POSTGENDER

Liana Borghi, “postgender”, giugno 2000

Il termine gender (genere) ha una lunga storia nel mondo anglosassone, e non è poi nemmeno vero, come si crede, che il concetto dei ruoli sessuali riferiti al genere sia stato introdotto da John Money solo nel 1955. Che il maschile e il femminile non siano effetti di natura ma una costruzione sociale l’aveva già teorizzato Platone. In Inghilterra, a fine Settecento, Mary Wollstonecraft l’aveva poi ampiamento spiegato riportando il discorso alla propria esperienza, e mezzo secolo dopo John Stuart Mill, dietro suggerimento di sua moglie Harriet, aveva ribadito che la femminilità è cosa “artificiale”, utile a mantenere le donne in uno stato di soggezione e soggiogazione. E l’ondata internazionale del primo femminismo aveva prodotto varie e articolate spiegazioni sulla condizione di quello che Simone de Beauvoir, nel nostro dopoguerra, ha chiamato il Secondo sesso. Non si trattava però ancora di gender, termine abbastanza controverso perché non ha equivalenti precisi in lingue non anglosassoni, ma ciò nonostante passato nella cultura mondiale con il bagaglio di dibattiti e contestazioni che hanno accompagnato la sua formulazione e i tentativi tuttora in corso di decostruirla. Al gender è stato affidato il compito di analizzare i rapporti di potere tra donne e uomini in ogni campo, dalla riproduzione alla produzione, e il loro collegamento con l’istituzione eteropatriarcale; ma per impatto delle critiche provenienti dal pensiero della differenza, dalle teorizzazioni postcoloniali e dalle teorie lesbiche, gay e queer, negli ultimi anni è diventato, come vedremo, una categoria necessariamente accessibile a drastici riposizionamenti di corpi e soggetti.(1)

Nel linguaggio delle scienze sociali, il gender denota la consapevolezza di un dimorfismo sessuale attribuito al sesso genitale di una persona. Tuttavia, nell’ultimo ventennio, per impulso del femminismo e degli studi delle donne, il discorso sul genere ha raggiunto uno spessore epistemologico che investe ogni campo del sapere. Il concetto generale si spiega con alcune semplici osservazioni.

Sulla base materiale di una originaria distinzione tra chi produce cibo e chi riproduce e cresce i figli, la società organizza e produce modelli di relazioni sociali tra donne e uomini che comprendono la famiglia, le classi sociali, e ogni forma di organizzazione e di struttura occupazionale. A loro volta, per sostenere questi modelli relazionali, donne e uomini si differenziano e riproducono le loro differenze attraverso meccanismi di controllo famigliare e sociale, come la religione, il linguaggio, l’educazione, la cultura. Il genere è talmente pervasivo che ci sembra naturale anziché costruito.

In sociologia e pedagogia, l’americana Nancy Chodorow e la nostra Elena Giannini Belotti hanno spiegato fin dall’inizio degli anni Settanta il meccanismo di trasmissione delle caratteristiche di genere (valgano per tutte il fiocco rosa e il fiocco blu dei neonati). Nella nostra cultura i generi vengono assegnati su basi biologiche a seconda del sesso maschile o femminile; ma dal punto di vista della socializzazione di un individuo i sessi sono quattro o sei, a seconda che le persone adulte seguano l’orientamento ricevuto nell’infanzia o non lo seguano, come i travestiti, i transgender o i transessuali. I nostri pregiudizi di genere si rivelano ogni volta che non riusciamo a inquadrare una persona nella categoria di genere appropriata, appunto nel caso di persone che rifiutano etichette omologanti. Questo fenomeno investe anche l’organizzazione e la trasmissione del sapere: recentemente varie scienziate femministe hanno dimostrato l’inquinamento dell’oggettività nella ricerca scientifica quando vi è implicato il genere, ma gli esempi di misoginia non si limitano certo a questo, e sono purtroppo all’ordine del giorno. In quanto parte di una struttura sociale prescrittiva, il genere è strettamente collegato a modelli di dominio e subordinazione che includono sia la divisione del lavoro domestico e salariato, sia il controllo del corpo femminile, per esempio nella regolamentazione delle nascite da parte dei governi. In tutte le società il genere si coniuga variamente con altri fatttori, tra cui classe, razza, etnia, preferenza sessuale, età, costituendo un sistema di stratificazioni sociali collegato al potere, al prestigio, alla ricchezza.

Nonostante le millenarie speculazioni sui sessi (spiega la storica tedesca Gisela Bock), solo dopo la metà degli anni Settanta “il genere fu introdotto come categoria fondamentale della realtà, della percezione sociale, culturale, storica” che differenzia la sfera delle donne da quella degli uomini, permettendo analisi complesse del loro intreccio,(2) e questo non solo nella storia, ma sempre più attivamente in tutte le discipline.(3)

Accanto agli studi sulle donne (women’s studies), diffusissimi nei paesi occidentali, sono comparsi i men’s studies che studiano soprattutto la costruzione socioculturale della virilità.

La più recente analisi del genere si fonda sui molti tentativi femministi di smascherare quelle che Teresa De Lauretis ha chiamato, appoggiandosi a Foucault, le tecnologie del genere. In questi ultimi anni una quantità di studi post-strutturalisti indagano sul corpo come dispositivo non innocente, collegato indissolubilmente alla tecnologia, e più specificamente sulle condizioni materiali della costruzione di corpi femminili. Nella ricostruzione storica di questo discorso viene riconosciuta l’importanza fondamentale di Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, che già nel 1949, con quel famoso “donna non si nasce”, contestava il nesso obbligato sesso-genere, specchio del binomio natura-cultura. Nel 1975 un notissimo saggio dell’antropologa americana Gayle Rubin tracciava una mappa del sistema che collega il sesso cromosomico al genere culturale — fondamento della norma eterosessuale su cui poggia il patriarcato. Riprendendo questo discorso, Adrienne Rich, nel suo famoso saggio “Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica” (1980), tracciava una linea politica di affinità femminile, un “continuo lesbico” basato da un lato sullo specifico del corpo e dall’altro sull’oppressione materiale delle donne. E mentre nel saggio “Thinking Sex” (1984), Rubin poneva quella distinzione tra sessualità e genere a cui avrebbero poi fatto riferimento le varie teorie dell’omosessualità, dal lesbo-femminismo al queer, Rich pubblicava in quello stesso anno la sua teoria politica sul posizionamento di genere, riconoscendo, a partire dal corpo, le differenze tra donne, specie quelle razziali ed economiche, cancellate dal concetto femminista di sorellanza. (4)

Un’altra posizione teorica fondamentale è rappresentata dalla scrittrice francese Monique Wittig, il cui famoso slogan “lesbica non si nasce” [ma si diventa] indicava la possibilità di un posizionamento esterno al binomio della differenza sessuale. Nel suo saggio “Il marchio del genere” (1985), cercava agganci per il concetto di genere nel contesto francese dove invece la differenza sessuale era stata sussunta e teorizzata nel concetto derridiano di différance. Criticando il biologismo dei francesi, scriveva che in filosofia essi usano il genere e la differenza sessuale come fossero concetti ontologici, aprioritari. Le femministe americane usano invece il genere “come una categoria sociologica, spiegando che questa nozione non ha niente di naturale, poiché i sessi sono stati costruiti secondo categorie politiche — categorie di oppressione”.(5)

Il marchio del genere è il simbolo lessicale di un gruppo oppresso. Ma poiché il genere opera nel e sul linguaggio, possiamo resistere attraverso atti di sovversione linguistica. Come vedremo, le strategie di Wittig, abbastanza tipiche del pensiero femminista post-strutturalista, vengono ora considerate di dubbia efficacia, ma per anni hanno fornito prototipi di resistenza letteraria e filosofica.

Il noto testo di Wittig precede di poco l’analisi di Teresa De Lauretis (1987), nella cui lettura il genere è la rappresentazione di un rapporto sociale, dell’appartenenza a una classe, a un gruppo, a una categoria, e viene prodotto dalla sovrapposizione di razza, classe e sesso. Costrutto socioculturale e allo stesso tempo apparato semiotico, il genere è un sistema di rappresentazione che regola posizione e significato nella società, una finzione normativa. Poiché il genere sta in rapporto di contiguità con i ruoli riproduttivi e quindi con l’ordinamento eterosessuale, pensare in termini di genere ci mantiene dentro le sponde del patriarcato, perennemente e universalmente in opposizione concettuale al maschile. Esso ci impedisce dunque di pensare “il soggetto sociale e le relazioni tra soggettività e socialità” con radicalismo visionario. Secondo De Lauretis, “un soggetto si costituisce nel genere, però non dalla sola differenza sessuale, ma mediante i linguaggi e le rappresentazioni culturali; un soggetto in-generato nel vissuto delle relazioni di razza e di classe, oltreché di sesso; un soggetto quindi non unificato ma multiplo, non solo diviso ma anche contraddetto”.

Nella bella lettura di De Lauretis emerge la necessità di significare il desiderio al di là delle strettoie dell’analisi di genere, e proprio a questo si rivolgerà la sua produzione successiva, in particolare nel volume Pratica d’amore. Percorsi del desiderio perverso (1994; 1997),(7) ma la costrizione del genere continua a restare per lei un dato materiale ineludibile nella valutazione storica del soggetto femminile.

Contemporaneamente al saggio di De Lauretis esce in Germania una prima versione del saggio sul genere di Donna Haraway, “Geschlecht, Gender, Genre: Sexualpolitik eines Wortes”,(8) che pone a fondamento del genere la contrapposizione binaria tra natura e cultura, natura e storia, umano e macchina. Secondo Haraway, teorizzare come fa Rubin una spaccatura fra sesso e genere significa non capire che tutto è cultura. Gli umani compiono costantemente il gesto imperialistico di ridurre la natura allo stato di materia prima; nel capitalismo postindustriale la tecno scienza sottopone tutti gli organismi a una produzione discorsiva che intreccia inestricabilmente il piano mitico con quello testuale, economico, politico. Nace da qui la figurazione mitico-tecnologica da lei teorizzata nel “Manifesto cyborg”, capace di significare la nostra condizione di soggetti inappropriati (il termine è della scrittrice Trinh-T-Minh-Ha) e non-innocenti, donne attraversate dal  genere come da altre differenze, portatrici di diversità e complicità, soggetti frammentati e provvisori che dalla loro coscienza antagonista derivano la capacità di iniziare nuove coalizioni politiche nei difficili interstizi lasciati vacanti dal biopotere transnazionale. Questa figurazione è appunto il cyborg, creatura della contaminazione e di una sessualità che non può essere “naturale”, quindi è necessariamente perversa.

Braidotti, filosofa di formazione culturale prevalentemente francese ma in costante dialogo con la cultura anglosassone, e aperta a una gamma di suggerimenti postmoderni, ha spesso mediato tra genere e differenza sessuale nel variegato campo teorico femminista. Dobbiamo alla sua capacità di articolare un pensiero neo-materialista, e di ascoltare Gilles Deleuze così come Donna Haraway, la suggestiva formulazione antiumanista di un soggetto nomade che esprima la necessità contemporanea di negoziare margini e confini senza ignorare la radicale materialità dei corpi in quest’epoca di neocolonizzazione politica ed epistemologica.(9)

Sebbene i discorsi di Haraway e Braidotti siano diventati in questi ultimi anni dei cardini del pensiero (non solo) femminista postmoderno, e nonostante la loro riflessione offra indicazioni persuasive su come ripensare il genere in un mondo dove conta sempre meno, è a Teresa De Lauretis che andrebbe riallacciato Gender Trouble (1990) di Judith Butler. In questo saggio, il genere, pur rimandendo un mezzo essenziale di indagine antropologica e sociologica, si rivela permeato da assunti eterosessisti ed eterosociali che impediscono di valutare la più vasta gamma di posizionamenti sessuali e discorsivi del soggetto. Butler scompagina ancora una volta l’allineamento di sesso (natura) e genere (cultura) dimostrando che il gender, narrativa di appoggio dell’eterosessualità, non è altro che un artificio, un “significante libero” che si riproduce performativamente attraverso il linguaggio, i gesti, le azioni, l’abito, i movimenti, le leggi e le usanze. Siamo noi stessi a costruirlo e perpetuarlo. “Non c’è identità di genere dietro l’espressione del genere,… l’identità è costituita performativamente proprio dalle ‘espressioni’ considerate suo risultato”, afferma.(10)

La proliferazione di generi e identità può mettere il genere nei pasticci. Gender Trouble esce proprio mentre si afferma il movimento Queer, la maggiore tendenza postgender dell’ultimo decennio di cui Judith Butler diventa famosa teorica insieme a Eve Sedgwick, studiosa più anziana e affermata, ma al contrario di lei non lesbica e molto legata al mondo gay. L’apertura trasgressiva del queer riceve immediati consensi nel mondo omosessuale occidentale, dove gli ambienti gay e lesbici erano fratturati da questioni legate alla politica, l’appartenenza e forme di legittimità. Spalancando le porte del nuovo movimento, David Halperin annunciava: “Per definizione queer è tutto ciò che è contro la normalità, la legittimità, le egemonie.

Non si riferisce a qualcosa di specifico. È un’identità senza essenza.” Inoltre il queer non interpellava soltanto il genere o la sessualità, ma si apriva a tutte le razze e le etnie, accettava ogni genere di trans e ogni tipo di pratica sessuale, i tossici e i malati di AIDS, i senza casa e i sans papier, insomma tutti i fuori norma, persino se eterosessuali.

Il soggetto queer è dunque una figurazione deviante non separatista che dà voce al proliferare delle differenze sessuali e sociali, contestando la falsa coerenza di un ordinamento repressivo basato su una serie di arbitrarie distinzioni, tra cui il genere, in cui siamo tutti implicati.

Cosa resiste al genere? domanda Eve Sedgwick cercando una via di uscita. Frugando negli interstizi di confine fra il genere e i suoi altri, spiega, mettiamo a fuoco ciò che non è genere. E il primo altro del genere è la sessualità. Non ci sarebbero né eterosessualità né omosessualità se non ci fosse il genere. Ma la sessualità non va confusa con il sesso cromosomico; è l’eccesso della procreazione, una relazione sociale e simbolica, una rappresentazione mutevole e variabile, è una gamma di atti, narrative e piaceri; una formazione di identità.(11)

La sessualità diventa così il filtro primario per l’analisi post gender del queer. Butler, come abbiamo visto, nel suo primo libro aveva destabilizzato il genere, rivelandone la struttura ibrida, attraversata da altre coordinate socio-simboliche. In polemica con varie posizioni femministe, essa negava che la differenza sessuale abbia il primato rispetto ad altre differenze, come la razza o la pratica sessuale: dire che la differenza sessuale sta a monte della differenza razziale significa promulgare l’egemonia di un punto di vista “bianco” che non riconosce il marchio della razza, delle etnie. Da qui il dibattito (peraltro amichevole) fra Butler e Rosi Braidotti secondo la quale il pensiero della differenza invece si assume tutte le differenze ed è in grado di significare aspetti semiotici e simbolici che sfuggono al taglio sociologico degli studi di genere.

Prendendo atto della variegata coalizione queer, il libro successivo di Butler, Bodies that Matter (1993),(12) collega la materialità dei corpi al meccanismo performativo di auto/ri/produzione del genere, in modo da rivelare sia la complessa manipolazione e regolamentazione della sessualità sia le subdole modalità di cooptazione che ci portano ad usare “risorse inevitabilmente impure” nelle nostre forme di contestazione e resistenza. Se noi stessi ri/produciamo il genere, sta a noi destrutturarlo, imitandolo “a morte” oppure alterandolo tramite micro e macro spostamenti mimetici quali travestimento, ironia, e atti di insubordinazione parodica. In una critica severa, diretta in particolare ai suoi due libri più recenti, Martha Nussbaum osserva che Butler, seguace di Althusser, non vede via di uscita dal sistema. Quindi non solo ritiene che il potere sia inamovibile, ma che tutti erotizziamo le strutture che ci opprimono e proviamo piacere soltanto in loro e attraverso di loro; e perciò non teorizza forme di associazionismo politico (come il femminismo) per modificare leggi, usi e costumi.(13)

La critica di Nussbaum colpisce non solo Butler ma tutta la corrente queer che del resto era stata subito attaccata da femministe e lesbiche per i motivi che seguono. Nel mettere a fuoco la produzione di etero/omo-sessualità come fattore primario di discriminazione sociale, il queer cancella il concreto intreccio di sesso biologico e genere; legge la sessualità lesbica ma cancella la specificità femminile, e non valuta la diversa costruzione sociale e simbolica del maschile e del femminile. Non considera i processi e i meccanismi che producono l’oppressione delle donne e la supremazia degli uomini, e quindi non riconosce quanto sia sbilanciato il potere dei due sessi. Se il lesbismo femminista è colpevole di inglobare la sessualità nel genere, il queer ingloba il genere in una nozione dilatata della sessualità. Il genere, nella teoria queer, è analizzato come performance, secondo modelli interazionisti e liminali; diventa una questione di cultura e simbolico sessuale, e perde la sua specifica materialità, dovuta al conflitto di potere tra sessi, razze e classi.

Il queer ha dato nome a un arcobaleno di comportamenti “devianti” sempre più accettati. Le sensazionali manifestazioni di gender bending (o blending, mescolanza di generi) nella cultura pop degli anni Ottanta (Annie Lennox, David Bowie, Renato Zero, Grace Jones) sembrano quasi arcaiche in paragone ai video clip di oggi. C’è da chiedersi però, come fanno Julia Epstein e Kristina Straub (14) se la tradizione dell’ambiguità di genere, una forma di trasgressione e resistenza tornata ora di moda, sia servita in passato e serva ora a stabilizzare o destabilizzare il sistema. Secondo Butler e altri, l’androginia (di Orlando) sta tutta dentro a una logica di genere perché presuppone l’iniziale unità del maschile e femminile, il travestitismo rafforza la verità del genere occultato (Tootsie, Yentl, Mrs. Doubtfire), e il transgender, per quanto reversibile, non esce dalla logica binaria, mentre la transessualità si configura come una fuga da un genere all’altro. Il gender b(l)ending propone invece l’identità come gioco del transito, come un processo inconcluso e inconcludente. Donna Haraway, il cui sogno “ironico” ha generato il cyborg, la più postgender delle figurazioni contemporanee, definisce questo tipo di ironia una strategia politica squisitamente postmoderna. E Maria Nadotti definisce questa una posizione “dove il desiderio… prova a soddisfarsi indiscretamente nell’atto sdrammatizzante, ma non parodico, di una dissimulata, consapevole paradossalità”.(15)

Una variante più impegnata del gender b(l)ending è il movimento transgender di cui l’esponente più nota in Italia è Heléna Velena. Nei paesi di lingua inglese, basta una veloce ricerca in internet per verificarlo, il movimento si anima di personaggi che insegnano a dis/imparare il genere, disidentificarsi da esso, e smascherarne i meccanismi — personaggi già noti in sessuologia, sociologia, narrativa, politica, e teoria queer come Kate Bornstein, Pat Califia, Terry Castle, Leslie Feinberg, Marjorie Garber, Judith Halberstam, Berenice Hausman, Jay Prosser, Martine Rothblatt, e molti altri.

Come la società costruisce soggetti sessuati costretti nel binarismo di genere è anche il punto di partenza di Sandy Stone, studiosa non a caso allieva di Donna Haraway, che sottolinea quanto le nuove tecnologie abbiano modificato il concetto di identità, divenuta ormai uno spazio virtuale di infiniti collegamenti. Se per Marjorie Garber il criterio di appartenenza al post gender è proprio la non appartenenza, per Sandy Stone il criterio di appartenenza è il punto di vista dell’ex post facto, cioè il posizionarsi nell’esperienza del cambiamento che ha portato il cambiamento.(16)

Mentre la società esige dal/la trans un’orrida abiura come prezzo dell’appartenenza al nuovo genere, imponendo la smemoratezza dell’identità precedente, lei-lui deve invece ricordare il transito, e testimoniare della tirannia di un sistema che vorrebbe separato e distinto ciò che separato e distinto non è.

L’unica rivendicazione di identità comune ai trans, sostiene Stone, è data dalla cesura tra il prima e il dopo. Proprio l’esperienza “sconveniente” è matrice di identità. Stone, Velena e tanti altri teorizzano una rivoluzione multigender su basi elettive, una nuova mixgenderation che mi sembra in sintonia con la mixgeneration della rivoluzione multirazziale in atto nel mondo. Osservando i cambiamenti che stanno avvenendo in molti paesi, il teorico del postcolonialismo Homi Bhabha dice che è nato “un soggetto agente creato incrociando posizioni incommensurabili”.(17)

Similmente, la nostra esperienza dell’instabilità del genere può farci notare la nascita di una comunità “interstiziale”, in transito, che si va nominando e raccontando a partire dalla premessa che siamo tutti, in realtà, transgender.

Liana Borghi

 

“Gender.” In Lessico postfordista: scenari della mutazione. A cura di Adelino Zanini e

Ubaldo Fadini. Milano: Feltrinelli

 

1. Di questa difficoltà di traduzione, specie per quello che riguarda le divergenze tra genere e differenza sessuale, edell’egemonia anglosassone implicita nel diffondersi della gender theory parlano come vedremo De Lauretis, Haraway e Rosi Braidotti. Un saggio recente di Karin Widerberg (“Translating Gender” in NORA, 2, 6, 1998, pp. 133-38) discute le cancellazioni operate sulle altre lingue da questa egemonia e alcune possibili correttivi. Tra i molti saggi sul gender, vorrei qui segnalare due analisi eccellenti: quella di Rosi Braidotti “Gender and Post-Gender: The Future of an Illusion?”, in Atti dell’undicesimo convegno biennale “Methodologies of Gender” a cura di Mario Corona e Giuseppe Lombardo, Herder, Roma, 1993, pp. 51-69, e il saggio della storica americana Joan Scott in traduzione italiana, “Il ‘genere’: un’utile categoria di analisi storica,” in Altre storie. la critica femminista alla storia, a cura di Paola Di Cori. Clueb, Bologna, 1996, pp. 307-48. Vedi inoltre una raccolta acarattere sociologico, Genere. La costruzione sociale del femminile e maschile, a cura di Simonetta Piccone Stella e Chiara Saraceno, Il Mulino, Bologna, 1996.

2.  Gisela Bock, Storia, storia delle donne, storia di genere. Estro, Firenze 1988. 3

3.  Per una traccia di questo lavoro interdisciplinare in Italia, rimando alla produzione delle riviste delle donne di quegli anni: Lapis, Leggere donna, Le(g)gendaria, Memoria, Reti, (Nuova) DWF; per le scienziate, in particolare al lavoro di Rita Alicchio e Elisabetta Donini; e in generale al volume curato da Maria Cristina Marcuzzo e Anna Rossi-Doria, La ricerca delle donne. Studi Femministi in Italia. Rosenberg & Sellier, Torino, 1987 e a quuello edito da Paola Bono e Sandra Kemp, Italian Feminist Thought, Blackwell, Oxford, 1991.

4. Gayle Rubin, “The traffic in Women: Notes on the ‘Political Economy’ of Sex” (1975). Questo testo sta al centro del dibattito sul genere degli anni Novanta, come risulta dall’intervista di Judith Butler a Rosi Braidotti pubblicata su DWF 2-3 (1995) e più estesamente dal numero speciale di Differences (autunno-inverno 1994) intitolato “More Gender Trouble: Feminism Meets Queer Theory”. Il suo articolo “Thinking Sex: Notes for a Radical Theory of the Politics of Sexuality” si trova in Pleasure and Danger: Exploring Female Sexuality, a cura di Carol Vance, Routledge, London, 1984. Le traduzioni italiane dei due saggi di Rich sono “Eterosessualità obbligatoria e esistenza lesbica” in Nuova DWF 23-24, 1985, e “A Politics of Location/Politica del posizionamento” Mediterranean III, 2, giugno-dicembre 1996.

5. Monique Wittig, “The Mark of Gender” in The Poetics of Gender, a cura di Nancy K. Miller, Columbia University Press, New York, 1986.

6. Teresa De Lauretis, Technologies of Gender, Indiana University Press, Bloomington, 1987; trad. it. “La tecnologia del genere” in Sui generis, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 132-33.

7. Teresa De Lauretis, The Practice of Love. Lesbian Sexuality and Perverse Desire. 1994. Trad. La Tartaruga, Milano, 1997.

8.  Il saggio esce poi in inglese nella sua raccolta Symians, Cyborgs, and Women , Free Association Press, London, 1991, in parte tradotta in Manifesto cyborg, Feltrinelli, Milano, 1995.

9. Rosi Braidotti, Dissonanze, La Tartaruga, Milano 1994; Soggetto Nomade. Femminismo e crisi della modernità, Donzelli, Roma, 1994.

10. Judith Butler, Gender Trouble, Routledge, New York 1990, p. 25.

11. Eve Kosofsky Sedgwick, “Gender Criticism” in Redrawing the Boundaries, a cura di Stephen Greenblatt e Giles Gunn, MLA, New York, 1992, pp. 273-75.

12. Trad. parz. Corpi che contano (Feltrinelli, Milano, 1996). Sul queer vedi Marco Pustianaz, “Teoria gay e lesbica” in Teoria della letteratura. Prospettive dagli Stati Uniti. La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1996; un saggio suo e uno mio in Incroci di genere. De(i)stituzioni, transitività e passaggi testuali Bergamo University Press/Edizioni Sestante, Bergamo 1999; e ancora un saggio suo e uno mio in (Pro)posizioni. Interventi alla prima università gay e lesbica. A cura di Gigi Malaroda e Massimo Piccione. Edifir, Firenze, 2000.

13. Martha C. Nussbaum, “The Professor of Parody”, The New Republic, 22. 2, 1999, pp. 37-45). I libri sono Excitable Speech: A Politics of the Performative, Routledge, New York, 1998 e The Psychic Life of Power: Theories of Subjection, Stanford University Press, Stanford, 1998.

14. BODYguards. The Cultural Politics of Gender Ambiguity. A cura di Julia Epstein e Kristina Straub, Routledge, New York/London, 1991.

15. Maria Nadotti, Sesso & genere, Il Saggiatore, Milano, 1996, p. 95. Vedi anche l’elenco di film e riferimenti culturali transgender che chiudono il libro.

16. Marjorie Garber, Vested Interests, Garber. Routledge, New York, 1994. Trad. Interessi truccati. Giochi di travestimento e angoscia culturale. Raffaele Cortina, Milano, 1994; Alluquère Rosanne Stone, The War of Desire and Technology at the Close of the Mechanical Age, MIT Press, Cambridge MA, 1995. Trad. Desiderio e tecnologia. Il problema dell’identità nell’era di internet. Feltrinelli, Milano, 1997. Alcuni dei più noti articoli di Stone si trovano in internet, nel suo sito presso l’ACTlab dell’Università del Texas a Austin .

17. Homi Bhabha, The Location of Culture, Routledge, New York, 1994, p. 231.

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