L’ALTRA SINISTRA GRECA PARTE 2

Bene, parliamo dunque specificamente di Antarsya, di come è stata creata e dei diversi elementi che la compongono. Per ciascun elemento ci dica qualcosa della sua storia, della sua dimensione relativa e della sua cultura ideologica specifica. 

Antarsya è stata fondata agli inizi del 2009, appena dopo l’esplosione della gioventù greca del dicembre 2008. Fu un periodo di intensa partecipazione di militanti della sinistra anticapitalista alle dimostrazioni, a lezioni di strada, a occupazioni, un’esperienza enorme. Fu un periodo in cui si potevano avvertire i primi elementi della crisi economica e sociale a venire.

Le principali parti che compongono Antarsya sono la Corrente della Nuova Sinistra (NAR) che, in termini relativi, è la corrente più forte di Antarsya, anche se naturalmente non la maggioranza. C’era stata all’inizio una scissione nella Gioventù Comunista e nel Partito Comunista nel 1989, ma essa sviluppò anche la sua identità particolare come forse di versione di sinistra della politica comunista. Ha una forte influenza sia sul movimento studentesco sia sui sindacati.

Che cosa intende quando dice “politica comunista di sinistra”? Presumo che non intenda quello che anglofoni intendono con “comunismo di sinistra”? 

Definisce la sua posizione come ricerca di un nuovo percorso comunista. Non è associata storicamente a qualche corrente, non la si può collocare in una casella in termini della sua politica.

NAR ha due correnti, vero? 

Beh, ha posizioni diverse al suo interno. Hanno principalmente a che fare con questioni riguardanti alleanze, possibili collaborazioni. E’ stata tradizionalmente riluttante a creare alleanze più vaste, cosa che è stata evidente nel fallimento delle discussioni del 2007 su un possibile fronte comune della sinistra anticapitalista, e lo stesso è stato delle discussioni riguardanti la possibile collaborazione di Antarsya con altri gruppi.

Tuttavia molti compagni in seno alla NAR tendono a essere più aperti ad alleanze e a una linea di massa. La principale caratteristica, a volte, della NAR è un certo timore che se ci impegniamo in politiche frontiste più contraddittorie ciò potrebbe in un certo senso compromettere i progressi ideologici e politici che abbiamo realizzato. Questo non significa che si tratta di un gruppo settario sotto un qualsiasi aspetto; al contrario, ha una storia molto lunga di cooperazione con altre tendenze. Tuttavia in certi momenti può avere un certo tipo di posizione difensiva riguardo alle alleanze.

Un attimo. Ideologicamente io ho sempre supposto che la NAR fosse una specie di versione dello stalinismo del terzo periodo; è un errore?

No, sarebbe scorretto descriverla in questo modo.

Ma è a favore dei sindacati rossi, ad esempio?

No, non è a favore dei sindacati rossi, nel senso dei sindacati rossi storicamente definiti tali. Ha avuto questa concezione, in origine articolata negli anni ’90 e agli inizi del nuovo millennio che al fine di contrastare la mutazione burocratica e filo-capitalista della burocrazia sindacale, che è qualcosa che come costatazione era vicina alla realtà, si deve sviluppare un qualche genere di rottura organizzativa nel movimento sindacale per creare sindacati con un maggior orientamento di classe.

Dissento dalla posizione sugli aspetti tattici; non è questione di organizzazione, è questione di politica e di se una posizione più militante radicale può essere egemone in un sindacato e se rompendo con i grandi sindacati si possa semplicemente avviare piccoli sindacati minoritari, il che è inutile. Al tempo stesso in Grecia ci sono i catastrofici esempi del Partito Comunista e della sua concezione settaria della costruzione del PAME come federazione parallela, che non ha aiutato o reso i sindacati più militanti. Dunque anche questo è stato un punto di disaccordo con la NAR in vari casi.

E quale è la relazione della NAR con le esperienze sovietiche e cinesi?

Oh, è molto critica. E’ stata molto critica fin dall’inizio. Ha fatto parte della sua rottura autocritica con il Partito Comunista. Le considera evolute in stati oppressive e sfruttatori; è vicina a una posizione di capitalismo di stato, ma non a una della varianti storiche associate a esso. E’ stata sincera in questo tipo di rottura con le tradizioni ideologiche del Partito Comunista.

E c’è qualche originalità teorica nella NAR o è essenzialmente un’organizzazione senza alcuna colonna portante teorica?

Anche se la NAR non si è mai associata a una specifica corrente teorica devo dire che in termini di apertura di questioni politiche ha svolto un ruolo importante nei dibattiti ideologici, nel senso che ha tentato di aprire la discussione, specialmente nei tardi anni ’90, ma anche dopo.

Che si concordi o no con le risposte che hanno fornito, è stato interessante: il dibattito sui sindacati, come avremmo affrontato il problema con i sindacati nel nuovo periodo di neoliberismo e di piena capitolazione alla modernizzazione capitalista da parte delle burocrazie sindacali è un esempio. O che avremmo ripensato il rapporto tra partito e fronte. Ha svolto un ruolo in questo dibattito. O la sua insistenza su una nuova prospettiva comunista.

C’è anche una generazione più giovani di militanti nella NAR che è realmente interessata ad aprire il dibattito teorico.

Se si è un giovane militante in Grecia che sta diventando marxista e si ha questa scelta incredibile, questa varietà di organizzazioni tra cui scegliere, quale sarebbe il punto forte unico dell’adesione alla NAR rispetto a qualsiasi altro gruppo? Cultura organizzativa o …

Penso sia una domanda difficile. Io vengo da una tradizione diversa. Direi che si presenta come corrente politica che garantisce l’esistenza di molte iniziative politiche. Tuttavia cerca anche di insistere sull’essere più radicale di altri gruppi, più a sinistra. Specialmente nella sua gioventù ciò fa parte della sua cultura politica, essere la più radicale della sinistra radicale.

Bene, torniamo alle componenti di Antarsya.

Beh, la seconda componente di Antarsya è il SEK.

Direbbe che il SEK è un clone del SWP britannico o c’è qualcosa di specificamente greco nel SEK?

No, penso che ci siano alcune cose specifiche del SEK. Innanzitutto fa parte di Antarsya. Perché indipendentemente dalla categorizzazione fatta a livello IST a proposito dei fronti, Antarsya non è un “fronte di tipo speciale”. Cioè non è molto facile dire che il SEK (e non lo dice mai) pensa di essere il rivoluzionario e gli altri i riformisti in un’alleanza.

Antarsya è un fronte di forze rivoluzionarie, di forze anticapitaliste, e fa parte di questo fronte che è anche un fronte parecchio democratico. E ci sono state decisioni che il SEK ha accettato anche se non gli piacevano e si era opposto a esse. Per quanto ne so, questo è piuttosto diverso dalla pratica della tendenza IST in altri paesi.

Ad esempio Antarsya ha partecipato alle elezioni in una lista più vasta che nel passato, in collaborazione con altri gruppi, cosa cui SEK si è opposto con forza. C’è stato un processo nazionale di voto nei comitati locali e settoriali di Antarsya per prendere questa decisione e l’abbiamo presa e il SEK ha avuto il suo dissenso ma l’ha accettato. Penso che sia una cosa importante. Non sono nella posizione di giudicare la misura in cui ha influenzato la cultura organizzativa o la politica di SEK. Tuttavia penso che questo sia un elemento importante dell’intera esperienza di Antarsya.

Tende anche ad adottare posizioni come risultato del dialogo all’interno di Antarsya. Ad esempio il SEK ha una fortissima posizione anti-euro e anti Unione Europea, cosa che non si vede molto in altri paesi europei. Perciò è un’esperienza interessante che il SEK sia parte di Antarsya, nonostante le molte differenze.

Naturalmente ci sono alcune questioni aperte ora, ma questo fa parte di un più ampio dibattito su come affrontare la congiuntura attuale. Ad esempio il SEK insiste che non dovremmo combattere per ampliare la nostra collaborazione con altri forze anti Unione Europea, insistendo sull’essere un fronte anticapitalista che può essere tradotto come un fronte di forze storicamente associate alla sinistra anticapitalista e rivoluzionaria. Insistiamo sulla necessità di un’alleanza più vasta con forze anti-euro di sinistra.

Al tempo stesso io penso che il genere di opposizione che al SEK piacerebbe noi avessimo contro il governo a guida Syriza ricorda più le posizioni adottate negli anni ’70 da certi segmenti della sinistra rivoluzionaria: “E’ positivo che i lavoratori abbiano votato per la sinistra, è un bene, ma questo governo non sarà in grado di riuscire, perché è riformista e poi in qualche modo i lavoratori emergeranno nella congiuntura politica e cambieranno le cose”.

Penso sia una posizione piuttosto schematica in termini di dialettica e corra il pericolo di essere al tempo stesso troppo amichevole nei confronti del governo Syriza e troppo settaria nel senso di non aiutare l’articolazione concreta di un’alternativa a Syriza, a parte riferimenti generali al potere ai lavoratori. Tuttavia forse sto inclinando troppo la bilancia dall’altra parte.

E il SEK ha tuttora relazioni pessime con la DEA, vero? 

Sì, penso siano piuttosto negative. Non sto dicendo che la DEA non abbia le sue contraddizioni. Far parte di Syriza le ha fatto fare troppe concessioni e compromessi. Al tempo stesso, è un’organizzazione anticapitalista, si oppone alla linea centrale di Syriza, nella sua opposizione si fa sentire più di altre componenti della Piattaforma della Sinistra. Svolge un ruolo nel movimento antifascista, antirazzista, perciò penso che dovremmo collaborare molto di più come tendenze quali quelle della DEA. Le scissioni storiche sono irrilevanti oggi.

Riguardo alla terza componente di Antarsya, abbiamo la Ricomposizione della Sinistra (ARAN). Proveniamo da un processo di fusione di due gruppi politici agli inizi del millennio. Storicamente abbiamo avuto una forma influenza di Althusser. Tuttavia abbiamo cercato di elaborare una politica più originale, usando la lettura che cerchiamo di fare di Gramsci, e cerchiamo di pensare come possiamo avere, in questa particolare congiuntura, sequenze rivoluzionare molto originale basate sulla combinazione di una lotta per l’egemonia e il potere, compreso il potere governativo e anche il potere popolare dal basso.

In seno ad Antarsya abbiamo sostenuto la necessità che Antarsya abbia una linea di massa. Abbiamo insistito, specialmente dopo l’inizio della crisi, sulla necessità che Antarsya si riallinei con altre forze anti-euro della sinistra, anche se queste forze non sono necessariamente rivoluzionarie o anticapitaliste nel senso storico dei termini. Pensiamo che la questione dell’euro, dell’Unione Europea e del debito siano punti che dividono la sinistra e che al tempo stesso offrono la possibilità di nuove convergenze.

In questa particolare congiuntura, dopo le elezioni del 2015, abbiamo insistito sulla necessità che Antarsya e la sinistra anticapitalista in generale conducano un’analisi autocritica di ciò che è successo negli ultimi cinque anni.

Nel 2009 è stato importante riallineare le forze anticapitaliste; era un fine in sé. Tuttavia, dopo cinque anni di una crisi politica immensa, di rotture realmente importanti nelle relazioni di rappresentanza politica che hanno condotto a grandi cambiamenti nel paesaggio politico, di una crisi quasi egemone, di una sequenza unica di lotte e di un’esplosione elettorale di Syriza, il fatto che Antarsya, nonostante l’impegno che abbiamo dimostrato nel movimento nonostante l’autosacrificio con cui i militanti di Antarsya hanno partecipato alle lotte, nonostante il fatto che in termini programmatici Antarsya era la prima tendenza della sinistra a insistere sull’annullamento del debito, sulla rottura con l’Unione Europea, sulle nazionalizzazioni, come moto per uscire effettivamente dalla crisi, il fatto che non siamo riusciti a creare un rapporto più organico con segmenti più vasti delle classi subalterne è un problema in sé stesso.

Non siamo riusciti a cambiare il rapporto di forze nella sinistra. Dobbiamo affrontare criticamente questa realtà e arrivare a una valutazione di tutti i momenti specifici in cui Antarsya non ha approfittato delle opportunità emerse. Ad esempio perchè non abbiamo approfittato dell’opportunità del Movimento delle Piazze per avviare un originale processo costituente della sinistra come combinazione di militanza anticapitalista con nuove forze provenienti dal movimento?

Oppure, perché non abbiamo insistito sulla necessità di un riallineamento di forze a sinistra prima dell’ascesa di Syriza, insistendo ad esempio che una coalizione anti-euro poteva non essere necessariamente rivoluzionaria ma poteva essere un modo per riplasmare la sinistra? Conseguentemente abbiamo bisogno di questo approccio autocritico al fine di vedere come nel periodo – che è tuttora aperto, c’è una situazione molto dinamica in Grecia – non si perdano altre opportunità. Oggi questa è la terza corrente di Antarsya.

Dunque, per schematizzare un po’, NAR sarebbe la sinistra di ARAN e di Antarsya, e ARAN sarebbe la destra? Ovviamente destra e sinistra non sono usate in senso spregiativo. 

Beh, mi opporrei a definire di destra ARAN. E’ un po’ più complicato, perché oggi nominalmente la sinistra, nel senso di vaste alleanze d’opposizione, è rappresentata dal SEK e anche da OKDE-Spartakos, la sezione greca della Quarta Internazionale, che è il gruppo più critico della linea attuale di Antarsya.

E’ anche la componente più piccola, no? 

No, non la più piccola. Quello che sto dicendo è che pensa che Antarsya è in pericolo di perdere il necessario carattere anticapitalista e internazionalista.

Oggi la quarta componente di Antarsya è il Raggruppamento della Sinistra Anticapitalista (ARAS). Veniamo dalle stesse radici politiche; facevamo parte dello stesso gruppo politico negli anni ’90, ma ci fu una scissione nel 1997. Anch’esso ha un certo orientamento althusseriano.

In questa fase abbiamo posizioni piuttosto simili (non è stato così in passato) e collaboriamo in seno ad Antarsya. Ci sono anche gruppi più piccoli in Antarsya. C’è l’EKKE (Movimento Comunista Rivoluzionario Greco) che è oggi un gruppo piccolo, ma era la seconda maggior organizzazione maoista negli anni ’70.

C’è anche ARIS, che può essere tradotto come Raggruppamento della Sinistra, che si è scisso dall’ARAS. Inoltre una cosa importante in Antarsya è il fatto che ci sono persone non associate a gruppi particolari. E’ anche interessante che l’anno scorso abbiamo visto l’emergere di iniziative o tendenze o dichiarazioni comuni o piattaforme in seno ad Antarsya che rappresentavano persone che non appartenevano a nessuna organizzazione. Questo io penso sia uno sviluppo interessante.

E come funziona Antarsya? Ha una dirigenza unificata, un comitato di coordinamento? Ed è più di un’alleanza elettorale, opera tra un’elezione e l’altra? 

Sì, è basata su comitati locali e su alcuni comitati settoriali, ma la maggior parte di essi è organizzata a livello locale. Hanno riunioni, assemblee, votano se si trovano in disaccordo. Abbiamo congressi nazionali in cui eleggiamo due organismi: l’organo di coordinamento nazionale (questa non è la traduzione migliore), che ha 101 membri e che si riunisce ogni due o tre mesi, secondo i casi, e c’è anche un comitato centrale di coordinamento che si riunisce ogni settimana.

Ed è una rappresentanza proporzionale?

No, abbiamo qualcosa che le è prossimo. E’ complicato da spiegare. Ma nel prossimo congresso abbiamo deciso che useremo un sistema più proporzionale, basato su piattaforme diverse; ma proporzionale, non “chi vince piglia tutto”.

Poiché abbiamo avuto il sistema in cui ogni rappresentante eletto al congresso – e i nostri congressi avevano partecipazioni da ottocento a mille persone, rappresentando circa tremila membri – aveva la possibilità di votare per una minoranza del suo organo eletto. Ciò era in qualche modo proporzionale, ma poteva anche essere un tipo di processo manipolativo, perché significava che gruppi più vasti potevano controllare il voto. Così ci siamo mossi in direzione del proporzionale.

Questo non significa che oggi la rappresentanza non sia relativamente proporzionale. Ma è stata realizzata attraverso una gestione dell’attuale sistema elettorale e dopo un mucchio di discussioni abbiamo deciso di dirigerci alla piattaforma e al sistema proporzionale. Anche se ci sono tuttora forti disaccordi perché alcuni pensano che ciò creerà una “federalizzazione” di Antarsya e che sarebbe meglio se ci fossero modi perché le persone votassero da diverse piattaforme.

Riassumendo, si tratta di un dibattito interessante. Eleggiamo membri dei congressi, i congressi eleggono l’organo di coordinamento nazionale e anche il comitato direttivo centrale. E anche votiamo. Nei primi anni era più come cercare un terreno comune, ma penso che il voto sia stato un progresso. Ad esempio le elezioni, la decisione di avere un’alleanza più vasta alle elezioni, è stata presa votando. Penso sia un progresso democratico.

E come trattate tutti i parassiti che tendono ad aggregarsi attorno a raggruppamenti della sinistra rivoluzionaria, che sono interessati soltanto a scalate o a non costruire il fronte come complesso bensì a reclutare alcuni membri e poi ad abbandonare? Sono semplicemente esclusi? 

Non penso che alcun gruppo in seno ad Antarsya possa essere definito così. No, non lo penso.

Penso che sarebbe una cosa notevole se la Grecia fosse il solo paese al mondo che non attira questo genere di parassiti! 

Non lo penso. Gli altri gruppi della sinistra anticapitalista che non fanno parte di Antarsya, come il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori o i gruppi maoisti, noi vorremmo facessero parte di Antarsya anche se la usano come terreno di reclutamento. Secondo me, se c’è un fronte che ha una funzione concreta, che opera quotidianamente, che ha una cultura e una prassi democratiche, anche se un gruppo dovesse usarlo come terreno di reclutamento alla fine sarebbe influenzato e parteciperebbe a una dialettica interessante.

Bene, apriamo una breve parentesi su Althusser perché lei parla di queste due o tre organizzazioni in Antarsya che hanno una concezione althusseriana. Ed è qualcosa che nessuno capirebbe fuori dalla Grecia, innanzitutto perché c’è una quantità di giudizi errati sulla politica di Althusser e sul suo rapporto con il Partito Comunista, ma anche perché non si capisce che cosa sarebbe una politica di tipo Poulantzas. 

Si può capire più o meno quali potrebbero essere le letture di Gramsci, Trotzky, degli eurocomunisti, ma una forma di politica specificamente althusseriana rispetto alla filosofia della scienza o alla concezione del ruolo della filosofia non sembra evidente. Che cos’è una forma specificamente althusseriana di strategia politica? 

Beh, non so se si possa dire che esiste una politica specificamente althusseriana. Quando dico che sono gruppi con tendenze althusseriane, dico che hanno uno specifico debito teorico nei confronti di Althusser, una particolare analisi dello stato e degli apparati ideologici dello stato, una concezione dell’accento sulla congiuntura. E’ un dibattito aperto che possa esserci una politica althusseriana.

Suggerirei questi gruppi o militanti che stanno cercando di essere marxisti o comunisti, che si riferiscono alla possibilità di un rinnovamento rivoluzionario della strategia comunista.

Ora, è interessante anche notare che quando parliamo della Grecia, parliamo di un paese in cui c’è stata un’influenza di Althusser e di Poulantzas su tutta la sinistra. Almeno una certa versione di Althusser ha avuto influenza sul Partito Comunista Greco, specialmente sui suoi intellettuali. Ha avuto molta influenza sulla scissione, di cui abbiamo parlato, nella gioventù del Partito Comunista Greco.

Si può vedere l’influenza di Althusser in importanti riviste teoriche e politiche, come Politis negli anni ’70 e ’80, o successivamente in Theseis, la rivista teorica diretta da John Milios. Questo significa che è facile vedere questo tipo d’influenza nella gioventù di un certo vocabolario in molte correnti della sinistra.

Dunque si potrebbe dire, come esagerazione scherzosa, che Althusser nella sinistra greca è un po’ come Hegel nella Germania degli anni ’40 del 1800. Ci sono althusseriani di sinistra e althusseriani di destra. Ad esempio Aristide Baltas, l’attuale ministro dell’istruzione e della cultura, associato storicamente a Politis e al movimento universitario, è uno studioso di Althusser di fama internazionale.

Bene, parliamo delle questioni scomode. La prospettiva dall’esterno della Grecia è che i risultati elettorali di Antarsya sono quasi invisibili e che sembra non esserci una tendenza reale a che migliorino in misura sostanziale. E ciò che preoccupa molti nella sinistra anticapitalista non è tanto l’esistenza di Antarsya o la necessità di riorganizzare la sinistra rivoluzionaria e di avere un’esistenza indipendente fuori da Syriza, bensì, innanzitutto, il rifiuto di rispondere positivamente all’appello per un governo della sinistra contraria all’austerità e, più specificamente, l’assoluta insistenza sulla necessità, in tutte le occasioni possibili, di avere una presenza elettorale indipendente. Nonostante l’enorme quantità di energia spesa su ciò per risultati piccolissimi. Come risponderebbe a questo? 

Come ho detto in precedenza, dobbiamo attraversare un processo di autocritica. Se si guardano soltanto i risultati elettorali non si riesce a capire l’effettiva influenza di Antarsia, il suo ruolo nei movimenti sociali, il suo ruolo nei dibattiti della sinistra, la sua influenza politica effettiva. E’ evidente che Antarsya e le sue posizioni hanno un’attrattiva più vasta ma, al tempo stesso, sotto la pressione elettorale non abbiamo potuto far meglio.

Ma questo non è un problema? Tutti possono riconoscere che Antarsya non è semplicemente un piccolo gruppo irrilevante, ma c’è il contrasto tra i risultati elettorali – che sono disastrosi, microscopici – e l’influenza più vasta. 

Questo problema esprime anche la contraddizione nella strategia di Antarsya. Come ho detto, fino al 2009 o 2010, all’inizio della crisi si poteva vedere l’accento sulla riorganizzazione e il riallineamento delle forze della sinistra anticapitalista come fine in sé stesso. Era necessario portare le forze anticapitaliste a un’esperienza e a una sperimentazione più unitarie con una linea di massa, senza particolari investimenti in termini elettorali.

Tuttavia il problema è che dopo la crisi è stato evidente che la sinistra radicale doveva mirare ad allargare la sua attrattiva e a svolgere un ruolo più importante. Penso sia stato esattamente allora che è emerso il nostro problema principale.

Riguardo a ciò insisto sulla prima persona plurale; non vorrei che ciò passasse come solo una critica di altre tendenze. Abbiamo tutti portato le tracce, o le cicatrici, di un intero periodo di crisi della sinistra rivoluzionaria. Perché che cos’era la sinistra anticapitalista fino a quel periodo? Che cos’era la sinistra anticapitalista degli anni ’90 o del primo decennio del millennio?

Se si è in grado di vederlo, era una sinistra di resistenza, di militanza di movimento e di una generale difesa ideologica ed etica della prospettiva rivoluzionaria. Non aveva una strategia coerente, non era una sinistra che potesse mirare al potere o all’egemonia ed era priva di una strategia rivoluzionaria. Nonostante alcune appelli urgenti a livello internazionale – ricordo sempre l’appello dello scomparso Daniel Bensaid ad aprire il dibattito sulla strategia – in realtà tale dibattito non fu mai aperto.

Si può persino dire, in certo modo, che questo era anche un problema di Syriza; anch’essa rappresentava una sinistra, anche se non anticapitalista, di resistenze, movimenti e di generale difesa ideologica di una prospettiva socialista. E nel confronto di Syriza con il potere politico riemergono tutti i problemi delle vecchie concezioni provenienti dalla tradizione di destra dell’eurocomunismo e della sua prospettiva di governo progressista, e non può affrontare la realtà dello stato, a parte la questione dell’Unione Europea.

Direi che la nostra sinistra, la sinistra anticapitalista, era ancora in crisi strategica in questo periodo e ciò ha portato a perdere importanti momenti politici, momenti cruciali, quando questo tipo di incapacità di avere una risposta alle sfide del giorno era resa evidente nel caso di Antarsya. Ad esempio, siamo stati la prima tendenza della sinistra a rendersi conto che non si poteva avere un programma conciso di rivendicazioni di transizione che potesse effettivamente rispondere alla crisi, essere radicali e anticapitalisti, e al tempo stesso avere il senso dell’immediatezza ed essere molto semplici nel comunicare con la gente.

Si trattava della combinazione dell’immediato blocco dei pagamenti e dell’annullamento del debito, l’uscita dall’eurozona, la rottura con l’Unione Europea, le nazionalizzazioni di massa come parte di un programma di ricostruzione produttiva. Queste erano le cose che si potevano dire alla gente ed essa poteva rendersi conto che si trattava di buoni punti di partenza.

Lungo il cammino è diventato evidente che nella sinistra c’era un importante processo sia di riallineamento di forze sia di nuove divisioni, specialmente sulla questione dell’euro. Al tempo stesso mancavamo di qualsiasi tipo di audacia necessaria per rivolgere un appello aperto; avremmo potuto costruire una coalizione più vasta basata sulla negazione del debito, l’uscita dall’euro, le nazionalizzazioni e alcuni riferimenti generali alla politica socialista.

Era possibile in quel periodo. Se tale processo si fosse evoluto – non sto dicendo che è stata responsabilità solo nostra, si potrebbe porre la stessa questione riguardo alle scelte delle correnti di sinistra in Syriza – avremmo potuto avere un panorama molto diverso a sinistra all’inizio del movimento, forse un rapporto di forze molto diverso.

In secondo luogo avevamo il Movimento delle Piazze. Ne facevamo parte; eravamo ogni giorno lì, nelle piazze. Ma non abbiamo riflettuto su come comportarci con esso. Non era né un semplice “fenomeno sociologico”, né solo questa impressionante convergenza di persone che erano militanti con persone che non avevano mai preso parte a un movimento. Era al tempo stesso un momento cruciale di ripoliticizzazione della società attraverso questa rivendicazione di spazio pubblica che la gente cercava per una nuova politica.

Tuttavia non abbiamo mai pensato: “Come trasformeremo questo in un processo costituente di una nuova sinistra?” Non ci abbiamo pensato. Ci abbiamo pensato dopo. Ad esempio sento molte persone impressionate dall’emergere di Podemos, e penso questo in modo autocritico, perché avevamo qualcosa di più grande, il Movimento Greco delle Piazze nel 2011 era più vasto del movimento degli indignados e abbracciava l’intera sinistra.

Allora, naturalmente, non ci siamo resi conto che la questione riguardava il potere. Non ce ne siamo resi conto. Siamo entrati nel ciclo elettorale del 2012 tentando di essere la migliore opposizione dell’epoca ai partiti del sistema. In realtà era evidente che la crisi politica era così profonda, e che la gente lo aveva capito dopo due anni di intense lotte, nel corso delle quali avevamo usato tutti i mezzi tradizionali e non tradizionali di pressione sul governo, che solo una rottura politica poteva por fine all’austerità.

Qualcuno avrebbe dovuto offrire una strategia politica di uscita, nel nome della rivendicazione del potere governativo. A quel punto noi non avevamo tale posizione, ma Syriza ce l’aveva. Non so se Syriza ce l’avesse grazie a qualche forma di intuizione o per un qualche genere di massimalismo elettorale opportunistico per sopravvivere alla pressione di altre tendenze. Tuttavia ha funzionato, è stato il simbolo che mancava nella crisi politica.

Sì, la questione era una questione di potere e ciò ha avviato una nuova sequenza politica. La sinistra anticapitalista non ha accolto tale sfida perché non aveva una vera strategia rivoluzionaria. Perché non avevamo mai avuto una seria conversazione su come sia possibile, in una formazione capitalista avanzata, combinare la questione del potere governativo con forme di potere popolare dal basso come parte di una versione molto originale di una strategia di potere duale. Non abbiamo riflettuto su tali questioni.

Anche dopo il 2012, dopo lo shock elettorale, sia nei suoi aspetti positivi sia negativi, abbiamo continuato a evitare l’elaborazione di una strategia. Se si entra in un ciclo elettorale che finirà con la possibilità di un governo di Syriza, come fai a diventare un voto utile? Non un voto di impegno ideologico, ma un voto che sia utile nel sistema parlamentare?

Se si potesse avere una propria posizione originale riguardo a un governo di sinistra e al genere di programma e di politica che sarebbe necessario, allora si sarebbe in grado di dire: “OK, votate per noi, perché siamo il voto cruciale in parlamento, possiamo spingere in quella direzione, o saremo l’opposizione parlamentare utile”.

Tuttavia non abbiamo fatto evolvere la nostra lettura della congiuntura. Anche riguardo a se Antarsya potesse riallinearsi con altre forze vicine a essa – socialisti o comunisti anti-euro, altre forze – ci voleva troppo per decidere. C’è stato un grande spreco di tempo e di capitale politico in tutto questo, fino a quando non siamo riusciti ad avere un’espressione più unitaria.

Dunque non è che la gente ci abbia voltato le spalle perché pensava che fossimo paranoici di sinistra o rinnegati di classe. E’ stato perché ha detto: “Sì, voi state dicendo cose che sono più corrette o più appropriate, ma questa è una questione elettorale, dobbiamo trovare un voto utile”.

Penso che dobbiamo prendere in considerazione tutto questo e tentare di riflettere e cambiare davvero, perché penso non si tratti di commettere errori, ma di smettere di commettere gli stessi errori; è questo che fa la differenza nella vita, non solo in politica. Si deve usare il carattere catartico, il carattere catalitico di questo intero processo. Perché siamo in una posizione molto cruciale in Grecia, nel senso che questa non è la fine della partita.

Non è il 1981. Nel 1981 il Pasok era egemone. Mise in pratica una certa versione del programma della sinistra riformista che era un programma di stato sociale più modernizzazione capitalista. Nessuno era in grado di offrire un’alternativa. E’ per questo che il Pasok poté incorporare e corrompere la sinistra. Oggi non è così. Il nuovo governo è sotto un’immensa pressione da parte dell’Unione Europea e abbiamo un continuo cinico colpo di stato contro la volontà sovrana del popolo greco. E’ una situazione contraddittoria.

Tuttavia anche oggi, in questo periodo di negoziati, che si tratti di giugno o che ci voglia di più, c’è spazio per un’alternativa. Un’alternativa che effettivamente risponda a queste contraddizioni, non un’espressione di pigrizia ideologica e politica, come una semplicissima critica di sinistra del genere: “Oh, sono dei rinnegati, falliranno”, perché questa potrebbe essere solo una scusa per non far nulla.

Sto parlando di un vero tentativo di presentare un’alternativa nel senso di che cosa avrebbe significato oggi in Grecia perché le cose andassero diversamente, per non perdere questa occasione storica e non essere sconfitti dall’Unione Europea e dal capitale internazionale.

Dovremmo avere suggerimenti concreti riguardo a che cosa un governo realmente di sinistra dovrebbe fare riguardo al debito, all’euro, alle nazionalizzazioni, eccetera. Abbiamo bisogno di un percorso di uscita dall’euro, di disobbedienza, in termini molto specifici e pratici, all’Unione Europea, di nazionalizzazioni, eccetera. Abbiamo bisogno di proposte concrete per un nuovo processo costituente e su come combinare la trasformazione istituzionale con nuove forme d’intervento del movimento popolare.

Questo è il genere di politica che è necessario oggi. Non abbiamo bisogno della politica della pigrizia teorica e politica e della semplice critica alle deficienze del governo. Abbiamo naturalmente bisogno di criticare Syriza, di insistere su tale critica, ma dobbiamo anche elaborare un’alternativa.

E’ questo che in gioco se vogliamo essere parte dell’uscita dal problema. Perché se questo ciclo storico finisce con una piena restaurazione del dominio capitalista sulla scena politica, allora alla fine saremo tutti partecipi della sconfitta. Allora la gente ci considererà ugualmente responsabili di aver mancato l’occasione di trasformare la Grecia nell’anello più debole della catena europea.

Naturalmente c’è una più vasta dimensione storica in questa questione. Dunque si tratta, penso, della sfida per Antarsya, per le forze anti UE in generale e in un certo modo diverso per le forze anticapitaliste di sinistra in Syriza. Dobbiamo trovare modi di elaborazione dell’alternativa; questa è per me la sfida.

Perché non collaborate con Syriza? Non potrebbe essere considerato, ciò, una “tattica frontista unita”? 

Il motivo sta precisamente nella questione della strategia. La principale linea di divisione nella società greca oggi non riguarda semplicemente la questione dell’austerità. Ha più a che fare con la possibilità che ci sia una rottura con la principale narrazione della borghesia greca negli ultimi cinque decenni, cioè l’attaccamento al processo di “integrazione europea”.

Oggi un’uscita dal circolo vizioso di austerità, recessione e debito sarebbe soprattutto una rottura con il neoliberismo integrato e con il carattere intrinsecamente neoliberista della UE e dell’eurozona. Ed è qui che possiamo vedere i limiti dell’europeismo del gruppo dirigente di Syriza.

Noi insistiamo che un’uscita progressista e democratica dalla crisi greca richiede un programma di rotture e insistiamo sulla necessità di una strategia di rotture da elaborare e rappresentare da parte di un popolo politico autonomo della sinistra radicale e anti-UE.

Questo non implica un qualche settarismo tradizionale. Sappiamo benissimo che molti militanti in seno alle correnti di sinistra di Syriza hanno posizioni simili. Insistiamo su un dialogo e un coordinamento con esse e, naturalmente, siamo molto interessati ai dibattiti non solo all’interno di Syriza ma anche nella vasta alleanza sociale che Syriza rappresenta elettoralmente. Abbiamo sempre optato per la cooperazione all’interno del movimento. Tuttavia ciò richiede la necessaria autonomia politica di questa alternativa radicale al fine di influenzare i dibattiti e, in generale, il rapporto politico e ideologico di forze nell’intera sinistra greca.

Questo significa che abbandoniamo il fronte unito? No, ma un fronte unito non può essere costruito senza una base programmatica e una narrazione unificante che faccia riferimento alle linee fondamentali di divisione in ciascuna specifica congiuntura storica, e nel caso greco ciò include la questione della relazione della Grecia con l’Unione Europea, la questione dell’alternativa alla “Via Europea”.

Non penso che oggi abbiamo bisogno semplicemente di un fronte delle forze rivoluzionarie, specialmente in una congiuntura come quella greca, e forse in questo sono in disaccordo con alcuni dei compagni di Antarsya. Penso che abbiamo bisogno di un fronte della sinistra radicale basato sulla necessaria strategia di rotture, un fronte che sarebbe necessariamente contraddittorio e in cui le forze anticapitaliste potrebbero lottare per l’egemonia.

Tale fronte, che tenterebbe di essere la forza guida di una vasta alleanza sociale, un potenziale “blocco storico”, è indispensabile se davvero vogliamo approfittare della finestra di opportunità storica che si è aperta in Grecia. Tuttavia Syriza è lungi dall’essere questo fronte e ciò richiede un progetto alternativo per la sinistra in contrasto sia con il “realismo” sia con il settarismo.

Che cosa pensa della congiuntura e del governo Syriza-ANEL? Qual pensa dovrebbe essere la posizione di Antarsya? 

Beh, i primi mesi del nuovo governo Syriza-ANEL hanno reso evidente la portata della pressione per l’austerità e le riforme liberiste che i creditori della Grecia possono esercitare. La UE e il FMI stanno attualmente negando al governo greco la capacità di attuare persino il suo programma modestissimo e non molto radicale. Stanno attualmente usando le finanze della Grecia da finanziamenti UE e da iniezioni di liquidità dalla BCE come mezzi per ricattare il nuovo governo a continuare le stesse politiche di devastazione sociale.

Il calcolo dietro questa pressione non è tecnico ma politico: trasmettere il messaggio che nessuno può sottrarsi all’estremo neoliberismo disciplinare che oggi è ciò che le forze alla guida della UE considerano normale. Il problema con il nuovo governo greco è la sua insistenza che è possibile negoziare con UE e FMI una via d’uscita dall’austerità e al tempo stesso restare nell’eurozona e onorare appieno i suoi impegni riguardo al debito.

Ciò ha condotto a un tentativo quasi straziante di trovare le somme necessarie per rimborsare i prestiti e a una serie di negoziati con i rappresentanti delle “istituzioni” (cioè la famigerata troika) che ha condotto soltanto a continue pressioni per concessioni e compromessi e a una procrastinazione delle promesse pre-elettorali di Syriza. In questo senso qualsiasi nuovo accordo con UE e FMI e qualsiasi nuovo accordo di finanziamento saranno necessariamente accompagnati da impegni a maggiore austerità e maggiori riforme neoliberiste.

Non dovremmo considerare questo soltanto una grande resa dei conti con i nostri creditori a giugno, in cui il nuovo governo affronterà la scelta tra capitolazione e uscita eroica. C’è anche la possibile di un ciclo infinito di negoziati che portano a un’impasse e al rischio di insolvenza, seguito da un’altra soluzione temporanea dell’ultimo minuto (dopo altre concessioni da parte del governo greco) fino all’impasse successiva, e così via.

Riguardo al nuovo governo ciò di cui abbiamo bisogno e un’opposizione di sinistra costruttiva, una critica della sua strategia e delle sue tattiche nel nome delle possibilità offerte da una finestra storica di opportunità aperta, in definitiva, da un’ondata di lotte senza precedenti. Ciò richiede un tentativo sistematico di proporre alternative concrete che possano rendere possibile un diverso corso delle cose, dalle grandi questioni del rapporto con la UE alle sfide della quotidianità.

Un genere simile di opposizione costruttiva è molto diverso dalla tattica adottata da parte del Partito Comunista, che più o meno non solo presenta Syriza come l’alternativa borghese, ma basa anche ciò su una lettura molto disfattista degli ultimi cinque anni, che sottovaluta l’importanza delle lotte e dei cambiamenti di massa nei rapporti di rappresentanza politica. In quello che è un caso estremo di “soggettivismo” politico, per il Partito Comunista l’unico criterio per giudicare una specifica congiuntura è la sua stessa influenza!

Capisco che anche in certi segmenti della sinistra anticapitalista c’è il pericolo di limitarsi a denunciare Syriza e di trattare semplicemente il nuovo governo come un governo potenzialmente social-liberale. Penso che sarebbe sbagliato perché sottovaluterebbe la misura in cui la nuova situazione può essere attraversata e influenzata dalle aspirazioni e dalle richieste delle classi popolari.

Alla fine, tratterebbe la sconfitta e la capitolazione del nuovo governo come una profezia che si autorealizza. Si potrebbe pensare che ci sia anche una certa pigrizia teorica e politica nel riflettere sulla congiuntura senza elaborare alternative concrete all’europeismo, a parte un semplice verbalismo anticapitalista, una pigrizia che cerca conforto nella semplice denuncia e nell’attesa dell’inevitabile sconfitta.

Perciò, in contrasto sia con il semplice sostegno al governo, sia con la sua semplice denuncia, quello che serve è un tentativo di pensare a una strategia di rotture come una strategia per un nuovo “blocco storico”. L’emergere di una vasta alleanza nella lotta delle forze del lavoro, della cultura e del sapere, la nuova politicizzazione della società greca, le varie forme di sperimentazione di nuove pratiche sociali … tutto ciò attesta la possibilità di un nuovo blocco storico che assuma un ruolo guida nella società greca e articoli una nuova narrazione, oltre il neoliberismo effettivamente esistente e verso una nuova prospettiva socialista.

E’ evidente che la strategia di negoziazione adottata dal gruppo dirigente di Syriza e l’intero orientamento programmatico di un allentamento dell’austerità (e di creazione di una rete di sicurezza sociale come base di un nuovo ciclo di investimenti e crescita) nel quadro dell’eurozona, non sono all’altezza di questa sfida. Tuttavia lo stesso vale anche per la semplice retorica anticapitalista.

Quello che occorre è lavorare sul programma, sul piano d’azione necessario per una rottura con l’euro e con la UE, su come articolare un governo di sinistra con un movimento forte e con forme di potere popolare dal basso, in una forma contemporanea di strategia di potere duale, su come pensare a profonde trasformazioni democratiche istituzionali, su come apprendere dagli esperimenti attuali di autogestione e solidarietà sociale.

Perché questa insistenza sulla rottura con l’euro e con la UE? 

La portata e la profondità della crisi greca non può essere compresa senza tener conto dell’evoluzione dell’”Integrazione Europea”. La crisi greca e la devastazione causata dai pacchetti d’austerità sono una manifestazione del carattere profondamente non democratico e del neoliberismo intrinseco al processo di integrazione europea e in particolare dell’eurozona.

Dal 2010 la Grecia è stata il campo di un gigantesco esperimento della possibilità da parte delle istituzioni europee di imporre un cambiamento violento del paradigma sociale. Questa non è un’eccezione: sta diventando la nuova normalità nella UE. L’euro e i trattati europei non sono né questioni tecniche o semplicemente monetarie. Portano a una condizione di sovranità limitata che agevola le strategie capitaliste più aggressive.

In questo senso la lotta contro l’euro e la UE è anche una lotta per recuperare la sovranità popolare. Questo aspetto antidemocratico e disciplinare dell’integrazione europea è manifesto nei trattati e nei meccanismi riguardanti l’eurozona, con tutti i loro meccanismi penalizzanti per i deficit eccessivi e anche nella logica di questa violenta costruzione socioeconomica della nazione imposta alla Grecia (che è stata trattata come una specie di stato fallito).

In questo senso possiamo dire che oggi la questione della sovranità diventa una posta in gioco di classe. Abbiamo bisogno di una sovranità democratica popolare, nel senso di un controllo democratico contro la violenza sistemica del capitale internazionalizzato.

Naturalmente tutti conosciamo i problemi associati al concetto di sovranità, in particolare la sua associazione a nazionalismo, razzismo, colonialismo. Tuttavia sto parlando di una sovranità basata su un’alleanza sociale diversa dal sovranismo borghese, un’alleanza di forze popolari, basata sulla condizione comune, sulla solidarietà e sulla lotta comune delle classi subalterne, una reinvenzione del “popolo” (o anche della “nazione”) come soggetto collettivo di lotta ed emancipazione.

Qual è il rapporto di Antarsya con i movimenti sociali?

Antarsya è stata attiva nella maggior parte dei movimenti sociali. A parte il nostro radicamento nel movimento studentesco, abbiamo una forte presenza nel movimento sindacale, nel movimento antifascista e anche in movimenti e iniziative locali (che possono anche spiegare i buoni risultati elettorali di Antarsya in elezioni regionali e comunali). In Antarsya c’è una forte cultura di attivismo nei movimenti sociali e si potrebbe dire che uno dei motivi per cui è rispettata come tendenza nella sinistra ha anche a che fare con il dinamismo e la qualità di questo attivismo.

Questo ha anche a che vedere con l’atteggiamento non settario prevalentemente adottato agli attivisti sindacali e dei movimenti di Antarsya. Il loro rispetto per l’autonomia e democrazia necessarie nel movimento e la loro insistenza sull’unità della lotta contrasta con il settarismo del Partito Comunista, con la sua insistenza su “sindacati di classe” separati, su dimostrazioni separate di massa, su giornate d’azione separate, che ha solo portato a divisioni non necessarie e all’incapacità di coordinare le forze in momenti cruciali.

Questo significa che il nostro scopo principale, in un modo o nell’altro, è innanzitutto avere un movimento, avere una partecipazione e una mobilitazione di massa, avere un’intensificazione della lotta, e su questa base alterare il rapporto politico di forza, e non il contrario. Naturalmente questa insistenza sulla necessità di movimenti vittoriosi significa che vogliamo impegnarci concretamente, con le responsabilità che ciò implica, e non semplicemente “appoggiarli”, da sostenitori o agitatori esterni, o trattarli come spazio di reclutamento.

Quali lezioni possiamo trarre dall’esperienza greca riguardo alla crisi della sinistra anticapitalista e alla sua possibile ricomposizione? 

Penso ci siano lezioni importanti da ricavare dall’esperienza greca. Ha mostrato che è possibile avere specifiche situazioni in cui la crisi sociale ed economica combinata con importanti sequenze di lotta e di protesta può condurre a condizioni di una crisi di egemonia che offre sfide, ma anche opportunità, importanti per l’intervento della sinistra.

Al tempo stesso ha reso evidente il fatto che se la sinistra anticapitalista non accetta la sfida, potrebbe trovarsi in una situazione in cui altre forze della sinistra riformista possono prendere l’iniziativa. In tali situazioni non basta la militanza nel movimento. L’aspetto cruciale è la strategia e il programma politico, la capacità di comprendere il potenziale di ciascun punto di svolta storico.

Si potrebbe dire che la crisi greca ha anche fatto da prova del nove dei limiti di una particolare versione della politica anticapitalista che era basata su una combinazione di resistenza anti-neoliberista e di difesa ideologica generale del socialismo. Quella che occorre è una sinistra anticapitalista che sia all’altezza della sfida di potere e di egemonia e tenti di pensare in termini di blocchi storici potenziali.

Il fatto stesso che, sullo sfondo di una congiuntura di profonda crisi del neoliberismo e di un riemergere mondiale della politica dei movimenti di massa, la maggior parte delle correnti della sinistra anticapitalista, almeno in Europa, si sia trovata (noi, è forse meglio dire qui …) in una situazione di crisi strategica e ideologica, abbia affrontato varie forme di conflitti intestini, e abbia visto i limiti della sua crisi organizzativa, rende estremamente necessario e urgente un processo di autocritica collettiva e un tentativo di tentare concretamente di pensare a modi diversi di fare politica.

Un importante aspetto di questo processo di autocritica deve essere che nella situazione attuale non possiamo pensare in termini di correnti storiche e che non possiamo insistere su versioni tradizionali di costruzione dell’organizzazione come forma embrionale del partito.

Quello che occorre, piuttosto, è un nuovo processo costituente della sinistra anticapitalista basato su un’analisi sobria della situazione, un’autocritica a proposito dei limiti della politicizzazione precedente, un confronto politico e teorico con le questioni aperte della strategia e in particolare della dialettica tra programmi di transizione, il governo di sinistra e i movimenti popolari come parte di una strategia rivoluzionaria.

Abbiamo un bisogno disperato di aprire il dibattito strategico, basato su un confronto reale con le questioni urgenti del giorno; il rifiuto di un semplice ritorno dogmatico all’”autorità” dei classici; il tentativo di trasformare concetti come “controllo operaio” da slogan a processi ed elaborazioni politica; l’insistenza sul fare valutazioni concrete delle esperienze dei movimenti, comprese le esperienze contraddittorie dei governi di sinistra in America Latina; e pensare alla dialettica necessaria tra “guerra di posizione” e “guerra di movimento” nel contesto della “rivoluzione passiva” neoliberista e della crisi del paradigma neoliberista.

Un aspetto necessario di questo processo dovrebbe essere l’accettazione del fatto che tutte le organizzazioni contemporanee della sinistra anticapitalista sono solo frammenti creati da una lunga storia di crisi del movimento rivoluzionario e non possono essere considerate le sole detentrici della verità politica.

E’ per questo che la forma del fronte assume un ruolo strategico nella ricomposizione necessaria della sinistra anticapitalista. Abbiamo bisogno di fronti democratici che possano attirare e incorporare tutte le correnti, gruppi, sensibilità ed esperienze differenti della sinistra anticapitalista e possano contribuire all’emergere di una nuova sintesi politica mirante a venire a patti con la nuova situazione.

Questa concezione del fronte democratico come laboratorio dell’elaborazione collettiva della strategia e della traduzione delle esperienze provenienti dai movimenti in prassi politiche di massa è realmente qualcosa di importante e la storia di Antarsya come fronte democratico, nonostante i suoi limiti, può realmente contribuire molto a questo dibattito.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: Jacobin Magazine

traduzione di Giuseppe Volpe

Potrebbe piacerti anche Altri di autore