quelle ragazze di “aver violato” la memoria delle vittime del 13 novembre sono ridicole e sono state smentite, ancora una volta, dalle immagini diffuse in diretta da quella piazza. Il fatto semplice è che le manifestazioni del 30 novembre hanno sgombrato il campo dalla più grande invenzione propagandistica: la generazione Bataclan. Un’invenzione giornalistica per un titolo ad effetto fatta dal giornale francese Libération, che tendeva a far passare i giovani del Bataclan come degli eroi. Ovviamente, quei giovani riuniti ad ascoltare un concerto rock avevano tutti i diritti di farlo e di vivere. Ma nulla invece ha a che vedere con questo il fatto che attraverso le loro fotografie e i racconti sulle loro vite venissero trasformati in persone investite di una qualche potenza “messianica” di trasformare questo mondo. Se così fosse e tutte le persone che nel mondo restano vittime di massacri generalizzati ed attentati, allora quello in cui viviamo è un mondo di “eroi”. Ma quest’associazione del tutto illogica ha portato all’effetto contrario e non solo in Francia. Visto che l’eroismo è comunque un atto volontario: le persone hanno istintivamente declinato l’invito. A questo il governo francese ha reagito con arresti di massa, circa quattrocento persone (400!) sono state portate in carcere e circa trecento di esse hanno trascorso 24 ore in cella. Inoltre, i pochi coraggiosi che non hanno abbandonato Place de la République si sono trovati circondati da centinaia di agenti super armati. Evidentemente, tutto questo, unito all’impenetrabilità quasi totale del clima generalizzato di nazionalismo razzista non poteva non avere i suoi effetti intimidatori e rendere assai difficile organizzare nuove risposte allo stato d’emergenza.

In questo, però, va anche sottolineata la debolissima risposta negli altri Paesi europei, dove la cosiddetta estrema sinistra è rimasta sostanzialmente indifferente alle decisioni del governo francese e belga. Questo dimostra quanto poco si sia compresa la profondità dell’uso politico delle stragi parigine da parte del potere dominante. Per esempio, in Italia, la manifestazione nazionale della FIOM a Roma ha visto una presenza ridotta di partecipanti perché grazie al clima creato intorno al “pericolo che può colpire chiunque e in ogni dove”, molti pullman sono stati annullati per la paura di recarsi a Roma. Invece di disinnescare questo meccanismo anche per i sindacati – con rare eccezioni – è stato assai più facile far ricadere sui musulmani europei, i migranti e i profughi presenti in Europa l’accusa neanche velata di “corresponsabilità”, accompagnata da una richiesta irrazionale: dovete dissociarvi e farvi carico della nostra sicurezza collettiva. A Molenbeek, in Belgio, a Parigi e in diverse città italiane, fra cui Roma e Milano, nei giorni successivi alle stragi si sono susseguite manifestazioni indette dalle comunità islamiche. La poca partecipazione ha scatenato una serie incredibile di critiche. L’operazione dei “musulmani buoni” che chiedono scusa e si prendono cura dei nostri destini era evidentemente, e anche prevedibilmente, fallita. Infatti, non si comprende perché mai intere fasce di popolazione europea avrebbero dovuto sentirsi responsabili di atti ai quali erano estranee e di cui spesso restavano anche vittime. Le poche voci fuori da questo coro insensato che tentavano di sostenere che in definitiva se il Califfato aveva potuto consolidarsi lo si doveva soprattutto a scelte, o non scelte se si vuole, dell’Occidente che avevano lasciato degenerare a livelli ingestibili la guerra civile siriana sono state spesso tacciate di “tradimento”. L’ Union Sacrée identitaria non ammette diserzioni. Tutto, dalla guerra alla rinuncia dei diritti democratici, individuali e collettivi, doveva essere accettato e per di più con entusiasmo. Nessuno ricorda più la foto di Aylan, il bambino siriano annegato sulle coste turche, che è stato usato in modo spregevole per nascondere l’incapacità europea di gestire l’afflusso di profughi nella scorsa estate. La stragrande maggioranza dei giornalisti che da agosto a ottobre hanno fatto a gara per “seguire i profughi sulla via dei Balcani”, mettendo in atto uno dei più squallidi e scenografici palcoscenici, ha provato ha collegare i fenomeni. Anzi, oggi i molti, i peggiori in nome della “solidarietà” con quelle popolazioni sventurate, riciclano articoli e documentari fatti all’epoca della proclamazione del Califfato aggiungendovi il solito “omaggio alle vittime di Parigi” (solo quelle).

Ma come è noto la realtà si può tentare di manipolarla per creare consenso, ma se i problemi restano insoluti non possono che aggravarsi. Quando il presidente François Hollande ha dichiarato pomposamente a Versailles che “la Francia è in guerra” omette di dire che oggi lo è di più, visto che fin dall’agosto 2014 esiste una coalizione che riunisce sessanta (60!) Paesi che hanno dichiarato al Califfato e che in sedici mesi non ha scalfito più di tanto Daesh. Per parlare solo degli ultimi anni.

Qualche mese fa, Domenico Quirico, uno dei rari giornalisti che non si è unito al coro, sosteneva:

La propaganda bugiarda non appartiene, purtroppo, solo agli sgherri giulivamente comunicativi del califfo. Da mesi i telegiornali rigurgitano di filmati di scenografici bombardamenti ovviamente chirurgici. Posti di comando, convogli di blindati, capi sottocapi e gregari di ogni ordine e grado islamista, depositi di armi, tutto è stato sbriciolato per le edizioni della sera. Non dovrebbe esistere più nulla, visto anche i numeri riferiti dalla solita intelligence, di quei forsennati tra il Tigri l’Eufrate e i monti del Libano. E invece la non metafisica presenza di quelle forze terribili e crudeli continua. Abu Bakr è già morto e risorto almeno quattro volte. Le annibaliche avanzate degli eroici peshmerga curdi e delle legioni sciite a comando persiano sono servite in realtà per qualche conferenza stampa di notabili mediorientali e statunitensi.[3]

Fino a che la “propaganda” sarà l’unico mezzo che le nostre classi dirigenti saranno in grado di opporre al Califfato, questo non potrà che avanzare ed anche se gli stati d’emergenza dovessero diventare in Occidente norma consolidata, i rischi di attacchi, organizzati o meno che siano (come dimostrano l’attentato di San Bernardino in California e alla Metropolitana londinese) aumenteranno costantemente. Non si tratta di sostenere un astratto pacifismo assoluto, né di sperare che “guerra possa essere espulsa dalla Storia”, ma di fare i conti con il fatto che il Califfato, pur amministrando loro malgrado circa otto milioni di persone e un vasto territorio, non è uno Stato con cui è possibile giungere a un qualsiasi tipo di compromesso, se non ammettendo un suo riconoscimento. Ma, allo stesso tempo, giungere ad una simile conclusione sarebbe drammatico non solo per le popolazioni del Vicino Oriente, ma anche per quelle fasce di popolazioni occidentali che, private di ogni speranza, vi si riconosceranno sempre più.

Per queste ragioni, tra le principali, diventa sempre più urgente ed essenziale che coloro che in Occidente hanno in anni passati preso rapidamente coscienza dei rischi generalizzati di degenerazione che rappresentavano le scelte dei governi, tornino ad assumere un ruolo soprattutto nel demistificare l’assioma secondo cui il fatto che per quanto gli attacchi terroristici non abbiano alcuna giustificazione non è vero che non abbiano neanche alcuna spiegazione. È vero il contrario: spiegare le cause che hanno spinto giovani europei a commettere quegli atti o a raggiungere direttamente il Califfato, identificandosi con una costruzione sociale e politica reazionaria, è il solo vero antidoto. La “pace politica e sociale” che i diversi governi europei stanno cercando di realizzare con l’estensione maniacale degli stati d’eccezione e la riduzione dei nostri diritti, inoltre, avrà sicuramente come effetto principale la crescita esponenziale delle correnti politiche di estrema destra, come hanno dimostrato le recenti elezioni regionali francesi. Opporsi agli stati d’emergenza e organizzare una risposta europea a tutto questo, insieme all’opposizione agli interventi militari in Vicino Oriente che moltiplicano i problemi già esistenti, è oggi una necessità e non un lusso. Se chiudiamo gli occhi su questo ci renderemo involontari complici e allo stesso tempo involontarie vittime delle prossime stragi, ovunque avvengano.

Cinzia Nachira, 9 dicembre 2015

 


[1] Massimo Gramellini, Nel nostro giardino, «La Stampa» 19 novembre 2015

[2] ACRIMED: Acrimed – Action-Critique-Médias è un osservatorio della stampa francese di cui Julien Salingue è segretario di redazione.

[3] Domenico Quirico, rubrica delle lettere, La Stampa, 22 aprile 2015

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