DOPO 5 ANNI DALLA RIVOLTA (I)

Che cosa è successo alla Primavera Araba?

 Prima parte

di  Gilbert Achcar e Nada Matta 18 dicembre 2015

Oggi è il quinto anniversario dell’inizio dell’insurrezione  araba. Scatenata in Tunisia il 17 dicembre 2011, un’ondata di contagio rivoluzionario si diffuse in tutto il mondo arabo. Milioni di persone scesero nelle strade chiedendo dignità, democrazia e giustizia sociale. Mobilitazioni di massa di portata senza precedenti nella storia recente ebbero luogo in Tunisia, Egitto,Libia, Bahrein, Yemen e Siria, e trasformarono le dinamiche sociali e politiche nell’intera regione. Divenne possibile una politica di speranza.

Cinque anni dopo l’insurrezione, tuttavia, forze controrivoluzionarie composte di forze dei vecchi regimi e di quelle fondamentaliste islamiche hanno riguadagnato l’iniziativa politica e stanno ora violentemente rivaleggiando per ottenere il controllo.

L’Egitto è sotto una dittatura peggiore di quella precedente all’insurrezione e guerre civili sono scoppiate in Siria, Libia e Yemen. Centinaia di migliaia di persone sono morte e molti miliono sono state trasferite.

Come fare il bilancio di questa congiuntura? Quali sono le sue principali caratteristiche e possibilità? Nada Matta, per conto della rivista  Jacobin, ha cercato le risposte a queste domande insieme a Gilbert Achcar, uno dei massimi analisti del mondo della regione araba.

Quando iniziò la Primavera Araba, lei fece subito notare che sarebbe stato un lungo processo di lotta che avrebbe incluso periodi di successo e di ritirate. Cinque anni dopo la rivolta, quale è la sua valutazione generale?

Per chiarire i termini della discussione, il punto di vista dominante all’inizio, specialmente sui media occidentali, era che la regione araba stava entrando in un periodo di transizioni democratiche che ci avrebbero messo settimane o mesi in ogni paese e che sarebbero rimasta relativamente calme, accompagnandola in  una nuova era di democrazia elettorale.

In base a questo punto di vista, la transizione era stata fondamentalmente  ottenuta in Tunisia con la caduta di Ben Ali, e in Egitto con la caduta di Mubarak. Si credette che lo stesso modello si sarebbe esteso alla maggior parte dei paesi della regione tramite un effetto domino, analogo a quello avvenuto nell’Europa dell’Est nel 1989-1991. Questa visione fu racchiusa nell’etichetta “Primavera Araba” che si diffuse molto rapidamente.

Si affermò il punto di vista che questa “Primavera” era il risultato di una mutazione nata da una nuova generazione connessa alla cultura globale, grazie alle nuove tecnologie di informazione e di comunicazione. In base a questo punto di vista, le insurrezioni erano essenzialmente, se non esclusivamente, una lotta per la libertà politica e per la democrazia.

Questa visione non era completamente imprecisa, naturalmente. Queste dimensioni erano certamente una caratteristica saliente dell’insurrezione. Tuttavia, il punto che sottolineai fin dall’inizio era che le radici profonde della rivolta nella regione sono sociali ed economiche, prima di essere politiche. Ciò che è successo è stata, in primo luogo,  un’esplosione sociale, anche se ha assunto un carattere politico come qualsiasi esplosione sociale su vasta scala.

Si poteva dedurre il suo sfondo sociale dal fatto che si era verificata per la prima volta nei due paesi che erano stati testimoni della più straordinaria “collezione” di lotte sociali, di lotta di classe negli anni precedenti: Tunisia ed Egitto. Gli slogan stessi della rivolta non erano soltanto politici, non erano soltanto sulla democrazia e la libertà, ma anche e moltissimo sulle richieste sociali.

Da questo punto di vista, l’insorgere della regione potrebbe essere analizzato tramite una prospettiva marxista come classico caso di rivoluzione sociale che deriva la blocco prolungato dello sviluppo che ha caratterizzato per tre decenni la regione di lingua araba, con tassi bassi di crescita da record che hanno prodotto alte percentuali di disoccupazione, specialmente tra i giovani.

Ero particolarmente preparato a vedere le cose da questa prospettiva dato che avevo fatto un corso su “Problemi di sviluppo in Medio Oriente e in Nord Africa” per diversi anni prima dell’insurrezione. Mi era chiaro che il blocco dello sviluppo avrebbe provocato, presto o tardi, un’importante esplosione sociale.

Questo è il motivo per cui ho raccontato all’inizio quello che cominciò in Tunisia il 17 dicembre 2010, e che poi si estese al resto della regione come inizio di un processo rivoluzionario a lungo termine. Mi riferisco ai processi storici di rivoluzione che si sono svolti non per settimane e mesi, ma nel corso di anni e decenni. Le insurrezioni stavano aprendo un periodo di instabilità nella regione che necessariamente avrebbe subito alti e bassi, impennate rivoluzionarie e battute di arresto controrivoluzionarie, e avrebbe anche implicato un sacco di violenza.

All’inizio sono sembrato pessimista perché dicevo alla gente di calmare l’euforia che li aveva presi, sottolineando che questa era tutt’altro che la fine della storia, che quello che c’era in ballo era estremamente complesso e difficile, che ci sarebbe voluto molto tempo e che non sarebbe stato tranquillo. Ho messo in  evidenza proprio dall’inizio che gli scenari tunisini ed egiziani di rovesciamento relativamente pacifico dei governanti non si potevano ripetere in paesi come la Libia e la Siria o nelle monarchie. Lo dissi prima che la rivolta cominciasse in qualsiasi di questi paesi.

Oggi posso sembrare ottmista quando affermo che il processo rivoluzionario è lungi dall’essere finito e quando invito le persone a tirarsi su di morale e di abbandonare il pessimismo che li afferra. La situazione appare disastrosa e catastrofica in vari paesi: soprattutto, naturalmente, in Siria dove è in corso un’enorme tragedia, ma anche in Yemen, in Libia e in Egitto. Questa, tuttavia, non è la fine. Non ci sarà stabilità nella regione, nel lungo termine, a meno che non si verifichi un cambaimento sociale e politico.

Certamente non è inevitabile che tale cambiamento avvenga. Il mio atteggiamento non è di ottimismo, ma di comprensione delle dinamiche della crisi in una prospettiva storica, e di sottolienare che  c’è ancora speranza. L’unica previsione sicura che si può fare è che, tranne che ci sia  la comparsa delle condizioni politiche soggettive per un cambiamento sociale e politico, cioè forze politiche organizzate che portano la bandiera del cambiamento progressista, la regione è destinata a vedere ancora altri disastri come quelli che abbiamo visto svolgersi negli scorsi due anni, in particolare.

Potrebbe descrivere le cause economiche e sociali che stanno dietro alle insurrezioni? Quale è questo blocco prolungato dello  sviluppo che ha provocato la rivolta?

Questo argomento è analizzato in dettaglio nei primi due capitoli del mio libro: The People Want. In breve, se si guardano i tassi di crescita economica nella regione di lingua araba, paragonati a tutte le altre parti dell’Africa e dell’Asia, non si può mancare di osservare che sono stati piuttosto bassi. I tassi di crescita del PIL, specialmente la crescita pro-capite del PIL, sono stati molto bassi.

Questo significa che le economie non sono state in grado di creare posti di lavoro      corrispondenti alla crescita demografica, producendo quindi una massiccia disoccupazione, specialmente giovanile e femminile. La regione di lingua araba ha avuto i più alti tassi di disoccupazione del mondo nei decenni recenti.

Questo protratto blocco economico ha prodotto conseguenze sociali esplosive: non soltanto  massiccia disoccupazione, ma anche una miriade di problemi sociali che comprendono anche enormi disuguaglianze locali e regionali.  Il coesistere di ricchezza estremamente appariscente e di estrema povertà, crea una frustrazione enorme. Questo problema è peggiorato ulteriormente fino dal boom del petrolio degli anni ’70. Come continuo a dire, il vero problema nel 2011 non era tanto il motivo per cui è avvenuta l’esplosione, ma perché ci  ha messo tanto ad accadere dato il super accumulo di potenziale esplosivo.

Ora, la ragione di questo blocco economico va trovata nei meccanismi del neoliberalismo economico nel contesto arabo. Come la maggior parte dei paesi del mondo, gli stati arabi cominciarono ad abbracciare il paradigma neoliberale negi anni ’70. Questo causò una graduale   trinceramento   dello stato rispetto all’economia. Secondo il credo neo-liberale, il ruolo declinante degli investimenti pubblici, doveva essere compensato dl settore privato al quale venivano offerti molti incentivi.

Questo modello di crescita guidata dal privato funzionava in alcuni paesi con condizioni appropriate, come il Cile o laTurchia o l’India, anche se con un alto costo sociale. Nella regione araba, tuttavia, semplicemente non poteva funzionare, a causa del carattere dello stato.

La vasta maggioranza degli stati arabi unisce due caratteristiche: sono rentier, cioè  stati in cui le rendite (rents) (ricavate da risorse naturali o da funzioni strategiche) costituiscono una parte considerevole del reddito dello stato, e stati che sono collocati su una scala che va da “patrimoniale” a “neopotarimoniale”, la cui più importante peculiarità è l’esistenza di un nucleo di stati semplicemente patrimonali, cioè stati che sono “posseduti”  dal gruppo governante per tutti gli intenti e scopi, al contrario dello “stato moderno”  dove il personale governante è formato soltanto da impiegati. Queste caratteristiche hanno portato a quello che ho definito “determinazione politica dominante dell’orientamento dell’attività economica.”

Se a questo si aggiungono le condizioini politiche generali di grande instabilità e di conflitto nella regione, si capisce che non c’era modo in cui il settore privato potesse diventare il motore di qualche miracolo economico, come volevano credere i neoliberali. Gli investimenti privati restavano molto limitati, in gran parte speculativi, e orientati a un rapido profitto. Il declino e la stagnazione degli investimenti pubblici non erano controbilanciati dal settore privato. Il modello neoliberale fallì miseramente nella regione araba.

Tutto questo fa supporre il fatto che l’insurrezione sia stata il risultato di una crisi strutturale, non di una crisi episodica o ciclica. E non è stato un processo di democratizzazione che arrivava in cima a un lungo periodo di sviluppo, come accadeva in alcuni paesi “emergenti”, ma il risultato di un blocco prolungato. La conclusione logica, perciò è che i paesi della regione hano necessità di un cambiamento radicale della loro struttura sociopolitica allo scopo di superare il blocco.

Rimuovere la punta dell’iceberg, come rimuovere Ben Ali o Mubarak e la loro cerchia, potrebbe non mettere fine ai disordini; per questo fin dall’inizio ho insistito sul lungo termine, e sulla nozione di “processo rivoluzionario” distinto da “rivoluzione” tout court che si credeva fosse finita con la caduta del despota.

Queste difficoltà economiche in che modo si sono trasformate in movimenti su più larga scala per un cambiamento, come le rivolte? E’ il livello di avversità,    come la disoccupazione, che ha fatto la differenza? Un’obiezione sarebbe che le difficoltà  economiche e le sfide per lo sviluppo  sono esistite per lungo tempo nel mondo arabo, ma non hanno mai provocato le rivolte.

In realtà non è un’obiezione perché stiamo descrivendo un blocco che è peggiorato nel corso di tre decenni. Questo porta a effetti cumulativi. Uno di questi è l’aumento della massa di disoccupati. Il tasso di disoccupazione non è stato continuo in questo periodo. E’ aumentato ed ha raggiunto un livello molto alto dopo alcuni anni. A un certo punto l’effetto cumulativo sociale di un blocco economico tende a provocare un ‘esplosione in regimi chiusi eremticamente. Questo da una parte.

Dall’altra, ci sono anche dei fattori politici che sono intervenuti nel determinare l’esplosione. Ho preso a prestito da Althusser il concetto di sovradeterminazione    applicato agli eventi storici. L’esplosione è stata sovradeterminata nel senso che, oltre a fattori strutturali, sociali ed economici, sono intervenuti vari fattori politici.

Uno di questi, per esempio, è l’effetto destabilizzante delle guerre imperialiste nella regione, e specialmente l’occupazione dell’Iraq. Questi diversi fattori hanno concorso a produrre l’imponente rivolta.

Ma non tutti i fattori hanno lo stesso peso: i fattori sociali ed economici sono i più importanti, ma la loro mescolanza è stata particolarmente esplosiva.

Quali gruppi sociali hanno avuto un ruolo nell’organizzazione di queste rivolte? Gli organizzatori venivano da un certo contesto di classe e perché? C’erano differenze nei paei arabi?

C’erano delle differenze, naturalmente, ma ci sono alcune caratteristiche comuni al riguardo. Lasciate che inizi con le seconde. I media hanno rappresentato i movimenti come guidati da giovani esperti di Internet che formavano delle reti tramite i media sociali. Le rivolte furono chiamate anche “rivoluzioni su Facebook.”

Di nuovo, questo non è del tutto sbagliato, ma è soltanto una parte della verità. Tra gli organizzatori delle rivolte c’erano davvero giovani connessi attraverso le reti dei media sociali. Hanno avuto ruolo fondamentale nell’organizzare le dimostrazioni e le proteste da una parte all’altra del mondo di lingua araba, dal Marocco alla Siria.

C’erano, tuttavia, altre forze  a cui i media prestavano molta minore attenzione. Emergono necessariamente se ci si chiede: perché l’insurrezione ha ottenuto una prima vittoria in Tunisia, e perché l’Egitto è stato il paese successivo? Perché queste due nazioni hanno indicato la strada? Se si indaga in modo appropriato sull’argomento, non si può mancare di notare che una caratteristica comune dei due paesi è l’importanza del movimento dei lavoratori.

La Tunisia ha il solo potente movimento organizzato di lavoratori nella regione con un certo grado di autonomia rispetto al governo, permettendo una vera adesione alla lotta di classe a livello di membri ordinari e intermedio di organizzatore.

L’UGTT (l’acronimo francese di Sindacato Generale Tunisino del Lavoro) è una notevole organizzazione che ha svolto un ruolo nella storia sociale e politica della Tunisia. Tra i suoi organizzatori intermedi ci sono un sacco di persone che appartengono alla Sinistra. L’UGTT era stato il vero organizzatore dell’insurrezione in Tunisia appena cominciò a svolgersi. Senza il sindacato, il movimento non avrebbe mai ottenuto la vittoria in un periodo di tempo così breve: meno di un mese.

In seguito alla pressione di alcuni dei suoi rami, come il sindacato degli insegnanti della scuola, l’UGTT prese parte all’organizzazione del movimento e gli hann fornito un forte impulso. I suoi settori  locali hanno avuto un ruolo chiave iniziale nelle regioni dove la rivolta cominciò a diffondersie poi spinsero la dirigenza dell’UGTT a entrare nella mischia.

L’UGTT cominciò a organizzare scioperi generali  sparsi  in una regione dopo l’altra. Il giorno che Ben Ali fuggì dalla Tunisia, il 14 gennaio 2011, è proprio il giorno in cui lo sciopero generale raggiunse la capitale. Quindi, l’UGTT era di fatto il vero organizzatore dell’insurrezione in Tunisia.

In Egitto, ahimè,  non esiste  l’equivalente dell’UGTT: il movimento organizzato dei lavoratori è sotto il controllo del governo, eccetto per pochi sindacati indipendenti che erano ancora nuovi e piccoli quando inizò l’insurrezione. Il movimento era invece guidato da un cartello di forze politiche

Gli attivisti di Facebook hanno avuto un ruolo, certamente, ma ridurre l’insurrezione egiziana a  Wael Ghonim, capo del settore commerciale del ramo regionale di Google il quale creò una famosa pagina su Facebook e che non era neanche di base in Egitto, ma a Dubai, e  descriverlo come la figura chiave dell’insurrezione, come fecero anche i media mondiali per un po’, è davvero piuttosto ridicolo.

Non è stata soltanto una rete virtuale che invitò a una protesta in massa il 25 gennaio, ma un cartello di 17 vere forze politiche. Le vere reti politiche attive sul terreno erano coinvolte. Nel preparare il terreno per l’insurrezione, e questo è un punto decisivo, il movimento dei lavoratori è stato fondamntale. L’esplosione in Egitto arrivò alle fine di cinque anni di una marea notevolmente alta nella lotta dei lavoratori, la più importante nella storia del paese.

Questa marea ebbe il suo culmine nel 2007-2008 ma rimase a un alto livello fino al 2011. Proprio durante l’insurrezione, all’inizio di febbraio, la classe operaia entrò in azione: centinaia di migliaia di lavoratori scioperarono non appena il governo chiese una ripresa del lavoro. Questa ondata di scioperi fu determinante nell’accelerare la caduta di Mubarak.

Queste sono le vere forze che hanno avuto un ruolo chiave in Egitto e in Tunisia. Anche nel Bahrein i lavoratori  hanno avuto un ruolo fondamentale che è stato completamente trascurato. Là, come in Tunisia, c’era un movimento di lavoratori indipendente e organizzato, anche se meno potente di quello tunisino che ha svolto un ruolo cruciale nella fase iniziale dell’insurrezione nell’organizzare uno sciopero generale.

Il movimento dei lavoratori del Bahrein, tuttavia,  fu represso duramente, non soltanto politicamente, ma anche con licenziamenti in massa dei lavoratori. Anche in Yemen l’insurrezione fu preceduta da un’ondata di scioperi dei lavoratori.

D’altra parte, in paesi come la Siria e la Libia, a causa di governi estremamente dittatoriali non c’era nessun gruppo autonomo pre-esistente organizzato, sia politico o anche sociale. La maggior parte dell’opposizione politica era andata in esilio dopo aver subito una terribile repressione in patria – e ci furono molte uccisioni di dissidenti anche all’estero. Qualsiasi persona contraria al regime rimase in Siria erano sotto stretta sorveglianza e non potevano impegnarsi in nessuna  attività estesa.

Questo è il motivo per cui in questi paesi, le reti internet svolsero un ruolo fondamentale. In Siria, durante la sua fase iniziale, che durò pochi mesi, la rivolta venne organizzata dai comitati di coordinamento (tansiqiyyat) per lo più composti di giovani che usano le reti internet.

Quindi, a seconda delle condizioni sociali e politiche di ogni paese, fattori sociali e politici differenti erano coinvolti nell’organizzazione delle rivolte.

(1. CONTINUA)

Tratto da: www.znetitaly.altervista.org/

Originale: Jacobin Magazine

Traduzione di Maria Chiara Starace

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