UNA REGRESSIONE PER NULLA?

di Michel Husson

I piani di aggiustamento imposti dalla Troika alla Grecia non hanno funzionato. Si basavano su ipotesi e dogmi errati che bisogna sviscerare per comprendere che gli obiettivi realmente perseguiti erano senza dubbio diversi da quello ufficialmente proclamato del “risanamento” dell’economia greca.

Iniziamo da un calcolo molto semplice. Tra il 2008 e il 2014 il PIL greco è regredito del 25%. Supponendo che il PIL fosse stagnato sui livelli del 2008, il debito pubblico greco rappresenterebbe, nel 2014, il 131% del PIL invece del 175%. Una buona parte (i due terzi) dell’aumento del rapporto debito/PIL dal 2008 al 2014 viene dunque dalla caduta del PIL. Le misure imposte dalla Troika hanno di fatto  aggravato la situazione. Si basavano su alcuni principi:

•             La “svalutazione interna”, in altre parole la diminuzione dei salari che avrebbe dovuto permettere di aumentare la competitività  e di ridurre il deficit commerciale dopando le esportazioni;

•             I tagli di bilancio che avrebbero dovuto permettere di ridurre il deficit e dunque di frenare la progressione del debito senza effetti recessivi troppo marcati;

•             Le riforme strutturali che avrebbero permesso  di dinamizzare l’economia greca.

Sul primo punto, abbiamo già mostrato che la diminuzione dei salari non si è ripercossa sui prezzi all’esportazione, ma è stata consacrata a ristabilire il tasso di profitto (1). Alcuni economisti della Commissione europea si sono del resto interrogati su questo “mistero” delle esportazioni greche “mancanti” (2). Senza sorprese, sono arrivati a questa conclusione: “ Se la Grecia ha già ottenuto dei miglioramenti importanti in termini di competitività-costo dall’inizio del programma di aggiustamento, delle riforme strutturali sono necessarie per influire sui fattori di competitività fuori-costo, come i deficit istituzionali sottostanti, in modo da sbloccare il potenziale di crescita delle esportazioni greche.”

Le riforme strutturali

Ritroviamo dunque rapidamente il ritornello sulle famose riforme strutturali. Da molti anni  FMI, Commissione europea e OCSE hanno prodotto numerosi studi per valutare l’effetto di queste riforme sulla crescita. Il loro materiale di base è costituito da indicatori che dovrebbero misurare le rigidità sul mercato del lavoro e sul mercato dei beni. La metodologia consiste in seguito a mostrare che i paesi meno “rigidi” ottengono i risultati migliori. Delle riforme strutturali che mirano a ridurre queste rigidità permetterebbero dunque a un paese di migliorare i propri risultati.

Questi risultati sono molto fragili e l’FMI stesso lo riconosce. In un rapporto recente (3), non trova “effetti statisticamente significativi della regolamentazione del mercato del lavoro sulla produttività”. Evoca “la difficoltà di confrontate il grado di flessibilità del mercato del lavoro da un paese all’altro”, e questa ammissione pone seri dubbi su tutta l’abbondante letteratura che postula il contrario che gli indicatori misurano perfettamente la flessibilità (o la rigidità) del mercato del lavoro.

Un altro studio ha analizzato in modo dettagliato i risultati del FMI e mostrato che vi è una sola istituzione del mercato del lavoro  che interviene in maniera significativa: è il grado di coordinamento dei negoziati salariali (4). L’impiego è meglio preservato laddove i negoziati sono coordinati a livello interprofessionale o di settore; cosa che va evidentemente controcorrente rispetto alle logiche neoliberali che tentano sistematicamente di ricondurli a livello di impresa.

Questa griglia di lettura è evidentemente privilegiata nel caso della Grecia dove gli indicatori di rigidità sono particolarmente elevati. Gli studi cercano di quantificare l’impatto di queste rigidità sull’ampiezza della crisi e il potenziale elevato di riforme strutturali. La Commissione europea non esita a attribuire alle rigidità una grande parte dello scarto di PIL per abitante tra i paesi del sud dell’Europa e la media dei tre paesi più performanti: “L’effetto globale degli scenari di riforma può rappresentare circa il 78% dello scarto in Grecia, l’87% in Italia, il 99% in Spagna e il 67% in Portogallo” (5).

Ecco un esempio di questa letteratura tratto da un documento del FMI: “ Le rigidità sui mercati dei beni e del lavoro in Grecia hanno aumentato il costo dell’aggiustamento. Le simulazioni ottenute a partire da un modello calibrato dell’economia greca confermano che le riforme di questi mercati possono avere un ruolo importante per limitare le perdite di produzione e sostenere la ripresa.” (6).

Il documento è un autentico florilegio neoliberale: “La Grecia è entrata nella crisi sovraccaricata dalla regolamentazione (…). La regolamentazione del mercato del lavoro della Grecai era rigido e tendeva a protegge gli ‘insiders’ (…). I risultati teorici sottolineano i benefici che porteranno le riforme strutturali, ma indicano che possono non materializzarsi immediatamente (sic). I risultati empirici mostrano che le riforme strutturali avrebbero degli effetti positivi potenzialmente importanti sul PIL e la produttività.”

Questi studi e rapporti non sembrano tenere conto del fatto che  importanti riforme strutturali (nel senso in cui l’intendono le istituzioni internazionali) sono state condotte in Grecia. L’OCSE enuncia regolarmente delle raccomandazioni nella sua pubblicazione “Objectif croissance“ (Going for growth) e constata che “progressi impressionanti sono stati realizzati nella riforma dei mercati del lavoro e dei beni dall’inizio della crisi, ma a partire da un punto di partenza molto basso. Dai 2009-2010, la Grecia ha il tasso più elevato di reattività alle riforme strutturali promosse dall’OCSE” (7).

Per quanto concerne il mercato del lavoro, l’OCSE enuncia, felicitandosi, le riforme prese dal governo greco: “le autorità hanno dunque, alla fine del 2011, dato un colpo di acceleratore alla riforma del mercato del lavoro, articolata attorno a quattro assi: i) decentralizzazione del sistema dei negoziati salariali; ii) allentamento della protezione dell’impiego; iii) riduzione del salario minimo; iv) aumento della flessibilità del tempo di lavoro”.

E l’organismo sottolinea i buoni risultati ottenuti: “grazie alle riforme, il comportamento del mercato del lavoro sta cambiando. I costi della manodopera sono crollati dopo la fine del 2011 e gli accordi sulla flessibilità del tempo di lavoro sono divenuti più correnti, una parte più grande di lavoro si fa con il tempo parziale e altre forme di lavoro intermittente (…). L’alleggerimento della protezione dell’impiego è stata più pronunciata dal 2008 che nei paesi dell’OCSE, eccezion fatta per il Portogallo, ed è oggi vicino alla media dell’OCSE per gli impieghi di durata indeterminata.” Come sottolineare meglio gli obiettivi di queste riforme: diminuzione dei salari, flessibilità del tempo di lavoro, licenziamenti più facili e precarizzazione?

Le stesse evoluzioni sono rapportate in quel che concerne la regolamentazione sul mercato dei beni (product market regulation) a partire da una batteria di indicatori che dovrebbero misurare gli ostacoli alla creazione di imprese, della complessità delle procedure di regolamentazione, i costi amministrativi, gli ostacoli al commercio e all’investimento e l’interventismo dello Stato. Anche in questo ambito la Grecia è stata una brava allieva e va nella direzione auspicata, quella della deregolamentazione

Il documento dell’FMI già citato non esita ad affermare che le simulazioni degli effetti delle riforme strutturali sono “coerenti con l’evoluzione dell’economia greca” e che i risultati ottenuti “sono anche compatibili con la crescita a lungo termine prevista nel quadro del programma”. Ci vuole una certa dose di accecamento ideologico per proferire tali enormità, che non possono nascondere la realtà: la Grecia è stata immersa in una profonda recessione, allorché applicava alla lettera le famose “riforme strutturali”.

I moltiplicatori di bilancio

L’economia greca non ha seguito l’evoluzione prevista dagli economisti della Troika. Nel gennaio 2010, il “piano di stabilità e di crescita” definito in accordo con la Commissione europea prevede che sarà del 4.4%. Nel settembre dello stesso anno, il FMI scende a 3.5% e il bilancio greco del 2011 riprende questa previsione. Da ottobre 2011, le anticipazioni diventano negative e si degradano sempre di più fino alla realtà osservabile, vale a dire una regressione del PIL del 11.5% su 2012 e 2013.

Un errore così madornale dovrebbe sancire lo scacco delle politiche di aggiustamento. Ma questo non si basa solo sulla fede cieca nelle riforme strutturali, ma soprattutto su un enorme sottovalutazione del moltiplicatore di bilancio. Si può spiegare in termini semplici questo parametro. Le spese pubbliche sono un elemento del PIL, e nel caso della Grecia, queste ne rappresentano più della metà. Se uno Stato diminuisce le spese pubbliche, farà diminuire il PIL, e il moltiplicatore di bilancio indica in quale proporzione. Se per esempio questo moltiplicatore è uguale a ½, una diminuzione di 100 delle spese pubbliche condurrà a una diminuzione di 50 del PIL. Tutta la questione è dunque di sapere quanto vale questo moltiplicatore.

Alcuni economisti neo-liberali, i più dottrinari, minimizzano questo rischio indotto dall’austerità di bilancio, facendo riferimento a quella che chiamano “equivalenza ricardiana”. Secondo questa ipotesi, le scelte di bilancio dello Stato sarebbero neutralizzate dal comportamento del risparmio. In questo dibattito, un economista dell’Università di Harvard, Alberto Alesina, ha avuto un ruolo non indifferente, in particolare con il suo contributo alla riunione dei ministri europei delle finanze a Madrid nell’aprile 2010 (9). Alesina  si domanda se gli aggiustamenti di bilancio conducono sempre a delle recessioni e la sua risposta è “un no categorico (loud). Dall’inizio degli anni 1990, più autori hanno notato che delle politiche di riduzione dei deficit sono state accompagnate in più paesi europei per un supplemento di crescita, all’opposto del discorso keynesiano standard.”

Benché i suoi articoli siano stati sottoposti a critiche devastanti (10), Alesina era la persona giusta per giustificare la svolta verso l’austerità di bilancio in Europa: sarà addirittura citato nel comunicato ufficiale della riunione. Un po’ più tardi, Jean-Claude Trichet, allora presidente della BCE, potrà dichiarare che “è un errore credere che il rigore di bilancio si oppone alla crescita e alla creazione di impieghi.” (11).

L’FMI si mostrava più prudente e spiegava, in un rapporto pubblicato nel 2010, che un “consolidamento di bilancio” di un punto del PIL conduce a una riduzione del PIL dello 0.5%, che può arrivare anche all’1% se questa politica è estesa a un gran numero di paesi (12). Alcuni anni dopo, l’economista in capo del FMI, pubblicherà un documento di lavoro che è una sorta di autocritica (13). Ammette che il consolidamento di bilancio ha condotto a una crescita più debole del previsto: “un’interpretazione naturale è che i moltiplicatori di bilancio erano sensibilmente più elevati delle ipotesi implicite degli analisti” Per riassumere, le previsioni erano state fatte con dei moltiplicatori di circa ½ quando in realtà erano superiori a 1.

Questa scoperta tardiva non sembra però aver influenzato la politica condotta nella pratica nell’ambito della Troika, anche se aveva suscitato delle forti riserve all’interno. Nel 2010, il rappresentante svizzero al FMI, René Weber, poteva così dichiarare: “abbiamo diversi dubbi sulla realizzabilità del programma (…) le ipotesi di crescita appaiono troppo ottimiste(…). Perché la ristrutturazione del debito e l’implicazione del settore privato nel piano di salvataggio non sono state prese in considerazione?” (14).

L’effetto di questo accecamento è stato particolarmente drammatico per la Grecia. E, nella misura in cui uno degli obiettivi dei programmi di aggiustamento era il principio di ridurre il peso del debito, si può stabilire che sarebbe stato meglio non averlo fatto. È quello che dimostra uno studio recente di due economisti tedeschi dell’istituto IMK (15). Utilizzando dei valori più accurati dei moltiplicatori, hanno mostrato che in assenza di austerità, il PIL greco avrebbe stagnato –come la media della zona euro- al posto di crollare del 25%. L’aumento delle entrate dello Stato sarebbe stato più efficace che i tagli nelle spese per far abbassare il ratio debito/PIL che sarebbe stato nel 2014 del 135% invece del 175%. In conclusione, “il periodo 2010-2014 era il peggior momento per una riduzione delle spese pubbliche (che) si sarebbero dovute ridurre progressivamente solo dopo la ripresa dell’economia greca.

Politiche assurde o terapie di choc?

Come caratterizzare le politiche d’aggiustamento della Troika? Da un lato, abbiamo mostrato la loro assurdità nella misura in cui hanno imposto una terribile regressione al popolo greco, senza raggiungere i loro supposti obiettivi. Ma abbiamo anche visto che le famose riforme strutturali hanno effettivamente “intaccato” sulla realtà sociale in Grecia. Bisogna comunque fare attenzione a una doppia semplificazione: non è solo sotto l’influenza di economisti ultra-dogmatici che la Troika ha imposto le sue misure. Ma ha anche senza dubbio anche sottovalutato i danni che queste misure avrebbero provocato sulla società e sull’economia greca.

Al di là di tutto, le determinazioni ideologiche e politiche si combinano oggi per condurre le “istituzioni” ad affermare in maniera brutale la loro volontà di non lasciare alcun margine di manovra al nuovo governo greco e, in particolare, di vietare ogni rimessa in causa delle riforme anti-sociali messe in atto dai governi precedenti.

Traduzione della redazione di “Solidarietà” del Cantone Ticino.

– – – – – – –

 

[1] Michel Husson, « Grèce : une économie dépendante et rentière », A l’encontre, 12.3.2015

[2] Uwe Böwer, Vasiliki Michou, Christoph Ungerer, «The Puzzle of the Missing Greek Exports», European Commission, Economic Papers n° 518, June 2014

[3] « Where are we headed? Perspectives on potential output », IMF, World Economic Outlook April 2015, chapter 3, p. 37

[4] Sabina Avdagic and Paola Salardi « Tenuous link: labour market institutions and unemployment » , Socio-Economic Review (2013) 11

[5] « Growth Effects of Structural Reforms in Southern Europe », European Commission, Economic Papers 511, December 2013

[6] « Greece. Selected issues », IMF Country Report n°13/155, May 2013

[7] OCDE, Etudes économiques Grèce 2013

[8] Nicos Christodoulakis, « From grexit to growth: on fiscal multipliers and how to end recession in Greece », National Institute Economic Review n°224, May 2013

[9] Alberto Alesina, « Fiscal adjustments: lessons from recent history », prepared for the Ecofin meeting in Madrid April 15 2010.

[10] Arjun Jayadev and Mike Konczal, « When Is Austerity Right? In Boom, Not Bust », Challenge, November–December 2010.

[11] Jean Quatremer, Interview de Jean-Claude Trichet, 13 juillet 2010.

[12] FMI, « Will It Hurt? Macroeconomic Effects of Fiscal Consolidation », World Economic Outlook, October 2010, chapter 3.

[13] Olivier Blanchard and Daniel Leigh, « Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers », IMF, January 2013.

[14] « Secret IMF documents reveal extent of concern about 2010 Greek bailout », ekathimerini, October 8, 2013.

[15] Sebastian Gechert, Ansgar Rannenberg, « The costs of Greece’s fiscal consolidation », IMK, March 2015.

 

 

Potrebbe piacerti anche Altri di autore