ARTICOLI DI ESTHER VIVAS

Pubblichiamo una serie di articoli di Esther Vivas, un’attivista politica e sociale impegnata nei movimenti per la sovranità alimentare e il consumo critico negli Stati spagnoli. Ha partecipato al movimento altermondialista, a varie edizioni del Forum Sociale Mondiale e a diverse campagne contro il cambiamento climatico. Fa parte della redazione della rivista di sinistra Viento Sur e collabora abitualmente con vari mezzi di comunicazione alternativi e non.

ANTICAPITALISMO E GIUSTIZIA CLIMATICA
DONNE DI MAIS
UN’ALTRA AGRICOLTURA PER UN ALTRO CLIMA
MONSANTO IL SEME DEL DIAVOLO
I SUPERMERCATI E LA CRISI DEI GENERI ALIMENTARI
COMMERCIO EQUO E SOVRANITA’ ALIMENTARE
IL POTERE DEI SUPERMERCATI
SAPPIAMO COSA MANGIAMO?
LA VIA CAMPESINA VERSO LA GIUSTIZIA SOCIALE
SVILUPPARE UN COOPERATIVISMO AGRO-ECOLOGICO
GRUPPI DI CONSUMO: RECUPERARE LA CAPACITA’ DI DECIDERE COSA CONSUMIAMO
ORTI CONTRO CEMENTO

ANTICAPITALISMO E GIUSTIZIA CLIMATICA

2010. Non prendiamoci in giro. Se volgiamo salvare il pianeta bisogna mettere in discussione il SISTEMA…. la fede nelle tecnologie e nel capitalismo “verde” serve solo a non farci affrontare il problema!

Il cambiamento climatico è, al giorno d’oggi, una realtà innegabile. La eco politica, sociale e mediatica suscitata dal vertice di Copenaghen, a dicembre 2009, ne è stata la prova. Un vertice che ha mostrato l’incapacità del sistema capitalista di dare una risposta credibile ad una crisi generata dallo stesso sistema. Il capitalismo verde s’inserisce nel contesto del cambiamento climatico fornendo una serie di soluzioni tecnologiche (energia nucleare, captazione del carbonio dell’atmosfera per il suo immagazzinamento, agrocombustibili, etc.) che provocheranno impatti sociali e ambientali ancora più grandi. Sono risposte sbagliate al cambiamento climatico: non attaccano le cause strutturali foriere della situazione attuale di crisi, ma cercano invece di trarre profitto da quest’ultima, senza risolvere la contraddizione insita tra calcolo miope del capitale e tempi lunghi dell’equilibrio ecologico.

In un contesto come questo, è urgente che sorga un movimento capace di mettere in discussione i principi del capitalismo verde, mostrando l’impatto e le colpe dell’attuale modello di produzione, distribuzione e consumo capitalista e legando la minaccia climatica globale ai problemi sociali quotidiani. Copenaghen è stata finora la più grande manifestazione del movimento per la giustizia climatica, evento che è coinciso esattamente con il decimo anniversario delle mobilitazioni contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) a Seattle. Una protesta che, sotto lo slogan “Cambiamo il sistema, non il clima”, dimostra l’esistenza di una relazione ampia tra giustizia sociale e climatica, crisi sociale e crisi ecologica. Il successo delle contestazioni a Copenaghen contrasta, tuttavia, con la debolezza delle dimostrazioni di protesta che si sono avute a livello mondiale, salvo alcune eccezioni come Londra.

La crisi attuale impone con urgenza di cambiare il mondo dalle fondamenta e di rifondarlo in un’ottica anticapitalista ed ecosocialista radicale. Anticapitalismo e giustizia climatica sono due  battaglie che vanno portate avanti insieme. Qualsiasi tentativo di rottura con l’attuale modello economico che non tenga in conto l’importanza della crisi ecologica è destinata al fallimento e qualsiasi proposta ecologista senza orientamento anticapitalista, di rottura con il sistema attuale,  non toccherà che la superficie del problema e potrebbe, alla fine, rivelarsi uno strumento al servizio delle politiche del green marketing.

Frenare il cambiamento climatico significa modificare il modello attuale di produzione, distribuzione e consumo. I ritocchi superficiali e cosmetici non servono a niente. I rimedi alla crisi ecologica devono colpire i pilastri dell’attuale sistema capitalista. Se vogliamo che il clima non cambi, è necessario cambiare il sistema. La necessità, da questo, di avere una vera prospettiva ecosocialista o “ecocomunista”, come ha scritto Daniel Bensaïd in uno dei suoi ultimi articoli.

Si devono combattere, con la stessa forza, le tesi del neo-malthusianesimo verde che accusano i paesi del Sud di avere tassi demografici elevati a causa del controllo esercitato sul corpo delle donne, sottratte del diritto di decidere del proprio corpo. Lottare contro il cambiamento climatico implica affrontare la povertà: a maggiore disuguaglianza sociale corrisponde, infatti, maggiore vulnerabilità climatica. È necessario riconvertire quei settori produttivi che impattano gravemente a livello sociale e ambientale (industria militare, automobilistica, mineraria, etc.), creando posti di lavoro in settori sociali ed ecologicamente sostenibili come l’agricoltura ecologica, i servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti) per fare qualche esempio.

Fermare il cambiamento climatico significa puntare sul diritto dei popoli alla sovranità alimentare. Il modello agroindustriale attuale (delocalizzato, intensivo, a lungo chilometraggio, dipendente dal petrolio) è uno dei massimi responsabili della produzione di gas effetto serra. Puntare su una agricoltura ecologica, locale e su dei circuiti corti di commercializzazione permette, come afferma La Vía Campesina, di raffreddare il pianeta. Allo stesso modo, bisogna ascoltare e rispondere alle domande dei popoli indigeni che vogliono il controllo delle loro terre e dei beni naturali in esse contenuti, la loro visione del mondo e il rispetto verso la “pachamama”, la “madre terra” e la difesa del “buen vivir”. Valorizzare questi contributi che modellano un nuovo tipo di rapporto tra genere umano e natura è la chiave per affrontare il cambiamento climatico e la mercificazione della vita e del pianeta.

Da un punto di vista Nord-Sud, giustizia climatica significa, da un lato, cancellazione incondizionata del debito estero dei paesi del Sud, un debito illegale e illegittimo, e dall’altro la richiesta del riconoscimento del debito sociale, storico ed ecologico che il Nord deve al Sud dopo secoli di sfruttamento e depredazione. In caso di catastrofe, è necessario promuovere meccanismi di “aiuto popolare”. Abbiamo visto come il cambiamento climatico aumenti la vulnerabilità delle popolazioni, specialmente nei paesi del Sud. I terremoti ad Haiti e in Cile sono due dei casi più recenti. Per affrontare queste minacce sono necessarie reti di solidarietà internazionale tra i movimenti sociali di base che permettano una canalizzazione degli aiuti immediata ed effettiva verso le popolazioni locali. La iniziativa non può rimanere in mano ad un “umanitarismo” internazionale vuoto di contenuto politico.

La lotta contro il cambiamento climatico deve rivolgersi anche contro l’attuale modello di produzione industriale, delocalizzato, “just on time”, di massa, dipendente dalle risorse fossili, etc. Le burocrazie sindacali fanno propaganda e legittimano le politiche del “capitalismo verde” raccontando che le “tecnologie verdi” creano impiego e generano maggiore prosperità. È necessario smontare questo mito. La sinistra sindacale deve mettere in discussione  l’attuale modello di crescita senza limiti, puntando su un altro modello di “sviluppo” rispettoso delle risorse non rinnovabili del pianeta. Le rivendicazioni ecologiste e contro il cambiamento climatico devono essere un asse centrale del sindacalismo combattivo. I sindacalisti non possono vedere gli ecologisti come loro nemici, e viceversa. Tutte e tutti patiamo le conseguenze del cambiamento climatico ed è necessario agire collettivamente.

È sbagliato pensare che possiamo combattere il cambiamento climatico solo partendo dalla modifica delle abitudini individuali – soprattutto quando metà della popolazione mondiale vive in una condizione di “sotto-consumo cronico” – ed è anche sbagliato pensare che possiamo lottare contro il cambiamento climatico solo attraverso soluzioni tecnologiche e scientifiche. Sono necessari cambiamenti strutturali nei modelli di produzione dei beni, dell’energia, etc. In questa direzione, le iniziative che dal locale producono alternative pratiche al modello dominante di consumo, produzione ed energetico… hanno un carattere dimostrativo e di formazione delle coscienze che è fondamentale sostenere.

Per sua natura, parlare di come affrontare il cambiamento climatico significa discutere di strategia, di auto-organizzazione, di pianificazione e dei compiti che quelle e quelli, tra noi, che si reputano anticapitalisti devono svolgere.

DONNE DI MAIS

 2010. Si calcola che nei paesi del Sud del mondo ricada sulle donne tra il 60 e  l’80%  della produzione alimentare (un 50% a livello mondiale): sono esse che si occupano della lavorazione della terra, della manutenzione delle sementi, della raccolta e dell’acqua. Sono loro che portano avanti le coltivazioni di alimenti, quali riso, grano e mais, che sfamano le popolazioni più povere del Sud del mondo, ma nonostante il loro ruolo fondamentale sono proprio le donne, insieme ai bambini, coloro che soffrono di più la fame.
Per secoli le donne contadine sono state responsabili dei molteplici compiti domestici portati avanti contemporaneamente al lavoro nei campi per l’auto consumo e la vendita delle eccedenze dell’orto, dovendosi dunque far carico del triplice lavoro riproduttivo, produttivo e comunitario ed occupando nonostante tutto una sfera privata assolutamente invisibile. Al contrario, le principali transazioni economiche agricole, sono state tradizionalmente compito degli uomini, che hanno rivestito da sempre un ruolo dominante nella sfera pubblica contadina partecipando alle fiere per la compravendita di animali e la commercializzazione dei prodotti del campo.

Questa divisione dei ruoli ha così da sempre assegnato alle donne la cura della casa, dell’educazione e della salute della famiglia ed agli uomini l’amministrazione delle terre e dei macchinari – in sostanza la “tecnica” – mantenendo intatti i ruoli predefiniti come maschili e femminili che ancora oggi perdurano nella nostra società.

In molte regioni del Sud del mondo, come America Latina, Africa sub-sahariana e  sud Asia, esiste una notevole “femminizzazione” del lavoro agricolo salariato. Tra il 1994 e il 2000 si è registrata una forte presenza femminile (circa l’83%) nel settore dell’esportazione agricola non tradizionale, ma con una divisione di genere di fondo: nelle piantagioni le donne realizzavano compiti non qualificati come la raccolta e l’impacchettamento, mentre agli uomini era assegnato il controllo delle piantagioni.

L’incorporazione della donna in un ambito lavorativo retribuito implica però un doppio sforzo dovendo esse farsi carico contemporaneamente della sfera lavorativa e familiare. Inoltre la loro attività professionale risulta per la maggior parte delle volte precaria, con bassi compensi e condizioni lavorative peggiori dei loro colleghi uomini, obbligandole a lavorare più tempo per raggiungere gli stessi guadagni.

Un altro problema presente è l’accesso alla terra. In vari paesi del Sud del mondo sono le leggi stesse a proibire questo diritto e, dove a livello legale è permesso, sono le tradizioni e le consuetudini che lo impediscono. Anche in Europa, ad esempio, sono molte le contadine che non vedono riconosciuti i loro diritti e nonostante lavorino come i loro colleghi uomini ad esse non viene concessa la titolarità della proprietà, il pagamento della previdenza sociale, ecc. Di conseguenza, al momento della pensione, le donne non possono contare su alcuna remunerazione post lavorativa, sussidio o assegno.

Il crollo del lavoro nei campi nei paesi del Sud del mondo e l’intensificazione della migrazione verso le città hanno provocato un fenomeno di “decontadinizzazione” delle zone rurali  di cui le donne sono una componente essenziale: questi flussi migratori nazionali ed internazionali provocano la disarticolazione e l’abbandono delle famiglie, della terra e dei processi di produzione e al tempo stesso aumentano il carico di lavoro familiare e comunitario delle donne che rimangono. Nei Paesi come Stati Uniti e Canada o in Europa le donne immigrate ricoprono i lavori che anni addietro realizzavano le donne del posto, dovendo assumere un eccessivo carico di lavoro: si viene così a riprodurre una spirale di oppressione e a creare una sorta di invisibilità dei servizi, oltre che sovraccaricare i costi sociali ed economici che gravano sulle comunità di origine delle donne migranti.

Nei paesi occidentali l’incorporazione delle donne nel mercato lavorativo e l’invecchiamento della popolazione hanno portato ad un’importazione massiva di mano d’opera femminile dai paesi del Sud del mondo, destinata ai lavori remunerati di cura della casa e della famiglia, vista l’inesistente risposta da parte dello Stato a questi bisogni.

Di fronte a questo modello agricolo neo-liberale, intensivo e non sostenibile, che si è dimostrato totalmente incapace di soddisfare i bisogni alimentari delle persone e di rispettare l’ambiente, nonchè particolarmente violento con le donne, viene proposta come alternativa il modello della sovranità alimentare. Si tratterebbe di recuperare il nostro diritto a decidere su cosa, come e dove si produce ciò che mangiamo, della riappropriazione della terra, dell’acqua e delle sementi da parte dei contadini e di combattere il monopolio lungo la catena agroalimentare.

È necessario che la sovranità alimentare sia profondamente femminista ed internazionalista visto che sarà possibile ottenerla solo a partire dalla piena uguaglianza tra uomini e donne e il libero accesso ai mezzi di produzione, distribuzione e consumo degli alimenti, così come a partire dalla solidarietà tra i popoli, lontano da proclamazioni scioviniste.

É necessario rivendicare il ruolo delle contadine nella produzione agroalimentare, riconoscere il ruolo delle “donne di mais” che lavorano la terra facendo dell’invisibile una cosa visibile e promuovere alleanze tra donne che vivono in un contesto rurale ed urbano da nord a sud. Globalizzare la resistenza. Al femminile.

UN’ALTRA AGRICOLTURA PER UN ALTRO CLIMA

2009. Il modello attuale della produzione agricola e dell’allevamento industriale contribuisce ad approfondire la crisi ecologica globale con un impatto diretto nella creazione del cambio climatico. Anche se a prima vista non lo sembri, la agroindustria è una delle principali fonti di emissione di gas ad effetto serra.

Così lo ha manifestato la campagna “ Non mangiarti il mondo”, nel quadro delle mobilizzazioni di questi giorni con motivo della riunione delle Nazioni Uniti a Barcellona sul cambiamento climatico, previa al summit cruciale a Copenhagen (COP15) a dicembre, dove si approverà un nuovo trattato che sostituirà quello di Kyoto.
In base alla campagna, tra un 44 e un 57% delle emissioni dei gas ad effetto serra sono provocate dall’attuale modello di produzione, distribuzione e consumo di alimenti. Una cifra risultante dalla somma delle emissioni causate dalle attività strettamente agricole ( 11- 15%), dalla deforestazione (15-18%), dall’elaborazione, trasporto e refrigerazione degli alimenti ( 15- 20%) e dai residui organici (3-4%).
E non possiamo dimenticare gli elementi che caratterizzano questo sistema di produzione degli alimenti: intensivo, industriale, chilometrico, non locale e petro- dipendente. Vediamo dettagliatamente.

Intensivo: perché porta avanti un sovra sfruttamento dei suoli e delle risorse naturali che finiscono per generare la liberazione di gas ad effetto serra da parte dei boschi, campi coltivati e prati. All’ anteporre la produttività, prima della cura del medio ambiente e la rigenerazione della terra, si rompe un equilibrio attraverso il quale i suoli catturano e conservano carbonio, contribuendo alla stabilità climatica.

Industriale: perché consiste nel modello di produzione meccanico, con l’uso di agrochimici, mono coltivi, ecc. L’uso di grandi trattori per arare la terra e processare il cibo contribuisce alla liberazione di altro Co2 . I fertilizzanti usati in agricoltura e nell’allevamento moderno producono una importante quantità di ossido nitroso, una delle fonti principali di emissioni di gas serra. Allo stesso modo, bruciare i boschi , le selve….per trasformarli in prati o mono coltivi finisce per colpire gravemente la biodiversità e contribuisce a liberare una quantità massiccia di carbonio.
Chilometrico e petro dipendente, perché si tratta di produrre le merci non in loco alla ricerca della mano d’opera più economica e della legislazione medio ambientale più lassa. Gli alimenti che consumiamo percorrono mille di chilometri prima di arrivare sulla nostra tavola con l’impatto ambientale che ne consegue. Si calcola attualmente, che la maggior parte degli alimenti percorrono tra i 2.500 e 4.000 chilometri prima di essere consumati, un 25% in più rispetto al 1980. Ci troviamo di fronte ad una situazione totalmente insostenibile dove, per esempio, l’energia per inviare qualche lattuga dall’ Almeria in Olanda è tre volte superiore a quella usata per coltivarla, allo stesso modo che consumiamo alimenti che provengono dall’altra parte del mondo quando molti di questi si coltivano anche a livello locale.
L’allevamento industriale è un altro dei principali causanti dei gas serra e la sua crescita ha significato una maggiore deforestazione con un 26 % delle superficie terrestri dedicate a prati e il 33% della produzione di grano per mangime. Le loro percentuali di emissioni equivalgono al 9 % di quelle di Co 2 ( principalmente per la deforestazione), il 37 % di quelle di metano ( per la digestione dei ruminanti) ed il 65 % di ossido di nitroso ( per lo sterco).
Questo modello di alimentazione chilometrica e viaggiante, così come l’uso di agrochimici derivati dal petrolio, implica una forte dipendenza dalle risorse fossili. Di conseguenza, nella misura in cui il modello produttivo agricolo e dell’allevamento industriale dipendano fortemente dal petrolio, la crisi alimentare, la crisi energetica e la crisi climatica sono intimamente relazionate.
Ma nonostante questi dati, possiamo fermare il cambio climatico, e come segnala il centro d’investigazione GRAIN, la agricoltura contadina locale e agro ecologica possono contribuire in modo determinante. Si tratta di ridare alla terra la materia organica che le è stata tolta, che la rivoluzione verde ha prosciugato i suoli con l’uso intensivo di fertilizzanti chimici, pesticidi, ecc. Per farlo, basta scommettere su tecniche agricole sostenibili che possano aumentare gradualmente la materia organica della terra di un 2 % in un periodo di 50 anni, restituendo la percentuale eliminata fin dagli anni 60.
E’ necessario scommettere per un modello di produzione diversificato, incorporando praterie e concime verde, integrando di nuovo la produzione animale nella coltivazione agricola, con alberi e piante selvagge, così come promuovere circuiti corti di commercializzazione e la vendita diretta nei mercati locali. Con queste pratiche, si calcola che sarebbe possibile catturare fino ai 2/3 dell’attuale eccesso di CO2 nell’atmosfera. Il movimento internazionale della Via Campesina ce l’ha ben in chiaro quando segnala che “ la agricoltura contadina può raffreddare il pianeta”.
Allo stesso modo, bisogna denunciare le false soluzioni del capitalismo verde al cambio climatico come l’energia nucleare , gli agro combustibili e altre, così come le lobby aziendali che cercano di mercantilizzare il trattato di Copenaghen . Da diversi movimenti sociali si esige “ giustizia climatica” di fronte al meccanismo di mercato incorporati nel protocollo di Kyoto e che avrà continuità a Copenaghen. Una giustizia climatica che deve andare di pari passo con la “giustizia sociale”, unendo la lotta contro la crisi ecologica globale con la lotta contro la crisi economica che colpisce grandi settori popolari, in base ad una prospettiva anticapitalista ed eco socialista. Perché il clima cambi, bisogna cambiare il mondo.

 

MONSANTO IL SEME DEL DIAVOLO

2013.  “Il seme del diavolo”. È così che il presentatore di un popolare canale statunitense HBO, Bill Maher, in uno dei suoi programmi e in riferimento al dibattito sugli Organismi Geneticamente Modificati, ha battezzato la multinazionale Monsanto. Perché? Si tratta di un’affermazione esagerata? Cosa nasconde questa grande industria di semi? La scorsa domenica, per l’appunto, è stata la giornata mondiale di lotta contro la Monsanto. Migliaia di persone in tutto il pianeta hanno manifestato contro le politiche della compagnia.

La Monsanto è una delle maggiori imprese al mondo e la numero uno nelle sementi transgeniche. Nel mondo, il 90% delle coltivazioni modificate geneticamente possiedono loro tracce biotecnologiche. Un potere totale e assoluto. La Monsanto è leader nella commercializzazione di sementi e controlla il 26% del mercato. Segue la DuPont Pioneer, con il 18%, e Syngenta, con il 9%. Solamente queste tre imprese controllano più della metà del mercato, con il 53% dei semi che sono comprati e venduti su scala mondiale. Le dieci maggiori controllano il 75% del mercato, secondo i dato del Gruppo ETC. Ciò che gli conferisce un potere enorme al momento di imporre ciò che si coltiva e, di conseguenza, ciò che si mangia. Una concentrazione impresariale che è aumentata negli ultimi anni e che erode la sovranità alimentare.

I profitti di queste imprese non conoscono limiti e il loro obiettivo è quello di mettere fine alle sementi locali e antiche, che ancora oggi hanno un peso significativo, soprattutto nelle comunità rurali dei paesi del Sud. Alcune sementi native rappresentano una minaccia per quelle ibride e transgeniche delle multinazionali, che privatizzano la vita e impediscono alla classe contadina di ottenere le proprie sementi, convertendoli in “schiavi” delle compagnie private, senza contare il loro negativo impatto ambientale, con la contaminazione di altre piantagioni, e sulla salute delle persone.

La Monsanto non ha risparmiato risorse per porre fine alle sementi contadine: azioni legali contro gli agricoltori che tentano di conservarle, monopolio dei brevetti, sviluppo di tecnologie di sterilizzazione genetica dei semi, ecc. Si tratta di controllare l’essenza degli alimenti e, così, aumentare la propria quota di mercato.

L’introduzione nei paesi del Sud, soprattutto in quelle comunità contadine ancora capaci di contare sulle proprie semenze, è una priorità per queste compagnie. In tal modo, le multinazionali dei semi hanno intensificato l’acquisto e le alleanze con imprese del settore, principalmente in Africa e India. Hanno puntato su coltivazioni destinate ai mercati del Sud Globale e hanno promosso politiche per disincentivare le riserve di sementi. La Monsanto, come riconosciuto dalla sua principale rivale DuPont Pioneer, è l’“unica guardia” del mercato dei semi, controllando, per esempio, il 98% della commercializzazione della soia transgenica tollerante erbicidi e del 79% del mais, come dispone la relazione  “Chi controlla i fattori di produzione agricoli?”. Questo gli garantisce abbastanza potere nella determinazione del prezzo dei semi, indipendentemente dai suoi concorrenti.

Semi e pesticidi

Tuttavia, siccome la Monsanto non è in grado di controllare in modo sufficiente le sementi, per chiudere il circolo, cerca anche di dominare ciò che si applica nelle sue coltivazioni: i pesticidi. La Monsanto è la quinta impresa agrochimica al mondo e controlla il 7% del mercato degli insetticidi, erbicidi, fungicidi, ecc., dietro altre imprese, a loro volta, leader nel mercato dei semi, come la Syngenta, che domina il 23% del business degli agrofarmaci, Bayer il 17%, BASF il12% e Dow Agrosciences quasi il 10%. Quindi, cinque imprese controllano il 69% dei pesticidi chimici sintetici che sono utilizzati nelle piantagioni su scala mondiale. Gli stessi che vendono ai contadini le sementi ibride e transgeniche, forniscono anche i pesticidi da utilizzare. Un affare a tutto tondo.

L’impatto ambientale e sulla salute delle persone è drammatico. Nonostante le imprese sottolineino il carattere “amichevole” di questi prodotti nei confronti della natura, la realtà è esattamente il contrario. Al momento attuale, dopo anni di forniture di erbicidi della Monsanto, Roundup Ready, a base di glifosato, che già nel 1976 è stato l’erbicida più venduto al mondo, secondo i dati della stessa compagnia, e che viene applicato alle sementi della Monsanto geneticamente modificate per tollerare tale erbicida, è noto che mentre questo prodotto mette fine alle erbe infestanti, molte altre hanno sviluppato resistenze. Secondo i dati del Gruppo ETC, si stima che solamente negli Stati Uniti sono già sorti all’incirca 130 tipi di erbacce resistenti ad erbicidi, in 4,45 milioni di ettari di piantagioni. Questo ha portato ad un aumento dell’uso di erbicidi, con applicazioni più frequenti e dosi più elevate per combatterle, con la conseguente contaminazione dell’ambiente circostante.

Le denunce di contadini e comunità colpite dall’uso sistematico di pesticidi chimici sintetici è costante. In Francia, inoltre, il Parkinson viene considerato un’infermità del lavoro agricolo, causato dall’uso di agrofarmaci, dopo che, nel 2012, il contadino Paul François ha vinto la battaglia giudiziale contro la Monsanto, nel Tribunale di Lione, ed è riuscito a dimostrare che il suo erbicida Lasso era responsabile di averlo intossicato e reso invalido. Una sentenza storica che ha permesso un avanzo nella giurisprudenza.

Il caso delle Madri di Ituzaingó, uno dei quartieri nelle vicinanze della città argentina di Cordoba, circondata da campi di soia, in lotta contro le fumigazioni, ne rappresenta un altro esempio. Dopo dieci anni dalla denuncia e dopo aver osservato come il numero di malati di cancro e bambini con malformazioni nel quartiere non si fermava, ma al contrario, aumentava – su cinque mila abitanti, duecento avevano un cancro -, sono riusciti a dimostrare il legame tra queste infermità e gli agrochimici utilizzati nelle piantagioni di soia nei suoi dintorni (endosulfano della DuPont e glifosato del Roundup Ready della Monsanto). La giustizia ha proibito, grazie alle mobilizzazioni, la fumigazione con agrofarmaci vicino alle aree urbane. Questi sono solo due dei molti casi che è possibile riscontrare in tutto il pianeta.

I paesi del Sud, adesso, sono il nuovo obiettivo delle imprese agrochimiche. Mentre le vendite globali di pesticidi hanno registrato una riduzione negli anni 2009 e 2010, il loro uso nei paesi periferici è aumentato. In Bangladesh, per esempio, l’uso di pesticidi è cresciuto del 328% negli anni 2000, con il consecutivo impatto sulla salute dei contadini. Tra il 2004 e il 2009, l’Africa e il Medio Oriente hanno registrato il maggior consumo di pesticidi. In America Centrale e del Sud si attende un aumento del consumo nei prossimi anni. In Cina, la produzione di agrochimici ha raggiunto, nel 2009, due milioni di tonnellate, più del doppio rispetto al 2005, secondo quanto riportato dal rapporto “Chi controlla l’economia verde?”. Gli affari come al solito.

Una storia di terrore

Però, da dove nasce questa impresa? La Monsanto venne fondata nel 1901 dal chimico John Francis Queeny, proveniente dall’industria farmaceutica. La sua storia è la storia della saccarina e dell’aspartame, del PCB, dell’agente arancio, dei transgenici. Tutti prodotti, nel corso degli anni, da questa impresa. Una storia di terrore.

La Monsanto si costituì come impresa chimica e, alle sue origini, il suo prodotto di punta era la saccarina, che distribuiva all’industria alimentare, soprattutto, alla Coca-Cola, di cui è stata una dei principali fornitori. Con il tempo, ampliò gli affari alla chimica industriale, diventando, negli anni Venti, uno dei maggiori fabbricanti di acido solfurico. Nel 1935, assorbì l’impresa che commercializzava policlorobifenili (PCB), utilizzato nei trasformatori dell’industria elettrica. Negli anni Quaranta, la Monsanto focalizzò la sua produzione nelle plastiche e nelle fibre sintetiche e, nel 1944, cominciò a produrre chimici agricoli come il pesticida DDT.

Negli anni Sessanta, insieme ad altre imprese del settore, come la Dow Chemical, venne contrattata dal governo degli Stati Uniti per produrre l’erbicida agente arancio, utilizzato nella guerra del Vietnam. In quel periodo, si unì, inoltre, all’impresa Searla, che aveva scoperto il dolcificante non calorico, l’aspartame. La Monsanto è stata anche produttrice dell’ormone sintetico somatotropina responsabile della crescita bovina. Negli anni Ottanta e Novanta, la Monsanto puntò sull’industria agrochimica e transgenica, fino a diventare l’indiscusso numero uno dei semi geneticamente modificati.

Attualmente, molti dei prodotti prodotti made by Monsanto sono stati proibiti, come il PCB, l’agente arancio o il DDT, accusati di provocare danni alla salute umana e all’ambiente. L’agente arancio, nella guerra del Vietnam, è stato responsabile della morte e mutilazione di decine di migliaia di persone, così come della nascita di bambini con malformazioni. La somatotropina bovina, inoltre, è vietata in paesi come Canada, Europa, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, nonostante venga permessa negli Stati Uniti. Lo stesso avviene con le coltivazioni transgeniche, onnipresenti nell’America del Nord ma proibite nella maggior parte dei paesi europei, escluso, ad esempio, lo Stato spagnolo.

La Monsanto si muove come un pesce nell’acqua nello scenario del potere. Questo risulta chiaro secondo Wikileaks, dopo aver filtrato oltre 900 messaggi che mostravano come l’amministrazione degli Stati Uniti ha speso enormi risorse pubbliche per promuovere la Monsanto e i transgenici in moltissimi paesi, per mezzo delle sue ambasciate, del Dipartimento dell’Agricoltura e della sua agenzia di sviluppo USAID. La strategia consisteva in conferenze “tecniche”, giornalisti disinformati, funzionari e formatori di opinione, così come pressioni bilaterali per adottare legislazioni favorevoli e aprire il mercato a imprese del settore, ecc. In Europa, su questo argomento, il governo spagnolo è il principale alleato degli Stati Uniti.

Combattere

Di fronte a tutte queste assurdità, sono molti quelli che non rimangono in silenzio e affrontano la questione. Migliaia sono le resistenze contro la Monsanto in tutto il mondo. Il 25 maggio è stata dichiarata giornata mondiale contro questa compagnia e centinaia di manifestazioni e azioni di protesta sono state realizzate in tutto il mondo. Nel 2013, venne realizzata la prima convocazione, migliaia di persone sono scese in piazza nelle varie città di 52 differenti paesi, dall’Ungheria al Cile, passando per l’Olanda, per la Spagna, Belgio, Francia, Africa del Sud, Stati Uniti, tra gli altri, per mostrare il profondo rifiuto delle politiche della multinazionale. La scorsa domenica, giorno 25, la seconda convocazione, meno affollata, ha registrato azioni in 49 paesi.

L’America Latina è, in questo momento, uno dei principali fronti di lotta contro la compagnia. In Cile, la mobilizzazione ha ottenuto, nel marzo del 2014, la cancellazione della conosciuta Legge Monsanto, che pretendeva di facilitare la privatizzazione delle sementi locali per lasciarle nelle mani dell’industria. Un’altra grande vittoria è stata ottenuta in Colombia, l’anno scorso, quando la massiccia paralizzazione agraria, nell’agosto del 2013, è riuscita a ottenere la sospensione della Risoluzione 970, che obbligava i contadini ad usare esclusivamente sementi private, comprate da imprese di agribusiness, e impediva che venissero conservate le proprie semenze[anche se la questione è molto più complessa]. In Argentina, i movimenti sociali stanno lottando contro un’altra Legge Monsanto, che il paese pretende approvare subordinando la politica nazionale in relazione alle sementi alle esigenze delle imprese transnazionali. Più di 100mila argentini hanno già firmato contro questa legge, nell’ambito della campagna “No alla privatizzazione delle sementi”.

In Europa, la Monsanto vuole aprofittare adesso dello spazio che si aprirà con le negoziazioni del Trattato di Libero Commercio tra Unione Europea e Stati Uniti (TTIP), per fare pressioni in funzione dei suoi interessi privati e poter legiferare al di sopra della volontà dei paesi membri, la maggior parte dei quali è contraria all’industria transgenica. Speriamo che le resistenze in Europa contro il TTIP non tardino ad arrivare.

La Monsanto è il seme del diavolo, senza ombra di dubbi.

Articolo pubblicato su Pùblico.es il 29/05/2014. Traduzione di Elena Schembri, Contropiano.org.

 

I SUPERMERCATI E LA CRISI DEI GENERI ALIMENTARI

2009. La crisi dei generi alimentari ha lasciato senza cibo milioni di persone nel mondo. Agli 850 milioni di persone che soffrono la fame, la Banca Mondiale ne ha aggiunti altri 100 in seguito alla crisi attuale. Questo “tsunami” della carestia non ha nulla di naturale, al contrario, è il risultato delle politiche neoliberali imposte da decenni dalle istituzioni internazionali. Oggi il problema non è la mancanza di generi alimentari in quantità sufficiente, bensì l’impossibilità di avere accesso a tali generi alimentari per via dei prezzi troppo alti.

Questa crisi dei generi alimentari lascia dietro di sé una lunga lista di vincitori e perdenti. Tra i più colpiti troviamo le donne, i bambini, i contadini espulsi dalle loro terre, i poveri d’ambiente urbano…In definitiva, le persone che costituiscono la massa degli oppressi del sistema capitalista. Tra i vincitori troviamo le multinazionali dell’industria agroalimentare che controllano dall’inizio alla fine tutta la catena di produzione, di trasformazione e commercializzazione dei generi alimentari. Quindi, se la crisi alimentare colpisce principalmente i paesi del Sud, le multinazionali assistono a una forte crescita dei loro introiti.

Monopoli
La catena agroalimentare è controllata in ogni sua fase (semenze, fertilizzanti, trasformazione, distribuzione, ecc) dalle multinazionali che accumulano introiti elevati grazie a un modello agro-industriale liberalizzato e senza regole. Un sistema che conta, con il sostegno esplicito delle élite politiche e delle istituzioni internazionali che mettono i profitti di queste imprese al di sopra della soddisfazione dei bisogni alimentari delle persone e del rispetto dell’ambiente.

La grande distribuzione si caratterizza per un alto livello di concentrazione capitalista, come in altri settori. In Europa, tra il 1987 e il 2005, la porzione di mercato delle 10 maggiori multinazionali di distribuzione, rappresentava il 45% del totale e si prevede che raggiungerà il 75% nei prossimi 10-15 anni. In paesi come la Svezia, tre catene di supermercati controllano circa il 91% del mercato e in Danimarca, Belgio, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Argentina, un pugno d’imprese domina tra il quarantacinque e il 60% del mercato.

Le megafusioni sono all’ordine del giorno in questo settore. In questo modo, le grandi multinazionali installate nei paesi occidentali, assorbono le catene più piccole in tutto il pianeta, assicurandosi un’espansione su scala mondiale, in particolar modo nei paesi del Sud.

Questa concentrazione monopolistica permette di garantire un controllo importante di quello che consumiamo, dei loro prezzi, della provenienza e del modo in cui i prodotti sono elaborati, con quali ingredienti ecc. Nel 2006, la seconda maggior impresa mondiale per volume di vendite, è stata Wal-Mart e tra i top 50 mondiali di queste aziende, figura anche Carrefour, Tesco, Kroger, Royal Ahold e Costco. La nostra alimentazione dipende ogni giorno di più dagli interessi di queste grandi catene di vendita al dettaglio e il loro potere si mette in evidenza drammaticamente nelle situazioni di crisi.

Di fatto, nell’aprile 2008, di fronte alla crisi alimentare mondiale, le due più grandi catene di supermercati degli Stati Uniti, Sam’s Club (proprietà di Wal-Mart) e Costco, hanno scelto di razionare la vendita di riso nelle loro aziende per gonfiare i prezzi. Da Sam’s Club è stata limitata la vendita di riso a tre varietà (basmati, gelsomino/”jasmin” e grano lungo) come pure la vendita di sacchi di riso da 9 kg a 4 kg per cliente. Da Costco, la vendita di farina e di riso è stata limitata. In Gran Bretagna, Tilda (principale importatore di riso basmati a livello mondiale) ha anch’esso stabilito delle restrizioni di vendita. Con queste misure è stata messa in evidenza la capacità delle grandi catene di distribuzione di influenzare l’acquisto e la vendita di determinati prodotti, di limitare la loro distribuzione al fine di influenzare la formazione dei prezzi. Un fatto che non si era più verificato negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale quando erano state imposte restrizioni sul petrolio, sulla gomma e sulle lampadine, ma non sui generi alimentari.

Cambiamenti di abitudini
Un’altra dinamica che è stata messa in rilievo con la crisi alimentare è stata quella del cambiamento di abitudini all’atto dell’acquisto. Di fronte alla necessità dei clienti di stringere la cintura e di andare nei negozi con i prezzi più bassi, le catene di discount sono state vincenti. In Italia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e Francia, questi supermercati hanno visto aumentare le vendite dal 9% al 13% nel primo trimestre del 2008, rispetto all’anno precedente.

Un altro fattore che indica il cambiamento delle tendenze è l’aumento delle vendite degli elettrodomestici che ammontano, secondo le cifre del primo trimestre del 2008, in Gran Bretagna, al 43,7% del volume totale delle vendite, al 32,8% in Spagna, 31,6% in Germania e in Portogallo e al 30% circa, in Francia. Sono appunto questi elettrodomestici che offrono i maggiori introiti alle grandi catene di distribuzione e che permettono una più vasta fidelizzazione della clientela.
Tuttavia, al di là del ruolo che può avere la grande distribuzione in una situazione di crisi (con la restrizione della vendita di certi prodotti, i cambiamenti di abitudini d’acquisto, ecc), questo modello di distribuzione esercita a livello strutturale un controllo stretto che ha un impatto negativo sulle varie figure partecipano alla catena di distribuzione alimentare: contadini, fornitori, consumatori, lavoratori, ecc. Di fatto, l’apparizione dei supermercati, centri commerciali, catene discount, express, ecc, nel corso del XX secolo, ha contribuito alla commercializzazione delle nostre abitudini alimentari e alla sottomissione dell’agricoltura e dell’alimentazione alla logica del capitale e del mercato.

 

COMMERCIO EQUO E SOVRANITA’ ALIMENTARE

2010. Al giorno d’oggi quando si parla di commercio equo e solidale è impossibile non parlare della sovranità alimentare. Entrambi i concetti sono strettamente relazionati e perciò indivisibili.

Con commercio equo e solidale si intendono il rispetto di una serie di criteri dall’inizio del processo di produzione come ad esempio attenzione per l’ambiente, il pagamento di un salario dignitoso e l’uguaglianza di genere; allo stesso tempo si rivendica l’applicazione di questi parametri a tutte le componenti della catena commerciale. Che senso avrebbe difatti stabilire criteri solo per il produttore e non per il punto vendita? Questi parametri di giustizia sociale ed ambientale, che devono essere rispettati lungo tutto il “ciclo di vita” di un prodotto, sono strettamente legati al principio della sovranità alimentare.

La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a controllare le proprie politiche agricole ed alimentari: cosa coltivare, cosa mangiare e come commercializzarlo; produrre a livello locale rispettando il territorio ed avere il controllo delle risorse naturali come acqua, sementi, terra…

Oggigiorno la produzione agricola risponde unicamente alla fame di guadagno capitalista delle multinazionali e delle élite politiche che le proteggono; ciò che mangiamo viene deciso da interessi economici che non si preoccupano dei bisogni alimentari e dei limiti di produzione della terra; le risorse naturali sono nella maggior parte dei casi privatizzate. Gli alimenti sono stati trasformati in una mercanzia il cui scopo principale, quello di alimentare, è rimasto in secondo piano.

Questi principi di sovranità alimentare applicati al commercio equo e solidale ci portano a parlare di un commercio equo locale, eccezione fatta per quei prodotti che non vengono coltivati nel nostro territorio; di un commercio equo rispettoso dell’ambiente e controllato dalle comunità; di un commercio equo che combatte contro politiche neo liberali e multinazionali.

Solo in questo modo potremmo parlare di un commercio equo e solidale locale in tutto il mondo: mangiando frutta e verdura di stagione prodotta da agricoltori in base a principi di giustizia sociale ed ambientale nonché accedendo ai prodotti attraverso i mercati locali e la rete di economia solidale. Allo stesso modo potremmo parlare di un commercio equo internazionale da nord a sud per tutti quei prodotti che non si producono a livello locale: se acquistiamo prodotti come caffè, zucchero o quinoa, dovremo assicurarci che rispondano a questi principi di sovranità alimentare e la loro commercializzazione internazionale risulti come un complemento alla loro distribuzione locale, così come l’acquisto di questi prodotti in negozi equo e solidali ci garantisce la trasparenza e la giustizia lungo la filiera produttiva e commerciale del prodotto.

Cosa possiamo dire dunque di un caffè equo e solidale che troviamo negli scaffali di un supermercato? Di un miele che arriva dall’Ecuador? Delle banane provenienti da una grande piantagione latinoamericana con certificazione corrispondente? È questo commercio equo e solidale? Se prendiamo come principio quello della sovranità alimentare, nessuno di questi prodotti lo è.

Le grandi aziende agricole che basano il loro commercio sullo sfruttamento dei loro lavoratori, sull’estorsione ai contadini e ai fornitori e un consumismo irresponsabile non porteranno mai ad un commercio equo e solidale. L’importazione di miele dall’Ecuador, anche se è stato prodotto con criteri attenenti alla sostenibilità e il conseguente impatto ambientale, non è giustificata nella misura in cui possiamo acquistare miele di produzione locale prodotto con gli stessi parametri. Il fatto che piantagioni di banane nelle mani dell’industria agroalimentare, come Chiquita e Dole, producano banane con il bollino del commercio equo, mentre altre aziende agricole sfruttano i loro lavoratori uccidendo la produzione locale, neanche questo può essere considerato commercio equo e solidale.

Il raggiungimento della sovranità alimentare e di un commercio equo e solidale sarà possibile solo con il lavoro sinergico di organizzazioni a base contadina, di consumatori, sindacali, ecologiste, ecc. che scommettono su un altro modello di agricoltura, commercio e consumo al servizio delle persone e dell’ambiente. Per raggiungerlo l’alleanza campagna-città da nord a sud è imprescindibile.

 

IL POTERE DEI SUPERMERCATI

2014. La grande distribuzione commerciale (supermercati, ipermercati,catene di ipersconto…) negli ultimi anni ha subito un forte processo di espansione, di crescita e concentrazione industriale. Le principali aziende di vendita al dettaglio sono entrate a far parte della classifica delle maggiore multinazionali del pianeta, convertendosi in uno degli attori più significativi del processo di globalizzazione capitalista.

La loro apparizione e il loro sviluppo hanno radicalmente cambiato il nostro modo di alimentarci di consumare, subordinando queste basilari necessità a una logica mercantile e agli interessi economici delle grandi aziende del settore. Si produce, si distribuisce e si mangia ciò che viene considerato più redditizio.

“Operazione supermercato”

Nello stato spagnolo, l’apertura del primo supermercato ha avuto luogo nel 1957 a Madrid. Si trattava di un “supermercato senza personale di servizio” di carattere pubblico promosso dal regime franchista sotto il programma “Operazione supermercato” e che importava il modello di distribuzione commerciale statunitense dovuta all’influenza del Piano Marshall. Il suo obiettivo: modernizzare il “patrio commercio”. L’esperienza fu un vero successo, avendo dato luogo in pochissimo tempo a una rete di supermercati pubblici in svariate città, come San Sebastián, Bilbao, Saragozza, Gijón, Barcellona, La Coruña, etc.

Nel 1959, a Barcellona aprì il primo supermercato a capitale privato, fondato dalle famiglie Carbó, Prat e Botet, proprietarie dei commerci d’importazione. Venne battezzato con il nome di Caprabo, sigla composta dalla prima sillaba dei loro cognomi. Come racconta il libro Caprabo 1959-2009, la sua apertura significò un’autentica “rivoluzione” tra i consumatori, attratti soprattutto dal fatto di poter prendere i prodotti da comperare direttamente dagli scaffali. Con il passare del tempo, e grazie all’impulso dello stesso governo franchista, i supermercati privati si imposero, creando una vasta rete di strutture senza personale di servizio in tutto lo stato, mentre quelli di carattere pubblico andarono scomparendo.

Contemporaneamente, in Europa i supermercati erano una realtà emergente. Nel 1957, in Gran Bretagna esistevano 3.750 strutture, nella Repubblica Federale Tedesca 3.183, in Norvegia 1.288 e in Francia 663. Lo stato spagnolo e l’Italia si trovavano in coda, rispettivamente con 3 o 4 strutture. I supermercati erano considerati un simbolo di modernità e progresso. A partire da allora, la loro estensione andò crescendo. Infatti, dieci anni più tardi, nel 1968, il numero dei supermercati sul territorio spagnolo ammontava già a 3.678, mentre vent’anni dopo – nel 1978 – la cifra sommava 13.215 punti vendita. Il loro modello di distribuzione e di vendita al dettaglio venne generalizzato durante il decennio degli anni 80 e 90, arrivando oggigiorno a esercitare un dominio assoluto della distribuzione alimentare.

Per di più, la maggior parte del nostro paniere di acquisto proviene per una forbice tra il 68% e l’80% da supermercati, ipermercati e catene di ipersconto. Secondo la rivista specializzata Alimarket, i dati del 2012 dicono che comperiamo il 68,1% dell’alimentazione confezionata e dei casalinghi in questo tipo di canali, a fronte dell’1,5% acquistato nei negozi tradizionali, del 25,1% negli esercizi specializzati e del 5,3% in altri. Secondo il rapporto Expo Retail 2006, quasi l’82% dell’acquisto di alimenti viene realizzato attraverso la grande distribuzione, il 2,7% in negozi tradizionali, l’11,2% in strutture specializzate e il 4,2% in altri spazi vendita. Di conseguenza, chi consuma ha sempre meno punti di accesso agli alimenti, e chi produce sempre meno opportunità di arrivare al consumatore. Il potere di vendita dei supermercati è totale.

Tanto potere in poche mani

È una distribuzione moderna che, per giunta, concentra il proprio peso su pochissime aziende. Di fatto, la maggior parte dei nostri acquisti nel supermercato vengono portati a termine in soltanto sei catene, che controllano il 60% di tale mercato. E si tratta di: Mercadona, con un 23,8% di quota del mercato; Carrefour, con l’11,8%; Eroski (che comprende Caprabo), con un 9,1%; Dia, con un 6%; Alcampo (che integra i supermercati Sabeco), con un 5,9%; e infine El Corte Inglés (con SuperCor e OpenCor), con un 4,3%. Dietro di loro seguono Lidl, Consum, AhorraMás e DinoSol, che nell’insieme costituiscono le dieci principali aziende del settore. Non era mai accaduto che la distribuzione alimentare si fosse concentrata in così poche mani.

In Europa, la dinamica è la stessa. Secondo dati del 2000, nell’intero continente le dieci principali catene di supermercati controllavano più del 40% della quota di mercato. Si calcola che la concentrazione attuale sia addirittura superiore. Secondo un rapporto di Veterinari Senza Frontiere, in paesi come la Svezia, tre sole aziende di supermercati monopolizzano all’incirca il 95% della distribuzione; e in paesi come Danimarca, Belgio, Francia, Olanda e Gran Bretagna, poche aziende dominano tra il 60% e il 45% del totale.

Nello stesso modo, alcune delle maggiori fortune di denaro in Europa sono vincolate alla storia della grande distribuzione. In Germania, fino al 16 luglio 2014 – data della sua morte – la persona più ricca del paese è stata Karl Albrecht, fondatore e comproprietario dei supermercati Aldi. Dopo il suo decesso, al primo posto è passato Dieter Schwarz, proprietario del gruppo Schwarz, che comprende le catene di supermercati Kaufland e Lidl. In Francia, il secondo maggior patrimonio personale è nelle mani di Bernard Arnault, proprietario del gruppo di articoli di lusso LVMH e con una partecipazione molto importante in Carrefour. Senza allontanarsi troppo, nello stato spagnolo, al secondo posto della classifica delle grandi fortune si trova Juan Roig, proprietario di Mercadona.

La “teoria dell’imbuto”

Ed è una concentrazione chiaramente visibile nella cosiddetta “teoria dell’imbuto”: migliaia di agricoltori da una parte e milioni di consumatori dall’altra, mentre talmente poche aziende della grande distribuzione a controllare la maggior parte del commercio alimentare. Prendiamo a esempio lo stato spagnolo. All’estremità superiore dell’imbuto si contano circa 720.000 agricoltori e persone che lavorano nel settore agrario, mentre nella parte inferiore ci sono 46 millioni di abitanti e consumatori; in mezzo, 619 aziende e gruppi del settore della distribuzione alimentare (con in testa Mercadona, Carrefour, Grupo Eroski, Dia, Alcampo, El Corte Inglés, Lidl, Consum, AhorraMás, Makro, Gadisa, Grupo El Árbol, Condis, Bon Preu, Aldi, Alimerka) a determinare il rapporto tra i primi due. Con un dato da tenere in conto: di queste 619 aziende, solo le prime 50 controllano il 92% del totale della quota di mercato.

Sono queste aziende a determinare quale prezzo pagare all’agricoltore per i prodotti e quale sia il costo per noi al “super”, provocando il paradosso secondo cui il contadino riceve sempre meno denaro per ciò che vende e noi, in qualità di consumatori, paghiamo sempre di più. Rimane chiaro chi è che guadagna. Si tratta di un oligopolio, in cui poche aziende controllano il settore, che a sua volta impoverisce l’attività agricola, omogeneizzando ciò che mangiamo, rendendo precarie le condizioni di lavoro, ponendo fine al commercio locale e promuovendo un modello di consumo insostenibile e irrazionale.

Il potere della grande distribuzione è enorme e la nostra alimentazione rimane subordinata ai loro interessi economici. Pensiamo davvero di essere noi a decidere ciò che mangiamo?

 

*Articolo pubblicato su Pùblico.es il 21/08/2014. Traduzione di Francesco Giannatiempo, Tlaxcala-int.org.

SAPPIAMO COSA MANGIAMO?

Se una volta ci vendevano carne di gatto per coniglio, oggi ci vendono carne di cavallo per carne di marzo. Sapere che cosa mangiamo è diventata una cosa sempre più difficile. Il recente scandalo alimentare scatenato dalla scoperta di carne di cavallo in prodotto nei quali vi sarebbe dovuto esserci carne di manzo non fa che mettere ulteriormente in evidenza questa difficoltà. Cannelloni “La Cocinera”; hamburger di Eroski; ravioli e tortellini di carne Buitoni, polpette della  Ikea non sono che alcuni dei prodotti che sono stati ritirati dal mercato. A conferma che noi tutti non abbiamo nessuna  idea di quello che mangiamo.

L’Irlanda e la Gran Bretagna sono state le prime a individuare DNA di cavallo negli hamburger etichettati, teoricamente, come contenenti carne bovina. Supermercati come Teso, Lidl e Aldi, e persino il re degli hamburger Burger King, si sono visti costretti a ritirare questi prodotti  dalle loro strutture commerciali, mentre in Spagna, il governo continuava a negare l’esistenza di casi simili. Eppure, qualche settimana più tardi, l’Organizzazione dei consumatori e degli utenti (OCU) scopriva carne di cavallo negli hamburger di Ersoskie di AhorraMas.

Tutto questo è una chiara conseguenza della globalizzazione alimentare, della delocalizzazione dell’agricoltura e degli alimenti che viaggiano da un posto all’altro. Presto o tardi, le conseguenze di questi scandali arriveranno anche da noi. Il ministero spagnolo dell’agricoltura, dell’alimentazione e dell’ambiente alla fine ha dovuto riconoscere l’esistenza di carne di cavallo in prodotti venduti come carne di vitello. E multinazionali come Nestlé, tra le altre, hanno ritirato i prodotti in questione.

A dispetto del fatto che la sostituzione di una carne con l’altra non porta pregiudizio alla nostra salute, questi casi fanno squillare un campanello d’allarme su quello che mangiamo e su chi tira le fila del sistema alimentare. Una volta ancora tutto ciò dimostra come gli interessi economici di un pugno di imprese dell’agroindustria si impongo a scapito dei bisogni alimentari delle persone. Così, se per loro produrre carne di cavallo costa meno, troverete del cavallo nel vostro piatto.

Inoltre, scoprire dove la frode ha preso inizio diventa una missione impossibile in una catena agroalimentare nella quale, secondo un rapporto degli Amici della Terra, i prodotti alimentari percorrono in media 5000 km prima di arrivare nel nostro piatto. Un hamburger può essere stato fatto con la carne di diecimila mucche e passare attraverso cinque paesi diversi prima di arrivare al supermercato. Dove e quando vi si è intrufolato il cavallo? L’Irlanda ha dapprima accusato la Spagna e in seguito la Polonia. Quando il caso è scoppiato in Francia, il colpevole era una ditta del Lussemburgo che, a sua volta, ha segnalato che la carne veniva dalla Romania. E quest’ultima ha dichiarato che la merce le arrivava da Cipro e dall’Olanda. Impossibile conoscere la verità.

La storia si ripete. E ogni volta che sorge un nuovo scandalo, assistiamo all’incrociarsi di accuse, di allarme sociale, d’impossibilità di conoscere l’origine, ma anche a tonnellate di alimenti buttate nei rifiuti. Fu il caso con l’ Esterichia Coli nei cetrioli, e ancora prima con i polli alla diossina, con la mucca pazza, la peste dei maiali, e una lunga serie di  “eccetera”. E questo si ripeterà di nuovo. Poiché si tratta dell’altra faccia di un sistema alimentare che ci vien venduto come il migliore possibile ma che, in realtà, non funziona, ed è incapace di alimentarci in modo sano , di essere trasparente, oltre a non essere in grado di porre fine alla fame nel mondo.

Questi scandali alimentari sono il risultato di un modello produttivo delocalizzato, chilometrico, petrolio-dipendente, che fa a meno della presenza di un solo contadino, intensivo e fortemente dipendente dall’uso di pesticidi,un sistema il cui obiettivo fondamentale è di cercare di tratte il massimo profitto dalla produzione di qualcosa di così indispensabile come il cibo. Anche l’influenza dei maiali e l’influenza aviaria hanno la loro origine in fattorie di allevamento intensivo su grande scala, nel quale gli animali sono ammassati gli uni sugli altri, subiscono un trattamento abusivo e crudele, vengono allevati con forti dosi di antibiotici e sono trattati come delle merci.

Oggi la catena alimentare, che vede da una parte il contadino/produttore e dall’altra il consumatore, si è allungata a tal punto che nessuno dei due può avere influenza su di essa. La nostra alimentazione è nelle mani di imprese che monopolizzano ognuna degli anelli della produzione, della trasformazione e della distribuzione dei prodotti alimentari, dalle sementi fino ai supermercati, e che impongono le loro regole del gioco. E se il nostro diritto all’alimentazione resta nelle mani di imprese come Cargill, Dupont, Syngenta, Monsanto, Kraft, Nestlé, Procter&Gamble, Mercadona, Alcampo, El Corte Inglés, Carrefour… è chiaro che questo diritto , come ci mostra la realtà, è tutt’altro che  garantito.

Abbiamo una sola alternativa: riappropriarci le politiche agricole e alimentari. Esigere quello che troppo spesso ci viene negato sia come persone che come popoli: il diritto di decidere, la sovranità, e in questo caso la sovranità alimentare. E ridiventare padroni della nostra agricoltura e della nostra alimentazione.

*Traduzionedi Solidarietà del Canton Ticino.

 

LA VIA CAMPESINA VERSO LA GIUSTIZIA SOCIALE

Josep Maria Antentas e Esther Vivas

2011. Movimenti come La Via Campesina sono un riferimento internazionale e un esempio di coloro che dai campi resistono all’attuale modello di globalizzazione capitalistica in alleanza con altri settori sociali. È stato uno dei principali attori nella critica alla globalizzazione durante gli anni Novanta e uno dei protagonisti principali del movimento altermondialista.

La Via Campesina nasce nel 1993, agli albori del movimento altermondialista, e progressivamente diventa un’organizzazione di riferimento per la critica alla globalizzazione neoliberista. Oggi raggruppa circa 150 organizzazioni in 56 paesi.

La sua crescita è l’espressione della resistenza contadina di fronte al crollo del mondo rurale provocato dalle politiche neoliberiste e dalla loro intensificazione con la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc o Wto). Le sue origini risalgono alla metà degli anni Ottanta quando, in coincidenza con l’Uruguay Round del Gatt, diverse organizzazioni organizzarono importanti iniziative per internazionalizzare il movimento.

Nasceva come alternativa radicale all’allora unica struttura contadina internazionale, la Federazione internazionale dei produttori agricoli (Ifap), creata nel 1946 come rappresentanza degli interessi dei grandi proprietari terrieri, dominata delle organizzazioni del Nord e favorevole alle politiche liberali e al dialogo con le istituzioni internazionali.

Un internazionalismo contadino crescente
I membri di Via Campesina sono piuttosto eterogenei dal punto di vista ideologico e dei settori rappresentati (contadini senza terra, piccoli produttori…), ma tutti appartengono agli strati più poveri e colpiti dall’avanzare della globalizzazione neoliberista. Uno dei successi più importanti è stato quello di superare in maniera abbastanza soddisfacente la divisione tra contadini del Nord e del Sud del mondo, per articolare una resistenza comune all’attuale modello di liberalizzazione economica.

Evitare tensioni interne e conflitti di interessi ha richiesto da parte della rete un impegno di dibattito sui temi conflittuali per raggiungere l’equilibrio necessario. Malgrado ciò ci sono state tensioni importanti, come quella di cui è stata protagonista la Karnakata State Farmer’s Association (Krrs), in India, quando si è opposta alle campagne di riforma agraria, perché la sua base associativa era formata da agricoltori di classe media e benestante, attivi nella lotta contro gli Ogm o i fast-food, ma con interessi di classe opposti a quelli dei “senza terra” o dei piccoli agricoltori.

Dal momento della sua creazione, la Via ha dato vita a una identità ”contadina” politicizzata, legata alla terra e alla produzione alimentare, costruita come opposizione all’attuale modello del “agrobusiness” e in base al principio della sovranità alimentare. In questo modo rappresenta un nuovo tipo di “internazionalismo contadino” che possiamo considerare come la “componente contadina” del nuovo internazionalismo delle resistenze rappresentato dal movimento altermondialista.

Le relazioni con le ONG
Dalla sua nascita la relazione della Via Campesina con le Organizzazioni non governative è stato un tema controverso e segnato da polemiche. I disequilibri e le relazioni di potere (accesso alle risorse economiche e tecniche, visibilità mediatica…) hanno rappresentato la base di tensioni e difficoltà per il lavoro comune e di mancanza di fiducia da parte delle organizzazioni contadine.

All’inizio il processo di costruzione della Via portò con sé conflitti e fraintendimenti con alcune Ong impegnate sui temi rurali, spingendo i dirigenti contadini a rivendicare gelosamente il proprio spazio organizzativo e politico. La Via si è quindi data la forma di un’alleanza di organizzazioni popolari contadine, senza accettare la partecipazione formale di Ong. La volontà era quella di costituire uno strumento internazionale attraverso il quale le/i contadine/i parlassero per sé e non uno strumento formato da organizzazioni non contadine che parlassero in loro nome.

Malgrado queste relazioni complicate, una volta chiarito il suo spazio politico e organizzativo Via Campesina ha stabilito gradualmente accordi e alleanze concrete con alcune Ong, come “Amici della terra” o “Food First International Action Network” (Fian), con le quali ha lanciato nel 1999 la Campagna globale per la riforma agraria. Parallelamente La Via ha cominciato a partecipare e a costruire coalizioni con altre organizzazioni nel quadro del nascente movimento altermondialista, specialmente dopo la protesta contro l’Omc a Seattle, emergendo come uno dei suoi protagonisti più rilevanti.

Contadini altermondialisti
Una volta consolidatasi come progetto internazionale e definito il suo campo di azione e la sua relazione con altri attori come le Ong, in un contesto segnato dalla crescita progressiva del movimento altermondialista, La Via si è diretta verso la ricerca di alleanze con altre organizzazioni, in particolare nella lotta contro l’Omc, partecipando a campagne internazionali come per esempio “Il nostro mondo non è in vendita!”. Nelle mobilitazioni di Doha, Cancùn e Hong Kong i contadini sono stati uno dei settori più rilevanti e visibili.

Alla base di questa politica delle alleanze stava la comprensione che la lotta contadina contro l’agroindustria si inserisce in uno scontro più ampio contro la globalizzazione neoliberista e che la difesa degli interessi contadini richiede la messa in questione dell’insieme del modello che può essere ribaltato solamente attraverso coalizione larghe e alleanze tra organizzazioni e settori sociali differenti.

La Via ha partecipato fin dal 2001 al processo del Forum sociale mondiale e alle sue istanze organizzative – Consiglio internazionale e Segretariato internazionale – con una forte visibilità durante i Forum, nei seminari e nelle manifestazioni.

La concezione di Via Campesina sul Fsm è sempre stata molto chiara: il Forum deve essere uno spazio orientato all’azione, legato ai movimenti sociali reali e utile a questi. Per questo ha sempre avuto la preoccupazione che i Forum potessero diventare spazi di “turismo altermondialista” per intellettuali e Ong e che finissero per distrarre le energie organizzative che avrebbero dovuto essere impegnate per le lotte invece di aiutare a rafforzarle. Per questo da quasi subito è stata tra i sostenitori di una frequenza dei Forum ogni due anni, per esempio, e allo stesso tempo ha puntato sul rafforzamento di luoghi come l’Assemblea dei movimenti sociali, che rappresentano il settore più militante dei Forum.

L’impegno della Via nel processo organizzativo del Fsm è diminuito nel tempo e negli ultimi anni ha preferito concentrare gli sforzi nella promozione di campagne concrete contro la Omc e di iniziative proprie come il Foro per la sovranità alimentare a Nyéleni in Mali nel 2007 – un incontro organizzato insieme alla Marcia mondiale delle donne e al Foro mondiale dei popoli pescatori, tra gli altri, e che ha permesso di rafforzare alleanze e portare nuovi soggetti nella lotta per la sovranità alimentare.

Un altro modello alimentare per un altro mondo
Il principale contributo della Via Campesina alla critica della globalizzazione neoliberista è stata la denuncia dell’attuale modello agroindustriale e la difesa di un sistema alimentare alternativo che abbia come asse centrale la sovranità alimentare. Non un romantico ritorno al passato, quanto il recupero della conoscenza e delle pratiche tradizionali combinandole con le nuove tecnologie e i nuovi saperi. Nemmeno deve consistere in un atteggiamento localista o in una “mistica del piccolo” quanto a ripensare il sistema alimentare mondiale per favorire forme democratiche di produzione e distribuzione di alimenti. Significa recuperare il controllo della produzione agricola e alimentare (restituendola a contadini, pescatori, pastori, consumatori) e affidare il controllo delle risorse naturali (terra, acqua, sementi) nelle mani dei popoli.

La critica al sistema agroindustriale dominante e la difesa della sovranità alimentare devono essere elementi centrali sia del movimento altermondialista che di qualsiasi progetto anticapitalista che denunci i tentativi di cercare soluzioni pro capitaliste alla crisi contemporanea. Un altro mondo ha bisogno di un altro modello alimentare; basta ricordare, come segnala Via Campesina, che oggi “mangiare è diventato un atto politico”.

*Da Ecología Política, nº 38.

SVILUPPARE UN COOPERATIVISMO AGRO-ECOLOGICO

2011. Di fronte a un modello di consumo e produzione agricolo-capitalista che ci conduce a una crisi alimentare, climatica e dei terreni senza precedenti, vogliamo proporre altre pratiche per la produzione agricola, la distribuzione e il consumo. Si tratta di esperienze che cercano di stabilire una relazione diretta tra il produttore e il consumatore a partire da alcune relazioni solidali, di fiducia, cooperative, locali, attuando alternative vitali al sistema attuale.

Il numero di queste iniziative in tutto il mondo si è moltiplicato in modo esponenziale negli ultimi tempi. In molti paesi dell’America Latina, Europa, Asia, America del Nord troviamo sempre di più iniziative che mettono in contatto le cooperative di produttori con gruppi di consumatori, che organizzano modelli alternativi di distribuzione di alimenti, che scommettono per “un altro consumo”, che stabiliscono relazioni dirette e solidali tra la campagna e la città o che riconvertono terreni abbandonati delle grandi città in orti urbani per l’autoconsumo e/o la distribuzione locale.

Nei paesi del Sud, la crisi dell’agricoltura degli ultimi decenni, a causa delle politiche neoliberiste, ha intensificato la migrazione campagna-città, provocando la scomparsa dei piccoli agricoltori (1). “Nelle ultime decadi questa dinamica, in molti paesi, non si è realizzata come un processo classico, dove gli ex contadini andavano alle città per lavorare nelle fabbriche nella cornice di un processo di industrializzazione, ma si è prodotta quella che Davis (2) definisce un’”urbanizzazione staccata dall’industrializzazione”, dove gli ex contadini sospinti verso le città sono passati a ingrossare le sue periferie, vivendo spesso con l’economia informale e facendo nascere un “proletariato informale”. In Brasile, ad esempio, la popolazione che vive nelle grandi città è passata dal 31 per cento nel 1940 al 81 per cento (3). Questi processi giustificano la creazione di nuovi meccanismi di produzione e di distribuzione degli alimenti nelle metropoli del Sud globale di fronte all’abbandono della campagna.

In relazione alla crisi del modello agro-alimentare attuale, vari studi hanno dimostrato come la produzione su piccola scala sia altamente produttiva e capace di sostenere la popolazione mondiale. L’indagine realizzata dall’Università del Michigan (4) nel 2007, che ha confrontato la produzione agricola convenzionale con quella agro-ecologica, lo ha ben evidenziato. Le sue conclusioni indicavano, perfino nelle stime più conservatrici, che l’agricoltura organica può fornire almeno altrettanto cibo di quanto si riesca a produrre col sistema attuale, anche se I ricercatori hanno ritenuto, in base alla stima più realistica, che l’agricoltura ecologica poteva aumentare la produzione globale di cibo fino al 50 per cento.

Alcune esperienze

In questo modo, nascono esperienze che dimostrano che sia possibile un altro modo di lavorare la terra, di produrre alimenti e commercializzarli. Ognuno di questi modelli si adatta alle necessità dei suoi membri e del proprio ambiente. Le iniziative che esistono in Brasile, per esempio, non diverse da quelli che sono state avviate in Francia o negli Stati Uniti. Malgrado queste differenze, esiste comunque un denominatore comune: la solidarietà produttore-consumatore, il cooperativismo e l’auto-organizzazione.

In Brasile ci sono al momento ventiduemila Imprese Economiche Solidali che impiegano le persone escluse del mercato di lavoro, e il 48 per cento si trova in ambito rurale ed è formato da associazioni di piccoli produttori. Attualmente, queste aziende occupano più di un milione e settecentomila persone nell’ambito del movimento dell’economia solidale (5) e sono inserite, in parte, nell’insieme delle alternative all’attuale modello di produzione, distribuzione, commercio e consumo.

In Cuba gli orti urbani agro-ecologici sono una delle esperienze di produzione agricola che ha più successo. Questo modello fu avviato come risposta alla crisi agricola vissuta dall’isola negli anni ’90 dopo il crollo dell’URSS, quando doveva importare il 50 per cento degli alimenti necessari per il proprio consumo a causa di un modello agricolo che aveva trasformato il paese in esportatore di merci di lusso e importatore di alimenti per i suoi abitanti. Il piano realizzato in modo massiccio all’inizio degli anni ’90, quando si investì nell’agricoltura urbana (piantando in città, oltre alla campagna) e nella riduzione dei trasporti, della refrigerazione e di altre risorse, ebbe più successo di quanto previsto all’inizio. Alla fine di quel decennio all’Avana erano presenti più di ottomila fattorie e orti urbani, dove lavoravano alcune trentamila persone. Un modello che si replicò in tutta l’isola con una produzione in aumento dal 250 al 350 per cento (6).

In Francia si sono sviluppati delle reti di solidarietà tra produttori e consumatori attraverso le AMAP (Association pour le Maintien dell’Agriculture Paysanne). Un’esperienza che parte da un “contratto solidale” tra un gruppo di consumatori e un contadino locale biologico, in base il quale i primi pagano in anticipo il totale del proprio consumo per un periodo determinato e il contadino li rifornisce settimanalmente dei prodotti dell’orto. Dalla creazione della prima AMAP nel 2001, queste si sono moltiplicate in tutto il paese arrivando al totale di 750 associazioni, che comprendono trentamila famiglie (7).

In altri paesi europei, si sono verificate esperienze come quelle delle AMAP sin agli anni ‘60, quando in Germania, Austria o Svizzera si incominciarono a sviluppare iniziative simili come risposta alla crescente industrializzazione dell’agricoltura. In Gran Bretagna queste iniziative incominciarono a funzionare negli anni ‘90 col nome di CSA, Community-Supported Agriculture, o Vegetable box scheme e agli inizi del 2007 esistevano circa 600 iniziative di questo tipo (8).

Gruppi e cooperative di consumo

In Spagna i primi gruppi di consumo sorsero alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ‘90, ma non fu fino alla metà degli anni ’00 che riuscirono ad avere una crescita importante. Per le cifre totali, si tratta di esperienze che riguardano un numero ridotto di persone, ma la tendenza è in aumento, indicando una maggiore preoccupazione per l’attuale modello agro-alimentare e la volontà di portare a termine un consumo che sia solidale con la campagna, con I criteri sociali e ambientali.

Nonostante la condivisione di alcuni criteri comuni, esiste una gran varietà di modelli organizzativi, di relazione col contadino, di formato di acquisto, eccetera. Alcuni integrano consumatori e produttori mentre altri sono solo formati dai consumatori. Ci sono alcuni modelli dove il consumatore può scegliere i prodotti di stagione che desidera e altri che percepiscono ogni settimana una cesta chiusa con frutta e verdura dell’orto. La maggior parte di esperienze funzionano a partire dal lavoro volontario dei suoi membri, benché ci siano alcuni iniziative professionalizzate che includono anche la vendita nei negozi.

La moltiplicazione di queste esperienze suggerisce una serie di opportunità per sviluppare un altro modello di consumo partendo dal locale, recuperando il nostro diritto a decidere come, quando e chi produce quello che mangiamo. La grande sfida è quella di arrivare a un maggior numero di persone, di rendere queste esperienze vitali, di mantenere alcuni principi di rottura con l’attuale modello agroindustriale, rimanere vincolati a una produzione e a un consumo locale e quindi a rifiutare le operazioni di cooptazione e il marketing verde.

Le cooperative e i gruppi di consumo devono allearsi con altri attori sociali (contadini, lavoratori, donne, ecologisti, allevatori, pescatori…) per cambiare questo modello agroalimentare, ma contemporaneamente devono andare oltre e partecipare a spazi ampi di azione e di dibattito per ottenere un cambiamento globale di paradigma. Queste iniziative non devono rimanere solo nell’ambito dell’alternativa concreta su piccola scala, ma si devono inserire in una strategia generale di trasformazione sociale.

La logica capitalista che impera nell’attuale modello agricolo e alimentare è la stessa che colpisce altri ambiti della nostra vita. Cambiare questo sistema agroalimentare implica un cambiamento radicale di condotta e la crisi multipla del capitalismo nel quale siamo immersi lo evidenzia con chiarezza.

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Note:
1) Bello, W. (2009), The Food Wars, Londra, Verso.
2) Davis, M. (2006), Planet of slums, Londra, Verso.
3) Marques, P. (2009), La dimensión sociopolítica del movimiento de la Economía Solidaria en Brasil: Un estudio del Foro Brasileño de Economía Solidaria, Università di Granada.
4) Chappell, M.J. (2007), Shattering myths: Can sustainable agriculture feed the world?
5) Marques, P. (2009), ibidem.
6) Murphy, C. (2000), Cultivating Havana: Urban agriculture and food security in the years of crisis.
7) Per ulteriori informazioni sulle AMAP, vedi López García, D. (2006), AMAPs: contratos locales entre agricultores y consumidores en Francia.
8) Per ulteriori informazioni su queste esperienze in Gran Bretagna, vedi Soil Association (2005), Cultivating communities farming at your fingertips.

* Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Supervice.

 

GRUPPI DI CONSUMO: RECUPERARE LA CAPACITA’ DI DECIDERE COSA CONSUMIAMO

2013. Cosa mangiamo? Da dove viene, come è stato trasformato e quale prezzo paghiamo per quello che compriamo? Sono domande che sempre più cittadini consumatori si pongono. In un mondo globalizzato, dove la distanza tra contadino e consumatore si è allungata fino al punto in cui entrambi non hanno praticamente alcun impatto sulla catena alimentare, sapere quello che mettiamo in bocca importa di nuovo, e molto.

Lo dimostrano le esperienze di gruppi e cooperative di consumo agro-ecologici, che negli ultimi anni si sono moltiplicati ovunque in Spagna. Si tratta di recuperare la capacità di decidere in merito a produzione, distribuzione e consumo dei principali attori coinvolti in questo processo, i contadini e i consumatori. Che in altre parole si chiama «sovranità alimentare». Ciò significa che, come implica la parola, essere «sovrani», avere la capacità di decidere quando si tratta di nostro cibo (come spiega bene Annette Aurelie Desmarais in «La via Campesina. La globalizzazione e il potere dei contadini», Jaka book).

Qualcosa che può sembrare molto semplice, ma in realtà non lo è. Dal momento che oggi il sistema agricolo e alimentare è monopolizzato da una manciata di aziende del settore alimentare e della distribuzione per imporre i propri interessi, fare affari con il cibo, contro i diritti degli agricoltori e le esigenze della gente per il cibo. Solo questo può spiegare come ci sia così tanto cibo e tante persone senza cibo. La produzione alimentare dagli anni Sessanta ad oggi è triplicata, mentre la popolazione mondiale da allora è solo raddoppiato, ma anche così, quasi 900 milioni di persone, secondo la Fao soffrono la fame. Evidentemente, qualcosa non va.

Alcune caratteristiche

I gruppi e le cooperative di consumo presentano un modello di agricoltura e di antagonismo con il potere dominante. Il loro obiettivo: accorciare la distanza tra produzione e consumo, eliminando gli intermediari, e stabilire una relazione di fiducia e di solidarietà tra le due estremità della catena, tra la campagna e la città; sostenere l’agricoltura contadina e la prossimità per la cura della nostra terra e per difendere una mondo rurale vivo con il proposito di poter vivere dignitosamente del campo; promuovere l’agricoltura biologica e di stagione, rispettosa e consapevole dei cicli della terra. Nella città, inoltre, queste esperienze aiutano a rafforzare il tessuto locale a generare comprensione reciproca e a promuovere iniziative basate sulla auto-gestione e auto-organizzazione.

In realtà, la maggior parte dei gruppi di consumatori si trovano in aree urbane, dove la distanza e la difficoltà di contattare direttamente i produttori è più grande, e così, la gente di un quartiere oppure di una città si uniscono per effettuare «consumi alternativi». Ci sono diversi modelli: quelli nei quali il produttore propone un paniere settimanale, chiuso, con frutta e verdura, o quelli in cui il consumatore può scegliere ciò che vuole consumare degli alimenti di stagione, offerti ed elencati dall’agricoltore o dagli agricoltori. Inoltre, sul piano giuridico, troviamo gruppi per lo più organizzati in associazioni e alcuni, le esperienze più consolidate e durature, in cooperative.

Un po’ di storia

I primi gruppi sono emersi in Spagna tra la a fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, soprattutto in Andalusia e Catalogna, anche se ci sono stati alcuni gruppi, tra gli altri, nei Paesi Baschi e nella Comunità Valenciana. Una seconda ondata arrivò nel 2000, quando hanno registrato una crescita significativa ovunque, dove già esistevano e dove sono apparsi per la prima volta. Oggi queste iniziative si sono consolidate e sono aumentate in modo molto significativo, un processo difficile da quantificare a causa delle loro caratteristiche.

L’aumento di queste esperienze risponde, dal mio punto di vista, a due questioni centrali. Da una parte, una preoccupazione sociale crescente su ciò che mangiamo, con la proliferazione degli scandali alimentari degli ultimi anni, come la malattia della mucca pazza, i polli alla diossina, l’influenza suina… Mangiare, e mangiare bene, importa ancora. E, dall’altra parte, la necessità di molti attivisti sociali che cercano alternative nella vita di tutti i giorni, al di là di mobilitarsi contro la globalizzazione neoliberista e i suoi creatori. Per questo, subito dopo la comparsa del movimento anti-globalizzazione e contro la guerra, nei primi anni 2000, una parte significativa di persone che hanno partecipato attivamente in questi spazi hanno promosso o sono entrati a far parte di gruppi di consumatori agro-ecologici, reti di mutualità, media alternativi, ecc.

Mangiare bene e cambiamento

Così, osserviamo due sensibilità che spesso integrano queste esperienze. Una delle scommesse, in termini generali, è «mangiare bene», dando maggior peso ai problemi di salute, un’altra scommessa, nonostante prenda in considerazione questi elementi, sottolinea ulteriormente la natura politica e trasformativa di queste iniziative. Ecco la sfida dei gruppi e delle cooperative di consumatori, pretendere cibo sano e salutare per tutti. Che implica non perdere di vista la prospettiva politica del cambiamento.

Se vogliamo che l’agricoltura sia senza pesticidi o Ogm è necessario cominciare a chiedere il divieto di colture genticamente modificate allo Stato spagnolo, porta d’entrata e paradiso degli Ogm in Europa. Se vogliamo un’agricoltura locale, che non contamini l’ambiente, con gli alimenti che percorrono migliaia di chilometri di distanza è essenziale la riforma agraria e una banca pubblica della terra, invece di speculare sul territorio occorre renderlo accessibile a coloro che vogliono vivere per lavorare la terra. In breve, o cambiamo radicalmente questo sistema oppure il «mangiare bene» diventerà un privilegio disponibile solo per chi può permetterselo.

I gruppi di consumatori sono solo un primo passo per muoversi verso «un’altra agricoltura e altri prodotti alimentari», ma bisogna andare oltre e mettere in discussione il sistema politico ed economico che sostiene il modello agricolo attuale. Il cibo, come la casa, la salute, l’educazione… non si vende, si difende.

Fonte: artícolo publicato sulla revista di «AE. Agricultura y Ganadería Ecológica de la Sociedad Española», n. 11, primavera 2013.

 

ORTI CONTRO CEMENTO

2013. C’è vita sotto l’asfalto, anche se a volte è difficile da credere. Gli orti urbani, che proliferano ogni giorno nei nostri quartieri e nelle città, sono lì a dimostrarlo. Un esempio della volontà di ricostruire i legami tra la città e la campagna, tra la natura e le persone, di fronte a un’urbanizzazione che frammenta e isola.

Gli orti urbani, tuttavia, non sono nuovi. Le nostre nonne e nonni, che provenivano dalle campagne, spesso lavoravano il loro appezzamento di terra in città durante il postfranchismo. Non si chiamava «orto urbano», ma la funzione, relativamente parlando, era la stessa, nutrirsi con ciò che dà la terra. Oggi, anni dopo, queste esperienze hanno preso di nuovo e forzare una via attraverso la moda e la scelta di vita di fare un buco nel cemento tra i comuni.

Ci sono diversi tipi di orti urbani, da quelli che un’istituzione, pubblica o privata, vende o affitta nei quartieri, passando per quelli destinati a disoccupati per dare loro una funzione sociale, fino alle iniziative degli orti nelle scuole e alle singole esperienze dell’orto di casa o sui balconi. Tutti hanno in comune il desiderio di riappropriarsi di ciò che mangiamo, di prendersi cura della terra, di recuperare il contatto con la natura.

Data l’irrazionalità del sistema agroalimentare che estingue i saperi dei contadini, elimina la diversità del cibo, fornisce prodotti proveniente dall’altro lato del mondo, anche quando possono essere coltivate qui, gli orti urbani dimostrano che ci sono alternative. E ci mostrano da dove proviene ciò che mangiamo, impariamo ad apprezzare e riscoprire che siamo parte integrante dell’ecosistema.

Recuperare terreno dall’asfalto, mettere in discussione la logica urbanistica-predatoria delle città e creare nuovi modi di socializzazione sono altri elementi chiave. La resistenza e l’esplosione della creatività sociale si esprime anche in siti sporchi e abbandonati occupati, che si sono trasformati in una fonte di vita. Ortaggi e piante che crescono dove prima c’erano macerie, con l’aiuto del quartiere, significa costruire spazi comunitari e mutuo sostegno. Il movimento 15M ha promosso e rafforzato queste esperienze in alcune città, favorendo la ricerca di pratiche alternative per la vita di ogni giorno.

Urban gardens Barcelona (Catalonia, Spain).La crisi economica e sociale dà nuove funzionalità a queste iniziative come una fonte di cibo. Senza lavoro, senza casa, e sempre più spesso, senza cibo. Gli orti urbani hanno dunque una funzionalità pratica: forniscono cibo a coloro che non sono in grado di acquistarlo, riconsegnano la dignità a chi ne ha di meno.

Esperienze contro corrente, laboratori di resistenza che, non solo interrogano un particolare sistema agricolo e alimentare e un’idea di città, ma anche il modello che li contiene, il capitalismo, che fa dei luoghi nei quali viviamo posti inabitabili e ci nutre con cibi malsani. Non si tratta solo di lavorare la terra e di creare orti e giardini urbani, ma di generare uno sfondo dinamico con altri movimenti sociali, alleanze che favoriscono cambiamenti politici e cercano di mettere fine a questo sistema insostenibile.
*Questo articolo – traduzione di Comune-info – è stato pubblicato su Etselquemenges.cat, 18/07/2013.

Tratto da: http://esthervivas.com/italiano/

 

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