LE VITTIME EBREE DEL SIONISMO

Segnalazione.

E’ uscito “Le vittime ebree del sionismo” di Ella Shohat con una introduzione di Vera Pegna.

“Le vittime ebree del sionismo” tratta un argomento di cui poco si parla: è dedicato infatti alle ripercussioni che la fondazione dello Stato d’Israele ha avuto sulle comunità ebraiche orientali. È questo il contenuto del saggio iniziale di Vera Pegna, “Ricordi di una vita felice in Egitto, prima di Israele”, che ricostruisce il rapporto tra le comunità ebraiche e quelle cristiane e musulmane. Ai ricordi personali l’autrice intreccia riflessioni storico-politiche che danno un quadro inedito della condizione dell’ebraismo orientale.

Della funzione svolta dalla componente ebraico-araba nella realizzazione della società israeliana parla il saggio della studiosa di origine irachena, Ella Shohat, “Il sionismo dal punto di vista delle sue vittime ebree”, dal quale si evince tra l’altro che, come scrive nella Prefazione Cinzia Nachira curatrice del volume, “La cruda ricostruzione dell’arrivo in Israele degli ebrei arabi fa emergere come in realtà l’obiettivo dell’istituzione dello Stato di Israele fosse quello di creare uno ‘Stato omogeneo’, annullando le diverse appartenenze geografiche e culturali”.

Chiude il libro un’intervista di Cinzia Nachira e Nicola Perugini alla stessa Ella Shohat, dove vengono valutati i cambiamenti intervenuti nella società israeliana negli ultimi anni.

Ella Shohat: “Le vittime ebree del sionismo”, pp. 160, € 12,00.

Per richiederlo scrivere a: edizioni.q.roma@gmail.it oppure info@edizioniq.it

Riportiamo un brano del testo di Ella Shohat

ella

Epilogo

Per i mizrahim, il sionismo europeo da molti punti di vista ha rappresentato un enorme inganno, un gigantesco massacro culturale, un’impresa che è riuscita almeno parzialmente a sradicare, nell’arco di due o tre generazioni, una civiltà radicata da molti millenni in Oriente ed unificata nella sua diversità. Preciso subito che nelle mie tesi non vi è l’intenzione di far emergere un nuovo antagonismo fra ashkenaziti e mizrahim. Nonostante le loro differenze culturali e religiose, le due comunità hanno convissuto in modo relativamente pacifico, fianco a fianco, in molti altri paesi e in diverse situazioni. È accaduto che in Israele queste due comunità hanno stabilito dei rapporti di coabitazione fondati sulla dipendenza e sull’oppressione (occorre ricordare, d’altronde, che solo il 10% degli ebrei ashkenaziti si sono trasferiti in  Israele). Senza dubbio gli ebrei ashkenaziti sono stati le prime vittime delle forme più violente dell’antisemitismo europeo, per questo motivo è delicato assumere una posizione pro-palestinese ed anche pro-mizrahi. Ogni tipo di critica avanzata dai mizrahim è destinata ad essere condannata e soffocata in nome della minaccia all’ «unità del popolo ebraico» del post-olocausto (secondo una logica che nega le differenze e le dissonanze che fanno parte di ogni unità, soprattutto le più recenti). La mia posizione non è né morale né caratteriale e non cerca uno schema manicheo che metta gli ebrei orientali nel campo dei buoni e gli oppressori ashkenaziti in quello dei cattivi. I miei argomenti sono di ordine strutturale e cercano di offrire una teoria della «struttura del risentimento», di questo profondo sentimento di rancore verso l’establishment che unisce i mizrahim a qualunque posizione politica aderiscano. Inoltre, la mia tesi è basata  sulla descrizione e sull’analisi della situazione sul campo: sostengo che l’elaborazione dell’identità sociopolitica israeliana continua a relegare i mizrahim in una condizione di sottosviluppo.

Una minaccia aleggia sul sionismo: tutte le sue vittime – i palestinesi, i mizrahim (così come gli ashkenaziti dissidenti, in Israele ed anche all’estero, etichettati come degli eterni insoddisfatti che rimuginano sul loro «odio di sé») – potrebbero cogliere gli elementi che accomunano la violenza che li opprime. L’establishment sionista di Israele ha fatto di tutto per allontanare questa minaccia: ha fomentato una guerra e ha costruito un vero culto della sicurezza nazionale; ha dato della resistenza palestinese l’immagine semplicistica del terrorismo; ha creato le condizioni della discordia tra mizrahim e palestinesi; ha creato dei mizrahim il ritratto caricaturale degli arabofobi; attraverso il sistema educativo e i mass media ha incitato i mizrahim a odiare gli arabi e a rifiutare la propria cultura; ha represso o cooptato tutti quegli elementi che potevano favorire un’alleanza progressista tra palestinesi e mizrahim.

Non tento assolutamente di risolvere con un’equazione le  sofferenze dei palestinesi e quelle dei mizrahim – è evidente che il sionismo ha fatto infinitamente più torti ai palestinesi – non cerco neanche di paragonare le lunghe liste di crimini commessi contro gli uni e contro gli altri. Mi sforzo di cogliere non una perfetta somiglianza, ma piuttosto delle affinità e delle analogie tra gli interessi e le esperienze dei due popoli. Non chiedo ai palestinesi di «comprendere» i soldati mizrahim che forse sono tra coloro che gli sparano addosso. Perché è chiaro che non sono mizrahim coloro che regolarmente vengono uccisi sistematicamente dalle pallottole israeliane per le strade di Gaza o nei campi profughi del Libano. Non si tratta di stabilire chi merita più compassione, ma di cercare delle alternative. Fino a questo momento, il sionismo ideologico e politico ha fatto dei palestinesi e dei mizrahim non dei soggetti che agiscono ma degli oggetti che subiscono e si è impegnato a metterli l’uno contro l’altro.

Ma in ogni caso non sono stati i mizrahim a prendere le decisioni cruciali che hanno determinato la cacciata brutale e l’oppressione dei palestinesi – anche se dopo sono stati reclutati come carne da cannone – e non sono stati i palestinesi che hanno sradicato, sfruttato e umiliato i mizrahim. L’attuale regime israeliano ha ereditato dall’Europa una profonda avversione per il rispetto del diritto all’autodeterminazione dei popoli non europei. E da questo ha avuto origine sia  il suo atteggiamento sorpassato e rivolto al passato, sia i suoi riferimenti atavici alle «nazioni civilizzate» e al «mondo civilizzato».

Esattamente come le prospettive di pace tra Israele e gli arabi passano necessariamente attraverso il riconoscimento e l’affermazione dei diritti storici del popolo palestinese, così si potrà arrivare ad una pace vera solo se non saranno ignorati i diritti collettivi dei mizrahim. Sarebbe incongruente negoziare solo con coloro che sono al potere o che sono stati cooptati dal potere, riducendo la sottomissione degli ebrei provenienti dai paesi arabi e musulmani a un problema «interno agli ebrei». Ciò equivarrebbe a riprendere la posizione sionista secondo la quale la questione palestinese è solo un problema arabo «interno». Non cerco di far aderire tutti i mizrahim alla mia tesi, anche se penso che la maggior parte potrebbe in molti punti condividerla. Spero invece di dimostrare che solo un’analisi di questo genere è in grado di rendere conto della complessità dell’attuale situazione, della sua profondità e della gravità della rabbia dei mizrahim. Infine, con questa analisi, spero di aprire una prospettiva che a lungo termine possa contribuire ad altre iniziative che mirino ad uscire dall’intollerabile impasse attuale.

 

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