CINA E IL MARXISMO ECOLOGICO

Il marxismo, la civiltà ecologica e la Cina

Di John Bellamy Foster

La  leadership cinese in anni recenti ha chiesto la creazione di una nuova “civiltà ecologica.” Alcuni hanno considerato questo come un allontanamento  dal marxismo e una concessione alla “modernizzazione ecologica” in stile occidentale. Tuttavia, inserita nel marxismo classico, come era rappresentata dall’opera di Karl Marx e di Frederich Engels, c’era una potente critica ecologica. Marx ha esplicitamente definito il socialismo in termini coerenti con lo sviluppo di una società ecologica o di una civiltà –o, con le sue parole, la regolamentazione  “razionale” del “metabolismo umano con la natura.”

In decenni recenti c’è stata una crescita enorme di interesse per le idee ecologiche di Marx, prima in Occidente e, più di recente, in Cina. Questo ha prodotto una tradizione  di pensiero nota come “marxismo ecologico.”

Questo fa sorgere tre domande: (1) Quale era la natura della critica ecologica di Marx? (2) Come si collega all’idea di civiltà ecologica ora promossa in Cina? (3) La Cina si sta realmente spostando nella direzione della civiltà ecologica, e quali sono le difficoltà che ci sono sul percorso in questo senso?

La critica ecologica di Marx

Nel 1848 il biologo Tedesco Matthias Schleiden osservò nel suo libro The Plant: A Biography: [Le piante: una biografia]: “Quei paesi che sono ora privi di alberi e sono aridi deserti – parte dell’Egitto, della Siria e della Persia, e così via, in precedenza erano coperti da fitti boschi, attraversati da corsi d’acqua.” Attribuiva questo al cambiamento di clima nella zona, causato dall’uomo. Nello stesso periodo in cui Schleiden stava elaborando queste idee, l’agronomo tedesco Carl Fraas faceva osservazioni analoghe nel suo libro Climate and the Plant World [Il clima e il mondo vegetale] dove sostiene che “la cultura popolare in via di sviluppo lascia dietro di sé un autentico deserto.”Marx ed Engels che cominciavano a provare  sempre maggior interesse per il degrado ecologico e il cambiamento del clima nella regione, sono stati influenzati da queste idee. Nel 1858, Marx, sulla scia di Fraas, ha scritto: “La coltivazione, quando procede nella crescita naturale e non è consapevolmente controllata…. lascia dietro di sé il deserto.”

Nel 1860, quando stava scrivendo il Capitale, gli interessi ecologici di Marx si erano intensificati, in gran parte per influenza del grande chimico tedesco Justus Von Liebig. Nell’edizione del 1862 del suo libro Agricultural Chemistry [Chimica agricola], Liebig sosteneva che l’agricoltura industriale  in Inghilterra era un sistema di “furto”. Le  principali sostanze nutrienti del suolo (azoto, fosforo e potassio) venivano rimossi dal suolo e inviati per centinaia e migliaia di chilometri in città sotto forma di cibo e di fibra, dove contribuivano all’inquinamento e andavano perduti per il suolo. La Gran Bretagna e altri paesi hanno tentato di rimediare a questo scavando nei campi delle battaglie napoleoniche e rubando nelle catacombe in Europa per procurarsi le ossa per fertilizzare i campi inglesi. Hanno estratto montagne di guano dalle isole del Perù, spedendolo via mare in Gran Bretagna, allo scopo di arricchire il suolo.

Invece di un trattamento consapevole e razionale della terra come proprietà  permanente condivisa, come inalienabile condizione per l’esistenza e la riproduzione della catena delle generazioni umane,” ha dichiarato Marx, il capitalismo ha causato “lo sfruttamento e lo sperpero dei poteri della  terra.” La conseguenza è stata una “frattura irreparabile nel processo interdipendente del metabolismo sociale” tra l’umanità e la natura che richiede il ripristino di questo metabolismo essenziale.” Nella società superiore del socialismo,” sosteneva fermamente, “i produttori associati” governerebbero il metabolismo umano della natura in maniera razionale…conseguendolo con il minimo dispendio di energia e nelle condizioni più degne e appropriate per la loro natura umana.”

Su questa base, Marx ha sviluppato, nel Capitale quella che è forse la concezione più radicale della sostenibilità ecologica mai proposta fino ad allora: “Dal punto di vista di una più alta formazione socio-economica, la proprietà privata della terra, di particolari individui, apparirà altrettanto assurda quanto la proprietà privata  di un uomo di altri uomini. Anche un’intera società, una nazione, o tutte le società esistenti contemporaneamente, prese tutte insieme, non sono i padroni della terra. Sono semplicemente coloro che la possiedono, i suoi beneficiari, e devono tramandarla in uno stato avanzato alle generazioni successive, come buoni padri di famiglia.”

Marx ed Engels nei loro scritti hanno trattato la maggior parte dei problemi ecologici dei tempi moderni: il cambiamento di clima (allora visto come fenomeno regionale), il degrado del suolo, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua,   lo sfruttamento delle risorse naturali, la sovrappopolazione, la deforestazione, la desertificazione, i veleni industriali o le tossine e la distruzione della specie. Nella Dialettica della natura,Engels osservava:

“Non ci auto aduliamo eccessivamente  per le nostre vittorie umane sulla natura. Per ognuna di queste vittorie la natura si prende una vendetta su di noi… Quindi a ogni passo ci viene ricordato che non  comandiamo per niente sulla natura come un conquistatore su un paese straniero, come qualcuno che si pone al di fuori della natura – ma che noi in carne, sangue e cervello apparteniamo alla natura e esistiamo in mezzo a questa, e che tutto la nostra supremazia  consiste nel fatto che abbiamo il vantaggio, rispetto a tutte le altre creature, di essere in grado di apprendere le sue leggi e di applicarle correttamente.”

La civiltà ecologica della Cina e il marxismo

Quello che è chiaro circa l’attuale enfasi cinese sulla civiltà ecologica, è che è venuta fuori da un’ampia prospettiva socialista, influenzata sia dall’analisi marxiana che dalla storia, cultura e  lingue  della Cina.  In Cina, al contrario dell’Occidente, la terra rimane proprietà sociale o collettiva e non può essere venduta. Credo che quindi sia sbagliato considerare che l’iniziativa cinese per la costruzione della civiltà ecologica sia una conseguenza diretta del modernismo ecologico di stile occidentale, come alcuni hanno ipotizzato. Al 17° Congresso Nazionale del Partito Comunista della Cina (CPC), nel 2007, era stato ufficialmente proposto che la Cina doveva costruire una “civiltà ecologica,” creando altre relazioni più sostenibili tra produzione, consumo, distribuzione e crescita economica. Al 18° Congresso Nazionale del CPC nel 2012, la “costruzione della civiltà ecologica” era stata scritta nella Costituzione del CPC. Questi principi sono stati incorporati  nel più recente piano quinquennale (2011-205). Sebbene molti abbiano messo in dubbio la serietà dell’impegno del CPC alla costruzione di una civiltà ecologica, è evidente che questa è: (1) emersa da reali necessità esistenti in Cina dove c’è stata un’enorme devastazione ecologica; (2) è stata una reazione alla crescita di massicce proteste per motivi ambientali in tutta la Cina; (3) è stata seguita da massicci sforzi del governo nel campo della pianificazione, della produzione e dello sviluppo tecnologico.

Dietro a tutto questo c’è, naturalmente il fatto che i problemi ambientali della Cina sono enormi e in aumento. Questo è il risultato inevitabile della crescita economica estremamente rapida che non ha protetto a sufficienza l’ambiente, sommata ad altri fattori, come il cambiamento di clima: le preoccupazioni ambientali della Cina comprendono: l’inquinamento dell’aria nelle principali città che è tra i più gravi del mondo, la deforestazione, la desertificazione, le tempeste di sabbia che contribuiscono massicciamente all’inquinamento dell’aria, la perdita di terreno arabile, la confisca   di terreni coltivati per destinarli allo sviluppo urbano, mancanza di acqua, inquinamento dell’acqua, acqua potabile non sicura, discariche di rifiuti tossici, traffico congestionato e sovraffollamento nelle città, sovrappopolazione, dipendenza eccessiva da impianti a carbone, aumento delle emissioni di anidride carbonica, possibile mancanza di energia, problemi di sicurezza alimentare.

La Cina si sta spostando nella direzione della civiltà ecologica? 

Non c’è dubbio che la leadership cinese abbia fatto passi significativi verso uno sviluppo più sostenibile. Grazie al grande ruolo di pianificazione, la Cina è stata in grado di fare rapidi cambiamenti in molte zone, andando, a volte contro la logica della crescita economica. Esempi di tali tentativi sono: (1) riduzioni mirate nella crescita economica, giustificate in termini di crescita più equilibrata in senso ambientale; (2) la massiccia promozione di tecnologia solare ed eolica, (3) una    quota crescente di consumo energetico di combustibili non fossili; (4) la creazione di una linea rossa per proteggere un minimo di 120 milioni di ettari di terreno agricolo; (5) riduzione di importanti sostanze inquinanti dell’aria dell’8-10% nel 12° Piano Quinquennale (2011-2015); (6) rimozione dalle strade di 6 milioni di veicoli ad alto inquinamento nel 2014; (7) il 700%  di aumento  di produzione di automobili elettriche (senza componenti aggiuntive); (8) attivazione di una campagna governativa per stili di vita frugali e contro il lusso (consumismo vistoso) da parte dei funzionari; (9) crescente critica ufficiale della venerazione del  PIL; (10) l’impegno di ridurre l’intensità delle emissioni di anidride carbonica, dovuta anche alla  contrazione del PIL, del 40-45%  entro il 2020 rispetto al livello del 2005, unito a una promessa di raggiungere  picchi di  emissioni di anidride carbonica nel 2030, se non più presto; e (11) l’imposizione di una nuova tassa sul carbone.

Dal punto di vista critico del marxismo ecologico, tuttavia, questi sviluppi sono ancora sopraffatti dal tasso del 7% di crescita economica della Cina, in cui il PIL raddoppierà tra un decennio, aumentando massicciamente le richieste ambientali. Procedendo in queste previsioni di crescita, c’è un piano per aumentare il numero di abitanti di città nei prossimi cinque anni fino al 60% dall’attuale 54%. Questo deve essere accompagnato da aziende agricole familiari in zone rurali, più grandi e più meccanizzate, con la scomparsa del 60% dei villaggi di campagna che andranno   in città piccole e  grandi. Le leggi cinesi per l’ambiente sono state finora caratterizzate da debole attuazione, il che fa pensare al predominio dei profitti rispetto alla protezione dell’ambiente. Questa strada di sviluppo totale, se dovesse davvero continuare su questa stessa base, è chiaramente insostenibile, minacciando di replicare alcuni dei peggiori aspetti del capitalismo occidentale. Nell’età del cambiamento planetario del clima, si devono trovare modelli alternativi. Questo non si può raggiungere semplicemente con la tecnologia, ma richiede nuovi modi di vita. Se la Cina dovrà realmente riuscire a creare una nuova civiltà ecologica, dovrà andare in una direzione ancora più radicale, ulteriormente rimossa dal regime di capitale che ha caratterizzato l’Occidente e che è ora responsabile dell’attuale emergenza ecologica planetaria.

15 giugno 2015

John Bellamy Foster  è il direttore della  Monthly Review ed è professore  di sociologia all’ Università dell’ Oregon.  E’ autore di: Marx’s Ecology: Materialism and Nature (2000) [L’ecologia di Marx: materialism e natura],The Great Financial Crisis: Causes and Consequences  (scritto insieme a  Fred Magdoff, 2009) [La grande crisi finanziaria: cause e conseguenze], The Ecological Rift: Capitalism’s War on the Earth (scritto insieme a  Brett Clark  e a Richard York, 2010) [La frattura ecologica: la guerra del capitalismo alla terra],  The Endless Crisis: How Monopoly-Finance Capital Produces Stagnation and Upheaval from the USA to China (scritto insieme a Robert W. McChesney) [La crisi infinita: come il capitalismo del monopolio produce stagnazione e insurrezioni dagli Stati uniti alla Cina], e  The Theory of Monopoly Capitalism: AnElaboration of Marxian Political Economy (New Edition, 2014),  [La teoria del capitalismo del monopolio: un’elaborazione dell’economia politica marxiana], oltre a molti altri.  Una versione di questo articolo era stata prima pubblicata su:  People’s Daily Online, l’11 giugno 2015 (era intitolato “China’s Unique Way to Build Ecological Civilization” – Il modo unico della Cina di costruire la civiltà ecologica]

Tratto da: www.znetitaly.altervista.org/

Originale : www.mrzine.monthlyreview.org

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

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