SULL’ECOSOCIALISMO

a cura del Collettivo ecosocialista di Sinistra Anticapitalista Roma

Sommario

L’ecosocialismo: breve storia, principi, obiettivi

Breve storia e principi

Obiettivi e strategie

Per un Ecosocialismo rivoluzionario

Introduzione

Ecosocialismo, marxismo e rivoluzione

Stato e comunità

Desideri e bisogni

Per un Ecosocialismo rivoluzionario e internazionalista

E intanto?

Un programma di transizione

Conclusioni

Expo Milano 2015 ‐ Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita

Finanziamento

Nutrire il Pianeta

Energia per la Vita

Lavoro precario e gratuito

I veri protagonisti di EXPO
Conclusioni

Trattato di libero scambio tra UE e USA, TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)

L’ecosocialismo: breve storia, principi, obiettivi

di Giovanna Tinè

“Non aduliamoci troppo per le nostre vittorie sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze […] Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo appropriato”. Friedrich Engels , Dialettica della natura1

“Anche un’intera società, una nazione e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata alle generazioni successive.” Karl Marx , Il Capitale, Libro III2

Il genere umano appartiene “con carne, sangue e cervello” al mondo naturale, e vive nel suo grembo, osserva Engels. Ciò che ci distingue è la capacità di studiare e, almeno parzialmente, di conoscere le leggi della natura, cosa che a sua volta ci rende in grado di usufruire delle sue risorse. Ogni qualvolta, continua Engels, usufruiamo in modo distruttivo delle risorse naturali, quelle che inizialmente percepiamo come vittorie del progresso si rivelano essere invece delle sconfitte. Questo perché, in quanto parte del mondo naturale, stiamo distruggendo le nostre stesse condizioni di vita. Perciò, dice Marx, abbiamo il dovere di costruire ed agire nel quadro di sistemi sociali ed economici che garantiscano la certezza di consegnare in condizioni migliorate la terra (e, per estensione, il pianeta) alle future generazioni.
È evidente che il capitalismo non è, perché costitutivamente non può essere , il quadro di riferimento entro cui è possibile preservare, meno che mai migliorare l’ambiente e il pianeta. Basta guardare i dati storici relativi ai cambiamenti climatici e ai vari aspetti della crisi ecologica in atto per rendersene conto3.
Questa assoluta incompatibilità tra capitalismo e ambiente è la considerazione dalla quale parte l’ecosocialismo: un sistema economico basato sul profitto e sulla sua crescita inarrestabile, ed in cui il progresso è sinonimo di progresso del capitale è, appunto, per definizione un sistema che necessariamente distruggerà l’ambiente, e la nostra specie che ne è parte. E, in questo senso, lo sfruttamento delle risorse naturali e lo sfruttamento del lavoro non sono altro che le due facce della stessa medaglia.

Breve storia e principi
Il termine “ecosocialismo” fu utilizzato già negli anni ’80 in Germania (da una corrente di sinistra del partito dei Verdi) e negli Stati Uniti, dove il sociologo ed economista James O’Connor, fondatore della rivista Capitalism, Nature, Socialism, teorizzò un “marxismo ecologista”. Sono inoltre rispettivamente del 1999 e del 2000 i testi Marx and Nature: A Red and Green Perspective dell’economista statunitense Paul Burkett ed il più conosciuto Marx’s Ecology: Materialism and Nature del sociologo statunitense John Bellamy Foster, incentrato sulla ricerca, a tratti eccessiva, di un“ecologismo marxiano” a partire dagli scritti dello stesso Marx.
Tuttavia per arrivare alla prima formulazione di una proposta politica esplicitamente ecosocialista bisogna aspettare il 2001, quando fu pubblicato il primo “Manifesto Ecosocialista” ad opera di Joel Kovel e Michael Löwy. Il Manifesto parte dalla considerazione che le crisi sociali ed ecologica in atto sono prodotte dalla stessa causa: il capitalismo, il quale agisce in modo egualmente distruttivo sulla natura e sull’uomo. Sulla natura, in quanto, nella sua costitutiva necessità di crescita infinita, il sistema capitalistico distrugge gli ecosistemi e le risorse del pianeta. Sull’uomo, poiché riduce la maggior parte della popolazione mondiale a mera riserva di forza lavoro, e parallelamente neutralizza le capacità di resistenza delle comunità (dis)educandole al consumismo e alla depoliticizzazione.
Ne consegue che il capitalismo non può regolare, né tantomeno superare, le crisi che ha creato. In pratica, sarebbe come chiedere ad un lupo di proteggere un gregge di pecore. La soluzione che il Manifesto indica per contrastare e rovesciare la barbarie di questo sistema dovrà necessariamente essere in un’ottica socialista, ed oggi la parola socialismo non può che implicare il prefisso eco‐.
Più nello specifico, l’ecosocialismo che prefigurano i due autori “ mantiene gli obiettivi di emancipazione del socialismo del primo periodo e rifiuta tanto gli scopi riformisti e attenuati della socialdemocrazia quanto le strutture produttive delle varianti burocratiche del socialismo. Invece insiste nel ridefinire sia il modo che l’obiettivo della produzione socialista in una cornice di riferimento ecologica ”4. Per fare ciò, propone la costruzione di una società di liberi produttori associati che gestisca collettivamente i mezzi di produzione e che ridefinisca democraticamente la produzione stessa in base ai bisogni sociali reali (ovvero sostituendo al predominio del valore di scambio quello del valore d’uso) ed in senso ecologico, ovvero ponendo fine alla dipendenza dalle fonti fossili a favore di quelle rinnovabili, facendo infine in modo che tutto ciò avvenga in un’ottica internazionalista, che è l’unica con cui è possibile far fronte alla crisi ecologica globale.
Nel 2002, ovvero un anno dopo, Kovel pubblicò The The Enemy of Nature. The End of Capitalism or the End of the World? da molti considerato un testo “pioniere”, per usare le parole di Löwy, nella definizione del percorso ecosocialista proposto dal Manifesto. Pur con la pecca di fare le proposte più pratiche in modo eccessivamente sbrigativo nelle ultime tre pagine del libro, e di presentare la futura società ecosocialista quasi nei termini di una conversione religiosa, il libro suscitò molto interesse, e da quegli anni il fronte ecosocialista si è arricchito di contributi interessanti, in particolare da Francia (M.Löwy, Ecosocialisme. L’alternative radicale à la catastrophe écologique capitaliste , Mille et une nuits, 2011), Belgio (D.Tanuro, L’impossible capitalisme vert , La Découverte, 2010; trad. it. L’impossibile capitalismo verde , Edizioni Alegre, 2011) Canada (la rivista Climate and Capitalism diretta da Ian Angus) e Stati Uniti (Chris Williams, Ecology and Socialism. Solutions to Capitalist Ecological Crisis , Haymarket Books, 2010). Nel 2007 inoltre, nel quadro della Conferenza Ecosocialista di Parigi, iniziarono i lavori per la redazione di un secondo Manifesto ecosocialista, che fu distribuito nel gennaio 2009 al Forum Sociale Mondiale di Belem, in Brasile, con il nome di “Dichiarazione di Belem”5. A seguito di questo documento, inoltre, nacque la Rete Internazionale Ecosocialista (EIN).

Obiettivi e strategie
Scrive Löwy in Ecosocialisme : “ Il fine dell’ecosocialismo è di riorientare il progresso per renderlo compatibile con la conservazione dell’equilibrio ecologico del pianeta ”6. In vista del raggiungimento di tale obiettivo, Löwy prefigura la necessità di una “ economia di transizione al socialismo ”7 in cui il termine “progresso” viene inteso, contrariamente a quanto accade nell’ambito del produttivismo capitalista, nell’accezione di progresso della collettività, così come anche lo sviluppo tecnologico è inteso in tale funzione. Stessa cosa dicasi per il termine “crescita”, anch’esso ricodificato in senso anticapitalista ed antiproduttivista come crescita “qualitativa” e non “quantitativa”.
Questo tipo di scenario si basa su quelli che Löwy chiama i “due pilastri dell’ecosocialismo”: “ Il sistema produttivo deve essere trasformato nel suo insieme. Il controllo pubblico dei mezzi di produzione ed una pianificazione democratica che tenga conto della conservazione degli equilibri ecologici sono indispensabili ”8. Parallelamente, sia al fine di permettere la partecipazione collettiva a questa pianificazione democratica che al fine di favorire la piena occupazione, deve essere ridotto l’orario di lavoro a parità di salario: “ La pianificazione democratica, associata alla riduzione del tempo di lavoro, sarebbe un progresso considerevole dell’umanità verso quello che Marx chiama « il regno della libertà »: l’aumento del tempo libero è infatti una condizione per la partecipazione dei lavoratori alla discussione democratica e alla gestione dell’economia e della società ”9, spiega ancora Löwy.
Nell’ulteriore definizione di tale trasformazione del sistema produttivo vale la pena citare Daniel Tanuro, che ne L’impossibile capitalismo verde individua quattro mosse da attuare simultaneamente, e su scala mondiale: “ 1) saturare la domanda in fatto di bisogni sociali reali; 2) ridimensionare la produzione materiale globale riducendo il tempo di lavoro ed eliminando le produzioni inutili e dannose, come pure una parte consistente dei trasporti; 3) aumentare radicalmente l’efficienza energetica e passare completamente alle energie rinnovabili, indipendentemente dai costi; 4) creare le condizioni politiche e culturali di una responsabilizzazione collettiva per ciò che si produce, e quindi si consuma, con l’assunzione democratica dell’impegno della transizione ”10.
Certo, continua Tanuro, queste mosse “ sono inconcepibili senza una serie di incursioni a fondo nella proprietà capitalistica ”11, incursioni quali l’esproprio dei monopoli del settore dell’energia; la nazionalizzazione del settore bancario; l’estensione radicale del settore pubblico, in particolare nei campi del trasporto e dell’alloggio, come anche in quello della ricerca, per rifinanziarla e renderla indipendente dalla manipolazione da parte degli interessi privati; la gratuità dei servizi di base (scuola, sanità, trasporto pubblico); una riforma agraria democratica e la rilocalizzazione della maggior parte della produzione alimentare attraverso il sostegno all’agricoltura contadina; infine, e non ultimo, vista la necessità che questa trasformazione avvenga a livello mondiale ma nel contesto di un pianeta in cui il divario tra paesi cosiddetti sviluppati ed in via di sviluppo è enorme, l’adattamento di questi ultimi va finanziato e posto sotto il controllo democratico delle popolazioni interessate.
È evidente che nessuna soluzione riformista o green economy potrà essere sufficiente a “riorientare il progresso” in questi termini, gli unici entro i quali è pensabile, dati scientifici alla mano, di uscire dalle crisi ecologica e sociale. La trasformazione necessaria è radicale e rivoluzionaria, sia nell’accezione più generica che in quella specifica di entrambi i termini, e passa per un ulteriore passaggio strategico imprescindibile: l’unione delle lotte ecologiche e di quelle dei lavoratori e delle lavoratrici del Nord e del Sud del mondo, rompendo con l’opposizione – tutta funzionale al capitale – tra ambiente e lavoro. Scrive Chris Williams in Ecology and Socialism : “ Abbiamo bisogno di costruire una società globale in cui la produzione sia democraticamente decisa e incentrata su ciò di cui la natura e l’umanità hanno collettivamente bisogno […] Le classi lavoratrici urbane e rurali che muovono oggi l’economia devono organizzarsi in una forza politica che possa prendersi carico della macchina produttiva e reindirizzarla democraticamente verso il soddisfacimento sostenibile dei bisogni umani. Solo organizzandosi e combattendo per il cambiamento su queste basi di classe il futuro possibile potrà diventare reale ”12.

Per un Ecosocialismo rivoluzionario

di Marco Ciccarella

Introduzione
Intento di questo breve articolo è delineare prospettive ecosocialiste, da uno sguardo irriducibilmente anticapitalista e marxista. Questo vorrebbe essere l’inizio di un percorso di definizione teorico, politico e pratico su cosa si possa intendere per Ecosocialismo. Tutto questo non per intenti autoreferenziali, bensì per determinare ipotesi politiche che non vedano nell’Ecosocialismo derive ambientaliste, decresciste, ecumeniche, riformiste o, nella peggiore delle ipotesi, contaminazioni con un Capitalismo verde emendabile e virtuoso. Scorrendo, infatti, i principali testi dell’Ecosocialismo, a partire dai manifesti, si scoprirà con sorpresa, forse, che raramente il concetto di Rivoluzione si affaccia come soluzione per un rovesciamento dei rapporti di forza tra Capitale e Lavoro, si scoprirà che, persino nei manifesti fondativi, si omette la soluzione rivoluzionaria, per affidarsi a più equivoche soluzioni, a dubbie conversioni, a salti inspiegabili, o, in ogni caso, a esiti che non facciano esplicitamente del conflitto di classe la dimensione propria delle dinamiche sociali, politiche ed economiche contro il Capitale.
Non è mai neutrale circoscrivere il campo di esistenza di un modello politico, vuol dire comprenderne e, quindi, determinarne la natura, gli obiettivi, la linea teorica che ne sostenga la prassi rivoluzionaria. I limiti circoscrivono lo spazio politico all’interno del quale ci si vuol muovere, le definizioni di questo spazio sono la natura stessa del modello che si vuole costituire. Ecco perché procederò ad analizzare e proporre i vari passaggi che potrebbero, e dovrebbero, segnare un Ecosocialismo rivoluzionario, marxista e internazionalista.

Ecosocialismo, marxismo e rivoluzione
Come potremmo immaginare un movimento ecosocialista? Rivoluzionario, marxista, ecologista e internazionalista. Sembrerebbe ovvia questa definizione, ma non lo è, poiché spesso ci si muove tra posizioni autorevolissime dell’Ecosocialismo che dispiegano sfumature equivoche e indebolite. Mancano due parole chiave, a mio avviso, nel presentare l’Ecosocialismo da parte di Löwy, Kovel e Tanuro: «Rivoluzione» e «Stato». L’impressione è che ci sia una sorta di tabù ossessivo rispetto alla possibilità di associare l’Ecosocialismo al Comunismo continentale, neanche si fosse negli Stati Uniti di J. R. McCarthy, cosicché, volentieri e troppo spesso, i documenti, gli articoli e i libri ecosocialisti parodiano concetti quali «Stato» e «Rivoluzione» in formule più ambigue che sfumano in conclusioni ben poco convincenti. Così, in luogo dello Stato vi è « l’esercizio della libertà di decisione dell’insieme della società», come scrive Löwy, e in luogo della Rivoluzione c’è «un’azione sociale politica e collettiva», come scrive Tanuro.
Ma andiamo con ordine, analizzando gli elementi che ritengo indispensabili per un Ecosocialismo compiutamente marxista e rivoluzionario, che lasci alle sue spalle timidezze e paure di sembrare non compatibile con una cultura come quella statunitense. Ci interessa questa compatibilità? Cerchiamo forse approvazione dagli ambienti borghesi e capitalisti? Immaginerei di no, così come immaginerei, di contro, che in una organizzazione anticapitalista e marxista non ci sia il tabù ossessivo di non sembrare l’Unione Sovietica. Scrivo questo perché nei testi ecosocialisti, a partire dal primo manifesto di Kovel e Löwy, ci sono prese di distanza anche grossolane, e francamente offensive, dal socialismo novecentesco. Cito una frase per tutte, presente nel primo Manifesto ecosocialista del 2001:
«Tuttavia, perché il Socialismo, perché rivivere questa parola in apparenza destinata all’immondezzaio della storia, a causa dei fallimenti delle sue interpretazioni nel XX secolo?». Ora, se si deve cominciare così un documento socialista, sinceramente, viene da chiedersi perché aderiscano al Socialismo, prendendone le distanze così vistosamente. Ovviamente, e per fortuna, la risposta che segue nello stesso Manifesto è: «Solo per una ragione: per quanto sia lontana dalla realizzazione effettiva, la nozione di Socialismo continua ad esprimere il superamento del Capitale». Insomma, dobbiamo fare attenzione, perché il rischio continuo è quello di uno smottamento verso un movimentismo post‐ideologico, anziché la costruzione di un Socialismo finalmente maturo e consapevole della priorità ecologista nel suo moderno dispiegamento. Un Socialismo della contemporaneità deve fare i conti con l’esigenza della difesa dell’ambiente e avere la consapevolezza che il Capitale sta celebrando sulle rovine e sulle macerie dell’umano e della Terra le sue immense fortune!
«Vediamo l’Ecosocialismo non come la negazione, ma come la realizzazione dei socialismi del primo periodo del XX secolo, nel contesto della crisi ecologica. Come quei socialismi, il nuovo si costruisce a partire dalla percezione del capitale come lavoro oggettivato e si fonda sul libero sviluppo di tutti i lavoratori o, per dirlo in altre parole, sulla fine della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione», continua il primo Manifesto. Ripartiamo da qui, dunque, da categorie marxiane inequivoche, dall’esigenza di abbattere il Capitale, come sopraffazione di classe, come sete continua di pluslavoro e plusvalore, come modo di produzione che celebra il proprio trionfo con l’uso ed abuso della forza lavoro, con la sua negazione, ed infine con la distruzione dell’ambiente in cui quel profitto prospera e si riproduce. Capitale e ambiente non sono compatibili, sono realtà inversamente proporzionali, così come Capitale e benessere dei lavoratori. Il Capitalismo è un sistema irredimibile ed inemendabile, parassita di vite e di risorse, la distruzione è l’espressione più propria della produzione. Un punto chiaro che ci appartiene indelebile è che il Capitalismo non può essere riformato, va solo abbattuto e superato dialetticamente.
«Che cosa è dunque l’Ecosocialismo?», si chiede Löwy. «Si tratta di una corrente di pensiero e di azione che fa proprie le acquisizioni fondamentali del marxismo – liberandolo delle scorie produttivistiche. Per gli ecosocialisti, tanto la logica del mercato e del profitto quanto quella dell’autoritarismo burocratico del defunto “socialismo reale”, sono incompatibili con le esigenze di salvaguardia dell’ambiente naturale»13. Le recenti analisi dell’IPCC dimostrano inconfutabilmente che il modo di produzione capitalistico porterà a un punto di non ritorno in pochissimi anni. Non c’è più tempo per un’illusione riformista e socialdemocratica, solo una radicale messa in discussione del Capitale può portare a una giustizia sociale e a una sostenibilità ambientale. «È solamente cominciando a riappropriarsi collettivamente dei mezzi di produzione», scrive Tanuro, «che gli sfruttati e gli oppressi potranno riappropriarsi anche, finalmente, del primo mezzo di produzione dal quale sono stati separati dal Capitalismo nascente – la natura e le risorse – ed è solo attraverso questo processo che potranno inventare la gestione responsabile dell’ambiente, senza che per questo ci sia bisogno di una burocrazia incontrollabile»14. Come ci si riappropria dei mezzi di produzione? Come fare per strappare al Capitale le nostre vite e rigovernarle in una prospettiva socialista ed ecologista? È qui che latita il concetto di rivoluzione, sostituito sistematicamente da formule più rassicuranti e, per, questo, non comprensibili, come il già citato: «l’esercizio della libertà di decisione dell’insieme della società», per esempio. C’è uno spaventoso vuoto logico e politico tra la comprensione della rifiutabilità assoluta del Capitale e l’attuazione della «pianificazione democratica ed ecologica» come «controllo pubblico sui mezzi di produzione»15. In altri termini, il Capitale non cederà di un centimetro, sarà l’offensiva popolare a poterlo piegare e a convertire il modo di produzione capitalistico in una economia socialista.

Stato e comunità
Stato o comunità plurali e decentramento. Che governo immaginare per un modello ecosocialista? «La pianificazione ecosocialista», continua Löwy, «deve essere fondata su un dibattito democratico e pluralista a ciascun livello di decisione. Organizzati sotto forma di partiti, di piattaforme, o di qualsiasi altro movimento politico, i delegati degli organismi di pianificazione sono eletti, e le diverse proposte sono presentate a tutti quelli che ne sono oggetto. In altri termini, la democrazia rappresentativa deve essere arricchita – e migliorata – dalla democrazia diretta, che permette alle persone di scegliere direttamente – a livello locale, nazionale, e in ultima istanza internazionale – tra diverse proposte»16. Chi governa una nazione, un continente e, infine il pianeta? Scorrendo le proposte ecosocialiste rimane un grande assente: lo Stato, anche in una forma transitoria. Uno Stato inteso come espressione socialista della comunità, s’intende, non certamente uno borghese a cui siamo tristemente assuefatti. Ma perché in tutte le proposte manca la soluzione statale? Immagino perché sia più disimpegnativo parlare di comunità di produttori autonomi, di pianificazione democratica, di democrazia diretta. Ma se vogliamo costruire una reale pianificazione socialista ed ecologista, ritengo debba essere avvertita l’esigenza di uno Stato che sovrintenda organizzazione e sviluppo, pianificazione e redistribuzione. In altri termini, è vero che si dovrà tendere verso un’associazione di donne e di uomini in cui il libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti, ma è altrettanto vero che l’esproprio di mezzi di produzione e proprietà borghesi, «per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante»17, rimane un passaggio cruciale e irrinunciabile nella pianificazione anche di un modello ecosocialista. Ecco, su questo punto, credo, ci si debba esprimere in una posizione esplicita e non equivoca. Il rischio è di sembrare volutamente ambigui e di rimandare la propria linea a una moda movimentista e, soprattutto, irriproducibile. Statalismo ha ancora senso? Io credo che, se non lo si intende nelle degenerazioni autoritarie e burocratizzate, l’espressione statale rimanga, per grandi comunità, la più efficace garanzia di uguaglianza sociale. Allora sì che l’espressione di un potere rappresentativo e diretto da parte del popolo può essere la sintesi di una complessità amministrativa che non può ridursi a realtà laboratoriali, assolutamente affascinanti, certo, talvolta straordinarie, ma marginali ed eccezionali, rispetto a modelli internazionalisti. Pianificare una economia mondiale abbisogna di governi evoluti. Rimuovere disuguaglianze e ingiustizia abbisogna di una comunità vigile e consapevole che esprima il suo controllo attraverso istituzioni riconosciute, elette e dipendenti, attraverso un voto continuo, libero e indipendente.

Desideri e bisogni
Un passaggio decisivo per modellare un Ecosocialismo compiuto passa attraverso un ridimensionamento della produzione materiale, eliminando le produzioni inutili e dannose. Ovviamente, chiave di volta di questa proposta è il raggiungimento di una maturità del consumo e del suo controllo: proprietà ostentativa, accumulazione ossessiva, acquisizione compulsiva e, soprattutto, spreco di massa vanno superati. Si pensi solo che l’80% dei beni immessi sul mercato sono utilizzati una sola volta prima di finire nella spazzatura18. Il tema, pur ricorrendo spesso nei dibattiti di teoria politica, non è di ovvia soluzione, poiché la distinzione tra bisogni naturali e indotti, in una società di massa, complessa e articolata come la nostra, è quanto mai delicata, rischiando ad ogni passo di scadere verso un ingenuo essenzialismo dei bisogni. «Come distinguere i bisogni autentici dai bisogni artificiali, falsi o simulati?», scrive Löwy, «L’industria della pubblicità, – che esercita la sua influenza sui bisogni tramite la manipolazione mentale – è penetrata in tutte le sfere della vita umana delle società capitaliste moderne. […] Il criterio per distinguere un bisogno autentico da un bisogno artificiale sarebbe la sua permanenza dopo la soppressione della pubblicità. È chiaro che le vecchie abitudini di consumo persisteranno per un certo tempo, dato che nessuno ha il diritto di dire alle persone di che cosa hanno bisogno. Il cambiamento dei modelli di consumo è un processo storico e una sfida educativa»19. Il passaggio löwyano sui bisogni autentici e artificiali è, contemporaneamente, un nodo cruciale e una difficoltà costitutiva di qualsivoglia modello socialista, ancor più, come in questo caso, ecosocialista. Perché ci si dibatte aporeticamente tra un libero e incondizionato desiderio di ognuna e ognuno e, tuttavia, un’esigenza comunitaria di una regolazione di appetiti e consumi che esca dal vortice eterodiretto dal Capitale di un consumismo compulsivo. Comunismo o consumismo? Ci basta un criterio di distinzione basato sulla permanenza del desiderio dopo la rimozione della pubblicità, come ingenuamente sottolinea Löwy? E soprattutto, è possibile distinguere nel 2015 tra bisogni naturali e indotti? Mangiare è un bisogno naturale? Certo, ma mangiare cosa è altrettanto naturale o indotto? In altri termini, la complessità della produzione capitalistica ha raccolto desideri e costituito bisogni e riconoscimento, come mai nessun modello sociale aveva fatto prima. Una conversione dal valore di scambio al valore d’uso basterebbe a regolare una possibile soluzione ecosocialista? Forse no, perché bisogna fare i conti con un valore di scambio simbolico, come acutamente e subdolamente sottolinea Baudrillard, che raccoglie proiezioni e simboli degli oggetti e del loro consumo. Scrive, infatti, in Per una critica dell’economia politica del segno , «Perciò gli oggetti, la loro sintassi e la loro retorica, rinviano a degli obiettivi sociali e a una logica sociale. Essi non ci parlano tanto del loro uso e delle pratiche tecniche, quanto di ambizioni sociali e di rassegnazione, di mobilità sociale e di inerzia, di acculturazione o di fissità culturale, di stratificazione e di classificazione sociale»20. In altri termini, la merce o il semplice oggetto ci investono di una loro sintassi, di grumi simbolici di significati, che vanno ben al di là del valore d’uso e ben oltre il puro bisogno, definito semplicisticamente autentico. E allora un modello ecosocialista, marxista e rivoluzionario del XXI secolo dovrebbe costruire a sua volta una sintassi di nuova specie, che superi e ricostituisca un universo simbolico che troppe volte è rimasto vittima di derive riduzioniste. Non si può immaginare di sostituire il poderoso, ed effimero, apparato simbolico del Capitale con una frugalità naturalistica come spesso si ammicca in ambienti ecologisti, talvolta, anche di area socialista. Il decrescismo, che non è evidentemente annoverabile nell’area più propriamente ecosocialista, si muove all’interno di dinamiche riduzioniste che non colgono la complessità del nemico, fino a diventarne (involontari?) complici. Un esempio lampante lo si trova nelle parole di Hoogendijk, citato con entusiasmo da Latouche: «Anche se attualmente esiste un atteggiamento comprensibilmente ostile dei sindacati nei confronti delle agenzie interinali, che sono invece popolari sia presso gli imprenditori che presso molti lavoratori – nel caso di questi ultimi proprio per la diversità dei lavori che propongono – queste agenzie sono un passo nella direzione giusta»21. Il Capitale si colpisce con gli strumenti della lotta, certo, ma intendendo per lotta anche la sostituzione di un immaginario vile, subordinante e dis‐identificativo, eppure totalizzante come pochi, come quello capitalistico, con un apparato simbolico capace di trasmutare rassegnazione in mobilitazione sociale permanente, egoismo sociale in comunità solidale e autogovernante, spreco in rinnovabilità, abusi in diritti inalienabili, consumismo in Comunismo, appunto.

Per un Ecosocialismo rivoluzionario e internazionalista
Quali obiettivi immaginare per un Ecosocialismo rivoluzionario e internazionalista? Questi i punti principali su cui discutere, risultato di una sintesi tra i princìpi marxiani e quelli dell’Ecosocialismo costituente:
1. Esproprio delle proprietà fondiarie e dei mezzi di produzione
2. Esproprio dei monopoli del settore dell’energia e completa conversione a energie 
rinnovabili
3. Nazionalizzazione delle banche e degli istituti di credito e conseguente accentramento 
del credito in mano allo Stato, mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e 
monopolio esclusivo
4. Salvaguardia dell’ambiente e controllo di produzione e consumo
5. Pianificazione socialista della transizione a tutti i livelli
6. Abolizione del diritto di successione
7. Istruzione statale, pubblica e gratuita
8. Sanità statale, pubblica e gratuita
9. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

E intanto? Un programma di transizione
Nel frattempo, cosa fare? È possibile essere massimalisti, come siamo, e avanzare al contempo strategie transitorie? Direi di sì, altrimenti si rischierebbe un immobilismo difficilmente comprensibile all’esterno e, persino, all’interno del movimento. E qui alcune posizioni ecosocialiste sono condivisibili e applicabili, persino in un’ottica di riformismo illuminato e soprattutto temporaneo, ossimori permettendo.
Un piccolo programma di transizione, di punti irrinunciabili e irriducibili, senza condizioni, è pensabile e, probabilmente, indispensabile. Provo ad elencare una serie di punti, alcuni dei quali già presenti nelle opere di Löwy e Tanuro:
1. Ridimensionare la produzione materiale, in ogni paese, e quindi globale, eliminando le produzioni inutili e dannose.
2. Riduzione del tempo di lavoro come risposta alla disoccupazione e come visione della società che privilegia il tempo libero rispetto all’accumulazione dei beni.
3. Lotta contro il sistema del debito e degli “aggiustamenti” ultraliberisti imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale ai paesi del Sud, con conseguenze sociali ed ecologiche drammatiche: disoccupazione di massa, distruzione delle protezioni sociali e delle colture alimentari, distruzione delle risorse naturali per l’esportazione.
4. Promozione di trasporti pubblici – treni, metro, autobus, tram – a basso prezzo o gratuiti come alternativa al soffocamento e all’inquinamento delle città e delle campagne da parte delle auto individuali e del sistema dei trasporti su strada.
5. Difesa della Scuola statale pubblica e dell’Università, gratuite per tutte e tutti.
6. Difesa della sanità pubblica, contro l’inquinamento dell’aria, dell’acqua (falde freatiche) 
o degli alimenti causato dall’avidità delle grandi imprese capitaliste.
7. Aumentare l’efficienza energetica e passare alle energie rinnovabili.

Conclusioni
«Un programma anticapitalista degno di questo nome ha il dovere di consentire che gli sfruttati e gli oppressi decidano non solo la società, ma anche la natura che vogliono, per sé e per i loro figli. Visto il rapporto tra questi due aspetti, la vera sfida non è comprendere l’ecologia nel socialismo, ma integrare il socialismo all’ecologia»22. Qualunque delle due inclusioni si voglia privilegiare, il socialismo nell’ecologia o l’ecologia nel socialismo, ciò che appare incontrovertibile è l’affermazione di una ecologia anticapitalista e, quindi, primariamente socialista. Sia una prospettiva antropocentrica, come il Socialismo, sia una prospettiva geocentrica, come l’ecologia, hanno per la propria sopravvivenza, prima, e vittoria, poi, bisogno l’una dell’altra. Questa reciprocità complementare può essere il segreto della sconfitta del Capitale, della sua ὕβρις e, infine, la via per il suo definitivo superamento. Capitalismo e sopravvivenza del pianeta sono incompatibili. Gli oppressi e il pianeta devono stringere un’alleanza ineludibile, con lo scopo di abbattere il Capitale e invertire drasticamente produzione e conseguente inquinamento. Il modo di produzione capitalistico non è riformabile e non è sostenibile, né da una prospettiva socialdemocratica, tantomeno da tetre e grottesche prospettive neomalthusiane. La lotta di classe può e deve abbattere un sistema che si nutre di disuguaglianze ed abusi, di sfruttamento e sopraffazione, di vite rubate e di falsi sogni venduti. «
Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata.
Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà per la enorme maggioranza della società. In una parola, voi ci rimproverate di voler abolire la vostra proprietà. Certo, questo vogliamo»23.

NOTE
1 Friedrich Engels, “La parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia” in Dialettica della natura, Roma, Editori Riuniti, 1971
2 Karl Marx, Il Capitale , Libro III, Torino, UTET, 2009, p.958
3 Si vedano i rapporti periodici dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
4 Joel Kovel, Michael Löwy, “ An Ecosocialist Manifesto ”, settembre 2001
5 I. Angus, J. Kovel, M. Löwy, D. Follett, “ Dichiarazione Ecosocialista di Belem ”, Parigi‐Belem, 2007‐2009
6 M.Löwy, Ecosocialisme. L’alternative radicale à la catastrophe écologique capitaliste , Éditions Fayard, 2011, p. 99 7 Ibid ., p. 37
8 Ibid ., p. 55
9 Ibid ., p. 57
10 Daniel Tanuro, L’impossibile capitalismo verde , Roma, Edizioni Alegre, 2011, p. 181 11 Ibid ., p. 181‐182
12 Chris Williams, Ecology and Socialism. Solutions to Capitalist Ecological Crisis , Chicago, Haymarket Books, 2010, pp. 238‐239
13 M. Löwy,. Écosocialisme , Mille et une nuits, 2011
14 D. Tanuro, L’impossibile capitalismo verde , Edizioni Alegre, 2011 15 M. Löwy, Op. cit.
16 Ibid.
17 K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista , Einaudi, 1998 18 N. Hulot, Pour un pacte écologique , Calmann­Lévi, 2006
19 M. Löwy, Op. cit.
20 J. Baudrillard, Per una critica dell’economia del segno , Mimesis, 2010
21 Si vedano a tal proposito: W. Hooggendijk, Let’s Regionalise the Economy , 2003; S. Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena , Bollati Boringhieri, 2008
22 D. Tanuro, Op. cit.
23 K. Marx, F. Engels, Op. cit.

Expo Milano 2015 ‐ Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita

di Cinzia Capolupo

Il 6 aprile 2008 il sindaco Letizia Moratti, sostenuto dalla Regione e dal Governo allora diretto da Romano Prodi (centrosinistra), depositava la candidatura del capoluogo della Lombardia per l’organizzazione dell’Esposizione universale, per rimarcare il centenario del primo Expo di Milano. Rho e Pero, due Comuni dei sobborghi di Milano, venivano designati per accogliere i padiglioni.
Dopo anni di stagnazione, l’evento diventa urgente come fosse conseguenza di un terremoto o un’inondazione. E chi dice urgenza, dice meno controlli delle gare (su 1,55 miliardi di euro di lavori attributi nel solo 2014, 474 lo sono stati grazie a delle deroghe delle regole del mercato).
Una prima inchiesta è condotta dal 2012. Alcune aziende propongono di fare per 50 milioni di euro lavori stimati per un valore di 100. Queste si impegneranno per recuperare il ritardo dei contratti di sistemazione ma si accorgeranno che l’offerta era troppo bassa e il tempo troppo breve, come per il padiglione italiano il cui costo è passato da 60 a 90 milioni di euro.
Lo stop ai lavori si verifica il 20 marzo 2014 quando arrivano i carabinieri, visitatori inattesi mentre si stanno elevando le prime gru. I carabinieri arrestano, tra gli altri, tre uomini importanti accusati di aver pilotato, mediante mazzette/commissioni, l’attribuzione di alcuni lavori per farne beneficiare imprese amiche. Due di essi sono conosciuti: Gianstefano Frigerio, ex‐deputato di Forza Italia, e Primo Greganti, ex‐membro del Partito Democratico, che già aveva svolto l’opera di “facilitatore” di affari all’epoca dell’operazione “Mani Pulite” agli inizi degli anni 1990. Il terzo non è altri che Angelo Paris, responsabile dell’Ufficio contratti dell’Expo, altrimenti detto direttore dei lavori, il braccio destro di Giuseppe Sala.
“Quello che io voglio ‐dice uno dei corruttori ad un imprenditore‐ è di essere l’arbitro per i prossimi sette o otto anni. Per questo ti darò tutti i cantieri che tu vuoi”. “Quello che più colpisce è che la corruzione sia ordinaria, quasi naturale.
Expo 2015 dovrà pagare più di 900 mila euro alle aziende arrivate seconde all’appalto vinto da Maltauro (sentenza Tar della Lombardia) per incapacità di assicurare la legalità della procedura di gara e perché nulla ha fatto per porvi immediato rimedio una volta emerso il malaffare. Ironico sottolineare che Expo2015 ha firmato i protocolli di legalità che tra l’altro obbligavano a denunciare alla magistratura ogni minima illegalità.

Finanziamento
Expo2015 è un megaevento sostenuto quasi interamente da soldi pubblici. S i estende su più di un milione di metri quadrati e, durante sette anni, ha assorbito 1,2 miliardi di euro di denaro pubblico, 300 milioni di investimenti privati, 350 milioni di sponsor e 1 miliardo degli Stati che vi partecipano. In aggiunta a circa 3 miliardi di euro spesi per le due bretelle autostradali all’ingresso nord‐ovest del capoluogo lombardo e ad altri 6 p er le nuove linee della metropolitana.
Cinque milioni di euro erano già stati spesi in una campagna di informazione/pubblicità per la candidatura di Milano come sede di Expo2015.
I terreni agricoli di Rho e Pero, i due Comuni dei sobborghi di Milano sede dell’expo, appartengono alla fondazione Fiera di Milano (coi bilanci in rosso), di cui la Regione Lombardia e la città di Milano sono azionisti. Si stima il loro costo tra 20 e 25 milioni di euro. Una società mista finisce per acquistare questi terreni, nel 2011, per un importo di 142,6 milioni di euro..
Occorre aggiungere altri centinaia di milioni di euro se si considerano anche le operazioni legate indirettamente ad Expo, ovvero le operazioni di restyling urbano e l’organizzazione di eventi collaterali ad Expo, legati ad esso ma da svolgersi fuori dal sito Expo.
Infine le spese non preventivate e quelle legate ai ritardi per la costruzione delle opere, (guarda caso come per Italia90), che con Expo2015 sta rischiando di superare ogni record ( un’ultima gara per un totale di 2 milioni di euro era rivolta a trovare un’azienda specializzata nel “camuffamento” dei cantieri in corso ed per il maquillage dei padiglioni non pronti per l’apertura dei cancelli).
Le stime più ottimistiche sulla vendita dei biglietti (in questi ultimi giorni offerti a prezzi scontati) parlano di incassi dell’ordine di 500 milioni di euro che, oltre alle entrate provenienti dalle sponsorizzazioni, costituiscono la sola voce attiva: il resto è debito.
Uno dei risultati di questo sforzo economico è, quindi, un nuovo importante aumento del debito pubblico.
Il Comune di Milano partecipa ad Expo spa col 20% mentre detiene il 34,67% di Arexpo spa, il cui valore supera i 300 mln di euro (valore ballerino, una parte dei fondi sono stati anticipati da alcune banche).
Nel frattempo i tributi locali in due anni sono raddoppiati.
Contemporaneamente sono crollati i crediti derivati dai trasferimenti dallo Stato. I bilanci, in generale, dal 2011 al 2013 sono diventati più leggeri, da 9 mld. di euro a 7,6 mld. di euro. Da una parte quindi abbiamo un flusso centro/periferia che si interrompe, dall’altra aumenta vertiginosamente la quota di entrate di diretta responsabilità dell’ente prelevata alla cittadinanza. Se dobbiamo quindi attribuire un nome ai finanziatori della quota del Comune di Milano per Expo2015, in prima istanza questi sono stati i cittadini milanesi.
Ma il finanziamento è stato a carico più o meno di tutti, indistintamente dal proprio reddito. Va infatti ricordato come la tassazione a livello locale sia scarsamente “progressiva” (le addizionali Irpef, ovvero l’imposta più progressiva, incidono ben poco sul totale delle entrate tributarie). Anche le imposte che potenzialmente potrebbero essere più progressive, come quelle sulle proprietà immobiliari (IMU), non lo sono, e percentualmente anzi pesano molto di più su chi ha redditi più bassi piuttosto che su chi ha di più. L’effetto quindi del federalismo fiscale, nel Comune di Milano ai tempi di Expo2015, è stato quello di costringere la città ad uno sforzo immane per organizzare un evento che parte già con una prospettiva di debito a cui seguirà nuovo debito generato dalla vicenda dell’acquisto scellerato dei terreni su cui si organizza il megaevento.
Anche le società controllate non se la passano meglio: vendita delle quote di Sea e Serravalle, aumento dei biglietti ATM (nel 2012) e dibattito in queste settimane per un nuovo ulteriore aumento. Mancano 50 milioni di euro (dal ministero sono arrivati 60 dei 110 milioni di euro richiesti) a servizio delle attività di Amsa, Atm, Polizia Locale e servizi del Comune di Milano collegati ad Expo2015 ed all’aumento di lavoro che ci sarà inevitabilmente durante i 6 mesi dell’esposizione.
Alla fine del 2015, l’Expo lascerà in eredità il solo padiglione italiano, l’unico che resterà montato.

Nutrire il Pianeta
La Carta Milano, il protocollo che dovrebbe governare il volto “umanitario” dell’EXPO (*), è stato scritto e viene gestito interamente dalla Fondazione “Barilla”, la struttura culturale della grande multinazionale alimentare. Il Protocollo su un tema così delicato non è stato affidato alle numerosissime Organizzazioni non governative che si occupano con serietà e abnegazione ad alleviare la fame, ma a una industria privata che lucra sulla fame.
Alla faccia della sovranità alimentare:
● L’Italia, importa il 65% di grano tenero (pane, pizza) e il 30% di grano duro (pasta). Sul suo sito Barilla, grande promotore di Expo e del Protocollo di Milano per l’Alimentazione nel mondo, ammette di utilizzare il 30% di grano non italiano. Non ritiene necessario indicarlo sull’etichetta, ma assicura che è grano ottimo.
● Viene Importato il 20% di mais, che si usa in massima parte per la zootecnia, insieme a quello prodotto in Pianura Padana, nelle grandi monoculture intensive, che negli ultimi 50 anni l’hanno quasi completamente desertificata
● L’import di carni bovine precisa (dati COOP) che importiamo il 24% di quelle consumate, il 56% di latte, e di pesce fresco, addirittura il 60%.
● l’Import Record è quello della soia, quasi il 90% del totale, un dato comune ai principali paesi UE, usata in massima parte per la zootecnia. Il Sole 24 ore dell’11 Aprile scorso riferisce un dato poco conosciuto: “Mangimistica in allarme: dipende per il 90% da varietà OGM”. L’industria mangimistica europea importa ogni anno 34 milioni di Ton. di soia al 90% OGM.” La soia OGM, fatta ingurgitare (insieme al mais), proviene per oltre il 50% da Argentina e Brasile, dove è coltivata in enormi monoculture, irrorate da aerei, con pesticidi (alcuni proibiti nella UE), tra cui fondamentale è il Glifosate (Roundup Monsanto), venduto insieme ai semi OGM.
Giorni fa lo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS) ha posto il Glifosate in Classe 2A, cioè Probabile Cancerogeno per l’uomo. Il glifosato è l’erbicida più usato al mondo, non solo nell’agricoltura OGM, anche nella nostra, dove si usa ad es. come disseccante prima della raccolta di cereali. Già 14 Associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica hanno chiesto al Governo di proibire il Glifosate.
In Italia il Rapporto ISPRA 2014 sui Pesticidi nelle acque conferma un forte inquinamento delle acque superficiali (57% dei campioni) e profonde (31%), da parte di pesticidi vecchi e nuovi. Il glifosato è il più alto inquinante delle acque superficiali (54%), ma è stato monitorato, scandalosamente, solo in Lombardia.Nel 5% dei campioni di acque sotterranee, specie nell’area padano‐veneta, si trova ancora l’atrazina, proibita dal 1992.
Questa è l’acqua che si beve e si usa per ogni prodotto alimentare e ogni cibo.

Energia per la Vita
Gli studi di Via Campesina indicano che il 44‐57% di tutte le emissioni di gas serra provengono dal sistema alimentare globale. La restante parte è attribuita a: Deforestazione: 15‐18%, Agricoltura: 11‐15%, Trasporti: 5‐6%, Lavorazione & imballaggio: 8‐10%, Congelamento & Dettaglio Retail: 2‐4%, rifiuti:3‐4%.
La produzione industriale di cibo (in particolare gli allevamenti intensivi) è la principale responsabile del Riscaldamento globale in atto ( il 24 marzo 2015 in Antartide sono stati registrati ben 17,5 gradi centigradi!).
Collettivo ecosocialista di Sinistra Anticapitalista Roma 14
Non a caso il Protocollo di Expo2015 tace totalmente su tutte le principali responsabilità (OGM, brevetti, filiera alimentare, sovranità alimentare, invasione e distruzione dei mercati nazionali degli alimenti…).
Le ONG, al contrario, tutte, anche le più moderate, sono state messe ai margini, tanto da spingerle a creare un fronte, “l’EXPO dei popoli”, che, seppure con un approccio “emendatario”, cercherà di far sentire voci diverse nei mesi dell’evento milanese.
Le multinazionali della ristorazione, a partire dalla McDonald’s, hanno aperto megaristoranti che lucreranno sull’appetito dei 10 milioni di visitatori previsti.

Lavoro precario e gratuito
L’EXPO, anche grazie ad un accordo stipulato tra EXPO SpA e i sindacati confederali nel luglio 2013, potrà godere dell’apporto di centinaia di giovani (16‐35 anni) stagisti e volontari, che, senza retribuzione, avranno la funzione di gestire gli stand, il ruolo di hostess o di steward. Con l’assenso del sindacato, in barba a leggi e contratti (e all’articolo 36 della Costituzione), speculando sulla drammatica disoccupazione giovanile e illudendoli su un inutile e aleatorio arricchimento del curriculum, le multinazionali dell’EXPO si ingrasseranno ulteriormente grazie al lavoro schiavistico “volontario”.
La campagna di giustificazione morale a ciò fa leva sui limiti di spesa e sulla necessità quindi di risparmiare sul costo del lavoro.
Si codifica quindi la figura del lavoratore volontario, che presterà servizio all’interno di Expo2015 permettendone lo svolgimento. Si parla di 18.500 volontari, un esercito di lavoratori non retribuiti a coprire mansioni che potevano essere tranquillamente retribuite (tanto quanto i lavoratori degli stand di qualsiasi fiera).
A questi si aggiungono i 1.000 volontari del Touring Club Italia, che presteranno servizio presso i musei cittadini garantendone la funzionalità e coprendo figure professionali che, normalmente, vengono retribuite, quali le guide turistiche.
Oltre alla marea di stage di cui usufruiranno i servizi commerciali orbitanti attorno al pianeta Expo.
Si parla appunto di “modello Expo” per indicare la vetta di precarietà a cui tende la nuova legislazione sul lavoro (determinata dal Jobs Act renziano).

I veri protagonisti di EXPO
L’asse di EXPO è diretta fin dall’inizio a valorizzare la produzione alimentare industriale, le grandi catene di distribuzione, che sfruttano i popoli del mondo che invece producono la vita con la terra, l’acqua, l’aria, il sole come energia.
Si sono riuniti in una fiera che non contribuisce alla lotta contro la fame né alla sostenibilità ambientale:
● multinazionali che operano in tutti i continenti del mondo, come è il caso delle sementi e dell’industria chimica, industrie alimentari, banche internazionali, centinaia di ONG e fondazioni, molte di esse finanziate da alcuni di questi stessi paesi o di queste multinazionali o banche.
● imprese e imprenditori, che ottengono enormi profitti riducendo i costi di produzione, sfruttando i loro lavoratori e ricevendo fondi pubblici per aumentare ulteriormente i loro profitti.
● centinaia di paesi e governi partecipanti, privi nei loro territori della sovranità alimentare, che hanno ceduto o sono complici, sotto la pressione delle multinazionali delle sementi, dell’agrochimica, dell’alimentazione e della grande distribuzione, che impongono i propri prodotti industriali, rompendo l’equilibrata tradizione millenaria di culture legate alla terra.
145 governi del mondo, multinazionali, ONG o fondazioni, nominano solo il problema della fame nel mondo, senza approfondire, senza voler cambiare nulla, solo come opportunità di acquisire nuovi mercati.
Le multinazionali possono nutrire il pianeta solo col cibo spazzatura, riducendo i costi di produzione e moltiplicando i profitti e la violazione dei diritti. Le multinazionali dei semi come la Monsanto (USA), Dupont (USA), e Syngenta (Svizzera), Groupe Limagrain (Francia), Nestle, Unilever, Coca Cola, ecc … non possono stare nelle vetrine del mondo come generatori di vita, quando sono loro i più grandi distributori di contaminazione e di morte, e quando l’uso di erbicidi e di derivati dal petrolio in agricoltura sta spegnendo il pianeta.
Più del 60% della terra coltivata in questo mondo è lavorata da piccoli agricoltori , sono gli artigiani millenari che dall’acqua e dalla terra producono cibi che alimentano oggi il mondo, cibi che vengono acquistati a prezzi bassi dalla grande distribuzione.
C’è un nesso inscindibile tra cibo, acqua ed energia, che è tempo venga assunto. dai movimenti negli obbiettivi e nei fronti di lotta.

Conclusioni
Come tutte le “Grandi Opere” Expo2015 costituisce un pezzo di processo permanente che è parte integrante del modello di sviluppo neoliberista.
Le dinamiche sociali, politiche e finanziarie vanno oltre l’evento stesso e si insinuano sui rapporti di forza tra le classi, sugli stili di vita e sui territori utilizzando la tecnica subdola del grenwashing (appropriazione di virtù ambientaliste da parte delle aziende).
(*) Riportiamo solo due “riflessioni” del protocollo dal sito di Expo2015:
● Abbondanza e privazione: il paradosso del contemporaneo: Contraddizioni nel cibo e nella sua disponibilità: una parte della popolazione mondiale vive in condizioni di sotto‐nutrizione e mancato accesso all’acqua potabile, un’altra parte presenta malattie fisiche e psicologiche legate alla cattiva/eccessiva nutrizione e allo spreco
● Cibo sostenibile = mondo equo. Come si può responsabilizzare l’Uomo affinché mantenga uno sviluppo equilibrato tra la produzione del cibo e lo sfruttamento delle risorse? Expo Milano 2015, dedicata al tema del cibo e della nutrizione, è la piattaforma di discussione dalla quale lanciare i nuovi obiettivi per un millennio sostenibile, dove da un lato sia salvaguardata la biodiversità, dall’altro, tutelati saperi, tradizioni e intere culture.

Trattato di libero scambio tra UE e USA, TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)

di Giorgio Coluccia

Il sistema socio‐economico in cui viviamo è alla base di molte tragedie umane e ambientali, ma purtroppo si parla poco del fatto che tutto ciò, lungi dall’avvenire per caso, è frutto di scelte, accordi, norme e intese fra governi che molto spesso hanno l’obiettivo di aumentare la possibilità di guadagno e arricchimento dei soliti noti, i capitalisti (investitori, multinazionali, padroni che dir si voglia). È proprio in quest’ottica che negli ultimi anni una delegazione dell’UE sta trattando, in gran segreto, con una delegazione USA per stipulare il Trattato di libero scambio tra UE e USA spesso identificato con l’acronimo TTIP. Che queste trattative restino segrete è esplicitamente previsto nel Trattato dove si dice che esso potrà essere reso pubblico solo quattro anni dopo la sua entrata in vigore. Perché tutto questo segreto? Forse perché l’esecutivo della UE ha lanciato una consultazione pubblica su uno degli aspetti considerati irrinunciabili dagli USA, il cosiddetto Isds (Investor‐State Dispute Settlement), cioè il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori stranieri (multinazionali) e Stato.
A questa consultazione hanno risposto in ben 150 mila, oltre cento volte il numero di risposte mai raggiunto in qualsiasi precedente consultazione in ambito commerciale, e il 97% di esse esprime un parere negativo, anche perché si vuole far trovare i cittadini europei di fronte al fatto compiuto e impedire loro di opporsi a questo ennesimo scempio. Per fortuna ci sono le fughe di notizie e vi è anche WikiLeaks che fa uscire le bozze dei documenti.
Per i sostenitori del modello liberista questo trattato serve a migliorare gli scambi commerciali tra UE e USA, ma essi non ci dicono che il miglioramento consiste nel rendere più facile alle multinazionali USA la vendita dei loro prodotti negli Stati aderenti alla UE. Ma perché vi è bisogno di un nuovo trattato? Con l’accordo TTIP sicuramente molte delle normative europee che, avendo alla base il “principio di precauzione”, tutelano la salute umana e ambientale e dunque “ostacolano” la circolazione di merci e prodotti tossici, verranno abrogate o “ammorbidite”, e le multinazionali potrebbero tranquillamente esportare in UE prodotti cancerogeni o comunque dannosi per la salute umana. È un attacco frontale che vede lobby economiche, Governi e poteri forti accanirsi su quello che rimane dei diritti del lavoro, della persona, dell’ambiente e di cittadinanza, in un più ampio tentativo di distruggere le conquiste di anni di lotte sociali.
Per rendere evidente ciò di cui parliamo citiamo alcuni esempi. Negli Stati Uniti ogni anno almeno 48 milioni di persone si ammalano per aver mangiato cibo contaminato (in pratica un cittadino ogni 6) e 3mila muoiono per le conseguenze. In Europa nel 2011, ultimo dato disponibile, sono state 70mila le persone che si sono ammalate per la stessa causa, e 93 sono morte. Sicuramente aumenteranno i prodotti contenenti OGM senza che i cittadini siano informati perché negli Stati Uniti l’etichetta che identifica un alimento come geneticamente modificato non esiste. L’Europa rappresenta una torta allettante per multinazionali come Monsanto, Bayer, Syngenta, Dupont.
Negli Stati Uniti, a suini e bovini possono essere prescritti farmaci come la ractopamina, utilizzata come additivo alimentare per ottenere una accelerazione della crescita ponderale dell’animale e maggior vantaggio finanziario per l’industria del bestiame. Nell’UE, l’utilizzo di questo prodotto e l’importazione di animali trattati con lo stesso sono vietati, così come in altri 156 paesi, tra cui Cina, Russia, India, Turchia, Egitto. Lo stesso scenario si presenterà con l’utilizzo della somatotropina bovina, un ormone somministrato principalmente alle vacche da latte per aumentarne la produttività. Gli effetti collaterali associati al suo utilizzo su animali (infiammazione della mammella, aumento dell’ormone della crescita, ecc…) sono numerosi, così come quelli sugli esseri umani (alcuni studi lo collegano ad un aumento del rischio di tumori della mammella o della prostata, e alla crescita di cellule tumorali). Ecco perché l’Unione Europea, il Canada e altri paesi ne proibiscono l’uso e l‘importazione. Tra l’altro, l’azienda americana Monsanto è l’unica sul mercato a commercializzare questo ormone, sotto il nome commerciale di Posilac. Che coincidenza! La carne di pollo “disinfettata” con il cloro arriverà anche nei nostri piatti.
Se in Europa si utilizza un sistema di controllo preventivo delle malattie del pollame, a partire dall’allevamento attraverso tutte le fasi, compresa quella della macellazione, fino alla commercializzazione, gli Stati Uniti hanno scelto di ottimizzare i costi abbassando gli standard di sicurezza alimentare. Così, il pollame allevato e macellato viene sterilizzato solo alla fine della catena, mediante immersione in una soluzione chimica antimicrobica generalmente a base di cloro. In altre parole, gli si fa un “bagno di cloro”, punto. Così i polli sono “puliti”, senza batteri, ben clorurati e il trattamento è molto più conveniente.
A partire dal 1997, l’ingresso nella UE del pollame nordamericano è stato vietato, a causa di questi trattamenti e del pericolo che residui di cloro o altre sostanze chimiche usate per la disinfezione possano persistere nella carne che andremmo a mangiare. Inoltre l’uso continuato di disinfettanti può, alla fine, generare ceppi di microrganismi resistenti. Quindi l’obiettivo del TTIP è ridurre i controlli in modo che le multinazionali possano aumentare i loro profitti a dismisura, e dove non ci riescano attraverso gli accordi commerciali potranno applicare un meccanismo chiamato Isds (Investor‐State Dispute Settlement) , fortemente voluto dagli USA, i quali lo considerano condizione indispensabile per la stipula del TTIP.
Questo dispositivo permette alle aziende di citare in giudizio gli Stati in caso esse ritengano che un provvedimento di un governo leda i loro interessi commerciali e/o riduca i loro profitti. Questo meccanismo entra in funzione quando gli Stati, a dispetto del TTIP (quando entrerà in vigore) o (già oggi) di altri accordi commerciali, varano norme a tutela dei diritti o della sicurezza dei cittadini, dei lavoratori o dell’ambiente, che impongano dei limiti alle aziende. In tal caso, attraverso l’Isds, le multinazionali possono citare uno Stato e trascinarlo di fronte ad un arbitrato formato da avvocati privati affinché questo o abroghi la norma o risarcisca l’azienda di presunti mancati introiti o di maggiori costi sostenuti. Ciò è già avvenuto in più casi, ne citiamo alcuni: sfruttando un meccanismo simile all’Isds presente negli accordi tra USA ed Egitto, il gruppo Veolia ha fatto causa all’Egitto, il 25 giugno 2012, davanti al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (Cirdi) della Banca mondiale.
Qual è stata la ragione invocata? La «nuova legge sul lavoro» contravverrebbe agli impegni presi nel quadro del partenariato pubblico‐privato firmato con la città di Alessandria per lo smaltimento dei rifiuti. La “nuova legge sul lavoro” era una delle poche vittorie riportate dagli egiziani nella «primavera» del 2011: l’aumento del salario minimo da 400 a 700 lire al mese (da 41 a 72 euro). Una somma giudicata inaccettabile dalla multinazionale. Nel 2004 il gruppo statunitense Cargill ha fatto pagare 90,7 milioni di dollari (66 milioni di euro) al Messico, riconosciuto colpevole di aver introdotto una tassa sulle bibite gassate.
Nel 2010, la Tampa Electric ha ottenuto 25 milioni di dollari dal Guatemala sulla base di una legge che pone un tetto alle tariffe elettriche; tutto ciò reso possibile dall’accordo NAFTA ‐ North American Free Trade Agreement (Accordo nordamericano per il libero scambio) che è il fratello più anziano, e già in uso, del TTIP. Nel 2009, il gruppo statale svedese Vattenfall fa causa a Berlino, chiedendo 1,4 miliardi di euro perché le nuove esigenze ambientali delle autorità di Amburgo hanno reso «antieconomico» il suo progetto di centrale a carbone. Il Cirdi accoglie l’esposto e, dopo una lunga battaglia, nel 2011 si firma un «accordo in sede giudiziaria», che produce un «ammorbidimento delle norme». Oggi Vattenfall ricorre contro la decisione di Angela Merkel di uscire dal nucleare entro il 2022. Non è ancora fissata la cifra del risarcimento richiesto, ma Vattenfall, nel rapporto annuale del 2012, valuta in 1,18 miliardi di euro la perdita dovuta alla decisione tedesca. Ci fermiamo qui con gli esempi, anche se sono numerose le cause intentate e vinte contro gli Stati. È utile evidenziare che questo meccanismo è unilaterale, poiché permette alle multinazionali di fare causa agli Stati, ma non agli Stati perdenti di ricorrere in appello, rimanendo, quindi, vincolati alle decisioni degli arbitrati.
I negoziati si orientano, inoltre, verso una progressiva erosione degli stessi servizi pubblici: dove un servizio non è esplicitamente regolamentato come pubblico, allora vale la sua privatizzazione, e non è difficile supporre che anche i sevizi dichiaratamente pubblici saranno oggetto dell’interesse delle multinazionali. Scuola e Sanità sono settori necessari, che fanno gola agli “investitori”, e i governi degli ultimi decenni, compreso quello attuale, si prodigano per accelerare i tempi attraverso tagli e norme che raggirano la Costituzione.
Per concludere, sottolineiamo che, per quanto riguarda l’ambiente, il principio è lo stesso. Oltre ad indebolire le normative fondamentali sull’ambiente, che dovranno allinearsi a quelle Usa, vi sarà un’inversione dell’onere della prova nel settore chimico: “Non inquino fin quando tu, Stato, non lo dimostri”. Ora, in Europa, è il contrario: è l’industria che deve dimostrare che non inquina. Il TTIP è l’ennesimo regalo che la politica europea si prepara a fare alle multinazionali per aumentare i loro smisurati profitti a danno della sicurezza dei cittadini e della tutela dell’ambiente, nel rispetto del principio capitalistico che nulla può ostacolare l’accumulazione di denaro da parte di pochi a scapito delle classi subalterne.

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