DOPO 5 ANNI DALLA RIVOLTA (IV)

Che cosa è successo alla Primavera Araba? – Quarta ed ultima parte

di  Gilbert Achcar e Nada Matta

Passiamo alla geopolitica e agli Stati Uniti. Come definirebbe la reazione americana alle insurrezioni?

Anche questa è una cosa a cui molte persone della Sinistra pensano per inerzia. Molti non riescono a comprendere che l’esperienza irachena è stata un disastro decisivo.

In realtà è il disastro più importante nella storia imperiale degli Stati Uniti. Da un punto di vista strategico, è peggiore del Vietnam.

Le persone non riescono a comprendere che, dopo Bush, l’amministrazione Obama non voleva più occuparsi  del cambiamento di regime.

Il motto, per Barack Obama, davanti all’insurrezione araba del 2011, è stata “transizione ordinata”, non “cambiamento di regime.” Voleva conservare i regimi per mezzo di cambiamenti limitati al vertice che avrebbero permesso una transizione

senza una fondamentale interruzione del regime.

Questo si applica anche alla Libia. L’intervento guidato dagli Stati Uniti in Libia è stato un tentativo di cooptare l’insurrezione libica e di guidarla  verso una tranquilla transizione negoziata con il figlio di Gheddafi, il rampollo del clan adorato dagli occidentali.  Hanno tentato questo proprio fino all’ultimo minuto, ma la cosa è  fallita miseramente perché l’insurrezione di Tripoli aveva provocato il crollo del regime.

Questo è il motivo per cui la Libia si è trasformata in un ulteriore disastro in base alla prospettiva imperialista statunitense e in un ulteriore argomento contro qualsiasi “cambiamento di regime” che include uno smantellamento radicale dello stato, come era avvenuto in precedenza in Iraq. Ecco perché il governo degli Stati Uniti non ha mai detto che desidera rovesciare il regime in Siria. Hanno soltanto detto che Bashar El-Assad deve dimettersi per permettere una transizione negoziata.

Vogliono che l’uomo se ne vada, ma lasciando in piedi il regime. Gli Stati Uniti affrontarono le insurrezioni arabe del 2011 quando erano al culmine della loro egemonia nella regione fin dal 1990. Nello stesso anno 2011, evacuarono l’Iraq senza ottenere nessuno degli obiettivi imperialisti fondamentali dell’invasione.

Anche l’intervento in Libia  avvenne grazie al via libera dato dalla Russia. Sia la Cina che la Russia si astennero al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Avrebbero potuto porre il veto all’intervento, ma non lo fecero. Tuttavia, al contrario di Gheddafi, il regime siriano è considerato dalla Russia un suo fondamentale alleato,  mentre Gheddafi aveva cambiato, nei suoi ultimi anni, diventando un caro amico di Washington, Londra, Parigi e di Berlusconi in Italia.

Quando si trattò della Siria, Washington non considerò mai seriamente un intervento militare diretto. A un certo punto del 2013, Obama si  trovò intrappolato nella sua stessa “linea rossa” circa il problema delle armi chimiche e si sentì molto sollevato dal compromesso con Assad che la Russia gli offriva. Nel complesso, la situazione è di gran lunga più complicata della logica semplicistica “il nemico del mio nemico è mio amico” che  caratterizza  gran parte della sinistra “antimperialista” impulsiva.

Se sia la Russia che gli Stati Uniti sono d’accordo sul mantenere il regime siriano, quale è allora il disaccordo fondamentale  tra di loro? 

Il disaccordo, naturalmente, è sul problema di Assad. Finora la Russia gli sta attaccata  perché vede nel clan di Assad l’unica garanzia per il suo dominio sulla Siria. La Russia non è meno imperialista degli Stati Uniti ed è anche più brutale se considerate che cosa ha fatto alla Cecenia sebbene questa faccia parte della Federazione Russa (l’equivalente di una degli Stati Uniti).

In base allo standard sociale, il regime russo è anche più neoliberale di destra del regime statunitense. C’è una  tassa individuale fissa sul  reddito  del 13% in confronto a    un tetto del 40% per la tassa federale statunitense, senza contare le tasse locali aggiuntive. L’imposta sui redditi di impresa in Russia è del 20% in confronto al 35% di quella federale degli Stati Uniti, anche in questo caso senza contare le tasse locali. Il Repubblicano più folle sognerebbe di attuare qualcosa del genere negli Stati Uniti.

Putin si sta giocando anche la carta della religione portando la Chiesa Ortodossa russa a benedire il suo intervento in Siria come se fosse una Guerra Santa. Il punto di vista di alcune persone della Sinistra che vivono  in una distorsione  spazio-temporale   e credono che la Russia sia in qualche modo la continuazione dell’Unione Sovietica e che Vladimir Putin sia l’erede di Vladimir Lenin, è alquanto insensato.

Ma quale è l’interesse imperialista della Russia in Siria?     

E’ che la Siria è un paese dove la Russia ha basi militari aeree e navali e che sta reagendo come Washington reagirebbe nei confronti di qualsiasi paese dove ha delle basi. Il regime di Assad è il più stretto alleato strategico di Mosca nella regione.

E’ anche un modo che ha Putin di dire a tutti i dittatori: “Potete contare su di me per difendervi da queste insurrezioni popolari molto più che su Washington.  Fate vedere la differenza tra  il mio appoggio ad Assad  e l’abbandono di Mubarak da parte degli Stati Uniti.” Ecco perché Putin è diventato così tanto amico del nuovo dittatore dell’Egitto, Sisi.

Putin quindi vuole migliorare il suo ruolo imperialista nel mondo arabo? 

Le azioni di Mosca sono basate sulla stessa logica di Washington. La Russia considera la Siria un bene strategico nello stesso modo in cui gli Stati Uniti consideravano il Vietnam in passato, o qualsiasi regime che Washington era disponibile ad appoggiare con un’azione militare.

Oggi, tuttavia, Putin è più incline a un’azione militare diretta di quanto lo sia Obama. L’imperialismo statunitense è ancora influenzato dall’eredità della “sindrome del Vietnam” che in effetti è stata fatto rivivere  dal terribile fallimento in Iraq, anche se sia Bush senior che Bush junior avevano creduto di essersene liberati.

Putin sta traendo vantaggio dal fatto di essere più assertivo di Washington riguardo alla Siria, appoggiando pienamente il regime di Assad, mentre gli Stati Uniti non appoggiano l’opposizione siriana in nessun modo equivalente. L’appoggio di Washington all’opposizione è più materiale di scherzo che di qualcosa di serio. Mentre Mosca e Teheran stanno fornendo al regime siriano un appoggio a spettro totale, compreso un pesante coinvolgimento di combattenti per procura da parte dell’Iran.

Il regno saudita e le altre monarchie del Golfo sono state entusiaste di  distruggere le insurrezioni. Il colpo di stato di Sisi in Egitto non sarebbe stato possibile senza il completo appoggio saudita. I Sauditi saranno in grado di svolgere questo ruolo per molto tempo? Quali prospettive di cambiamento pensa che ci siano nei paesi del Golfo?

Questo è davvero un problema importante. Il regno Saudita  è stato sempre un     fondamentale di reazione nella regione. Questo è il ruolo che ha svolto fin da quando è nato perché è stato costantemente lo stato più reazionario della terra. Se si considera l’ISIS come uno stato, si può dire che è l’avversario dei Sauditi in quel senso. Hanno molte caratteristiche comuni e condividono una storia analoga, tranne che uno fu fondato all’inizio del ventesimo secolo e l’altro un secolo più tardi con mezzi molto diversi.

Il regno Saudita è un importante baluardo reazionario nella regione, ma la sua abilità di svolgere un ruolo militare diretto è di più nel suo ambiente diretto, nel Golfo. Ha avuto un ruolo fondamentale nell’aiutare la monarchia del Bahrein a sedare l’insurrezione in quel paese. In Yemen il regno saudita sta intervenendo a fianco del governo di coalizione derivato dal compromesso dello Yemen nel novembre 2011, in opposizione al deposto presidente Ali Abdullah Saleh, ora alleato con gli Houthi.  Questo è fondamentalmente un altro scontro tra due campi controrivoluzionari, come abbiamo detto.

In Siria, il regime saudita svolge un ruolo ma per lo più tramite finanziamenti, non con un intervento diretto. Per nostra orribile sfortuna, i Sauditi hanno preso il controllo di un paese che  è risultato avesse le più grosse riserve petrolifere del mondo. Questo ha dato loro enormi  mezzi che hanno continuato a usare per decenni per aiutare il loro padrone statunitense e a diffondere la loro ideologia fondamentalista profondamente reazionaria.

In molti modi, non si può capire la forza del fondamentalismo nel mondo islamico contemporaneo se si ignora il fattore essenziale per il suo sviluppo che costituisce il regno Saudita. Nel lungo termine, questo blocco ultra-rezionario   deve andarsene se il processo rivoluzionario regionale deve raggiungere un esito progressista.

I due poli della controrivoluzione nella regione araba sono sostenuti da forze rivali: gli Stati Uniti e la Russia, le monarchie del Golfo e l’Iran. Non dimenticate che anche l’Iran è un regime islamico fondamentalista, anche se di tipo diverso. Il processo rivoluzionario arabo deve affrontare tutte queste forze.

Con la quantità di denaro che hanno sembra che sia una cosa disperata che l’Arabia Saudita possa cambiare. Mi chiedo quali pensa che siano le prospettive di un cambiamento in questo paese?

Ebbene, hanno tantissimo denaro,  ma cionondimeno c’è tantissima povertà nel regno Saudita. Il paradosso di questo stato ricco che ha così tanta povertà – tra i nativi, non parliamo poi degli immigrati – produce un profondo scontento contro la monarchia.

Le più crude espressioni di opposizione alla monarchia finora hanno   nel proprio “marchio” islamico di ultra-fondamentalismo islamico che è noto come Wahhabismo. E’ stato il caso dell’insurrezione della Mecca nel 1979 e più di recente con Al-Qaida. Tutti sanno che 15 dei 19 dirottatori dell’11 settembre erano cittadini sauditi. Al-Qaida aveva e ha ancora un gran numeri di suoi membri che hanno la cittadinanza saudita.

Tale opposizione è stata l’unica che è riuscita a svilupparsi nel regno saudita precisamente perché era in grado di operare dall’interno dell’ideologia del regime, mentre è molto più difficile che un’opposizione progressista si sviluppi là, per non parlare di una femminista o di una Sciita.

Cionondimeno esiste un potenziale progressista nel regno, e prima o poi esploderà, nello stesso modo in cui è esploso in altri paesi della regione. Dopotutto, lo Scià in Iran aveva un regime molto repressivo che molte persone credevano fosse immune al crollo.

Tuttavia, quando iniziò l’ondata rivoluzionaria in Iran alla fine degli anni ’70, abbiamo visto quanto rapidamente  riuscì a buttare giù il regime dello Scià. Non ci sono regimi eterni, e certamente non lo è il regime Saudita che è basato su una terribile oppressione, enorme disuguaglianza e spaventoso trattamento delle donne.

Considerando la sua  familiarità  con la sinistra radicale nel mondo arabo, lei è ottimista riguardo alle prospettive della rivoluzione araba? E’ giusto dire che il successo della rivoluzione araba  riguarda fondamentalmente  la riuscita della mobilitazione  operaia?

Per riassumere quello di cui abbiamo discusso fin dall’inizio della nostra conversazione, sono ancora speranzoso, anche se mi definirei ottimista. Qui c’è una differenza qualitativa. La speranza è che ci sia ancora un potenziale progressista. L’ottimismo è che questo potenziale sarà vittorioso.

Non scommetto sulla sua vittoria perché so come è difficile quel compito, tanto più che la costruzione di  una dirigenza alternativa progressista deve cominciare quasi       da zero in molti paesi. Il compito è spaventoso, enorme, ma non è impossibile. Nessuno si aspettava delle rivolte progressiste così impressionanti come quelle del 2011.

Il processo rivoluzionario a lungo termine nella regione verrà misurato in decenni, piuttosto che in anni. Da una prospettiva storica, siamo ancora nelle sue fasi iniziali. Questo dovrebbe essere un importante incentivo per un’azione intensa intesa a costruire  movimenti progressisti in grado  di  prenderne la guida. L’alternativa è un’ulteriore discesa nella barbarie e un crollo generale dell’ordine regionale verso quel tipo di terribile caos che vediamo già svilupparsi in  parecchi  paesi.

In quanto al lavoro,   quando parlo di dirigenze progressiste, secondo me è ovvio che   il movimento dei lavoratori dovrebbe essere una parte fondamentale di queste. Questo è il motivo per cui i paesi in cui c’è un potenziale maggiore al riguardo, come la Tunisia e l’Egitto, dovrebbero indicare la strada. Potremmo allora assistere a un effetto valanga.

Non dimentichiamo neanche che la regione araba non è su un altro pianeta. Fa parte dello scenario globale, ed è molto vicina all’Europa. Lo sviluppo della sinistra radicale in Europa può quindi avere un’importante influenza sullo sviluppo del suo equivalente nella regione araba.

(4. FINE)

Originale: Jacobin Magazine

Tratto da: www.znetitaly.altervista.org

 

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