Alla fine dell’estate 2015 la Russia ha aumentato in modo significativo il proprio coinvolgimento militare a fianco del regime di Assad, fornendo tra le altre cose addestramento e supporto logistico all’esercito siriano. Il 17 settembre 2015 l’esercito del regime ha iniziato ad utilizzare nuovi tipi di armamenti aerei e di terra inviati dalla Russia mentre delle foto satellitari scattate a metà settembre hanno mostrato le forze russe mentre costruivano due nuove installazioni militari vicino Latakia.

Un altro livello di coinvolgimento militare è stato raggiunto il 30 settembre scorso quando l’aviazione russa ha condotto le prime incursioni in Siria. Inoltre il 21 settembre sono arrivati centinaia di soldati iraniani che presto si uniranno alle forze del regime e ai loro alleati libanesi di Hezbollah in una grande offensiva di terra sostenuta dai bombardamenti russi. L’operazione militare dovrebbe puntare a riconquistare i territori perduti da Assad a favore delle varie forze di opposizione e molto probabilmente si concentrerà nelle campagne di Idlib e di Hama.

Ricordiamo che tutti questi attori sono stati cruciali per la sopravvivenza del regime di Assad e che per lungo tempo la Russia ne ha rifornito le forze armate con la stragrande maggioranza del proprio arsenale: ha continuato ad inviare carichi considerevoli di armi leggere, munizioni, pezzi di ricambio e materiale riammodernato. Nel gennaio 2014 hanno incrementato le forniture di equipaggiamento militare inviando veicoli, droni e bombe teleguidate.

La “guerra contro il terrorismo”, ovvero salvare e consolidare il regime di Assad
La campagna della “guerra contro il terrorismo” lanciata dallo stato russo è un modo per sostenere politicamente e militarmente il regime di Assad e per schiacciarne ogni forma di opposizione. Putin vuole che le varie forze imperialiste occidentali considerino Assad come il governante che possa aiutarli nella loro lotta contro il “terrorismo”.
Ciò si vede dai bersagli delle incursioni: il 30 settembre i jet russi hanno condotto i loro primi raid contro Zafarana, un villaggio a nord di Homs, e vicino Lataminah, una città a nordovest di Hama, in cui non sono presenti bastioni dello Stato Islamico (SI). Uno dei gruppi colpiti vicino Hama, Tajammu al-Izzah, viene considerato come un membro importante dell’Esercito Siriano Libero (ESL) ed uno dei pochi in Siria ad aver ricevuto dei missili anticarro che ha usato regolarmente contro i carri armati ed i veicoli corazzati nella Siria centrale. Lo stesso giorno sono stati bombardati Talbiseh, al-Mukarama, Reef Homs al-shamali, tutte zone principalmente sotto il controllo dell’ESL e in cui sono presenti anche Jabhat Al-Nusra e Ahrar al-Sham. Secondo le Forze di Difesa Civile Siriane, un’organizzazione di protezione civile composta da volontari, ad Homs e ad Hama si sono registrati i decessi di più di 35 civili causati dalle incursioni russe.

Nei giorni seguenti son stati colpiti un centro di comando e un deposito sotterraneo di armi vicino Raqqa, come come un deposito di armi a Maraat al-Numaan. Maraat al-Numaan, nella provincia settentrionale di Idlib, non è una base dello Stato Islamico e la maggior parte dei combattenti della zona appartengono alla coalizione Jaysh al-Fatah, guidata da Jabhat Al-Nusra e da Ahrar al-Sham.
Dall’inizio delle incursioni, il 30 settembre, l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha registrato almeno 39 decessi civili e 14 di combattenti, prevalentemente jihadisti dell’ISIS ma anche membri di Jabhat Al-Nusra, Ahrar al-Sham e di brigate dell’ESL. Il ministro della difesa britannico ha dichiarato che solo un bombardamento su venti ha avuto come bersaglio le forze dello Stato Islamico mentre tutti gli altri hanno colpito almeno 4 fazioni che operano sotto l’ombrello dell’ESL.

Gli ufficiali russi hanno dichiarato che le operazioni dovrebbero durare 3 o 4 mesi.
L’obiettivo è chiaro: salvare e consolidare il potere militare e politico del regime di Assad. Il presidente russo Vladimir Putin lo ha detto il 28 settembre: «Non c’è altro modo di risolvere il conflitto siriano oltre a quello di rafforzare le legittime agenzie governative esistenti, sostenerle nella loro lotta contro il terrorismo.» In altre parole schiacciare tutte le forme di opposizione, che siano democratiche o reazionarie, al regime di Assad grazie alla cosiddetta “guerra al terrore”. Tutti i regimi autoritari hanno utilizzato questo stesso tipo di propaganda per reprimere i movimenti e/o i gruppi di opposizione ai loro poteri: Assad sin dal primo giorno di sollevazione popolare, Sisi in Egitto per reprimere specialmente la Fratellanza Musulmana ma anche la sinistra progressista e i movimenti democratici come i Socialisti Rivoluzionari, il Movimento 6 aprile etcetera … Erdogan contro il PKK e i vari movimenti di sinistra, il Bahrain e l’Arabia Saudita contro i manifestanti e i movimenti popolari che sfidano il loro potere, etcetera.

Le potenze imperialiste internazionali non sono state da meno: dallo Stato russo che ha represso qualsiasi forma di resistenza alla sua occupazione in Cecenia ai diversi interventi militari degli USA in tutto il mondo. Entrambi rivendicavano, e rivendicano tuttora, di combattere contro il terrorismo.
La tempistica di questa espansione militare da parte degli alleati del regime è dovuta a due ragioni principali: 1) la crescente debolezza politica e militare del regime di Assad e 2) l’assenza o la carenza di qualsiasi politica chiara di assistenza ai rivoluzionari da parte delle potenze occidentali.

La debolezza politica e militare del regime
In primis sul piano militare l’esercito siriano è stato gravemente indebolito, con varie stime che sottolineano come i suoi coscritti siano passati dall’essere 300,000 a poco più di 80,000, ed ha sofferto numerose gravi sconfitte negli ultimi mesi, soprattutto dopo che il maggio scorso le città settentrionali di Idlib e di Jisr al-Shughour sono cadute nelle mani di Jaysh al-Fatah, una coalizione guidata da Jabhat al-Nusra e da Ahrar al-Sham.

Le diserzioni e il fatto che la gioventù siriana non avesse tutta questa voglia di morire per un regime autoritario e corrotto sono i motivi principali per cui l’esercito non riesce a reclutare nuovi soldati. Tanti giovani uomini stanno fuggendo in Europa spesso dopo aver ricevuto la cartolina della leva o dopo esser stati chiamati come riservisti. A poco sono serviti la propaganda dell’esercito sui media di stato, i poster di reclutamento sparsi per tutta Damasco e la recente amnistia per i disertori e i renitenti alla leva.
Lo scorso luglio Assad ha ammesso che il suo esercito soffre di mancanza di manodopera e ha dovuto abbandonare alcune aree per meglio difendere ciò che viene chiamata la “Syrie utile” (la Siria utile) – cioè la zona tra Damasco e Homs e l’area costiera intorno a Latakia.

La debolezza dell’esercito del regime ha portato alla creazione di una Forza di Difesa Nazionale formata su base locale da 125,000 uomini e che è stata addestrata e pagata dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che ha anche preferito l’utilizzo di milizie sciite provenienti da Iraq, Pakistan ed Afghanistan, oltre, ovviamente, ad Hezbollah. Per i sostenitori del regime affermare che Assad difende lo Stato e le sue istituzioni è piuttosto imbarazzante…senza dimenticare che la gran parte delle distruzioni delle istituzioni statali, tra cui scuole, ospedali, etcetera, sono il risultato dei bombardamenti condotti dalle forze del regime.

Sul piano politico si è espressa sempre più frustrazione contro il regime nella cosiddetta regione “lealista”, soprattutto negli ultimi mesi.
Agli inizi di settembre ci sono state delle manifestazioni a Fuaa e a Kafriyeh, due villaggi sciiti in provincia di Idlib, per protestare contro l’inattività del regime che non era riuscito ad aiutarli a respingere gli attacchi e i bombardamenti di Jabhat al-Nosra e Ahrar al-Sham. Molti media hanno detto che il 31 agosto i manifestanti sono andati ad Homs e a Damasco dove hanno bloccato per parecchie ore la strada che conduceva all’aeroporto.

Ad agosto più di mille persone hanno inscenato un sit-in alla rotonda di al-Ziraa (Latakia) per protestare contro l’omicidio del colonnello Hassan al-Sheikh commesso da Sulaiman al-Assad – il figlio del cugino di Bashar, Hilal al-Assad, che era il capo delle Forze di Difesa Nazionale e che è stato ucciso il 23 marzo 2014. Per adesso queste persone non sostengono la rivoluzione ma sono scese in strada perché stanche della guerra, della difficile condizione socio-economica e della corrotta famiglia Assad che ancora gestisce le zone sotto il proprio controllo come se fossero una loro proprietà, mentre ne derubano le ricchezze. Ci sono state poi altre manifestazioni a Tartous organizzate dai familiari dei soldati che volevano denunciare il modo in cui il regime tratta i propri figli e ne chiedevano il rientro.

Nella regione di Sweida, a maggioranza drusa, ci sono state numerose proteste contro le politiche del regime e il basso livello dei servizi pubblici. Recentemente sono scoppiate delle proteste per l’omicidio di Wahid Bal’ous, uno sceicco druso noto per la sua opposizione al regime e alle forze fondamentaliste islamiche, a seguito di un’esplosione nella zona di Dahret al-Jabal in cui sono rimaste uccise altre 20 persone. I manifestanti hanno protestato di fronte a numerosi uffici del regime ed hanno distrutto una statua dell’ex dittatore Hafez al-Assad. Bal’ous era una figura molto popolare tra la popolazione drusa e guidava il movimento “sceicchi per la dignità”, un gruppo impegnato a difendere i drusi della provincia e che combatteva anche contro lo Stato Islamico e Jabhat al-Nosra. Inoltre si batteva affinché le reclute dell’esercito siriano provenienti da Sweida non venissero spediti fuori dalla provincia, che è sotto il controllo del regime e delle milizie druse. Alcuni giorni prima della morte di Sheikh Bal’ous gli abitanti di Sweida avevano manifestato chiedendo al regime i servizi pubblici di base, comprese acqua ed elettricità.
Il clero ha sostenuto queste proteste.

L’assenza o la carenza di qualsiasi politica chiara di assistenza ai rivoluzionari da parte delle potenze occidentali
Questo secondo elemento non è nuovo: sin dall’inizio della rivoluzione le potenze occidentali si sono contraddistinte per la loro inattività e l’assenza di una politica chiara per assistere i rivoluzionari siriani.
Gli alleati del regime lo hanno capito ed è per questo che il loro sostegno politico, militare ed economico alla dittatura di Damasco non solo è rimasto costante ma è pure cresciuto con il passare del tempo. Ciò si riflette nelle parole di Alaeddin Boroujerdi, presidente del Comitato per la Politica Estera e la Sicurezza Nazionale nel parlamento iraniano, che nel giugno 2015 durante una visita a Damasco ha dichiarato che il sostegno dell’Iran al regime siriano è “stabile e costante” e ha sottolineato che non c’erano restrizioni o limiti alla cooperazione con la Siria.
Il presidente iraniano Hassan Rouhani nei palazzi dell’ONU ha continuamente detto che se gli stati occidentali erano seri quando parlavano di combattere il “terrorismo” allora il regime di Assad non doveva indebolirsi. Rouhani ha anche dichiarato alla CNN che «tutti hanno accettato il fatto che il presidente Assad debba rimanere così potremmo combattere i terroristi».

Come possiamo vedere è una triste realtà.

Nel suo discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 28 settembre il presidente statunitense ha chiaramente detto di voler lavorare con Russia ed Iran per trovare una soluzione in Siria e ha sottolineato l’impossibilità di mantenere “uno status quo ante-guerra”. Dopo i primi bombardamenti russi John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato statunitense, ha detto che un ufficiale russo aveva informato l’ambasciata statunitense a Baghdad riguardo le incursioni ed aveva chiesto che gli aerei americani si mantenessero al di fuori dello spazio aereo siriano per la durata delle loro operazioni. Alti ufficiali israeliani hanno annunciato di esserne stati informati un’ora prima. Ufficiali governativi russi si sono incontrati con Yossi Cohen, il consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, ed altri alti ufficiali della difesa israeliana. Il preavviso è stato dato per evitare qualsiasi scontro tra gli aerei israeliani e quelli russi.

Il primo ministro britannico David Cameron ha dichiarato che non intendeva escludere il ruolo di Assad nella transizione siriana ma che «che è molto chiaro che Assad non potrà far parte del futuro della Siria nel lungo periodo.»
La cancelliera tedesca Angela Merkel è andata nella stessa direzione dicendo che era necessario parlare con «molti attori, tra i quali Assad.» Ufficiali turchi hanno dichiarato che Assad potrebbe svolgere un ruolo in un periodo di transizione.

Fonti militari israeliane hanno confermato che tra i gruppi decisionali di Tel Aviv c’è consenso sul ritenere importante che il regime continui. Alon Ben-David, un commentatore di questioni militari, ha citato una fonte interna allo stato maggiore congiunto israeliano che dice: «Sebbene nessuno in Israele possa dirlo chiaro e tondo la nostra migliore opzione è che il regime di Assad rimanga e che le lotte intestine continuino il più a lungo possibile.»

Queste posizioni si sono rafforzate con la crisi dei rifugiati delle ultime settimane. La maggior parte dei programmi televisivi, articoli e dei cosiddetti esperti che parlavano dei milioni di profughi dalla Siria avevano lo stesso filo rosso: il problema è l’IS. Numerosi ufficiali di numerosi paesi sono giunti a dire che gli stati europei dovrebbero coordinarsi con il regime di Assad e i suoi alleati (Russia e Repubblica Islamica dell’Iran) per porre fine al problema dell’IS e quindi secondo loro anche a quello dei rifugiati. Ovviamente dimenticano che la radice dei problemi in Siria è proprio il regime, che è la causa per cui il 90% dei rifugiati lascia il paese.

Il 2 ottobre 70 fazioni ribelli e la Coalizione Nazionale Siriana dopo una riunione d’emergenza convocata per le incursioni russe hanno deciso di smettere di cooperare con i “gruppi di lavoro” dell’inviato ONU Staffan de Mistura per studiare una risoluzione del conflitto. Questi gruppi avevano completamente negato un qualsiasi ruolo per Assad in un periodo di transizione ed hanno rifiutato le richieste fatte dagli ufficiali del regime per dei colloqui di pace sotto l’ombrello delle Nazioni Unite. Hanno anche condannato i raid russi ed hanno accusato la Russia di partecipare alla guerra contro il popolo siriano.

Sin dall’inizio della sollevazione gli obiettivi degli USA e delle potenze occidentali non sono mai stati di assistere ed aiutare i rivoluzionari siriani o di rovesciare il regime. Al contrario gli USA hanno tentato di raggiungere un accordo tra il regime (o una sua parte) e l’opposizione legata all’occidente e ai regimi del Golfo, che è poco rappresentativa del movimento popolare e completamente corrotta.
Ricordiamo che secondo le linee guida di Ginevra del 30 giugno 2012, approvate all’unanimità dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, potrebbe essere concesso ad Assad non solo di servire nell’ente governativo di transizione ma anche di presiederlo nel caso in cui la delegazione dell’opposizione fosse daccordo. Parallelamente i rappresentanti della Repubblica Araba Siriana – il regime ed il governo – possono rifiutare dei personaggi nominati dall’opposizione.

Inoltre l’assenza di qualsiasi tipo di assistenza militare “grande”, organizzata e decisiva ai rivoluzionari da parte degli USA e/o degli stati occidentali è un’altra prova di non voler nessun cambiamento radicale in Siria. Nel gennaio 2015 il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo sugli aiuti della CIA scrivendo:
«Alcuni carichi di armi erano talmente esigui che i comandanti dovevano razionare le munizioni: uno dei comandanti preferiti dagli USA ricevette l’equivalente di 16 proiettili al mese per ogni combattente. Ai leader ribelli venne detto di consegnare i vecchi lanciamissili anticarro per averne di nuovi – e non potevano ottenere le munizioni per i carri armati catturati. Quando la scorsa estate hanno chiesto le munizioni per combattere le formazioni legate ad al-Qaeda gli USA glie le hanno negate.»

Il piano di Barack Obama approvato dal Congresso, che stanziava 500 milioni di dollari per armare ed equipaggiare dai cinquemila ai diecimila ribelli ma non è mai stato messo in atto, non mirava al rovesciamento del regime, come possiamo leggere nel testo della risoluzione:
«Il Segretario della Difesa è autorizzato, con l’accordo del Segretario di Stato, a fornire assistenza, tra cui addestramento, equipaggiamento, rifornimenti e sostegni, ad elementi adeguatamente controllati dell’opposizione siriana e ad altri appropriatamente controllati gruppi siriani ed individui per i seguenti scopi:
– Difendere il popolo siriano dagli attacchi dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante e difendere il territorio controllato dall’opposizione siriana.
– Proteggere gli Stati Uniti, i suoi amici ed alleati ed il popolo siriano dalle minacce poste in essere dai terroristi in Siria.
– Promuovere le condizioni per un accordo che ponga fine al conflitto in Siria.»

Ad oggi questo programma è un fallimento: «Il programma è molto più piccolo di quanto speravamo» ha ammesso Christine Wormuth, capo politico del Pentagono, affermando che erano sotto addestramento tra i 100 e i 120 combattenti e aggiungendo che stavano ricevendo “un addestramento formidabile”. Uno dei generali più in vista ha detto al Congresso che gli USA avevano addestrato con successo solo “quattro o cinque” soldati dell’opposizione.

Il 19 settembre il capo dello staff della “Divisione 30”, un gruppo ribelle siriano addestrato dagli USA, si è dimesso dal suo incarico denunciando problemi come «la mancanza di un numero sufficiente di reclute» e «la mancanza di serietà nell’implementare il progetto di costruzione della 30° brigata». L’altro problema incontrato dagli USA nel costituire gruppi armati leali ai loro interessi era ed è la realtà sul campo: la gran parte dei gruppi di opposizione hanno deciso di cooperare con Washington solo a condizione di mantenere la propria indipendenza ed autonomia decisionale, e se la collaborazione includesse un piano chiaro per rovesciare il regime di Assad.

Dall’altra parte le potenze regionali come la Turchia, l’Arabia Saudita ed il Qatar per i loro interessi politici hanno finanziato diversi gruppi, in gran parte di fondamentalisti islamici, che si oppongono agli obiettivi della rivoluzione. Ad esempio il Qatar è stato un sostenitore chiave di Jabhat al-Nosra (la sezione siriana di al-Qa’ida) mentre la Turchia ha sostenuto direttamente ed indirettamente numerosi gruppi fondamentalisti islamici come Jaysh al-Fatah e l’IS dandogli per un lungo periodo la totale libertà di movimento su entrambi i lati del confine settentrionale per combattere le forze democratiche dell’ESL e soprattutto contro qualsiasi autonomia delle regioni curde in Siria sotto l’ombrello del PKK. Dal canto loro reti di privati provenienti dalle monarchie del Golfo hanno finanziato diverse forze fondamentaliste con l’approvazione delle rispettive classi dominanti con la prospettiva di trasformare la rivoluzione popolare in una guerra settaria.

Conclusione
In questi ultimi giorni nelle zone liberate della Siria ci sono state molte manifestazioni per condannare le incursioni russe che, come abbiamo già detto, hanno avuto come bersaglio i civili e i gruppi militari locali ma non l’IS. Svariati gruppi sul campo si sono opposti ai raid. I Comitati di Coordinamento Locale hanno detto che «assicurano la sopravvivenza del regime di Assad» e hanno invitato «tutte le forze e le fazioni rivoluzionarie ad unirsi con ogni mezzo per rispondere all’aggressione russa.» Anche il Fronte Meridionale dell’ESL li ha condannati e ha descritto la presenza russa ed iraniana nel paese come un’occupazione.
Entrambi questi gruppi hanno anche richiesto la nascita di una Siria democratica.

Il 3 ottobre le forze dell’ESL hanno rivendicato l’abbattimento di un jet russo nella provincia di Latakia e di averne arrestato il pilota, ma la notizia deve essere confermata.

L’espansione militare russa ed iraniana è una chiara offensiva atta a porre fine alla sollevazione popolare in Siria tramite il consolidamento militare e politico del regime e la distruzione di ogni forma di opposizione. Ciò sta avvenendo grazie all’inerzia, e talvolta con l’accordo, delle potenze occidentali che vogliono stabilizzare la regione ad ogni costo, dunque senza porre le dimissioni di Assad come precondizione di un periodo di transizione.
Le differenti potenze imperialiste mondiali e i regimi borghesi regionali, malgrado le loro rivalità, hanno il comune obiettivo di sconfiggere le rivoluzioni popolari dell’area e la Siria ne è l’esempio più ovvio. Le varie iniziative di pace per la Siria, sostenute da tutte le potenze globali e regionali senza eccezione, hanno avuto gli stessi obiettivi sin dall’inizio del processo rivoluzionario nel 2011: raggiungere un accordo tra il regime di Assad ed una fazione opportunista – legata agli stati occidentali, alla Turchia e alle monarchie del Golfo – dell’oppozione racchiusa nella Coalizione Siriana.

Il punto non è di rifiutare qualsiasi tipo di soluzione che faccia cessare la guerra: si, il popolo siriano ha sofferto troppo e la maggior parte vuole una transizione verso una Siria democratica. Ma qualsiasi “soluzione realistica”, come amano definirla i funzionari e gli analisti, di medio-lungo termine non può includere Assad ed altri criminali del regime con le mani sporche di sangue altrimenti assisteremo al proseguimento del conflitto. Assad e i suoi soci devono essere responsabili dei loro crimini ed un simile processo va attuato anche nei confronti delle forze fondamentaliste e degli altri gruppi. Inoltre dobbiamo capire che per avere un qualsiasi cambiamento, anche minimo, non bisogna rovesciare solo Assad ma anche tutto il gruppo di ufficiali che controlla i servizi di sicurezza, l’esercito e gli altri apparati dello stato. Inoltre per qualsiasi cambiamento reale bisogna comprendere anche la natura patrimoniale del regime siriano.

Tutti i rivoluzionari devono opporsi a questo nuovo intervento militare imperialista atto a salvare una dittatura che si sta sgretolando e che sta portando soltanto nuovi massacri di civili e nuove sofferenze. Gli interventi di Russia, Hezbollah ed altri gruppi fondamentalisti sciiti iracheni hanno solo provocato altre morti oltre ad aver contribuito a schiacciare l’insurrezione popolare. Allo stesso modo, anche se sono di minore importanza, siamo contro gli interventi passati delle monarchie del Golfo e della Turchia, messi in atto solo per i loro interessi, per far scivolare la rivoluzione in una guerra settaria e che hanno portato i gruppi fondamentalisti ad attaccare i rivoluzionari, i civili e i soldati dell’ESL.

Dobbiamo inoltre sostenere l’invio di armi ai settori democratici dell’ESL e alle forze curde per combattere contro il regime di Assad e le forze fondamentaliste islamiche, senza che però vi siano condizioni politiche imposte dall’occidente.
Infine gli internazionalisti di tutto il mondo devono continuare a sostenere quel poco di speranza che ancora esiste e resiste in Siria, composta da vari gruppi democratici e progressisti e dai movimenti che si oppongono a tutte le controrivoluzioni: quella del regime di Assad e dei gruppi fondamentalisti. Questi sono gli unici a mantenere i sogni e gli obiettivi degli inizi della rivoluzione: democrazia, giustizia sociale, eguaglianza ed opposizione al settarismo.

Come era scritto sul manifesto di un rivoluzionario della città di Zabadani: «Le rivoluzioni non muoiono anche se vengono massacrate. Sono il concime della terra e riprendono vita anche dopo un po’ di tempo.»

*originale da syrianfreedomforever
Traduzione di. Emanuele Calitri

Tratto da: www.communianet.org

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