VOTERO’ NO

di Tariq Ali

16 luglio 

Nelle prime ore di oggi il parlamento greco ha votato a grande maggioranza per rinunciare alla propria sovranità e diventare un’appendice semicoloniale delle UE. La maggioranza del Comitato Centrale di Syriza si era già espressa contro la capitolazione. C’era stato uno sciopero generale parziale. Tsipras aveva minacciato di dimettersi se il cinquanta per cento dei suoi parlamentari gli avesse votato contro. Nell’occasione sei si sono astenuti e 32 gli hanno votato contro, compreso Yanis Varoufakis, che si era dimesso da ministro delle finanze dopo il referendum perché, ha affermato, “alcuni partecipanti europei’ avevano manifestato il desiderio della sua “’assenza’ dagli incontri”. Ora il parlamento ha effettivamente dichiarato nullo e inefficace il risultato del referendum. Fuori, in Piazza Syntagma, migliaia di giovani attivisti di Syriza hanno dimostrato contro il loro governo. Poi sono arrivati gli anarchici con bombe Molotov e la polizia antisommossa ha reagito con candelotti lacrimogeni. Tutti gli altri hanno lasciato la piazza che a mezzanotte era nuovamente silenziosa. E’ difficile non sentirsi depressi per tutto questo. Mentre mi allontanavo a piedi dalla piazza vuota il colpo di stato della UE me ne ha riportato alla memoria un altro.

Mi sono recato per la prima volta in Grecia a Pasqua del 1967. L’occasione era un congresso pacifista ad Atene per onorare il deputato greco di sinistra Grigoris Lambrakis, assassinato dai fascisti a Salonicco nel 1963 mentre la polizia se ne stava a guardare, e poi immortalato nel film “Z” di Costa Gavras. Mezzo milione di persone parteciparono al suo funerale ad Atene. Durante il congresso voci incontrollate cominciarono a diffondersi nella sala. Sul podio un monaco buddista proveniente dal Vietnam non riusciva a capire perché la gente avesse smesso di ascoltarlo. Qualcuno con legami familiari nell’esercito aveva riferito che l’esercito greco, sostenuto da Washington, stava per lanciare un colpo di stato per impedire elezioni in cui si temeva che la sinistra potesse andare un po’ troppo bene. I delegati stranieri furono consigliati di lasciare il paese immediatamente. I presi un volo del mattino di ritorno a Londra. Quel pomeriggio i carri armati occuparono le strade. La Grecia restò sotto i colonnelli per i successivi sette anni.

Sono andato ad Atene questo mese per lo stesso motivo: parlare a un congresso, questa volta ironicamente intitolato ‘Democrazia in ascesa’. Aspettando un amico in un caffè di Exarchia ho sentito la gente discutere di quando il governo sarebbe crollato. Tsipras ha ancora sostenitori convinti che egli trionferà quando si terranno le prossime elezioni. Io non sono così sicuro. Sono stati sei mesi ingloriosi. I giovani che hanno votato in gran numero per Syriza e che sono usciti a far campagna entusiasticamente per il voto ‘No’ al referendum stanno cercando di venire a patti con ciò che è successo. Il caffè era pieno di loro, che discutevano furiosamente. All’inizio del mese stavano festeggiando il voto ‘No’. Erano pronti a fare più sacrifici, a rischiare la vita fuori dall’Eurozona. Syriza ha voltato loro le spalle. La data del 12 luglio 2015, quando Tsipras ha accettato le condizioni della UE, diventerà famigerata come il 21 aprile 1967. I carri armati sono stati sostituiti dalle banche, come ha detto Varoufakis dopo essere stato nominato ministro delle finanze.

La Grecia, in effetti, ha un mucchio di carri armati perché le industrie degli armamenti tedesche e francesi, ansiose di liberarsi di materiale in eccedenza in un mondo in cui le guerre si combattono con i bombardieri e i droni, hanno corrotto i politici. Nel corso del primo decennio di questo secolo la Grecia è stata tra i primi cinque maggiori importatori di armi, prevalentemente dalle società tedesche Ferrostaal, Rheinmetall e Daimler-Benz. Nel 2009, l’anno dopo il crollo, la Grecia ha speso 8 miliardi di dollari – il 3,5 per cento del PIL – per la difesa. L’allora ministro greco della difesa, Akis Tsochatzopoulos, che aveva accettato grosse mazzette da queste società, è stato condannato per corruzione da un tribunale greco nel 2013. Carcere per il greco; limitate ammende per i boss tedeschi. Niente di tutto questo è stato citato dalla stampa finanziaria nelle settimane recenti. Non era molto coerente con la raffigurazione della Grecia come unico trasgressore. Tuttavia a un tribunale greco sono state fornite prove conclusive che il maggior elusore fiscale del paese è la Hochtief, la gigantesca impresa tedesca di costruzioni che gestisce l’aeroporto di Atene. Non ha pagato l’IVA per vent’anni e deve 500 milioni di euro soli arretrati di IVA. Non ha nemmeno pagato i contributi dovuti alla previdenza sociale. Stime suggeriscono che il debito totale della Hochtief nei confronti del tesoro possa superare il miliardo di euro.

E’ spesso in tempi di crisi che i politici radicali scoprono quanto sono inutili. Paralizzati dalla scoperta che quelli che ritenevano loro amici non sono loro amici per nulla, temono di lasciarsi alle spalle i propri elettori e di perdere la propria impudenza. Quando i loro nemici, sorpresi che essi accettino più della libbra di carne pretesa, chiedono ancora di più, i politici in trappola alla fine si rivolgono ai loro sostenitori solo per scoprire che il popolo è molto più avanti di loro: il 61 per cento dei greci ha votato per respingere l’offerta di salvataggio.

Non è più un segreto che Tsipras e la sua cerchia interna si aspettavano un “Sì” o un “No” con un margine stretto. Colti di sorpresa sono finiti in preda al panico. Una riunione d’emergenza del governo li ha mostrati in piena ritirata. Si sono rifiutati di liberarsi del nominato dalla BCE a capo della Banca Statale Greca e hanno rifiutato l’idea di nazionalizzare le banche. Invece di abbracciare i risultati del referendum, Tsipras ha capitolato. Varoufakis è stato sacrificato. I ministri della UE lo detestavano perché parlava loro da pari a pari e il suo ego era una sfida per quello di Schaeuble.

Ma perché, in realtà, Tsipras ha tenuto un referendum? “E’ così duro e ideologico” si è lamentata la Merkel con i suoi consiglieri. Magari! Era un rischio calcolato. Egli pensava che avrebbe vinto lo schieramento del “Sì” e aveva programmato di dimettersi e di lasciare che a gestire il governo fossero i tirapiedi della UE. I leader della UE hanno lanciato un blitz propagandistico e hanno esercitato pressioni sulle banche greche perché limitassero l’accesso ai depositi, avvertendo che un voto “No” avrebbe significato una Grexit. L’accettazione da parte di Tsipras delle dimissioni di Varoufakis è stata un primo segnale alla UE che egli stava per arrendersi. Euclid Tsakalotos, il suo successore dai modi gentili, ha conquistato la rapida approvazione di Schaeuble: ecco qualcuno con il quale si potevano concludere affari. Syriza ha accettato tutto, ma quando è stato chiesto di più è stato concesso di più. Questo non ha avuto nulla a che fare con l’economia e tutto a che fare con la politica. “Hanno crocefisso Tsipras”, ha dichiarato un dirigente UE al Financial Times. La Grecia ha venduto la propria sovranità per un terzo salvataggio e per la promessa del FMI di contribuire a ridurre il carico del suo debito; Syriza ha cominciato ad assomigliare al cadavere roso dai vermi dello screditato Pasok.

Anch’esso era un tempo un partito di sinistra. Nel 1981, quando salì per la prima volta al potere, il suo leader, Andreas Papandreou, era enormemente popolare e nei suoi primi sei mesi in carica fece approvare riforme reali, non le regressioni che i neoliberisti oggi chiamano “riforme”. Molti studenti radicalizzati dalla lotta contro la dittatura e molti intellettuali marxisti che avevano contestato l’egemonia statunitense fioccarono a unirsi a lui. Nel giro di pochi anni alcuni dei più noti tra loro erano stati integrati moralmente e politicamente nelle nuove strutture di potere mentre Papandreou portava il paese nella UE. Ma con il passare degli anni il Pasok degenerò. In questo secolo è stato virtualmente indistinguibile dal suo vecchio rivale, Nuova Democrazia.

Syriza è figlia della crisi attuale e dei movimenti generati da essa. Era necessario uno strumento politico per sfidare i partiti esistenti e questo è stata Syriza. Gli scopi che Tsipras ha oggi abbandonato erano elencati nel programma di Salonicco che il partito ha accettato all’unanimità nel settembre dell’anno scorso.

Nel loro primo viaggio a Berlino, il 20 febbraio di quest’anno, Schaeuble ha chiarito a Tsipras e Varoufakis che il loro programma era incompatibile con l’appartenenza all’Eurozona. Tsipras ha accettato di tenere il programma in sospeso e gli sono state offerte alcune “concessioni”: la Troika – i revisori rappresentanti la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fmi – era sostituita da una struttura che avrebbe dovuto essere più responsabile e i ai cui burocrati non sarebbe stato consentito l’accesso ai ministeri greci. Ciò è stato rivendicato da Tsipras e Varoufakis come una vittoria. La verità era il contrario. Oggi è noto che Schaeuble aveva offerto una Grexit amichevole e organizzata e un assegno di 50 miliardi di euro. Ciò stato rifiutato perché sarebbe sembrato una capitolazione. Questa è una logica bizzarra. Avrebbe preservato la sovranità greca e se Syriza avesse preso il controllo del sistema bancario greco avrebbe potuto essere pianificata una ripresa alle sue condizioni. L’offerta è stata ripetuta successivamente. “Quanto volete per lasciare l’Eurozona?” ha chiesto Schaeuble a Varoufakis appena prima del referendum. Di nuovo Schaeuble è stato ignorato. Naturalmente i tedeschi avevano fatto l’offerta per motivi loro, ma una Grexit pianificata sarebbe stata di gran lunga migliore per la Grecia che non quello che è successo.

Quando il capitalismo è entrato in crisi nel 2008, la dimensione del disastro è stata tale che Joseph Stiglitz si convinse che fosse la fine del neoliberismo, che sarebbero state necessarie nuove strutture. Ahimè, sbagliava in entrambi i casi. La UE ha respinto qualsiasi idea di stimolo, salvo per le banche la cui avventatezza, tanto per cominciare, appoggiata dai politici, era stata responsabile della crisi. I contribuenti in Europa e negli Stati Uniti hanno dato trilioni alle banche. Il debito greco, in confronto, era irrisorio. Ma la UE non voleva operare alcuna svolta che potesse danneggiare il processo di finanziarizzazione che insisteva essere la sola via in avanti. La Grecia, l’anello più debole della catena europea, seguita da Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia era sull’orlo del baratro. La Troika ha dettato le politiche da seguire in tutti questi paesi. Le condizioni in Grecia sono state orribili: un quarto di milione di greci ha chiesto aiuti umanitari per acquistare cibo e contribuire all’affitto e all’elettricità; la percentuale di bambini viventi in povertà è balzata su dal 23 per cento del 2008 al 40,5 per cento nel 2014 e oggi si avvicina al 50 per cento. Nel marzo del 2015 la disoccupazione giovanile era al 49,7 per cento; 300.000 persone non avevano accesso all’elettricità e l’Istituto Prolepsis di Medicina Preventiva ha rilevato che il 54 per cento dei greci era malnutrito. Le pensioni sono scese del 27 per cento tra il 2011 e il 2014. Syriza ha insistito che ciò costituiva una punizione collettiva e che era necessario un nuovo “accordo”, mirato a portare qualche miglioramento alle condizioni della vita quotidiana.

La UE è ora riuscita a schiacciare l’alternativa politica che Syriza rappresentava. L’atteggiamento dei tedeschi nei confronti della Grecia, ben prima dell’ascesa di Syriza, è stato plasmato dalla scoperta che Atene (aiutata da Goldman Sachs) aveva manipolato i suoi conti per entrare nell’Eurozona. Questo è indiscutibile. Ma non è pericoloso, oltre che sbagliato, punire il popolo greco e continuare a farlo anche dopo che esso ha rigettato i partiti politici responsabili delle menzogne? Secondo Timothy Geithner, l’ex segretario statunitense al tesoro, l’atteggiamento dei ministri europei delle finanze all’inizio della crisi era: “Impartiremo una lezione ai greci. Ci hanno mentito, fanno schifo e sono stati dissoluti e hanno approfittato dell’intera faccenda e noi li schiacceremo”. Geithner afferma di aver detto loro in risposta: “Potete mettere il piede sul collo ai quei tizi se è questo che volete fare”, ma ha insistito che gli investitori non dovevano essere puniti, il che significava che i tedeschi dovevano sottoscrivere una grossa fetta del debito greco. Si dà il caso che le banche francesi e tedesche avevano la maggior esposizione al debito greco e i loro governi sono intervenuti a proteggerle. Salvare i ricchi è diventato una politica UE. Oggi si discute della ristrutturazione del debito, con la rivelazione del rapporto del FMI, ma i tedeschi sono alla guida dell’opposizione a essa. “Niente garanzie senza controllo”: la risposta della Merkel nel 2012 rimane in vigore.

La capitolazione significa maggior sofferenza, ma ha anche indotto a porre domante più diffusamente sulla UE, le sue strutture e le sue politiche. Per i greci di, virtualmente, ogni convinzione politica, la UE è stata un tempo considerata una famiglia cui si doveva appartenere. Si è rivelata una famiglia parecchio malfunzionante. Non pensavo di votare al referendum sulla UE in Gran Bretagna quando avrà luogo. Ora voterò. Voterò ‘No’.

17 luglio

Tratto da: znetitaly.altervista.org

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