DISUMANIZZARE L’ALTRO E SE STESSI (2)

Di Cinzia Nachira.

La vicenda del conflitto israeliano-palestinese è un caso emblematico dell’intrecciarsi continuo tra passato, presente e futuro. La vicenda del discorso del primo ministro israeliano su Hitler lo dimostra in modo evidente. Ma Israele è un Paese assai complesso e complicato, non vi è errore più grossolano che ignorare, volutamente o meno, la sua complessità. Spesso alcuni osservatori hanno sottolineato che se i palestinesi, per incanto, sparissero e non rappresentassero più il nemico per eccellenza, tra ebrei israeliani scoppierebbe una sanguinosa guerra civile. Fin dagli anni trenta del secolo scorso, quando il progetto statuale israeliano in Palestina iniziò a realizzarsi, i più lungimiranti architetti del “sogno sionista” erano consapevoli che i palestinesi, o meglio, buona parte di essi, dovevano essere espulsi per consentire la nascita dello Stato. Ma allo stesso tempo, erano altrettanto coscienti che una minima percentuale di abitanti palestinesi dovevano essere tollerati perché altrimenti non potevano sostenere che il nascente Stato sarebbe stato democratico. Ma fin dalla guerra del 1967 Israele si è scontrato con un dilemma di fondo, in cui è rimasto impantanato fino ai nostri giorni: i palestinesi, al contrario di ciò che fecero nel 1948, nel 1967 in grande maggioranza non fuggirono. Questo fatto ha rappresentato il più grosso problema per Israele che né nel 1967, né nei decenni successivi ha potuto risolvere con la pura e semplice annessione delle terre occupate in seguito alla guerra: Gerusalemme Est, Cisgiordania, Gaza e Golan siriano. L’annessione avrebbe fatto esplodere due contraddizioni. Per un verso, avrebbe messo in discussione il “carattere ebraico” dello Stato, sempre rivendicato dalle diverse leadership israeliane, perché inevitabilmente l’annessione avrebbe reso necessario concedere la cittadinanza israeliana ad un numero “eccessivo” di palestinesi. Per un altro verso, non concedere la cittadinanza ai palestinesi eventualmente annessi, avrebbe esplicitamente dimostrato l’inconciliabilità della pretesa di creare uno Stato ebraico (etnicamente omogeneo) e democratico. Il crescente e costante slittamento verso posizioni oltranziste dell’opinione pubblica israeliana negli ultimi venticinque anni ha permesso ai governi israeliani che si sono succeduti di prendere decisioni e misure che, con l’alibi della sicurezza, mascheravano forme di espulsione e deportazione della popolazione palestinese sia di Gerusalemme Est che della Cisgiordania. Negli ultimi anni numerose leggi approvate dal parlamento israeliano sono andate in questa direzione. Fin dal 2010 una delle più odiose forme di punizione collettiva contro coloro che Israele definisce tout court terroristi è la deportazione di intere famiglie nella Striscia di Gaza dalla Cisgiordania o da Gerusalemme Est. Questo provvedimento ha riguardato centinaia di famiglie e migliaia di persone, mettendo a nudo, inoltre, il fatto che Israele usa la Striscia di Gaza come un’enorme prigione a cielo aperto.

L’esplosione dell’ultima ondata di rivolta palestinese e il coinvolgimento dei palestinesi israeliani offre al governo israeliano un’occasione per “risolvere” il dilemma nato con la guerra del 1967 e contemporaneamente, però, questa “soluzione” è molto problematica. Secondo la versione on line del giornale israeliano Yedioth Ahronoth del 26 ottobre 2015 il governo da settimane sta discutendo dell’ipotesi di revocare il diritto di residenza ai palestinesi che vivono nella periferia nord e est della parte orientale di Gerusalemme (11) (nella parte cisgiordana della città), annessa unilateralmente da Israele nel 1981. Se questa decisione dovesse essere alla fine messa in atto coinvolgerebbe 80.000 abitanti palestinesi di Gerusalemme, sui 300.000 complessivi. In un lungo e dettagliato articolo di analisi, Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto, ha osservato:

Netanyahu farebbe a meno molto volentieri della presenza di quei palestinesi ma si trova a dover combattere contro la destra più estrema, anche nel suo partito (Likud), che denuncia il «tentativo di dividere Gerusalemme» e lo accusa «di aver tradito la promessa elettorale» di tenere tutta la città, anche il settore arabo, sotto l’esclusivo controllo di Israele. Il deputato Israel Katz ha sollevato il tema dei “quartieri arabi” al di là del muro riconoscendo che sono zone ormai abbandonate. «Tuttavia è una decisione di ampia portata, che richiede un referendum (tra gli israeliani, ndr), perché comporterebbe rinunciare a dei territori», ha osservato tralasciando il dettaglio non insignificante che quelle aree per il diritto internazionale non sono parte di Israele ma dei Territori palestinesi occupati nel 1967. (12)

Ancora:

Il Muro israeliano in Cisgiordania e intorno a Gerusalemme Est è conosciuto con nomi diversi. (…) Ora occorre chiamarlo anche «Muro della demografia». (…) il primo ministro Netanyahu ha riferito che intende valutare la revoca della residenza a Gerusalemme a quei palestinesi, circa 80.000, che pur vivendo nei confini municipali della città hanno le loro case alle spalle del Muro, ossia sul versante cisgiordano. Un annuncio che dimostra una volta di più che la finalità principale della barriera non è garantire la sicurezza e impedire attentati, come affermano da 13 anni le autorità israeliane, bensì quella di raggiungere obiettivi politici, demografici e territoriali. Si punta in questo caso a realizzare una Gerusalemme Est, la zona araba occupata nel 1967, sotto il controllo totale di Israele ma con un numero sensibilmente ridotto di abitanti palestinesi(..). (13)

La demografia ha rappresentato sempre un’ossessione per i dirigenti dello Stato di Israele. Ma mentre fino agli anni ottanta del XX secolo questa ossessione riguardava il problema dell’annessione o meno dei Territori Occupati, oggi è un intreccio almeno di tre fattori: l’emigrazione ebraica che supera l’immigrazione, l’indomabilità dei palestinesi compresi quelli israeliani e, all’interno degli ebrei israeliani, il fatto che tra ebrei arabi e africani (soprattutto etiopi) gli ebrei europei sono diventati minoranza. Vi è, in sostanza, un problema di “suprematismo bianco” anche fra gli stessi ebrei israeliani. Questo non è un problema nuovo, ma in questi giorni la paura parossistica e quasi patologica del “nemico interno” ha provocato anche alcune vittime ebree uccise da soldati che, non riconoscendole come tali, hanno fatto fuoco al minimo atteggiamento “sospetto”. Ilan Pappe, uno storico ebreo israeliano che per le sue ricerche sulla Nakba è stato costretto a trasferirsi nel Regno Unito, in un articolo del 20 ottobre ha ben descritto questa situazione che rasenta la follia collettiva:

Nel mezzo di quella che è diventata nota in Israele come “Intifada degli accoltellatori”, una scena insolita  si è svolta a Ramat Gan, dove molti dei residenti sono ebrei iracheni. Una donna piccola e magra stava proteggendo un uomo steso a terra che era stato inseguito da una folla di 40 persone, compresi alcuni soldati, che voleva linciarlo.

Mentre giaceva a terra, gli è stato spruzzato spray al peperoncino negli occhi da vicino. E’ riuscito a dire al suo angelo custode: “Sono un ebreo.” Quando infine la folla ha recepito il messaggio, è stato lasciato solo.

Era stato inseguito perché quasi tutti gli ebrei iracheni assomigliano ai palestinesi; infatti molti di noi ebrei in Israele assomigliamo ai palestinesi. Gli unici ebrei che sono “protetti” sono gli ebrei Ortodossi Mizrahi (14) che indossano gli stessi vestiti che portavano i loro predecessori askenaziti (15) nell’Europa del 17° secolo, avendo rifiutato il loro tradizionale abito “arabo”. (16)

Altrettanto allarmante è il fenomeno delle vittime “casuali”, che non sono né ebree israeliane, né palestinesi. È emblematico al riguardo l’episodio del 18 ottobre scorso quando in una stazione di autobus a Beer Sheva, Habtoum Zarhoum un rifugiato eritreo che aveva l’unica colpa di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, è stato linciato a morte da una folla di una quarantina di israeliani che lo hanno scambiato per un palestinese. Questo episodio raccapricciante, come le esecuzioni sul posto dei ragazzi e delle ragazze palestinesi che commettono attacchi all’arma bianca quasi mai fatali per le loro vittime, come c’era da aspettarsi non hanno avuto quasi alcuna risonanza in Occidente. Ma, questo alla lunga potrà rappresentare un problema per il governo israeliano, per diverse ragioni. Fin dalle prime fasi della nuova rivolta palestinese, non pochi organi di stampa israeliani hanno sottolineato che freddare sul posto gli autori degli attacchi all’arma bianca non è una necessità, ma una volontà deliberata di “non fare prigionieri”. Alcuni, rari purtroppo, ebrei israeliani lungimiranti e consapevoli dei pericoli che questa deriva violenta può rappresentare per la stessa società israeliana, hanno sottolineato come questi episodi danno il senso dell’avviarsi di Israele verso l’abisso della barbarie quotidiana. Uno di questi è stato Michel Warschawski, ebreo israeliano di origini francesi che fin dalla guerra del 1967 ha scelto di lottare per i diritti inalienabili del popolo palestinese. Scelta che ha pagato anche con l’incarcerazione per “collaborazionismo col nemico”.  In un recente articolo apparso sul sito web dell’Alternative Information Center (17), Michel Warschawski riflettendo sull’episodio di Beer Sheva ha lanciato un vero e proprio grido d’allarme:

(…)A Beer Sheva (…): una folla impazzita di israeliani ha picchiato a morte Habtoum Zarhoum, un rifugiato eritreo che aveva avuto la sfortuna di trovarsi là. “Credevamo fosse un arabo” hanno detto i passanti come per scusarsi…come se un arabo avessero il diritto (il dovere?) di linciarlo. Il 18 ottobre 2015, siamo passati da una società coloniale ad una società barbarica che bisogna mettere al bando dalle cosiddette società civilizzate, una società potenzialmente genocidaria. (18)

Ma ciò che, giustamente, preoccupa Michel Warschawski è anche un altro aspetto di questa vicenda: il silenzio della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana che, evidentemente, si è ormai abituata a questo clima di intimidazione e di violenza quotidiana. La preoccupazione di tutti noi dovrebbe essere quella che se un’intera società senza reagire, senza pensare, sprofonda nella barbarie allora il problema centrale è, appunto, la passività con cui si assiste alla violenza, non solo, e forse non tanto, il praticarla. È anche questo un segno di barbarie. In questo senso, non si può che condividere il grido disperato di Michel Warschawski, che termina così il suo articolo:

L’unica via d’uscita per gli israeliani che rifiutano la barbarie nella quale stiamo sprofondando, è di neutralizzare lo sceriffo e i suoi sbirri (19), adesso. In centinaia di migliaia dovremmo scendere in piazza e pretendere che se ne vadano, possibilmente all’Aia dove dovrebbero essere giudicati per i loro crimini. Ma dove sono queste centinaia di migliaia di persone? Non sono anch’esse cadute nella barbarie, non in quanto assassini con le mani sporche di sangue, ma perché volgevano lo sguardo altrove mentre Habtoum Zarhoum veniva massacrato in strada? (20)

Ma i segnali d’allarme che evidenziavano questa spirale terribile della società israeliana risalgono almeno a sette anni fa, quando una delle aggressioni più feroci contro la Striscia di Gaza, la cosiddetta Operazione piombo fuso, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, provocò un massacro inaudito fra la popolazione inerme e impossibilitata a fuggire a causa dell’assedio, senza che contro questo crimine (sanzionato in quanto tale anche da diverse istituzioni internazionali) vi fosse alcuna reazione degna di nota. Anzi, al contrario, quella strage di massa fu approvata da una larghissima parte della società israeliana (all’epoca i sondaggi parlavano di un 85% degli ebrei israeliani che appoggiavano quell’aggressione). In quel momento, vi fu un’operazione di massiccia propaganda che disumanizzava letteralmente i palestinesi di Gaza, che secondo “illuminati” sionisti sedicenti moderati, avrebbero dovuto addirittura ringraziare Israele perché li liberava dalla presenza di Hamas. Ancora più recentemente, nell’estate del 2014, un’altra aggressione contro Gaza, ancora più devastante della precedente, ha riscosso un analogo consenso tra gli ebrei israeliani, nonostante che questo ennesimo crimine (il più sanguinoso dal 1967) abbia non poco compromesso l’immagine internazionale di Israele. L’impermeabilità alla violenza più cieca e feroce non è, quindi, purtroppo un fenomeno recente. E, occorre sottolinearlo, non solo in Israele: per quattro anni l’opinione pubblica mondiale ha assistito, e continua ad assistere, passivamente al massacro generalizzato della popolazione siriana (280.000 morti, tre milioni di profughi e sei milioni di sfollati interni) senza reazioni significative.

Cosa può significare tutto questo? Sicuramente, è il segnale di un imbarbarimento più generalizzato di quanto credessimo. Per un altro verso, rimanendo nei “limiti” del conflitto israeliano-palestinese, è un fenomeno terribile e riconducibile anche a ciò che si diceva all’inizio di questo testo riguardo all’importanza dell’assunzione delle responsabilità politiche, storiche e, non da ultime, etiche di coloro che commettono crimini e di coloro che, come denuncia Michel Warschawski, si voltano dall’altra parte mentre questi vengono commessi. Una delle cause dell’accettazione del livello crescente di violenza in Israele non può che avere anche origine in altri due elementi: l’impunità e il disinvolto voltafaccia di coloro (21) che quando la vittima ha svolto il ruolo che le hanno assegnato hanno criticato la politica dei loro governi, mentre quando questo non è accaduto hanno partecipato o almeno accettato la disumanizzazione dell’Altro, salvo poi trovare la comoda scorciatoia di scaricare le loro responsabilità sul criminale di turno.

L’impunità della quale gode a livello internazionale Israele è la causa prima dell’imbarbarimento della società di quel Paese. Seppure molte istituzioni internazionali abbiano spesso sanzionato le politiche israeliane, mai Israele è stato in un qualche modo costretto a pagare un prezzo per le azioni commesse. Le decine di risoluzioni, se non di più, delle Nazioni Unite che hanno negli anni denunciato l’occupazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, di Gerusalemme Est e del Golan siriano e che chiedevano il ritorno ai confini del 1967, sono state semplicemente ignorate dai vari governi israeliani. Erano sicuri che nessuno avrebbe loro imposto di mettere in atto quelle risoluzioni. Le rare volte che l’ONU ha tentato di protestare, assai timidamente, usando l’argomento dell’antisemitismo, i dirigenti israeliani (con nessuna differenza tra la cosiddetta sinistra e la destra) hanno sempre continuato a mettere in atto i loro piani.

Questo aspetto è stato spesso sottovalutato e ancora peggio volutamente ignorato, ma è chiaro che l’opinione pubblica israeliana, subendo gli effetti del più generalizzato arretramento culturale, politico ed etico, non sente più – nella sua stragrande maggioranza – neanche la minima necessità di riflettere sul fatto che disumanizzare il presunto nemico e il proprio imbarbarimento fino a livelli inaccettabili sono dinamiche che inevitabilmente scattano insieme.

Il 4 novembre ricorre il ventennale dell’assassinio di Yitzhak Rabin, il primo ministro che nel 1993 firmò con Yasser Arafat gli accordi di Oslo,  il quale restò vittima esattamente della stessa dinamica. In definitiva, l’assassinio di Yitzhak Rabin può essere definito come l’apice di quello stesso meccanismo fatale che è rappresentato dalla “legittimità” di disumanizzare, individualmente e collettivamente, chi si percepisce come il nemico. All’epoca degli accordi del 1993, tutti erano consapevoli, Yitzhak Rabin per primo, che si trattava di una tregua che, per un verso, consentiva alla direzione di Yasser Arafat di contrabbandare una sconfitta per una vittoria. Per un altro verso, quegli accordi offrivano l’opportunità a Israele di continuare e intensificare la colonizzazione della Cisgiordania, parcellizzando in modo definitivo il territorio che gli illusi pensavano dovesse diventare il futuro Stato palestinese. Ma, ciò nonostante, per i coloni e per una parte significativa dell’opinione pubblica ebraico-israeliana quel passo fu interpretato come il suo contrario perché dal 1948 un primo ministro israeliano sembrava riconoscere, quantomeno, l’esistenza del popolo palestinese. Tanto bastò ad armare Ygal Amir, il giovane colono che assassinò Yitzhak Rabin proprio mentre a Tel Aviv si svolgeva l’apologia di quella firma. Quel 4 novembre 1995 si chiudeva in modo traumatico il periodo precedente iniziato con l’invasione israeliana del Libano nel 1982, quando per la prima volta nella storia di Israele una parte consistente del Paese, nella sua componente ebraica, espresse in modo esplicito la volontà di “normalità” con la determinazione di andare oltre il “pionierismo” guerriero. L’assassinio di Yitzhak Rabin servì non solo alla destra oltranzista, ma anche a tutti coloro che negli anni precedenti non avevano avuto né la forza, né la lucidità di comprendere quale fosse la vera via d’uscita per il dilemma israeliano di fondo e la necessità di rispondere al quesito fondamentale: conciliare colonizzazione e occupazione con la democrazia, è possibile? Dato che la risposta è senza alcun dubbio negativa e avendo nel momento giusto rinunciato a non percorrere quella strada ciò che è avvenuto successivamente era in qualche modo inevitabile.

Oggi, paradossalmente, ciò che è più pericoloso per gli stessi ebrei israeliani – questa volta nel loro insieme – è il fatto che l’aver fatto coincidere il concetto di “normalità” con quello di “paura”, li espone sempre più alla propria totale disumanizzazione. Durante l’aggressione contro la Striscia di Gaza dell’estate del 2014 un film-maker israeliano ed ex collaboratore del quotidiano Haaretz, David Sheen, in un articolo del 10 luglio 2014 dal titolo Terrificanti tweets di adolescenti israeliani (22) racconta l’amara esperienza di aver inviato sul celebre network un messaggio che conteneva una sola parola ebraica Aravim (arabi, in ebraico). Vi sono state molte risposte di adolescenti israeliani, ragazzi e ragazze, che chiedevano l’eliminazione di massa dei palestinesi. L’autore è arrivato a definire questi messaggi come “potenzialmente genocidari”. Ma ciò che di più ha colpito e scioccato David Sheen è che gli autori e le autrici di quelle risposte avevano sul loro profilo delle foto che li ritraevano in pose per nulla aggressive. Volti acqua e sapone e, giustamente, questo “dettaglio” è ciò che più di tutto ha preoccupato David Sheen, che aggiunge quest’ultima osservazione: queste ragazze e questi ragazzi che hanno espresso in modo tanto esplicito la loro avversione verso i palestinesi, sono in grande maggioranza adolescenti che non avevano ancora svolto il servizio militare obbligatorio, quindi non avevano avuto alcuna esperienza di scontri diretti con i palestinesi (23). Probabilmente, aggiungiamo noi, quei ragazzi e quelle ragazze che evidentemente non vivono nelle colonie (altrimenti mai le ragazze si sarebbero autoritratte in bikini e in pose ammiccanti) non hanno mai visto neanche un palestinese o una palestinese o se è accaduto possono non essersene resi conto visto, come ha detto Ilan Pappe, che palestinesi ed ebrei israeliani delle ultime generazioni si possono facilmente confondere. La domanda che si è posta David Sheen, che condividiamo totalmente, è: cosa accadrà quando quei giovani e quelle giovani saranno nell’esercito o nell’aviazione militare e avranno armi sofisticatissime per mettere in pratica i loro sentimenti verso i palestinesi? In un tempo come è il nostro in cui l’abitudine alla violenza, anche la più crudele, è così diffusa il senso di inquietudine che provoca quest’interrogativo è immenso. Lungi da noi l’idea di “essenzializzare” un intero popolo stigmatizzandolo come il male assoluto oppure di pensare che nell’altro campo, tra i palestinesi – soprattutto i più giovani – l’aumento esponenziale della violenza non abbia prodotto effetti di abbrutimento altrettanto pericolosi ed inquietanti. Altrettanto, evidente, è che se ci accontentassimo della spiegazione di questo fenomeno con la paura dal lato israeliano e quello della reazione alla violenza da parte palestinese, commetteremmo un peccato di omissione gravissimo.

La conclusione che da questo tristissimo quadro è possibile trarre è che, qualunque soluzione politica possa essere pensata per affrontare i nodi di fondo di questo conflitto, non ci si potrà esimere dal riflettere su quali società sono state costruite in questi decenni e se mai sarà possibile che in futuro una riconciliazione sostanziale possa avvenire tra due popoli le cui generazioni che presto avranno nelle loro mani le redini di quelle società non si conoscono ma già si odiano, perché temono che gli uni vogliano l’annientamento degli altri. Sarà necessario, sicuramente, uno sforzo enorme da parte di tutti noi per uscire da questo circolo vizioso, ma siamo altrettanto sicuri che è una battaglia nella quale sarà bene impegnarci. Il recupero individuale e collettivo delle dimensioni di umanità dell’altro è sicuramente un percorso ad ostacoli, ma è l’unica via che è rimasta percorribile. Non abbiamo alternative se non vogliamo essere artefici della moltiplicazione, in Palestina come altrove, di leaders politici come Benjamin Netanyahu, ma soprattutto se non vogliamo passivamente restare vittime di un mondo costruito in ghetti identitari, siano essi religiosi, etnici o politici. (Fine)

Cinzia Nachira

11 HYPERLINK “http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4716732,00.html” http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4716732,00.html

12 Michele Giorgio, Il muro «demografico» di Bibi, in «Il Manifesto» 27 ottobre 2015

13 Ibidem

14 I Mizrahim: sono gli ebrei di origine araba, che in Occidente vengono chiamati più frequentemente sefarditi.

15 Gli Askenaziti, sono gli ebrei che provengono dalla valle del Reno.

16 Ilan Pappe, Israeli colonisation is at the root of the violence, in  HYPERLINK “http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2015/10/israeli-colonisation-root-violence-palestine-151019142927288.html” http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2015/10/israeli-colonisation-root-violence-palestine-151019142927288.html, versione italiana: La radice della violenza in Palestina, 20 ottobre 2015, in Rproject:  HYPERLINK “http://www.rproject.it/?p=4749” http://www.rproject.it/?p=4749 

17 L’ Alternative Information Center, è stato fondato nel 1984 con la finalità di unire in un’unica battaglia per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e per un’effettiva democrazia in Israele, ebrei israeliani e palestinesi. E’, ancora a tutt’oggi, l’unica esperienza effettivamente paritaria fra ebrei israeliani e palestinesi. Michel Warschawski è tra i fondatori del centro ed attualmente condirettore.

18 Michel Warschawski, Where are the hundreds of thousands of Israelis demanding an end to this barbarity?, 21 ottobre 2015, http://www.alternativenews.org/english/index.php/aicoment/1091-barbarity-on-israeli-streets

19 Qui si riferisce a Benjamin Netanyahu e ai ministri del suo governo.

20 Ibidem

21 È questo il caso di numerosi intellettuali israeliani che a momenti alterni solidarizzano con i palestinesi, per poi rientrare nel coro di coloro che li accusano di non essere dei partner affidabili. L’esempio più clamoroso è quello di Benny Morris, uno storico israeliano le cui opere hanno fortemente contribuito a far emergere le responsabilità israeliane nella Nakba. A partire dal 2000 egli ha cambiato posizione, rivendicando perfino l’idea del Muro di separazione e sostenendo che l’errore di David Ben Gurion tra il 1947 e il 1949 fu di non espellere tutti i palestinesi.

22 David Sheen, Terrifying tweets of pre-Army Israeli teens, 10 luglio 2014 in  HYPERLINK “http://mondoweiss.net/2014/07/terrifying-tweets-israeli” http://mondoweiss.net/2014/07/terrifying-tweets-israeli

23 Cfr. David Sheen, op. cit.

Potrebbe piacerti anche Altri di autore