DUE PICCOLI CONTRIBUTI

La buona dracma

di Michel Husson

La resa del governo Tsipras di fronte ai diktat della troika è una sconfitta dolorosa per tutti i partigiani di un’alternativa all’austerità neoliberista in Europa.
E’ utile ricordare brevemente e un po’ disordinatamente le ragioni di questa sconfitta: sottovalutazione della violenza delle “istituzioni”, questo misto di fanatismo economico e di volontà politica di spezzare una possibile alternativa; assenza di preparazione degli elementi materiali di una rottura che passasse tra l’altro da una sospensione unilaterale dei pagamenti del debito; non costruzione del rapporto di forza ideologico interno necessario alla rottura; incapacità di assumere il NO al referendum facendo adottare, in una logica nazionale, le misure che il governo aveva chiesto ai cittadini di rigettare; assenza di alternativa politica di altri governi e debolezza del sostegno dei movimenti sociali.

La conclusione che spesso si trae dopo aver constatato questa situazione è che non esista una politica alternativa possibile all’interno della zona euro. Per Statis Kouvelakis “è diventato chiaro che voler rompere con le politiche neoliberiste, ultra austerità e “memorandum” nel quadro della zona euro è frutto di un’illusione che costa molto caro. L’idea del “buon euro” e di “far muovere l’Europa”, il rifiuto ostinato di un piano B e la chiusura dentro un processo spossante di pseudo-negoziati hanno condotto al più grande disastro della sinistra di trasformazione sociale in Europa dal crollo dell’Urss.” (1)
Jaques Sapir arriva alla stessa conclusione: “in realtà nessun cambiamento dell’Ue dall’interno è possibile. La “Sinistra radicale” deve avere come primo obiettivo la rottura, almeno con le istituzioni il cui contenuto semicoloniale è maggiore, cioè l’Euro, e deve pensare le sue alleanze politiche a partire da questo obiettivo. E’ giunta l’ora delle scelte; bisogna rompere o condannarsi a perire. (2)

E’ possibile che non ci sia più altra scelta che il Grexit, in Grecia, oggi. Si può discutere. Ma ciò non implica che bisogna dedurne un nuovo orientamento strategico per l’Europa nel suo insieme. Questa scelta binaria – o una forma di capitolazione o il Grexit – è una scorciatoia che elimina tutti gli elementi intermedi di costruzione dei rapporti di forza.
Certo, il dibattito è spesso stato fatto in questi termini, e da molto tempo. Nel fuoco dell’esperienza greca numerosi intervenuti si dichiarano d’accordo oggi con l’uscita dall’euro come sola via alternativa. Però questo significa, ancora una volta, mischiare due dibattiti: il primo riguarda la Grecia, oggi; il secondo è più generale e porta sulle strategie di rottura in Europa.
Partirei qui da un commento al mio articolo, L’economia politica del crimine: (3) “Interessante, ma perché allora lei si è sempre pronunciato contro l’uscita dall’euro? Sembra averci messo del tempo prima di capire che l’euro e i piani di riaggiustamento imposti alla Grecia vanno di pari passo. Il vostro punto di vista manca di coerenza”. Per la verità io non sono mai stato “contrario all’uscita dall’euro”, come ne è testimone, tra gli altri contributi, questo estratto di articolo pubblicato nel 2011: “L’uscita dall’euro non è più, in questo schema una precondizione. E’ anzi un’arma da utilizzare in ultima istanza. La rottura dovrebbe piuttosto essere fatta su due punti che permetterebbero di creare dei veri margini di manovra: nazionalizzazione delle banche e messa in discussione del debito” (4)

La questione chiave per la Grecia, tutti concorderanno, è il carattere non sostenibile del debito. Le misure prioritarie da prendere sono allora una moratoria unilaterale, poi un annullamento, totale o parziale del debito. Ma in che cosa queste misure necessitano dell’uscita dall’euro? Non sono mai riuscito a capire come si poteva stabilire un nesso logico tra questi due tipi di misure.
Supponiamo che la Grecia esca dall’Euro. Primo caso: continua a pagare il debito. E’ assurdo, direte, ma molti fautori dell’uscita dell’euro, stranamente, non escludono esplicitamente questo caso. Se il debito doveva essere rimborsato in euro, il suo peso reale (in dracme) si appesantirebbe a causa della svalutazione. Se fosse rimborsato in dracme, equivarrebbe ad un annullamento parziale, del 20% se per esempio la dracma fosse svalutata del 20%, però questo caso è escluso giuridicamente: la lex monetae non si applica.
In ogni modo i creditori non accetterebbero un tale sconto senza reagire e senza prendere misure di ritorsione passando per una speculazione contro la nuova moneta. La stessa osservazione vale per il secondo caso in cui l’uscita dall’euro sarebbe accompagnata – logicamente – dall’annullamento, totale o parziale, del debito. Come l’osserva John Milios (5), è facile immaginare “una situazione in cui la Grecia, una volta uscita dall’euro, non possa trovare le riserve necessarie per sostenere il tasso di cambio della sua nuova moneta e debba cercare prestiti nella zona euro o altrove. Ma qualsiasi prestito nella fase attuale del capitalismo porta ad un programma di austerità. Allora, chi finanzierebbe il Paese in modo da sostenere il tasso di cambio della nuova moneta?”
I creditori ci sarebbero quindi sempre e il passaggio alla dracma darebbe loro un’arma pesante. Quest’arma perderebbe la sua efficacia solo se il commercio estero della Grecia fosse in equilibrio. E’ il secondo argomento a favore dell’uscita dall’euro: grazie alla svalutazione le esportazioni greche sarebbero dopate e gli scambi esterni sarebbero durevolmente in equilibrio.
Però questo scenario dimentica almeno due cose. (6) La prima è la dipendenza dell’economia greca: ogni ripresa dell’attività si tradurrebbe in un aumento delle importazioni di prodotti alimentari, medicine e petrolio tra le altre cose (i cui prezzi sarebbero appesantiti dalla svalutazione). Possiamo e dobbiamo ovviamente immaginare politiche industriali e agricole che riducano questa dipendenza, ma i loro effetti non sarebbero immediati.
L’altra dimenticanza riguarda il comportamento dei capitalisti la cui priorità è di ristabilire i loro profitti. L’esperienza recente dimostra che l’abbassamento dei salari in Grecia non si è tradotto in un abbassamento dei prezzi ma in un aumento dei margini di profitto nell’esportazione, a tal punto che la Commissione europea si è interrogata sulle esportazioni greche “mancanti” (7). Questo punto è importante: facendo della divisa l’alfa e l’omega della questione greca, si mette di lato quelli che sono i rapporti di classe interni alla società greca. Ora, l’uscita dall’euro, in quanto tale, non rimette in discussione la struttura oligarchica.
L’altro vantaggio di un’uscita dall’euro sarebbe di rendere di nuovo possibile il finanziamento del deficit pubblico da parte della Banca centrale, quindi indipendentemente dai mercati finanziari. Però, anche lì, l’uscita dall’euro non è una precondizione per la ricerca di altri modi di finanziamento. La nazionalizzazione delle banche, con una quota imposta di titoli pubblici, sarebbe un altro canale di finanziamento possibile, o ancora la requisizione della Banca centrale. Sarebbe un’altra forma di rottura che non avrebbe niente a che vedere con l’appello per un “buon euro”.

I partigiani dell’uscita dall’euro sono anche riusciti ad restringere il dibattito: o il “buon euro” idillico o l’uscita dall’euro, passare sotto il tavolo o rovesciarlo, non fare dell’euro un tabù (ma un totem?), ecc. Che il bilancio dell’esperienza greca porti a restringere il dibattito strategico a questa scelta binaria è comprensibile ma troppo semplice.
Non c’è una fuoriuscita tranquilla dalla situazione drammatica in cui la Grecia si trova rinchiusa oggi. Un’uscita dall’euro, oggi, per la Grecia sarebbe forse meno costosa dell’applicazione del terzo memorandum in arrivo, ancora più mostruoso dei precedenti. Ma non è una via in discesa, bisogna dirlo, onestamente. Inoltre il rischio è di ritenerla la soluzione a tutti i problemi dell’economia greca, che si tratti delle strutture produttive o del potere dell’oligarchia.
L’uscita dall’euro viene quasi sempre presentata come una sorta di bacchetta magica che permette di sfuggire al dominio del capitalismo finanziario, nonché alle contraddizioni interne tra capitale e lavoro. Come se l’uscita dall’euro equivalesse all’uscita dalle politiche neoliberiste. Le grandi imprese e i greci ricchi cesseranno forse per miracolo di evadere il fisco in maniera massiccia? Gli armatori greci accetteranno per miracolo di finanziare le pensioni?

Questa fissazione sulla questione della moneta è quindi pericolosa nella misura in cui fa passare in secondo piano tutta una seria di questioni che hanno a che fare con i rapporti di classe che non si fermano alle frontiere. La Grecia non è una “nazione proletaria” sottomessa al giogo dell’euro, è una formazione sociale strutturata dai rapporti di classe. Il totale cumulato delle fughe di capitali da 10 anni è dello stesso ordine di grandezza del totale del debito greco; questo non ha niente a che vedere con l’euro e il ritorno alla dracma non cambierebbe niente. Permetterebbe persino agli evasori fiscali di rimpatriare una parte dei loro capitali realizzando un plusvalore proporzionale al tasso di svalutazione.
Siamo naturalmente a favore di una riforma fiscale e di molte altre cose ancora, risponderanno i partigiani dell’uscita dall’euro. Però questi elementi di programma vengono in pratica ricacciati al secondo posto ed è inoltre impossibile dimostrare che l’uscita dall’euro renderebbe più facile realizzarle. Piuttosto che rimproverare a Tsipras di non aver preparato un piano B, assimilato all’uscita dall’euro, bisognerebbe rimproverargli di non aver istituito, dal primo giorno, un controllo sui capitali, cosa che egli ha rifiutato di fare per rassicurare le istituzioni della sua buona volontà.

L’argomentazione a favore dell’uscita dall’euro si fonda da ultimo su un postulato fondamentale così formulato da Jacques Sapir in un recente messaggio: “le questioni del cambio di moneta e del default sono strettamente legate”(8). Vi elenca la lista di problemi da trattare in caso di “Grexit”: 1° la questione delle riserve della Banca centrale; 2° la questione delle liquidità; 3° la questione del debito; 4° la questione delle banche commerciali. E sottolinea che è “molto importante che il governo greco annunci il default sul suo debito nel momento stesso in cui constaterà che l’euro non potrà più avere corso legale sul suo territorio”.
E’ questa simultaneità tra default sul debito e abbandono dell’euro che è discutibile. La logica imporrebbe di ragionare secondo una sequenza differente: prima il default sul debito, perché è la condizione necessaria per un riorientamento dell’economia greca. In seguito le misure di accompagnamento che ne derivano, ossia la nazionalizzazione delle banche, la requisizione della Banca centrale, il controllo dei capitali, la creazione eventuale di una moneta parallela. E’ un programma che ha una sua coerenza, che implica rotture fondamentali con le regole del gioco europee, ma che non necessita a priori dell’uscita dall’euro.

L’uscita dall’euro non è in sé un programma, è solo uno strumento da utilizzare all’occorrenza, e bisogna dimostrarne la necessità, al di là delle illusioni. Questo feticismo rispetto alla moneta squilibra la costruzione di tale programma, sviluppa illusioni sulla “buona dracma” che equivalgono a quelle, immaginarie sul “buon euro” e riconduce le questioni sociali a una logica nazional-monetaria.
John Milios, ex “economista capo” di Syriza, lo spiega molto bene: “Non c’è nessun motivo per cui il movimento sociale che si oppone al neoliberismo e al capitalismo si fermi perché la Grecia ha l’euro come moneta. Se tale fosse il caso, una nuova moneta potrebbe essere necessaria per sostenere questa nuova via. Ma noi dobbiamo partire da questo movimento non il contrario. E’ la ragione per la quale ritengo che la questione dell’uscita dall’euro sia secondaria. Da un punto di vista non solo teorico ma anche politico (come modificare i rapporti di forza politici e sociali), considero l’euro come une falso problema. Non partecipo ai dibattiti sulla moneta perché mettono da parte la questione principale che è come rovesciare la strategia a lungo termine dei capitalisti greci e europei a favore dell’austerità.”( 9)

Traduzione dal francese di Nadia De Mond.

Note
[1] Stathis Kouvelakis, « Il faut s’opposer à ceux qui mènent la Grèce et la gauche grecque à la capitulation », 24 luglio 2015.
[2] Jacques Sapir, « La Grèce, la gôche, la gauche », El Correo, 25 luglio 2015.
[3] Michel Husson, « Grèce : l’économie politique du crime », A l’encontre, 29 giugno 2015. NB. poichè sono stato implicato duirettamente nel dibattito greco in quanto membro della Commissione per la verità sul debito, mi esprimo qui in prima persona[4] Michel Husson, « Euro : en sortir ou pas? », A l’encontre, 18 luglio 2011.
[5] John Milios, « Ils pensaient pouvoir gouverner de la même façon qu’avant la crise », A l’encontre, 22 luglio 2015.
[6] Michel Husson, « Grèce : une économie dépendante et rentière », A l’encontre, 12 marzo 2015 ; George Economakis, Maria Markaki, Alexios Anastasiadis, « Structural Analysis of the Greek Economy », Review of Radical Political Economics, Vol. 47(3), 2015.
[7] Uwe Böwer, Vasiliki Michou, Christoph Ungerer « The Puzzle of the Missing Greek Exports », European Economy, 2014
[8] Jacques Sapir, « Les conditions d’un « Grexit » », 11 luglio 2015.
[9] John Milios, cit.

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Grecia – Lapavitsas: unica soluzione oggi è uscire dall’euro e il cambiamento sociale
di Kostas LAPAVITSAS  deputato eletto al Parlamento greco, membro della Piattaforma di sinistra di Syriza, e professore di economia alla SOAS (School of Oriental and African Studies, Londra).

Il testo che segue è la trascrizione dell’intervento di Costas Lapavitsas al colloquio «DemocracyRising», tenuto ad Atene il 17 luglio 2015. I sottotitoli sono nostri.

Una capitolazione disastrosa

Il governo Syriza ha appena firmato un nuovo accordo di salvataggio. È un pessimo accordo, per ragioni evidenti che esporrò.

In primo luogo questo accordo è recessivo. Farà cadere l’economia greca in recessione. Poiché i soli aumenti di imposta arrivano al 2% del PIL. Riguardano soprattutto l’IVA, imposta indiretta prelevata su prodotti consumati principalmente dai lavoratori. Ma riguardano anche le imprese, e colpiranno in primo luogo le piccole e medie imprese, che restano la spina dorsale dell’economia greca. L’agricoltura è senza dubbio il settore più duramente colpito da questo aumento: l’imposta sul reddito versata dagli agricoltori raddoppierà, ed essi saranno sottoposti a nuovi obblighi. Queste misure sono incontestabilmente recessive. Arrivano in un momento in cui l’economia greca vacilla al bordo del precipizio. Non c’è dubbio che la faranno precipitare nella recessione.

In secondo luogo, l’accordo impone misure chiaramente inegualitarie. Queste inaspriranno le disuguaglianze nel paese. Nessuno venga a dirvi il contrario: il grosso delle entrate fiscali verrà dalle imposte indirette, delle quali si sa che sono fattore di disuguaglianza. Le disuguaglianze aumenteranno perché le misure impongono di prendere 800 milioni all’anno dalle pensioni. Questo farà pesare un carico ulteriore sui pensionati, che in generale sono già tra gli strati più poveri della popolazione. E certamente le disuguaglianze cresceranno anche perché la disoccupazione aumenterà quest’anno e l’anno prossimo.

Questo accordo poi è cattivo perché non rimedierà per niente al problema del debito del paese. Non prevede una ristrutturazione del debito. Sostituirà una categoria particolare del debito con un’altra. Potrebbe comportare un miglioramento marginale – marginale – sul piano dei tassi d’interesse e sulla scadenza del debito. E questo aumenterà senza dubbio di 20-25 miliardi per ricapitalizzare le banche. Secondo l’FMI il rapporto del debito sul PIL dovrebbe passare al 200% l’anno prossimo. Molto probabilmente è quanto avverrà.

In quarto luogo, l’accordo non prevede assolutamente niente per lo sviluppo del paese. Il «pacchetto» di 35 miliardi di euro semplicemente non esiste. Queste somme sono già state assegnate alla Grecia nei diversi fondi. Non sappiamo né quando né come il paese riceverà denaro fresco. Dunque, niente in materia di sviluppo.

Infine, questo accordo è chiaramente di tipo neocoloniale. Il governo di sinistra ha firmato un accordo neocoloniale. È tale per diverse ragioni. Ne faccio presenti tre: la prima è che l’accordo prevede l’istituzione di un fondo di privatizzazione di 50 miliardi di euro, sotto controllo straniero, che avrà per missione di vendere i beni pubblici. I primi 25 miliardi saranno destinati alle banche. Se resta qualche cosa– e non resterà niente perché non si raggiungeranno mai 50 miliardi– le somme serviranno al rimborso del debito e, forse, agli investimenti. Di conseguenza, questo fondo venderà tutto quello che è possibile vendere per ricapitalizzare le banche. Abbiamo accettato di vendere i nostri gioielli di famiglia per ricapitalizzare le banche greche in fallimento.

Abbiamo anche accettato di condurre riforme dell’amministrazione pubblica sotto la bacchetta dell’UE. Abbiamo accettato di sottometterci a un controllo che non solo sarà severissimo, ma che durerà assai più a lungo dei tre anni di durata dell’accordo.

Ai miei occhi, questo accordo rappresenta una capitolazione disastrosa. Non è Brest-Litovsk. Quanti tra voi lo credono, sbagliano. Non si tratta di guadagnare tempo per consolidare il potere bolscevico a Mosca e Leningrado. Non si tratta di guadagnare tempo, perché non c’è tempo da guadagnare. Il tempo, caso mai, gioca a favore del nemico. Non è una manovra tattica.

Questo accordo pone il paese su una via che ha una sola uscita. Un’uscita che non serve gli interessi del popolo. Quanto a sapere chi è il vero vincitore dell’accordo, è l’evidenza stessa. Il vincitore vi sta davanti. È l’oligarchia che si esprime nei media di massa. Per questo i media esultano e celebrano la vittoria. A volte la realtà è esattamente quella che sembra. È inutile grattare la superficie. Se leggete i grandi giornali e ascoltate i media, sapete chi ha vinto.

Il prodotto di un errore strategico

Allora perché? Perché questa capitolazione? Perché ci si è arrivati dopo il grande entusiasmo di sei mesi fa, dopo il forte sostegno che ci hanno dato le mobilitazioni della base in questo paese e in Europa? Perché? Per me la risposta è chiara. Si tratta di una cattiva strategia, strategia che è stata molto buona per vincere le elezioni, ma che si è rivelata disastrosa quando Syriza è arrivata al potere. Questa cattiva strategia ha fatto cilecca. Che strategia è? È molto semplice, ed è stata formulata esplicitamente molte volte. Realizzeremo un cambiamento radicale in Grecia, un cambiamento radicale in Europa, e lo faremo dall’interno della zona euro. Questa era la strategia. Ebbene, non è possibile. Punto e basta. Gli ultimi mesi hanno dimostrato che semplicemente non era possibile.

Non è una questione di ideologia – neoliberista o di altro tipo. Non è una questione di riequilibrio dei rapporti di forza politici. Quante volte ho sentito parlare di riequilibrio? Ed ecco che questo dibattito torna sul tavolo, che si ripropone questo argomento: «Aspettiamo che i rapporti di forza politici cambino in Europa, se Podemos viene eletto le cose saranno diverse». Potrete aspettare a lungo. Molto a lungo. Non è così che la situazione cambierà.

Perché? Perché l’unione monetaria, della quale la Grecia fa parte, non è di natura ideologica. Alla fine lo è anche, ma non si tratta solo di ideologia. Né di riequilibrio di rapporto di forze. È un meccanismo istituzionale. Prima i greci lo capiranno, meglio sarà per tutti noi. Abbiamo a che fare con un meccanismo istituzionale, con un’unione monetaria, un insieme gerarchico che agisce nell’interesse delle grandi imprese e di un piccolo numero di paesi membri. Questa è la natura dell’unione economica e monetaria.

Storicamente, questa unione monetaria è fallita. In Grecia, il suo fallimento è palese. Ha rovinato il paese. E più la Grecia si aggrappa al suo posto nell’un ione, più distrugge il suo popolo e la sua società. È un fatto che la storia delle unioni monetarie ha stabilito da molto tempo. Il problema è che ogni volta la gente si rifiuta di guardare in faccia la realtà.

La questione del denaro

Permettetemi di fare una digressione sulla questione della moneta – dopo tutto, mi rivolgo qui a un pubblico di universitari e sono trent’anni che studio il denaro. Il denaro è certo l’equivalente universale. La merce delle merci. Sono molto tradizionalista in proposito.

Sotto la sua forma più semplice e pura è una cosa. La maggior parte delle persone considera che l’oro è moneta. In alcuni casi è ancora vero. Quando è una cosa, funziona in modo cieco e automatico, come fanno tutte le cose. Ed è oggetto di reificazione. I rapporti sociali si incarnano in questa cosa. In modo cieco e meccanico, la società si sottomette a questa cosa. Lo sappiamo da molto tempo. Keynes parlava di schiavitù del metallo giallo.

Certo, la moneta moderna non è una cosa di questo tipo. Resta una cosa, ma non una cosa con la forma di una merce prodotta. È controllata. Resta moneta ma è controllata. Controllata da istituzioni, da comitati, da meccanismi, tutta una gerarchia di rapporti. Questa gerarchia e questo quadro producono reificazione. Una reificazione diversa da quella dell’oro. Quello che le istituzioni reificano è la pratica. L’ideologia e gli interessi di classe si reificano nella pratica, nella stessa istituzione.

È quello che la sinistra, in Europa e in Grecia, si è dimostrata incapace di comprendere: i meccanismi dell’Unione europea e monetaria sono una pratica di classe reificata. Punto e basta. Non potete trasformarli perché avete vinto le elezioni in Grecia. È impossibile. Né potrete cambiarli perché domani Podemos sarà al potere in Spagna. Non è possibile. Dunque, delle due cose l’una: o distruggete questo edificio, o lo accettate così com’è. Ormai ne abbiamo la prova irrefutabile.

Un programma radicale presuppone un piano di uscita dall’euro.

Ma la vera domanda è la seguente: che fare ora? Ve lo dico io, e su questo punto la mia pratica ha valore di prova. La sola posizione coerente al parlamento in questi ultimi giorni – coerente su due punti: il mandato elettorale ricevuto da Syriza il 25 gennaio, e il referendum dove il popolo ha detto molto chiaramente no ai piani di salvataggio – la sola posizione coerente era dire no. Non sì.

Non è una questione di coscienza morale. Io rispetto la coscienza di ciascuno, capisco la difficoltà morale provata da ciascun deputato, ciascun membro di Syriza, ciascun cittadino greco. Ma non è una questione morale. Non suggerisco assolutamente che il «no» sia moralmente superiore al «sì». Tengo a dirlo molto chiaramente. Qui non si tratta di morale, ma di giudizio politico.

Qui è la politica che conta, e il giusto orientamento politico da prendere era dire no. È la sola opzione che permette di restare coerenti con la volontà popolare, con le promesse che abbiamo fatto al popolo, e con le misure che potremo prendere in futuro.

Se questo orientamento è mantenuto, il «sì» ci piomberà verosimilmente in immense difficoltà. Immense difficoltà per le ragioni che vi ho detto e che riguardano il contenuto dell’accordo. Non è possibile accettare questo accordo e trasformare la Grecia. Non sarà possibile perché l’accordo contiene meccanismi di controllo durissimi. Questi tipi dell’estero non sono idioti. Sanno esattamente di che cosa si tratta. E imporranno delle condizioni, delle regole, dei meccanismi di controllo che impediranno a Syriza di prendere misure che vadano nel senso di ciò a cui molti aspirano.

La prova del pudding è nel mangiarlo. Questi esigono già il ritiro della maggior parte delle leggi che abbiamo adottato nel corso nei cinque mesi scorsi nell’interesse dei lavoratori. E noi le ritireremo. Ci costringono a farlo. E voi immaginate che a partire da adesso potrete adottare altre misure legislative radicali? Ma su quale pianeta vivete? È impossibile. E non sarà possibile.

Ritornare sull’accordo appoggiandosi sul No al referendum

Allora, che fare? Dobbiamo ritornare sull’accettazione di questo accordo. E concepire un programma radicale compatibile con i nostri valori, i nostri obiettivi e i discorsi che abbiamo tenuto al popolo greco in tutto questo tempo, in tutti questi anni. E questo programma radicale è impossibile senza un’uscita dall’euro. La sola cosa sulla quale dobbiamo veramente lavorare, è lo sviluppo di un piano di uscita dall’euro che ci permetta di mettere in atto il nostro programma. È talmente evidente che sono stupefatto che non lo si sia ancora capito dopo cinque mesi di fallimento dei negoziati.

Abbiamo le forze richieste? Sì. Sì, perché il referendum, dove il «no» ha trionfato in modo indiscutibile, ha dimostrato due cose. Tanto per cominciare, ha dimostrato che l’euro è un affare di classe. Non è una forma di denaro impersonale.Come vi ho detto, cristallizza e contiene rapporti di classe. E la gente l’ha capito istintivamente: i ricchi hanno votato «sì», i poveri hanno votato «no» al referendum. Punto e basta.

Seconda cosa dimostrata dal referendum, e questo rappresenta un enorme cambiamento: per la prima volta da cinque anni, i giovani greci si sono espressi. Eravamo in molti ad attendere che lo facessero. E infine lo hanno fatto. E i giovani, questi giovani così attaccati all’Europa, così colti, senza dubbio così lontani da tutti quei dinosauri di estrema sinistra che credono ancora in Marx e soci, questi giovani greci che beneficiano dei programmi Erasmus e viaggiano dappertutto, questi giovani hanno detto no all’80%. Questa è la base di un discorso radicale e di un riorientamento per Syriza oggi. Se noi diciamo sì, se manteniamo il sì, perderemo i giovani. Ne ho la certezza assoluta.

Come organizzare un’uscita dall’euro?

Allora, come iniziare questo nuovo orientamento? È una cosa impossibile? Non immaginate che non esista un piano per uscire da questa disastrosa unione monetaria e mettere in atto una strategia radicale. Un piano esiste. Solo, non lo si è mai utilizzato. Non lo si è mai sviluppato, mai studiato in modo approfondito. Per metterlo in atto bisogna svilupparlo, e ci vuole, soprattutto, una volontà politica.

Tale piano, sotto forma di foglio di viaggio, contiene alcuni punti molto chiari.

In primo luogo, insolvenza sul debito nazionale. L’insolvenza è l’arma dei poveri. La Grecia deve essere insolvente. Non c’è alcun’altra porta di uscita. Il paese è schiacciato dal suo debito. Un’insolvenza sarebbe dunque un primo passo verso una profonda cancellazione del debito.

Secondo, nazionalizzazione delle banche. Nazionalizzazione efficace delle banche. Con questo voglio dire che si nominerà un commissario pubblico e un gruppo di funzionari e di tecnocrati che ci sappiano fare. Gli si chiederà di dirigere le banche e mandare a casa i membri delle attuali squadre dirigenti. Questo è quel che si deve fare. Senza la minima esitazione. E di conseguenza, cambieremo la struttura giuridica di questi istituti. È una cosa moltofacile da fare. Le banche continueranno a funzionare sotto un regime di controllo dei capitali. A questo punto si sarà fatta metà del percorso per uscire da questa catastrofica unione monetaria. Ma bisognerà mettere in atto un controllo adeguato delle banche e dei capitali, non il pietoso controllo che abbiamo visto nelle due ultime settimane. Questo dovrà permettere ai lavoratori e alle imprese di ritrovare un’attività normale. È del tutto possibile. Lo si è visto a più riprese.

Terzo, conversione di tutti i prezzi, di tutte le obbligazioni, dell’insieme della massa monetaria nella nuova divisa. Si può convertire tutto quello che dipende dal diritto greco. I depositari perderanno una parte del loro potere d’acquisto, ma non sul valore nominale dei loro depositi. Ma ci guadagneranno, perché diminuirà anche il potere d’acquisto del loro debito. Dunque, la maggioranza ne uscirà probabilmente guadagnandoci.

Quarto, organizzazione dell’approvvigionamento dei mercati protetti: petrolio, prodotti farmaceutici, alimentari. È del tutto possibile, definendo un ordine di priorità, dunque bisogna prepararsi un po’ prima, non all’ultimo minuto. È evidente che se pensate di mettere all’opera tutto questo il lunedì mattina, e cominciate a pensarci la domenica, la cosa sarà difficile. Ne convengo.

Infine, determinare come si alleggerirà la pressione sul tasso di cambio. Il tasso di cambio, probabilmente affonderà, poi risalirà. È quanto succede in generale. Si stabilizzerà a un livello svalutato. Prevedo una svalutazione del 15–20% alla fine. Bisogna dunque sapere come si padroneggerà la situazione.

Quali saranno gli effetti di un’uscita dall’euro?

Che succederà dunque se prendiamo questa via? Prima di tutto, bisogna prepararsi tecnicamente e, soprattutto, bisogna preparare il popolo. Perché una cosa simile è impossibile senza di lui. Infine, non è del tutto vero: si può fare a meno del popolo, ma in tal caso bisogna mandare i carri armati nelle strade. Si può fare anche questo. Ma non è l’orientamento della sinistra. La sinistra vuole arrivarci con la partecipazione del popolo, perché vogliamo liberarlo in questo modo, vogliamo farlo partecipare.

Che succederà dunque se prendiamo questa via? Ho visto delle simulazioni e delle modellizzazioni econometriche dell’effetto che questo potrà avere sul PIL, sui prezzi, ecc. Questo genere di cose, a volte è molto utile e interessante da leggere. Ma in questo caso le simulazioni non hanno il minimo valore. Perché? Perché, essenzialmente, la simulazione e l’econometrica si basano sulla conservazione delle caratteristiche strutturali del modello. Se no qualsiasi simulazione è impossibile. Qui, come progetto noi trasformiamo la struttura. È un cambiamento di regime. Ora, in altri termini, se qualcuno decide di rimettere a cultura il suo vigneto, come prevederne gli effetti? È quello che succederà. Ci sarà un cambiamento strutturale. Dunque, tutte le previsioni con i numeri, non valgono molto. Non credete a quelli che vi dicono che ci sarà una recessione del 25% , una contrazione del PIL del 50%. La verità è che non ne sanno niente. Tirano fuori queste cifre dal loro cappello.

Il meglio che si può fare in queste condizioni è concepire delle anticipazioni ragionate, basate sulle esperienze precedenti e sulla struttura dell’economia greca. Immagino che se prendiamo questa via e siamo preparati, entreremo in recessione. Sarà difficile. Durerà probabilmente parecchi mesi, almeno la caduta dureràparecchi mesi. Ma se mi baso sull’esperienza monetaria, non c redo che questa situazione durerà più di sei mesi. In Argentina è durata tre mesi. Poi l’economia è ripartita.

La contrazione durerà dunque parecchi mesi, poi l’economia ripartirà. Viceversa, è probabile che occorrerà attendere più a lungo per riprendere tassi di crescita positivi, perché il consumo, la fiducia, e le piccole e medie imprese subiranno senza dubbio un duro colpo. Suppongo che si tornerà a tassi di crescita positivi in capo a 12 – 18 mesi.

Dopo che il paese sarà uscito da questo periodo di aggiustamento, penso che l’economia tornerà a tassi di crescita rapidi e sostenuti. Per due ragioni. Prima, la riconquista del mercato interno. Il cambio di divisa permetterà al settore produttivo di riconquistare il mercato interno, di ricreare opportunità e attività, tutte cose che si sono viste ogni volta che si sono prodotti avvenimenti monetari di questa ampiezza. E un governo di sinistra favorirà la ripresa in modo che sia più rapida e solida. In parte perché le esportazioni molto probabilmente ripartiranno; in parte perché si metterà in atto un programma sostenuto di investimenti pubblici che favorirà anche gli investimenti privati e produrrà crescita per parecchi anni. Queste le mie previsioni, che non ho il tempo di sviluppare qui.

La via della saggezza…

Vorrei aggiungere due cose. Non si tratta di un’uscita dall’Europa. Nessuno sostiene quest’idea. L’euro, l’Unione europea e monetaria, non si confonde con l’Europa – questo valore disincarnato, che ci tormenta da così tanto tempo. Qui parliamo di uscita dall’Unione monetaria. La Grecia resterà membro dell’Europa e delle strutture europee finché il popolo greco lo vorrà. Questa strategia mira al contrario a liberare la Grecia dalla trappola costituita dall’unione monetaria, a permetterle di recuperare una crescita sostenuta e la giustizia sociale, a rovesciare il rapporto di forza a favore dei lavoratori del paese. Mi dispiace ma non c’è un’altra strategia. Immaginarsi il contrario è inseguire delle chimere.

Non so se la Grecia sceglierà questa strategia. Mi sono imbattuto di recente in una frase molto interessante, attribuita a un primo ministro israeliano. Diceva che le nazioni prendono la via della saggezza, ma solo dopo avere provato tutte le altre. Nel caso della Grecia, temo che non sia quello che ci attende. La via della saggezza è quella dell’uscita dall’euro e del cambiamento sociale. Spero che Syriza lo capisca e dica no. Che non firmi questo accordo. Che ritorni ai suoi principi radicali e ai suoi valori radicali. Che faccia una nuova proposta alla società greca e si avvii sulla via della saggezza.

Costas Lapavitsas

* « La voie de la sagesse, c’est celle de la sortie de l’euro et du changement social ». Contretemps. 19/07/2015

Traduzione di Gigi Viglino

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