DUE ARTICOLI SULLA LEGGE DI STABILITA’

di Franco Turigliatto

Legge di stabilità, veleni, inganni e regalie

9 ottobre 2015

Non sono certo le slides di Renzi e la campagna promozionale del governo che permettono di capire il vero significato del Disegno legge di Stabilità, che disvela i suoi veleni giorno dopo giorno e che potrà essere verificato appieno solo quando arriverà nelle aule parlamentari tanto da spingere l’editorialista del Sole 24 ore ad affermare “nel momento di massima attenzione dei media e dell’opinione pubblica mancano i numeri completi e precisi della manovra, e tutto si basa su dati provvisori e tabelle lacunose”.

Eppure basta vedere i titoli euforici del giornale della Confindustria e  le dichiarazioni del suo presidente Squinzi per capire quali finalità si proponga e quali interessi difenda.

Le preoccupazioni di Renzi e Padoan

Nel predisporre la legge finanziaria, Renzi e Padoan avevano di fronte diversi problemi sia di ordine economico che politico/sociale così riassumibili:

  • continuare le politiche di austerità in funzione delle scelte economiche liberiste dominanti, favorendo ulteriormente le classi abbienti e le imprese e rinsaldando il legame con la Confindustria di cui sono i fiduciari;
  • ottenere dall’UE una certa flessibilità del bilancio per mascherare questi obiettivi evitando un affondo troppo forte e diretto che provocasse una resistenza di massa alla loro gestione politica (una serie di scelte ancora più dure e devastanti sono rinviate ai prossimi anni);
  • conquistare un certo consenso in vista delle elezioni di primavera, molto delicate per il futuro e la credibilità politica del primo ministro: l’abolizione delle tasse sulla prima casa era fondamentale per attrarre l’attenzione dei ceti popolari, ma soprattutto per conquistare vasti settori piccoli e medio borghesi e un’area di imprenditori, già sostenitori delle destra di Berlusconi; l’obiettivo non è solo il voto, ma anche un loro consolidamento in un vero blocco sociale liberista e conservatore.

Inoltre non si può comprendere la portata socioeconomica della manovra se non la si considera nel complesso delle controriforme operate dal governo che hanno distrutto i diritti del lavoro, fatto a pezzi la scuola, stravolto la costituzione e se non si tiene conto di quanto siano stati alterati i rapporti di forza nei luoghi di lavoro e la capacità negoziale della classe lavoratrice: piove non solo sul bagnato, ma dopo una vera e propria alluvione.

Le dimensioni finanziarie della legge

Il volume delle risorse che mette in campo la manovra è cospicuo: 27 miliardi, che potrebbero salire a 30, se la UE accettasse la richiesta italiana sulla clausola sui migranti.

Essa è costruita su un aumento del deficit pubblico, riverniciato come “flessibilità europea”, dopo che per anni ci hanno martellato sulla necessità di contrarre e far sparire questa “piaga economica”!

Il governo italiano ha più o meno già ottenuto dalle istanze europee di spostare l’obiettivo del pareggio di bilancio al 2018 e di far salire il rapporto debito/Pil dal 1,4 % al 2,2% sulla base delle clausole europee che consentono una certa flessibilità in relazione alle (contro)riforme strutturali (vedi Jobs Act) e agli investimenti produttivi. La possibilità di aumentare il deficit rende disponibili circa 14,6 miliardi di euro, cioè più della metà della manovra. Se poi la UE accettasse di inserire la clausola sull’emergenza migranti il deficit potrebbe salire al 2,4% del PIL con un’ulteriore disponibilità di 3,1 miliardi. Ne avevamo già parlato nell’articolo “Il brutto imbroglio della legge di stabilità” postato qui sotto.  

Quali sono le altre risorse che dovrebbero alimentare la finanziaria?

Due miliardi dovrebbero entrare dalla sanatoria sui capitali portati illegalmente all’estero; gli evasori possono regolarizzarli e riportarli in patria pagando solo una parte di quello che avrebbero dovuto versare al fisco in Italia.

Un altro miliardo dovrebbe essere racimolato dall’aumento dei prelievi sui giochi e da nuove gare (lo stato punta sulla propensione all’azzardo…).

Poi c’è la questione centrale e decisiva, il reperimento di circa 5,8 miliardi attraverso i tagli alla spesa pubblica (la spending review) che la Confindustria e tanti giornali avrebbero voluto ancora più pesanti, come se non fosse già stata saccheggiata dalle precedenti finanziarie.

La mannaia sulla sanità è ancora una volta pesantissima ed emblematica: il governo si è rimangiato i 2 miliardi e mezzo di risorse aggiuntive che aveva promesso alle Regioni. In realtà le disponibilità del 2016 per il servizio nazionale sanitario dovevano essere di 116 miliardi, ma questa cifra nel Documento programmatico era già scesa a113,5 miliardi e nell’attuale disegno di legge sono solo 111 miliardi. Per un’ampia disamina della problematica si rimanda all’articolo qui sotto.

Ma i tagli saranno ancora superiori, sia per effetto della cosiddetta razionalizzazione dei costi, sia perché alle regioni vengono ridotti i finanziamenti di ulteriori 1,8 miliardi di euro (3,3 nel 2017 e 4,7 nel 2018). E’ noto che l’80% delle spese regionali riguarda la sanità: facile tirare le conclusioni.

Se si considera che già oggi 10 milioni di persone in Italia fanno sempre più fatica a curarsi si comprende come questo governo punti sullo sfascio della sanità pubblica e lavori per distruggere il diritto fondamentale alla cura per tutte le cittadine e i cittadini. I ricchi non hanno difficoltà a rivolgersi alla sanità privata, attraverso cui, alcuni di loro già fanno ottimi affari.

La spending review taglia anche 300 milioni ai Comuni, già vicini alla bancarotta, e 400 milioni alla gestione della chiusura delle province. Un altro miliardo corrisponde ai tagli lineari effettuati sui ministeri; dopo i tagli già subiti è certo che questo significherà un’ulteriore contrazione dei servizi e della qualità dell’amministrazione. Infine sono previsti 4,8 miliardi che dovrebbero arrivare da “ulteriori efficientamenti” e dalla maggiore crescita economica (vedremo se la realtà corrisponderà alle speranze governative).

Come sono distribuite le risorse

L’abolizione delle tasse sulla prima casa è la misura che maggiormente è stata valorizzata.

La prima domanda da porsi è: chi trae maggior vantaggio da questo provvedimento?

Il taglio di questa tassa vale qualche centinaio di euro per la maggior parte delle famiglie, ma vale alcune migliaia di euro (una media di 2.800 euro) per la classe agiata e i grandi ricchi che posseggono le case e le ville di lusso (secondo le statistiche queste sono circa 75.000.

Una manovra sull’imposizione fiscale sulle case avrebbe avuto un senso di giustizia sociale solo se fosse stata concepita come misura proporzionale e progressiva rapportata al patrimonio complessivo dei cittadini e quindi di protezione dei ceti popolari.

L’IMU viene cancellata anche per i cosiddetti imbullonati, cioè sui macchinari delle imprese con un indubbio vantaggio per le aziende. Anche le aziende agricole si vedono cancellare l’IMU e l’IRAP agricole (si tratta di circa 800 milioni). Come è noto i terreni montani erano già esentati dal pagamento di questa tassa; ora questa misura si estende alla pianura nel tentativo di rilanciare un settore in palese difficoltà, solo che anche in questo caso non si fa differenza tra la piccola e media impresa agricola e le grandi imprese che dispongono di vaste proprietà e che molte volte sono collegate alle multinazionali agricole.

Le imprese godranno di una serie di ulteriori agevolazioni fiscali variamente articolate tra cui spicca lo sconto fiscale sugli investimenti produttivi che sale dal 100% al 140%, la detassazione dei premi di produttività, le misure che favoriscono il welfare aziendale (500 milioni), ecc.

Difficile fare il calcolo complessivo di quanto valgono tutte queste regalie per i padroni, ma la cifra si aggira intorno ai 6 miliardi di euro. I padroni continueranno a beneficiare anche nel prossimo anno dello sgravio contributivo (anche se ridotto) previsto dal Jobs Act per le assunzioni col contratto a tutele crescenti. L’impresa che assume entro il 2015 risparmia 8.000 euro all’anno di contributi per addetto per tre anni; dal 2016 lo sgravio scende del 40%.

Ma in realtà alle aziende potrebbero essere regalati da subito altri 3 miliardi se la UE accetterà una ulteriore flessibilità del rapporto deficit/Pil in relazione all’emergenza migranti; il governo italiano intende infatti utilizzare le risorse ottenute da questa flessibilità (fondi che in teoria dovrebbero servire per garantire l’accoglienza ai migranti che fuggono le guerre e le persecuzioni) per ridurre la tasse sulle imprese (IRES) di 3 punti percentuali, facendola scendere al 24%. Bisogna essere dei perversi e dei malintenzionati – come sono – per inventarsi una mascalzonata di questo genere.

Non ci soffermiamo sull’innalzamento delle soglia dell’uso dei contanti a 3.000 euro, perché è fin troppo chiaro a che cosa serve questa misura, così come c’è molto da temere sull’introduzione dell’abbonamento Rai nella fattura elettrica.

La generosità del governo si ferma qui: pensionati e lavoratori non rientrano nelle preoccupazioni del governo.

La legge finanziaria infatti stanzia solo 200 milioni per il contratto dei dipendenti pubblici (3.200.000 di lavoratrici e lavoratori) che hanno gli stipendi bloccati da 6 anni (una perdita che si aggira sul 20% secondo alcuni calcoli sindacali). Una sentenza della Corte costituzionale obbliga il governo a rinnovare il contratto: questi risponde stanziando circa 8 euro lordi per ciascun dipendente, una vera e propria provocazione.

E così anche per coloro che pur avendo molti anni di lavoro alle spalle non possono andare in pensione per effetto delle norme della legge Fornero. Le speranze dei sindacati di ottenere la cosiddetta flessibilità in uscita, cioè delle deroghe alle norme di quella controriforma sono andate deluse.

La legge di stabilità concede solo a chi ha più di 63 anni di concordare con il padrone un part time e di avere in busta paga i contributi netti che l’azienda avrebbe dovuto pagare all’INPS, mentre lo stato garantirà i contributi figurativi; nel migliore dei casi questo dipendente, lavorando al 50% dell’orario normale potrà disporre, invece della pensione, di un salario, ridotto del 65%.

Lo stesso modesto l’innalzamento della no tax area per i pensionari sopra i 75 anni viene rinviata al 2017.

Le clausole di salvaguardia

Ma le risorse maggiori (ben 16,8 miliardi, secondo il “Sole 24 ore”) sono utilizzate per impedire che il prossimo anno entrino in funzione le clausole di salvaguardia dei provvedimenti degli anni passati; queste clausole dispongono che, nel caso in cui certi obiettivi di maggiori entrate o di riduzione delle spese non siano stati raggiunti, scattino in automatico dal 2017 misure sostitutive.

Queste consistono in un aumento dell’IVA e nell’abolizione o riduzione delle agevolazioni fiscali per un valore complessivo per l’appunto 16 miliardi e 800 milioni.

Bene si potrebbe dire! Ma solo fino a un certo punto, perché il problema e solo rinviato e si riporrà nel 2017 e poi nel 2018 e perché la legge attuale contiene essa stessa altre clausole di salvaguardia che potranno scattare nei prossimi anni. Si parla di un intervento che tra due anni potrà salire a 25 miliardi e addirittura a 45 miliardi nel biennio 2017- 2018. Come si vede, il governo ha preso solo tempo: riducendo anno dopo anno le tasse alle classi superiori la coperta diventa sempre più corta e primo o poi i nodi verranno al pettine.

Un miliardo viene stanziato per le famiglie più diseredate e per i minori che vivono in condizioni di grave disagio. Il contrasto alle povertà sociali è uno dei cavalli di battaglia di Renzi che si dimentica che gli inaccettabili livelli di povertà presenti nel paese (8-10 milioni di poveri) sono il frutto avvelenato e diretto di venti anni di politiche di austerità e di mancanza di lavoro. Si distruggono i diritti, il lavoro sicuro e decentemente retribuito, si svalorizza complessivamente il lavoro a vantaggio del capitale, determinando una divisione della ricchezza sempre più iniqua e poi si fa un modesto fondo pubblico per gestire la carità. Questa è la tipica caratteristica di un regime liberista e thatcheriano, un tratto distintivo delle destre che accumuna oggi anche tutte le forze social-liberiste in cui si sono tramutate le vecchie socialdemocrazie.

Quello che non c’è

Per giudicare una legge finanziaria, occorre esaminare non solo quello che c’è, ma anche quello che non c’è. La domanda è: dove stanno gli investimenti pubblici, dove sta l’iniziativa delle istituzioni per creare attività e posti di lavoro stabili e sicuri, progetti complessivi per mettere in sicurezza il territorio, per intervenire e riavviare il lavoro in quelle aziende che gli imprenditori hanno chiuso andando all’estero, per garantire a tutti istruzione e formazione, quella scuola di cui si riempiono la bocca gli stessi che la stanno distruggendo?

Sono misure che non hanno trovato posto nella legge di stabilità, semplicemente perché sono fuori dall’orizzonte reazionario del governo che vuole farci credere all’enorme menzogna secondo cui solo dando soldi agli imprenditori si creano posti di lavoro e ricchezza per tutti.

Invece i soldi per fare un’altra politica ci sono, basta prenderli, dai profitti, dai privilegi, dal lusso delle classe superiori, basta avere il coraggio di porre il problema del debito, del rifiuto del debito illegittimo ed ingiusto che altro non è che una immensa idrovora che succhia le risorse della società per indirizzarla alle rendite finanziarie.

In conclusione

La legge di Renzi ci propone meno tasse per i ricchi e le imprese, meno sanità e intervento pubblico, stipendi ridotti, pensioni sempre più lontane e il dominio delle leggi del capitalismo e del mercato cioè la forza dei potenti.

Questa legge va collegata infatti a quanto avviene nella società. Se la finanziaria ci dice che i dipendenti pubblici non devono avere più un reale contratto e i loro stipendi devono diminuire, la controriforma del Job Act ha creato le migliori condizioni per i padroni per ricattare gli operai e diminuire i salari nel settore privato.

Oggi i padroni, disdetta dopo disdetta dei contratti, non solo non offrono nulla, ma anzi pretendono la restituzione di quanto (per altro modesto) hanno dovuto concedere in altri tempi; vogliono più orario di lavoro e meno salario. E’ questa è la micidiale combinazione tra le politiche finanziarie ed economiche del governo e la dinamica dei rapporti di forza e sociali tra le classi.

Di fronte a questa situazione le organizzazioni sindacali se volessero essere coerenti con le loro finalità (la difesa degli interessi della classe lavoratrice) dovrebbero suonare le campane a martello, suscitare la massima mobilitazione, provare a coinvolgere tutte le lavoratrici e i lavoratori per costruire un altro progetto e un altro futuro. Ma questa è un’altra storia.

 

Il brutto imbroglio della Legge di stabilità

2 ottobre 2015

Grande movimento nel governo per presentare, come stabilisce la normativa sulla contabilità pubblica, entro il 15 ottobre la legge di stabilità per il 2016, un provvedimento fondamentale per definire le politiche economiche del paese.
La legge in preparazione ricade all’interno del cosiddetto coordinamento delle politiche degli stati membri della UE, cioè è sottoposta ad una serie di vincoli e ad una accresciuta  sorveglianza degli organismi europei (in primis  la Commissione) che, come le recenti vicende greche hanno mostrato, altro non sono che i sacerdoti ed gli officianti delle politiche liberiste dell’austerità per conto delle classi dominanti del continente.
Il governo, a fronte di una timidissima ripresa dei consumi, grida alla vittoria e nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza prevede uno scenario di crescita del PIL per il 2015 dello 0,9% e per il 2016 dell’1,6%. Sono cifre modestissime, ma dopo i numeri negativi degli ultimi anni, Renzi e soci lanciano messaggi rassicuranti sulla fine della crisi. Per altro l’agenzia Moody’s individua tassi di crescita ancora più modesti (lo 0,7 per il 2015 e l’1% per il 2016) da cui risulterebbe quindi un deficit del 2,5% superiore al 2,2% previsto dal governo italiano.

Flessibilità vo’ cercando

Per poter avere qualche margine di manovra in più il governo, che aveva già ottenuto dalla Commissione Europea di rinviare al 2017 il pareggio di bilancio, chiede ora di poter fissare questo obbiettivo al 2018 e di usufruire di una ulteriore flessibilità  sul rapporto deficit/Pil che dovrebbe crescere dal 2,2% al 2,8%.
Le norme di Maastricht prevedono un limite massimo di deficit al 3%; quelle più recenti del Fiscal Compat impongono una sua contrazione anno dopo anno, ma introducono possibili deroghe correlate a tre elementi: le dinamiche del ciclo economico, cioè l’andamento della crisi, l’introduzione di “riforme strutturali “e gli investimenti. Il governo italiano ha già ottenuto un ammorbidimento del percorso grazie ai primi due elementi; oggi chiede un’ulteriore flessibilità rispetto al terzo e all’emergenza immigrazione che però, almeno fino ad oggi, non è presente nelle regole europee.
Il maggiore indebitamento permetterebbe al governo di disporre complessivamente di circa 17 miliardi in più per definire la manovra economica, risultato per nulla scontato in quanto dipendente  dal negoziato  con la Commissione europea e dal suo accordo.
La trattativa con le Istituzioni europee conferma che le norme europee non sono le tavole assolute della legge di Dio e del Mercato, come vogliono far credere, ma scelte politiche ed economiche funzionali agli interessi del grande capitale e modificabili in base ai rapporti di forza tra le diverse borghesie nazionali.

Ridurre le tasse?

Tre ordini di misure economiche sono oggi in discussione; vengono presentate come  provvedimenti a carattere popolare, rivolte all’interesse dei cittadini, ma ad una attenta lettura risultano ancora una volta funzionali soprattutto agli interessi delle imprese e dei padroni e comportano ulteriori tagli alla spesa sociale già decurtata a dismisura dai governi che si sono succeduti negli anni.
La prima misura, sbandierata propagandisticamente in tutte le occasioni da Renzi è la riduzione delle tasse; Reagan e Thatcher avevano cominciato le loro fortune con questo slogan che da sempre è l’obiettivo delle classi possidenti e che condensa in sé tutta l’ideologia liberista e l’avversione per la giustizia sociale. Di fronte a salari e stipendi sempre più ridotti si fa balenare il miraggio di qualche riduzione fiscale per i lavoratori, quando ad avvantaggiarsi di tale misura saranno soprattutto i ricchi, mentre la massa dei cittadini subirà il contraccolpo della riduzione dei servizi per le minori entrate delle amministrazioni pubbliche.
Questo fenomeno è evidente in tutti i paesi di Europa dove la pressione fiscale media era  scesa già due anni fa dal 44%  a poco meno del 38%; le classi lavoratrici hanno continuato a pagare come prima, mentre i ricchi sono diventati ancora più ricchi.
Per quanto riguarda i redditi da impresa, sempre i dati di due anni fa ci dicono che le imposte sono diminuite mediamente in Europa dal 31, 9% al 23, 2%. In Italia le tasse sulle società sono scese di oltre 9 punti, intorno al 31%. L’elenco delle misure che si sono succedute è lungo, tra cui in particolare la riduzione dell’IRAP.
Per quanto riguarda i redditi personali (l’IRPEF) in Italia la grande riforma fiscale del 1975 aveva definito un sistema estremamente progressivo e redistributivo della ricchezza stabilendo ben 32 livelli di aliquote corrispondenti a 32 scaglioni di reddito. L’aliquota più bassa era del 10%, quella più alta del 72%!! Ma ben presto, con il cambio dei rapporti di forza tra la classe operaia e la borghesia questa scala è stata poi più volte modificata. Nell’89 gli scaglioni erano oramai solo 9 e l’aliquota massima era scesa al 50%. Oggi gli scaglioni sono 5: l’aliquota inferiore è salita al 23 %, quella superiore è scesa al 43%. Facile individuare chi ha tratto vantaggio da queste modifiche fiscali, con una radicale diminuzione delle entrate dello Stato a cui il governo ha sopperito utilizzando la leva del credito (con alti tassi di interesse) garantito da quelle stesse forze economiche che hanno tratto vantaggio dalla riduzione delle imposte. Per loro si tratta di un triplice vantaggio: più redditività del capitale, più profitti e un’accresciuta rendita finanziaria. Una parte dell’imposizione fiscale è stata poi trasferita dallo stato agli Enti locali, con un aggravio della pressione fiscale su salari, pensioni, redditi medio bassi, e con una riduzione progressiva dei servizi.
Una nuova organica riforma fiscale servirebbe. Ma essa dovrebbe essere basata su una forte riduzione fiscale per le classi lavoratrici e su una nuova più forte progressività per le classi abbienti, combinata anche con una imposta patrimoniale. Non sono le intenzioni del governo.

IMU e TASI

Renzi proclama l’abolizione dell’IMU e della Tasi, due balzelli che gravano assai pesantemente sulle famiglie, adducendo il fatto (vero) che l’Italia è un paese in cui  ben l’80% di queste è proprietaria della casa.
Non c’è dubbio che la Tasi è un’imposta molto regressiva che colpisce profondamente le fasce inferiori della popolazione; la sua abolizione è auspicabile dunque.
Più complesso il discorso sull’abolizione tout court dell’IMU (cosa che aveva già fatto Berlusconi con effetti collaterali assai negativi), che comporta una pesante ricaduta sulle entrate dei Comuni che sarebbero spinti al rialzo ulteriore dei balzelli locali e dell’addizionale IRPEF.
Una imposizione fiscale sulla casa può essere mantenuta, ma ha una sua logica positiva solo se viene concepita come una patrimoniale (perché questa è) collegandola alle ricchezze e al reddito complessivo dei soggetti in modo da renderla progressiva, parametrata alla condizione delle famiglie e facilitando le classi popolari.

Previdenza: la flessibilità in uscita

Una discussione non meno complicata è in corso sul tema caldo delle pensioni e sugli effetti prodotti dalla controriforma Fornero del 2011.
Anche coloro che sono stati accaniti sostenitori di quella controriforma oggi pensano che sia necessario introdurre modifiche che permettano una certa flessibilità in uscita. Che cosa significa per costoro? Non certo reintrodurre le vecchie regole dell’età pensionabile, ma semplicemente permettere una uscita anticipata (rispetto alle regole Fornero) con la decurtazione del valore della pensione stessa (alcune ipotesi prevedono un livello da fame). Si discute dunque di quale debba essere l’entità della decurtazione e di come reperire le risorse per coprire l’uscita “anticipata” dal lavoro.
Non disgiunto da queste problematiche il dramma, mai risolto completamente, delle migliaia e migliaia di esodati che quella controriforma ha prodotto.
Le preoccupazioni di Renzi non sono certo per le lavoratrici e per i lavoratori che si sono visti sconvolgere la loro vita con la controriforma del 2011 ed ancor meno per i giovani che, grazie a essa, non hanno più la minima idea su quale sia il secolo in cui potranno andare in pensione (forse).
Le preoccupazioni del governo sono tutte rivolte alle aziende, ai padroni, che hanno tutto l’interesse e la necessità, visti gli attuali livelli di sfruttamento e di carichi di lavoro imposti, di liberarsi di una manodopera vecchia e sempre più stanca. I capitalisti hanno bisogno di nuova forza lavoro giovane da poter sfruttare e che può essere assunta con le comode (per loro) regole del Jobs Act.

Dove prendere i soldi

Dove prendere i soldi per fare tutte queste operazioni, per una legge finanziaria che secondo le dichiarazioni di Renzi dovrebbe avere un valore di 27 miliardi di euro?  Il ministro dell’economia Padoan per ora è reticente.
Il documento di economia e finanze prevedeva di recuperare 10 miliardi tagliando ulteriormente la spesa pubblica con la spending review. La recente nota di aggiornamento non quantifica più le riduzioni possibili; molti commentatori indicano cifre più basse intorno ai 6-7 miliardi, per non parlare dei tecnici delle commissioni parlamentari che appaiono quanto mai scettici sui calcoli e le previsioni del governo.
Restano in ogni caso due fatti incontrovertibili e vergognosi: i tagli annunciati sono in ogni caso inaccettabili, andranno a colpire bisogni e diritti fondamentali dei cittadini, in particolare delle classi popolari; il taglio già effettuato di circa 2 miliardi e mezzo alla sanità e quelli ulteriori che si annunciano si configurano come veri e propri omicidi. Di che cosa si tratta, se non di questo, quando la ministra Lorenzin rende praticamente impossibili moltissimi esami, sanzionando i medici che avessero il coraggio di prescriverli. Il risultato è certo: gli esami si faranno a pagamento e saranno praticabili solo da chi ha i soldi, mentre una parte cospicua della popolazione verrà sempre più esclusa dal diritto all’assistenza sanitaria.

Le clausole di salvaguardia e le agevolazioni fiscali

Ma la storia non finisce qui perché sulla manovra economica gravano anche provvedimenti economici di anni passati che contengono clausole di salvaguardia; esse dispongono che, nel caso in cui certi obiettivi di  maggiori entrate o di riduzione delle spese non fossero raggiunti, scattino in automatico dal prossimo anno misure sostitutive.
Queste consistono in un aumento dell’IVA e nell’abolizione o riduzione delle agevolazioni fiscali per un valore complessivo, sembra, di circa 20 miliardi di euro.
Ora è noto come l’IVA sia una delle tasse più ingiuste, perché grava indifferentemente su tutti i cittadini a prescindere dal reddito costituendo un fardello pesantissimo per i consumi delle classi popolari. Non meno importante è la questione delle agevolazioni fiscali che riguardano il welfare, il lavoro, la sanità e i trasporti e permettono una parziale riduzione fiscale per i meno abbienti. Abolire altre imposte e contemporaneamente tagliare le agevolazioni fiscali non sarebbe altro che una operazione truffaldina.

La polemica di Renzi con la Commissione Europea

In questo dibattito si inserisce la polemica di Renzi con la UE che critica la riduzione delle tasse sulla casa, giudicata poco efficace dal punto di vista degli investimenti e del rilancio economico e che propone invece un’ulteriore riduzione delle tasse sul lavoro (supponiamo per le imprese) e un ulteriore aumento dell’IVA. E’ una “bella discussione” all’interno di una banda di manigoldi su come taglieggiare ulteriormente il popolo, dopo che già da due decenni vampirizzano con le loro politiche la società.
In tutta questa vicenda due cose sono fuori discussione per governo e imprenditori:
1. i soldi necessari per qualsiasi misura non vanno presi là dove ci sono, dai ricchi, dai profitti, dalle rendite finanziarie, ma ancora una volta dalle modeste risorse delle classi lavoratrici; né tanto meno vanno contestati ed attaccati i meccanismi del debito.
2. ancor meno ci deve essere un ruolo dello stato per rilanciare l’attività pubblica per creare posti di lavoro stabili e sicuri.
Nella filosofia di Renzi e del liberismo il problema di fondo è garantire gli interessi dei padroni. Questi poi investiranno e creeranno posti di lavoro. Niente di più falso come i fatti dimostrano.

Il mestiere dei sindacati

Ma se i padroni e i loro governi fanno il loro mestiere, che mestiere fanno i sindacati?
Ad oggi le direzioni sindacali di CISL e UIL hanno avallato passo dopo passo tutte le misure di austerità assumendo un ruolo di asservimento e di complicità totale con i padroni. La direzione della CGIL ha criticato molte volte queste misure, ma nulla ha fatto per contrastarle seriamente e fino in fondo.
A quando il coinvolgimento dei lavoratori, le assemblee nei luoghi di lavoro per discutere dei contenuti di una legge che avrà ricadute pesantissime sulla loro condizione di vita?
A quando una piattaforma rivendicativa che esprima i loro bisogni e diritti da sostenere con la mobilitazione e la lotta e tornare protagonisti, non restando spettatori dell’azione Renzi e della Confindustria?
E’ un difficile compito quello che investe le componenti sindacali classiste, i sindacati di base e l’area di opposizione interna alla confederazione maggiore, a cui spetta più che mai il tentativo di rianimare l’iniziativa e la mobilitazione della classe lavoratrice.

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