DOPO 5 ANNI DALLA RIVOLTA (II)

Che cosa è successo alla Primavera Araba? – Seconda  parte

Nella foto Ben Ali, Hosni Mubarak e Bashar Assad

di  Gilbert Achcar e Nada Matta

18 dicembre 2015

Diamo un’occhiata più da vicino all’Egitto e alla Tunisia, e poi torneremo alla Siria. Mentre si può respingere la spiegazione della rivolta come conseguenza della spaccatura tra le élite dominanti nei paesi arabi, in Egitto c’erano tensioni tra le nuove élite neo liberali emergenti e le élite militari. Come considera  queste tensioni? Pensa che abbiano avuto un impatto sulle rivolte e pensa che rivelino una tendenza generale nel mondo arabo come conseguenza del crescente ruolo politico del capitale privato?

Queste caratteristiche sono state esagerate con  molto idealismo basato sul mantra della scienza politica secondo il quale la classe media è l’agente fondamentale del cambiamento democratico. All’inizio, perciò, abbiamo sentito spesso l’idea che  l’insurrezione era guidata da una classe media occidentalizzata. Invece la borghesia neoliberale nella sua vasta maggioranza aveva paura delle dinamiche della rivolta.

Se in paesi come la Tunisia o l’Egitto una parte di questa finì con il prendere le distanze dal governante, è soltanto perché questo era diventato un ostacolo. L’hanno però fatto fondamentalmente allo scopo di salvaguardare lo stato. E se alcuni membri della classe capitalista neoliberale, come Naguib Sawiris in Egitto, per esempio, si mostrarono opportunisticamente come liberali,  il grosso dell’élite economica non appoggiò l’insurrezione.

Tuttavia, sia in Tunisia che in Egitto, l’esercito  e una grossa parte dell’apparato statale finirono con il convincersi che dovevano liberarsi del presidente allo scopo di impedire che l’insurrezione andasse avanti e si radicalizzasse. Le persone dimenticano che quello dell’11 febbraio in Egitto è stato un colpo di stato militare quanto quello del 3 luglio 2013. Entrambi i colpi di stato furono effettuati dal Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) guidato la prima volta da Mohammed Tantawi e dall’attuale presidente Sisi la seconda. Entrambi i colpi di stato produssero una gigantesca mobilitazione di massa.

Alcuni sostengono che c’era disagio  tra le élite militari in Egitto riguardo al   figlio di Mubarak, Gamal, e per il crescente potere delle élite economiche intorno a lui. Direbbe che questo ha avuto un effetto sull’insurrezione?

Ci sono state certamente delle tensioni in Egitto tra l’esercito, da una parte e Gamal Mubarak e i suoi compari  dall’altra. Erano realmente  rivali,  perché in Egitto l’esercito è anche un’istituzione economica. E’ davvero e di gran lunga il più importante gruppo singolo di interessi economici nel paese.

Le forze armate sono coinvolte in ogni  genere di attività economiche non collegate a faccende militari. Agiscono come una importante holding, rivaleggiando con alcuni imprenditori privati e  subappaltando  ad altri e rivendicando allo stesso tempo un diritto di prelazione  su tutti i contratti.

Le tensioni tra i militari e Gamal si esacerbarono quando Hosni Mubarak espresse la sua intenzioni di trasmettere   il potere a suo figlio. I militari, naturalmente erano del tutto contrari a questa decisione, tanto più che questa sarebbe andata contro la tradizione da tempo  stabilita  che la repubblica egiziana viene governata da militari. Dopo Nasser, sia Sadat che Mubarak provenivano, come lui, dalle forze armate.

Tutte queste tensioni, però, non erano in nessun modo fondamentali per l’insurrezione. Erano il contesto per i cambiamenti che si verificavano in alto, ma la rivolta arrivò dal  della società e non è stata assolutamente il risultato di una lotta all’interno dell’élite.

Più di recente, il movimento dei lavoratori è stato un protagonista importante nei negoziati per il futuro della Tunisia. Si può anche sostenere che in Egitto l’aumento delle lotte per il lavoro nel 2012 spiegano in parte il colpo di stato del 2013. Sisi non voleva soltanto distruggere la Fratellanza Musulmana. Voleva anche mettere fine alla radicalizzazione in corso e ai crescenti livelli di malcontento sociale che raggiunsero il picco all’inizio del 2013 contro Morsi (il presidente in quel tempo). In che modo e perché i lavoratori in Egitto e in Tunisia svolgono ruoli diversi?  

Prima di tutto, come ho detto in precedenza, sfortunatamente non c’è alcun equivalente in Egitto dell’UGTT tunisino perché, fin dal tempo di Nasser e fino al 2011, il movimento dei lavoratori è stato portato  sotto il totale controllo  dello stato. Sebbene vedessimo emergere un movimento di lavoratori indipendenti pochissimi anni prima dell’insurrezione in Egitto, non ottenne mai nulla di lontanamente paragonabile al movimento tunisino.

E’ vero, la classe operaia ha svolto un ruolo importante in entrambi i paesi, ma in uno è la classe dei lavoratori organizzata, mentre nell’altro la classe nel suo complesso era e rimane non organizzata: quello che c’è sono scioperi a sorpresa organizzati a livello locale. Sono stati molto noti i 24.000 lavoratori del settore tessile di El-Mahalla El-Kubra in Egitto, all’avanguardia della lotta di classe in Egitto prima dell’insurrezione e fino adesso. In ogni momento cruciale sono stati in prima linea.

Ma in assenza di un movimento di lavoratori organizzato, indipendente dalla classe e presente in tutto il paese, ha avuto implicazioni enormi. L’esistenza dell’UGTT è il fattore principale che ha permesso che gli eventi prendessero una strada diversa in Tunisia, oltre all’assenza di una tradizione di governo militare: la Tunisia era uno stato di polizia sotto Ben Ali, ma non una dittatura militare.

L’unione di questi due fattori –la relativa  esternalità dell’esercito rispetto alla  politica, e l’importanza del movimento indipendente dei lavoratori spiega il motivo per cui  tale movimento potrebbe avere tale ruolo negli avvenimenti tunisini.

Non è, tuttavia, un movimento rivoluzionario di lavoratori. La Sinistra è diventata egemonica all’interno di questo in dal 2011, ma la vasta maggioranza non è radicale. L’UGTT guida la fondamentale lotta economica ma non mira  a cambiare la natura di classe del potere.

Ecco perché cerca compromessi con i capi e con lo stato e ha svolto il ruolo di conciliatore tre le due fazioni controrivoluzionarie nel paese – il vecchio regime e il movimento islamico – invece di combattere contro entrambe per un cambiamento sociale radicale. Il fatto che gli sia stato conferito  il Premio Nobel per la Pace *,  insieme ai capi del Sindacato, è molto rivelatore al riguardo. Dalla convenzionale prospettiva occidentale orientalista , tuttavia, la “eccezione democratica” tunisina viene intesa come “culturale.” Se coloro che sostengono questa opinione non si vergognassero di dirlo, avrebbero attribuito la “eccezione democratica” allo stesso Ben Ali!

Tuttavia, la  vera e sola eccezione tunisina è l’UGTT, questo potente movimento indipendente di lavoratori organizzati. Questo fatto conferma che il fattore più  determinante per la democrazia non è la “classe media” come dice la scienza politica borghese, ma il movimento dei lavoratori.

E il criterio più accurato per la democrazia politica è in realtà il rispetto per i diritti del lavoro e   l’esistenza di un movimento di lavoratori. Si possono trovare vari paesi con una fiorente  “classe media” in un regime dittatoriale, ma non si troverà mai un movimento autonomo di lavoratori con condizioni di dittatura.

La controrivoluzione ha vinto in quasi tutti i paesi arabi, tranne la Tunisia, si potrebbe dire. Anche se i tunisini non hanno raggiunto il loro obiettivo  di democrazia, e di giustizia sociale, almeno c’è ancora una possibilità di sfidare i centri di potere.

Temo che la Tunisia non faccia eccezione alla tendenza controrivoluzionaria regionale. Sta anche sperimentando una fase di controrivoluzione, anche se molto più debole. La Tunisia sta assistendo a un massiccio ritorno di uomini  del vecchio regime.

Lo stesso presidente attuale – a parte il fatto di essere il più vecchio capo di stato sulla terra dopo Mugabe dello Zimbabwe e la Regina Elisabetta, con il paradosso di essere presumibilmente   di una “rivoluzione giovanile” – è in gran parte un membro del vecchio regime.  Il nuovo partito dominante in Tunisia è, in grande misura, non esclusivamente, ma in grande misura – una versione  rinnovata del partito governante del vecchio regime.

Ma al contrario che in Egitto, tutto questo sta avendo luogo in  modo più   e più tranquillo. Fondamentalmente, qui c’è il fatto che la Tunisia è ora governata da una coalizione tra questa rinnovata versione del vecchio regime ed El-Nahda, l’equivalente tunisino della Fratellanza Musulmana, sebbene non avesse la stessa forza.
E’ uno scenario diverso in cui entrambe le ali della controrivoluzione sono in coalizione invece che lottare l’una contro l’altra, e questo è in effetti lo scenario che gli Stati Uniti vogliono vedere estendersi all’intera regione: una coalizione di vecchi regimi    la cosiddetta opposizione moderata rappresentata dai rami della Fratellanza Musulmana a livello regionale.

Passiamo alla Siria. Perché così tante persone  sono disorientate   riguardo alla Siria? Il regime siriano è estremamente oppressivo e settario, e tuttavia la rivoluzione siriana non ha ricevuto il sostegno che altri hanno avuto. 

Penso che tale confusione si basi soprattutto su idee sbagliate in reazione al governo statunitense. Quelli che non conoscono la storia della regione pensano che poiché il regime siriano è alleato con l’Iran e con Hezbollah libanese, sia antisionista e anti-imperialista.

Anche la propaganda del regime siriano la rappresentava in questa maniera. Alle fine di gennaio 2011, in una famosa intervista che Bashar El-Assad diede al Wall Street Journal prima dell’inizio dell’insurrezione in Siria, spiegò che il suo paese è immune al vento della regione – come lui voleva credere – perché il suo regime è “molto molto legato alle convinzioni delle persone.” Aggiunse che “la gente non vive soltanto per gli interessi, vive anche per convinzioni, specialmente in aree molto ideologiche.” Con questo voleva dire che lasciando credere al popolo siriano “molto ideologico” che lui è anti-Sionista e anti-imperialista, aveva ottenuto la soddisfazione popolare del suo regime.

Così, quando Hosni Mubarak fu rimosso dalle forze armate egiziane, la televisione di stato siriana mostrò la notizia con il titolo: “La caduta del regime di Camp David.” Volevano credere, o anzi, far credere, che l’insurrezione egiziana fosse la conseguenza dell’accordo di pace del 1978 con Israele, mentre il regime siriano presumibilmente nazionalista era immune alla rivolta popolare. Era una semplice pia illusione, naturalmente, come gli eventi dimostrarono poche settimane dopo.

Ora, il fatto che chiunque nella Sinistra cada preda di tale propaganda e che ci creda, è molto deplorevole. Se il regime siriano non ha concluso un trattato di pace con Israele, la verità è che non è stato per mancanza di volontà da parte siriana, ma per mancanza di volontà da parte israeliana. In realtà ci sono stati varie serie  di negoziati tra i due stati. Prima del 2011, l’allora Primo Ministro turco Erdogan, stava mediando tra il allora buon amico Bashar El-Assad e Israele.

Ciò che ha reso più difficile concludere l’accordo di pace tra Egitto e Israele, è radicato nella geografia. Israele restituì il Sinai all’Egitto perché militarmente è di per sé un baluardo, specialmente dal momento che una condizione del trattato era che sarebbe rimasto demilitarizzato. Nello spazio di tempo che ci impiegherebbe l’esercito egiziano ad attraversare il deserto che si estende tra il Canale di Suez e il confine israeliano,  potrebbe essere distrutto varie volte dall’aeronautica  militare israeliana.

Invece, le Alture del Golan sono una posizione strategica che sovrasta  direttamente il territorio di Israele pre-1967. Questo è il motivo per cui Israele si era annesso  il Golan nel 1981. A parte Gerusalemme Est, è l’unica parte dei territori arabi occupati nel 1967 che sono stati ufficialmente annessi dallo stato di Israele.

Il regime di Assad entrò in Libano nel 1976 con il via libera di Israele e degli Stati Uniti allo scopo di distruggere l’OLP e la Sinistra libanese e di salvare l’estrema Destra libanese da una sconfitta incombente. Dopo l’invasione israeliana del Libano del 1982, il regime di Assad continuò quello che Israele aveva cominciato, espellendo i combattenti palestinesi dalla metà meridionale fino a  Beirut compresa.

L’anno successivo, tramite i suoi delegati, il regime di Assad espulse dal Libano settentrionale i combattenti dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e lo stesso Arafat. Damasco appoggiò i suoi alleati libanesi del movimento settario sciita, Amal, nella loro guerra contro i campi palestinesi nel resto degli anni ’80. Nel 1990, Hafez El-Assad entrò nella coalizione guidata dagli Stati Uniti nell’attacco violento contro L’Iraq, coinvolgendo le truppe siriane nella battaglia. La gente dimentica o ignora tutto questo.

Non c’è strettamente nulla di anti-imperialista riguardo al regime di Assad. E’ un regime puramente opportunistico, come quello della mafia che persegue i suoi propri interessi. Allo stesso tempo, è uno dei regimi più dispotici della regione che pratica una repressione estremamente brutale.

All’inizio degli anni ’80, ci fu un considerevole giro di vite nei riguardi della Sinistra: quasi mille membri del Partito di Azione Comunista clandestino furono sbattuti in carcere e furono sottoposti a terribili torture. Centinaia restarono in prigione per periodi che andavano da dieci a venti anni, sebbene non fossero coinvolti in nessuna violenza e che mai  sostennero la violenza.

Il regime siriano aveva continuato ad attuare  accurati  cambiamenti neoliberali negli scorsi 15 anni con risultati molto visibili. La Siria ha visto lo sviluppo di una corrotta classe capitalista clientelare e la cricca governante era passata dal detenere il potere militare e politico a diventare il principale detentore del potere economico. Il cugino di Bashar El-Assad è di gran lunga l’uomo più ricco della Siria. E parecchi dei suoi

parenti sono diventati molto ricchi.

All’altra estremità dello spettro, la Siria ha assistito a una brusca crescita della disoccupazione, alla deindustrializzazione e all’impoverimento della campagna.  Tutto questo provocò enormi tensioni sociali che esplosero nel 2011. A questo riguardo, la Siria seguì lo stesso modello del resto della regione.

(2. CONTINUA)

22 dicembre 2015

Originale: Jacobin Magazine

Traduzione di Maria Chiara Starace

Tratto da•www.znetitaly.altervista.org

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