DOSSIER LAVORO SPAGNA

VUOI LAVORARE? PAGA CENTO EURO

Articolo firmato da “La Voz” del 13 gennaio 2014

Cercare lavoro non è un compito facile in un paese con il più alto tasso di disoccupazione giovanile di tutta l’Unione Europea: il 57,7%. E se si cerca su Internet è ancora più difficile: troppi siti, troppi annunci e troppe offerte “con sorpresa”.

Mentre in Spagna non c’è alcuna piattaforma dedicata esclusivamente a registrare e denunciare le offerte di lavoro abusive, in Portogallo è stata creata la rete «Ganhem vergonha “(vergognatevi” in italiano) per denunciare la precarietà che deve affrontare la gioventù portoghese. La pagina raccoglie decine di annunci illegali e rivela le spaventose condizioni che alcuni accettano per poter entrare nel mercato del lavoro.

Nel frattempo, in Spagna si accumulano sul web offerte di lavoro come responsabili di progetto o assistenti geriatrici con esperienza che lavorano 38 ore  e sette giorni alla settimana per 450 euro al mese. Alcune offerte sono così incredibili, che anche su twitter è stato creato l’hashtag #nonlavorogratis per denunciare tutte queste offerte che impediscono più che aiutano a trovare un lavoro. E’ iniziato reclamando dignità per i giornalisti e ha finito per inondare gli altri settori professionali.

Una delle offerte di lavoro che ha suscitato polemiche sui social network è stata quella per una commessa di un negozio di abbigliamento della città di Coslada: lavorare due mesi senza alcuno stipendio, gratis dal lunedì al sabato  in orario commerciale. A peggiorare le cose, in aggiunta dei due mesi a tempo pieno e senza alcuno stipendio,  nessuna garanzia di tenersi il posto. La società ha presto ritirato l’offerta dal web a causa delle polemiche scatenate.

 

LA RIPRESA TRAINATA DALLE ESPORTAZIONI HA UN CARO PREZZO

di Ambrose Evans-Pritchard, Teleraph 25 Ottobre 2014

L’industria automobilistica spagnola è tornata in vita, salvata dai drastici tagli salariali che vanno a trasformare la caratteristica sociale dell’Europa.

Questo mese, per la prima volta in un decennio, il gruppo francese Renault ha riavviato i turni di notte allo stabilimento di Valladolid in seguito alla forte ripresa della domanda per la sua sgargiante bi-tonale Captur, in gran parte soprattutto dalla Corea del Sud.

E’ un momento che i lavoratori traumatizzati nel cuore della vecchia Castiglia non si sarebbero mai aspettati di poter vedere di nuovo, dopo che l’economia spagnola si è schiantata in depressione sei anni fa, e poi è crollata sempre di più sino a toccare il fondo nel 2012. “Abbiamo tutti pensato che questa fabbrica sarebbe stata chiusa. E’ stato un periodo terribile “, ha detto Luis Estevez, direttore dello stabilimento di assemblaggio.

Altri paesi possono mettere in naftalina linee produttive o tagliare i turni di lavoro mentre l’Europa flirta con una tripla recessione, ma le 17 fabbriche automobilistiche della Spagna stanno andando a pieno regime. La produzione è aumentata del 20pc nel corso degli ultimi due anni, sulla buona strada per raggiungere quest’anno i 2,4 m, e i 3m entro il 2017, lasciando la Gran Bretagna, l’Italia, la Russia e, soprattutto, la Francia, sempre più indietro.

La scorsa settimana la Nissan ha iniziato i turni di notte  nello stabilimento di Pulsar, a Barcellona. La Ford sta chiudendo il suo stabilimento di Genk in Belgio, e spostando la produzione della Mondeo e della Galaxy a Valencia. La lunga saga delle operazioni di General Motors a Saragoza, alla fine si è conclusa felicemente. La fabbrica sopravviverà, e sarà prospera. La produzione aumenterà del 15pc quest’anno, e aumenterà ancora nel 2015 quando 80.000 Opel Mokkas entreranno in produzione.

L’industria automobilistica è la punta di diamante del grande piano spagnolo per una ripresa trainata dalle esportazioni. Circa l’ 85pc di tutti i veicoli costruiti nel Paese il mese scorso sono stati spediti all’estero, principalmente in Francia, Germania e Gran Bretagna.

Il governo pro-business di Mariano Rajoy e dei suoi alleati considera questo notevole aumento come una conferma della giustezza delle loro politiche, la prova che è possibile a recuperare la competitività all’interno della zona euro attraverso una “svalutazione interna”, un eufemismo per tagli salariali deflazionistici . “La Spagna mostra ciò che possono fare le riforme. Siamo diventati i campioni di esportazioni dell’Europa “, ha detto Ana Botin, presidente di Santander.

Gli economisti keynesiani controbattono con la stessa veemenza che si tratta di una strategia di beggar-thy-neighbor, una corsa al ribasso che sposta la sofferenza all’interno della zona euro ad altri stati che cercano di difendere i loro modelli sociali – soprattutto la Francia e l’Italia, a questo punto – e, in ultima analisi, spinge l’intera unione monetaria in un vortice deflazionistico che si auto-alimenta, come negli anni ’30.

Gli stabilimenti della Renault di Valladolid, l’antica capitale dell’impero spagnolo, sono così altamente meccanizzati che a prima vista sembrano post-umani. Carrelli autoguidati si muovono su nastri magnetici lungo i pavimenti della fabbrica. I cruscotti della Captur vengono sollevati e posti in posizione da robot svizzeri e tedeschi. Un’altra serie di robot solleva i carrelli dal basso, li fa scattare con una sola azione, una macchina ogni minuto. Il controllo di qualità dei motori è effettuata da una serie di telecamere computerizzate, programmate per cogliere i difetti infinitesimali.

Tutti i pezzetti da certosino che i lavoratori devono completare arrivano già collocati all’interno del telaio che si muove lungo la linea. E’ un metodo sperimentato in Giappone, progettato in modo che nessuno sprechi preziosi secondi girandosi a prendere le cose. La velocità e la ripetizione fanno venire il capogiro a guardarle.

“Vogliamo il minor numero possibile di persone, che lavorino il più velocemente possibile”, ha detto il manager della linea. Lla produzione è aumentata del 150pc in due anni, a 210.000 veicoli. I sindacati spagnoli hanno dovuto accettare delle condizioni di lavoro una volta impensabili per salvare le loro fabbriche di auto, intrappolati tra la disoccupazione di massa (27pc al culmine) e le nuove leggi sul lavoro che rendono molto più facile per i datori di lavoro richiedere orari flessibili. Il termine “pratiche spagnole” (espressione inglese che si riferisce a condizioni di lavoro particolarmente favorevoli al lavoratore, ndt) ha perso il suo significato.

Un accordo raggiunto nel 2012 con la Renault dopo molte crisi di coscienza taglia la paga all’ingresso dei nuovi lavoratori del 27.5pc, a circa 17.000 € l’anno (£ 13,400). I lavoratori più anziani mantengono i loro posti di lavoro con lo stipendio congelato, ma con un minor numero di giorni festivi e condizioni più dure. Joaquin Arias dalla federazione sindacale CCOO ha detto che i termini equivalevano a un ricatto. “L’alternativa era la morte lenta. Non avremmo mai accettato un piano del genere se la crisi non fosse stata così grave.”

I costi salariali sono ora del 40pc al di sotto dei livelli degli equivalenti stabilimenti francesi, ragione principale per cui negli ultimi dieci anni Renault e Peugeot hanno ridotto della metà la produzione di veicoli nel loro paese d’origine. I sindacati francesi possono anche urlare contro il “dumping sociale”, ma ora devono affrontare l’asfissia della loro industria, a meno che anche loro non si arrendano.

“Le fabbriche francesi stanno attraversando esattamente quello che noi avevamo di fronte cinque anni fa. E’ molto difficile per tutti, ma anche loro saranno costretti a seguire il modello spagnolo “, ha detto Mr. Estevez.

L’espansione della Renault è una boccata di ossigeno per la città di 300.000 abitanti di Valladolid, sostenuta dalla fiorente esportazione di vini dai vigneti di Ribera e Rueda lungo il fiume Duero, quella che una volta era la frontiera tra Spagna cristiana e i Mori. L’azienda ha appena assunto 700 nuovi lavoratori per coprire i turni di notte e ne sta assumendo altri 800 in una fabbrica vicino a Palencia, tra cui alcuni provenienti dai rifugi per senzatetto della Caritas.

Con una notevole inversione della sua sorte, la Spagna è oggi l’economia a più rapida crescita delle quattro grandi economie della zona euro. Madrid prevede una crescita dell’1.3pc quest’anno e del 2pc l’anno prossimo. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 25.7pc al 23.7pc, e non più a causa dell’emigrazione di massa. I numeri dei lavoratori sono aumentati di 530.000 unità in sei mesi.

Ciò che resta tutt’altro che chiaro è se l’economia spagnola ha davvero voltato pagina, o se il boom delle esportazioni di automobili riflette la competitività nel resto dell’economia.

Raoul Ruparel del think-tank indipendente Open Europe dice che la maggior parte della ripresa della crescita di quest’anno è venuta da una spesa locale folle, uno scatenamento della domanda repressa col ritorno della fiducia dopo anni di privazioni.

Fernando de Acuña, capo dellimportante agenzia di consulenza immobiliare spagnola RR de Acuña, avverte che il paese sta attraversando una mini-bolla illusoria, con la gente che scommette su un nuovo ciclo del mercato immobiliare anche se gli effetti paralizzanti dell’ultimo ciclo boom-bust non sono ancora passati.

“Pensiamo che i prezzi scenderanno di un altro 20pc nei prossimi tre anni. C’è ancora un eccesso di 1,7 milioni di case invendute in un mercato annuale di circa 230.000 abitazioni. I costruttori ne hanno ancora in carico 467.000 unità, e la metà sono indirettamente controllate dalle banche. Si tratta di tirare avanti e far finta di niente. Ce ne sono altre 150.000 in corso di pignoramento che restano bloccate perché i tribunali sono intasati “, ha detto.

“La gente non vuole sentire nulla di tutto questo. Quando nel 2007 abbiamo avvertito che il paese stava andando all’inferno ci hanno chiamato criminali e terroristi, ma avevamo ragione, perché basiamo la nostra analisi sui fatti e non sul pio desiderio “, ha detto.

Si è sempre discusso se la Spagna può sperare di tirarsi fuori da una trappola di bassa crescita facendo affidamento sulle sole esportazioni, visto che ha ancora un’economia relativamente chiusa con un trade gearing di solo il 34pc del PIL, di gran lunga inferiore a quello dell’Irlanda, al 108pc .

Le partite correnti stanno già lentamente tornando in deficit, come sempre quando le importazioni aumentano, il che suggerisce che la Spagna non è ancora affatto vicina ad un equilibrio competitivo all’interno della zona euro. E’ già in “surriscaldamento” – in un certo senso – anche con 5,6 milioni di persone senza lavoro. Il Fondo Monetario Internazionale dice che il tasso di cambio della Spagna è sopravvalutato fino al 15pc.

Minacciosamente, il boom delle esportazioni sta già svanendo, nonostante il successo dell’industria automobilistica. Il totale delle spedizioni è aumentato solo dell’1pc in un anno fino ad agosto rispetto allo stesso periodo del 2013, con una contrazione dell’11pc verso l’America Latina, e del 13pc verso il Medio Oriente. Le esportazioni in realtà nel mese di agosto sono calate del 5pc rispetto all’anno precedente.

Esperti di commercio dicono che il rimbalzo delle esportazioni dopo la crisi Lehman è stato il risultato di una ricerca frenetica di mercati esteri da parte di imprese in lotta per la vita, con la domanda interna crollata del 15pc. Questo è per sua stessa natura un effetto una tantum. Esso non può essere sostenuto senza un blitz degli investimenti, ma il FMI dice che il credito bancario alle imprese si sta ancora contraendo ad un tasso annuo dell’11pc, con un “costante aumento della quota di imprese in difficoltà finanziarie”.

Il FMI avverte che il paese è ancora profondamente vulnerabile:  “La Spagna è fortemente indebitata con il resto del mondo. La posizione patrimoniale netta sull’estero (NIIP) si è ulteriormente aggravata nel 2013, quasi al 100pc del PIL “.

Il FMI ha messo in discussione il fatto che la Spagna abbia davvero spinto per delle riforme strutturali profonde, notando che il suo posto nella classifica del “Doing Business” è scivolato ulteriormente. La produttività totale dei fattori (PTF) è su una “tendenza al ribasso”, anche se per ora compensata dal calo perverso della disoccupazione. Il mercato del lavoro rimane “segmentato tra lavoratori ben tutelati a tempo indeterminato e i precari, che girano tra posti di lavoro temporanei e disoccupazione”, ha detto.

Ciò che è chiaro è che l’eventuale ripresa fino ad ora non ha toccato che marginalmente le vittime della lunga crisi. “L’economia alla fine si è stabilizzata, ma stiamo ancora aiutando dal 4pc al 5pc della popolazione”, ha detto Padre Jesus Garcia Gallo, capo della rete Caritas di rifugi, mense e associazioni nella regione.

“Stiamo assistendo ad un peggioramento cronico che più va avanti e più peggiora di giorno in giorno. Ci sono un sacco di persone che hanno esaurito la loro indennità di disoccupazione e semplicemente non ce la fanno a sopravvivere”, ha detto. Due milioni di persone in Spagna vivono in famiglie in cui nessuno ha un lavoro.

La Caritas ha un magazzino presso la sede episcopale pieno fino al soffitto di valigie, e su ognuna è segnato il nome di qualcuno che vive per le strade o accampato presso altre famiglie o amici. E’ come un armadio. Vengono a prendere le cose. Un’altra sala è piena di lavatrici che usano a turno prima di scomparire di nuovo, mantenendo un’apparenza di normalità ad un occhio inesperto.

Tuttavia la fase acuta del calvario spagnolo è finita, o almeno in remissione. “Non si percepisce più nulla di simile al 2012, quando abbiamo temuto che lo Stato spagnolo avrebbe potuto effettivamente andare in bancarotta e che ci avrebbero cacciato fuori dall’euro. Quelli sono stati momenti davvero allarmanti per questo paese, che tutti vogliono dimenticare” ha detto.

 

LA SPAGNA FA I COMPITI A CASA MA RICADE IN UNA CRISI DI BILANCIA DEI PAGAMENTI

di Francesco Spoto @Spud85

Appare ancora una volta evidente, anche all’occhio del lettore più distratto, di quanto la realtà strida con il wishful thinking dei sostenitori dell’austerità. La Spagna ha attuato diligentemente tutti i diktat della Troika, comprimendo la spesa pubblica e tagliando i salari. Ciò nonostante, la sua economia non solo non è ripartita – come gli Austerians pensavano facesse grazie all’approccio mercantilista – bensì si è avvitata in una spirale deflattiva che ha aggravato la già precaria condizione del suo sistema bancario, salvato solo grazie agli aiuti statali ed europei (40 Miliardi di Euro)

La fuga degli skilled workers e lo spostamento dei settori dell’export iberico verso segmenti a basso valore aggiunto, non ha permesso di conseguire vantaggi sostanziali in termini di bilancia dei pagamenti, anzi ha costretto le imprese esportatrici – in massima parte nel settore automobilistico – ad approvvigionarsi di macchinari avanzati dall’estero, peggiorando la bilancia commerciale.

Il “repentino” e intenso peggioramento del nostro settore estero negli ultimi trimestri ha incrementato il debito estero netto della nostra amata Spagna fino ad arrivare ad un nuovo record storico: né più né meno di 1,021 miliardi di euro, il 99,8% del PIL. Ancora non siamo usciti dalla crisi e una nuova crisi di bilancia dei pagamenti si profila sulla nostra economia.

Com’è possibile che stia succedendo ciò, si domandano i consulenti della Moncloa (ndr: residenza del primo ministro spagnolo) ?

Non doveva la svalutazione interna – eufemismo con il quale si riferiscono all’impoverimento massivo della cittadinanza via tagli salariali, generare un boom del nostro settore estero? Non era la Spagna incamminata verso un nuovo Eldorado che ci avrebbe garantito grandi surplus della bilancia di conto corrente, nello “stile tedesco”?

Torniamo di nuovo al punto di partenza di questa crisi. La diagnosi realizzata dall’ortodossia economica, tra i quali si annoverano senza dubbio i consulenti dell’attuale esecutivo, sui problemi della nostra amata Spagna era sbagliata, e, per tanto, le sue raccomandazioni di politica economica tremendamente dannose, molto dannose. Però andiamo per gradi.

Effetti perversi della riforma del lavoro

Coloro che sono attualmente al governo attribuivano la colpa dei mali dell’economia spagnola all’inefficienza del settore pubblico e ad una bassa produttività del fattore lavoro.

Di conseguenza era una questione irrinunciabile e non negoziabile, secondo loro, imporre una svalutazione interna, un taglio salariale in piena regola. Ancora ricordo degli studi memorabili del servizio studi della BBVA dove si poteva incontrare questa nuova manna, l’evidenza empirica per la quale la discesa dei salari reali in Spagna si sarebbe accompagnata alla riduzione del tasso di disoccupazione.

Pura correlazione spuria, poiché c’era una terza variabile che loro non consideravano, e che in realtà provocava questa correlazione spuria. Ci riferiamo al debito.

Le riduzioni dei salari non sono efficaci nella lotta contro la disoccupazione, invece la domanda risulta importante, e molto.

Già da tempo gli economisti Engelbert Stockhammer e Özlem Onaran dimostrarono che per economie così differenti come quelle degli Stati Uniti, Regno Unito o Francia, e contrariamente alle aspettative neoclassiche, non esisteva nessuna evidenza che un cambiamento nei salari reali, e quindi della distribuzione dei redditi, avessero un effetto sulla disoccupazione. Non solo, la sostituzione dal lavoro al capitale in risposta a una maggiore partecipazione dei salari non si verificava empiricamente.

La conclusione politica più importante è molto semplice: le riduzioni salariali non sono efficaci nella lotta contro la disoccupazione, mentre la domanda risulta molto importante.

In verità , la riforma del lavoro ha convertito la Spagna in un paese di camerieri – impiego precario, part-time, salario miserabile, con straordinari non retribuiti – e di assemblatori. Lasciate che spieghi quest’ultimo punto con un esempio.

Il settore dell’automobile è uno dei nostri principali settori esportatori.

Ciò nonostante, qui, sfruttando una manodopera molto a basso costo e qualificata, si fa solamente assemblaggio. Nonostante ciò sia un bene, perché fa mantenere i posti di lavoro, in realtà tutti i componenti si importano, inclusi i macchinari necessari per la produzione. Il valore aggiunto va tutto all’estero, essenzialmente in Germania.

Come risultato la bilancia commerciale del settore alla fine si riduce praticamente a zero.

Lo specchio della bilancia dei redditi

Se il motore della crescita della nostra economia fosse il settore estero, il surplus crescente della bilancia commerciale si vedrebbe accompagnato da un processo netto di investimento che migliorerebbe il nostro apparato produttivo.

Questo però non sta accadendo. Né gli investimenti diretti esteri nel nostro paese stanno migliorando, né le imprese spagnole stanno implementando processi di investimento sui beni di produzione con i loro per nulla disdegnabili ritorni di capitale. Preferiscono, incomprensibilmente, ridurre il debito e investire fuori a tassi irrisori. E di questo il governo neppure si accorge.

Pertanto, dove sono andati questi milioni di euro stranieri che secondo i diversi portavoce dei media stanno o stavano entrando nel nostro paese? Sono andati a migliorare il nostro apparato produttivo? Oppure semplicemente approfittavano della brutale caduta dei prezzi in diversi attivi immobiliari e finanziari per ottenere rapidi, effimeri e grassi guadagni? La mia tesi è che si tratti di denaro caldo il cui unico obiettivo è ottenere una rendita rapida ed elevata per il solo fatto di comprare a basso costo.

Per sostenere questo argomento, ci concentriamo nella componente delle rendite della nostra bilancia dei pagamenti. Negli ultimi mesi questa sta registrando un deficit crescente. Da un lato gli investimenti stranieri ottengono un importante ritorno, il che si traduce in importanti aumenti di rendita. La principale spiegazione è che hanno comprato a prezzi molto bassi, prezzi di saldo. Dall’altro lato, gli importanti investimenti diretti spagnoli all’estero, in pieno processo di internazionalizzazione della grande impresa spagnola, producono un rendimento bassissimo, che si traduce in un ingresso di rendita ridicolo. La principale spiegazione è che hanno comprato ad un prezzo molto caro.

Di fronte alla verbosità del governo, pertanto, non c’è nessun nuovo modello di crescita basato sulle esportazioni, chiediamo prestiti all’estero per finanziare un debito pubblico crescente, parte del quale non va più a finanziare la spesa corrente, bensì a terzi.

A ciò dobbiamo aggiungere che ancora non abbiamo ridotto e ristrutturato il sistema bancario nazionale in accordo alla dimensione dell’economia reale,  e al costo di gestione e ai creditori. Nemmeno si è fatto nulla per diminuire mediante deroghe il volume del nostro debito totale – privato più pubblico, che risulta impagabile. In definitiva, se nessuno pone rimedio a questi punti ci vedremo condotti verso una crisi di debito sovrano e bilancia dei pagamenti.

UN DISASTRO NAZIONALE: LA DISOCCUPAZIONE DI LUNGHISSIMO TERMINE AUMENTA DEL 500%

Dopo anni di austerità e recessione il segno “più” della crescita viene salutato in Spagna come un successo. Ma a guardarsi attorno lo spettacolo è desolante: la disoccupazione è diventata strutturale; più di un milione di spagnoli sono disoccupati da oltre tre anni e molti di loro non troveranno mai più un lavoro. 

30 maggio 2014

Oltre un milione di persone in Spagna – la quarta maggiore economia dell’eurozona – non hanno avuto un lavoro dal 2010, secondo un report dell’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo. Sebbene questo numero continui a crescere, il governo afferma di vedere la ripresa.

I dati, pubblicati il 23 maggio, mostrano che la “disoccupazione di lunghissimo termine” nel paese è cresciuta di oltre il 500% dal 2007 ad oggi. Nel 2007 erano circa 250.000 gli spagnoli rimasti disoccupati dopo aver perso il lavoro da almeno tre anni. Questo numero ha raggiunto 1,27 milioni nel 2013, 234.000 in più rispetto al 2012.

In generale, la disoccupazione di lungo termine include i lavoratori disoccupati da oltre 27 settimane. Il recente studio mostra che questa categoria in Spagna si è trasformata in disoccupazione di lunghissimo termine, con centinaia di migliaia di persone senza lavoro da almeno tre anni, il che rappresenta più del 23% sul totale dei disoccupati in Spagna.

Il dato è molto più alto che in altri paesi della regione che si trovano allo stesso livello economico, ed un altro studio mostra che il 26% della popolazione spagnola dipende dai sussidi governativi – il dato più alto nell’UE, dopo la Grecia.

Tuttavia, i politici affermano che a metà del 2013 il paese è uscito da anni di recessione intermittente e che la situazione continua a migliorare. Il 29 maggio la Spagna ha riportato la più rapida crescita economica dal 2008, quando la decennale bolla immobiliare esplose e diede inizio alla crisi finanziaria.

Pur con milioni di persone che invano cercano un lavoro nella quarta maggiore economia dell’eurozona (dopo Germania, Francia e Italia), il Fondo Monetario Internazionale questa settimana ha detto che la ripresa del paese è arrivata e durerà. “La Spagna è uscita dall’angolo,” dichiara il report annuale del FMI.

All’inizio di quest’anno, il Ministro dell’Economia spagnolo Luis de Guindos ha detto al parlamento che nel 2013 l’economia aveva avuto la maggiore crescita che il paese avesse visto da sei anni. Un paio di mesi più tardi, uno studio della seconda maggiore banca spagnola, la BBVA, diceva che il tasso di disoccupazione impiegherà oltre un decennio per tornare ai livelli pre-crisi.

I disoccupati più anziani sono in una posizione peggiore rispetto ai giovani, che sono più flessibili e possono emigrare per cercare di trovare lavoro in altri paesi. Ma quelli che hanno famiglia ed impegni finanziari corrono il rischio di non riuscire mai più a trovare lavoro. Edward Hugh, economista britannico che vive in Spagna, ha detto allo Spain Report che la situazione è disastrosa: “Molte di queste persone sono ora ‘disoccupate strutturali’, e molti di quelli che hanno più di 50 anni non troveranno mai più lavoro. È un disastro nazionale,” ha detto.

I nuovi, piccoli partiti spagnoli hanno guadagnato un numero relativamente elevato di voti alle ultime elezioni europee. Uno dei nuovi arrivati, il Podemos (“Possiamo”), ha ricevuto quasi l’8% dei voti, abbastanza per avere 5 seggi al Parlamento Europeo. Uno degli eletti del movimento ha detto allo Spain Report che “un urlo di protesta contro l’ingiustizia, i sogni infranti e il futuro senza speranza causato dall’attuale sistema economico” è nel cuore della base elettorale del nuovo partito.

Tra le migliaia di persone che sono scese in strada a protestare contro le misure di austerità in Spagna e contro la disoccupazione durante gli ultimi anni, vi sono ragazzi che hanno studiato scienze della tutela ambientale e ragazze con una laurea in architettura e scienza delle costruzioni, che si trovano nelle condizioni peggiori per poter trovare un lavoro. L’ultimo report mostra che i tassi di disoccupazione in questi settori sono i più alti, fino al 47%. I corsi di studio con tassi di disoccupazione minori per entrambi i generi sono quelli in matematica e statistica.

www. rt.com

LE RIFORME DEL LAVORO IN SPAGNA SONO DISASTROSE

Con la scusa di voler ridurre la disoccupazione, si sono implementate riforme che hanno ridotto i salari, i diritti dei lavoratori e lo stato sociale.

La Spagna, sotto la spinta della Troika (FMI, Commissione Europea e BCE) ha implementato 3 importanti riforme del mercato del lavoro, presentate al pubblico come necessarie a ridurre il livello di disoccupazione scandalosamente alto: 25% in generale e 52% giovanile.

La Spagna (e la Grecia) sono in testa al campionato della disoccupazione. Fin dall’inizio della crisi, i governi, conservatori (PP) o socialisti (PSOE), hanno perseguito riforme volte a quella che chiamavano ‘la deregolamentazione del mercato del lavoro,’ supponendo che il problema dell’alto tasso di disoccupazione fosse dovuto all’eccessiva rigidità del mercato di lavoro.Hanno sostenuto che i sindacati hanno protetto troppo i lavoratori a tempo indeterminato, al punto da rendere troppo rischioso per i datori di lavoro assumere nuovi lavoratori. Di conseguenza, è stato detto — i datori di lavoro hanno paura di rimanere incastrati con i nuovi assunti senza essere in grado di licenziarli nuovamente quando il carico di lavoro diminuisce.

Questo assunto è diventato un dogma e, come tutti i dogmi, è stato sostenuto dalla fede, piuttosto che da prove scientifiche. Con un piglio chiaramente apostolico, il governo Zapatero (socialista) e il governo Rajoy (conservatore) hanno reso sempre più facile per i datori di lavoro licenziare i lavoratori. E infatti migliaia e migliaia di lavoratori sono stati licenziati. Ma i datori di lavoro non hanno assunto lavoratori allo stesso ritmo in cui licenziavano. I risultati sono chiari per tutti coloro che sono disposti a vedere la realtà per quello che è,  piuttosto che per ciò che essi credono che sia.

La disoccupazione, anziché diminuire, ha iniziato ad aumentare più rapidamente, guardacaso, rispetto a prima delle riforme. Ad esempio, dall’ultimo trimestre del 2011 al quarto trimestre del 2013, sono stati distrutti 1.049.300 posti di lavoro, con un aumento della disoccupazione di 622.700 persone. Il numero di disoccupati è ora di 6 milioni di persone, il 47% dei quali non ricevono alcuna assicurazione contro la disoccupazione (in parte a causa dei tagli a questo tipo di assicurazione che hanno accompagnato l’ultima riforma del mercato del lavoro).

Oltre alla crescita della disoccupazione, un’altra conseguenza della riforma è stato un rapido deterioramento delle condizioni di lavoro. Il lavoro precario (che i sindacati chiamano “lavoro di merda”) sta aumentando molto rapidamente. In realtà, la maggior parte dei nuovi posti di lavoro appartengono a questa categoria. Il 92% dei nuovi contratti sono lavori temporanei, con solo l’8% di contratti a tempo indeterminato. Un altro risultato delle riforme è stato l’allungamento del periodo di disoccupazione. Sei disoccupati su dieci sono stati senza lavoro per più di un anno, un’autentica tragedia. Un altro record nel campionato della disoccupazione (a pari merito con la Grecia).

Questi sono infatti i risultati prevedibili delle riforme così applaudite dalla Troika. Riforme presentate come necessarie per ridurre la disoccupazione. E, con grande cinismo, anche adesso esse sono presentate come necessarie per risolvere l’alto tasso di disoccupazione, anche se il loro fallimento è così evidente. Queste riforme hanno raggiunto l’opposto di quello che, in teoria, avrebbero dovuto ottenere.

I veri obiettivi delle riforme sociali e del lavoro

Ma queste riforme hanno avuto molto successo nel raggiungimento dei loro obiettivi nascosti (mai menzionati nei media o nelle discussioni politicamente corrette). Le riforme hanno avuto un enorme impatto sui salari: un calo del 10% in due anni. Nessun altro paese dell’UE-15 (oltre alla Grecia) ha visto una tale riduzione. Questa riduzione era in realtà quello che la Troika e i governi spagnoli avevano in mente quando hanno imposto tali riforme (e uso il termine imposto perché queste riforme non esistevano nelle piattaforme elettorali dei partiti di governo, sia socialista sia conservatore).

Come nel caso delle riforme di Schröder, ex cancelliere della Germania (portate a modello per il resto della UE-15), lo scopo delle ultime riforme era di ridurre il potere dei sindacati e di tagliare i salari, obiettivi entrambi percepiti come essenziali per accrescere la competitività (un altro elemento della riforma è di assumere che gli alti stipendi sono la causa del presunto declino della competitività dell’economia spagnola, anche se i dati mostrano che i salari spagnoli sono tra i più bassi dell’UE-15).

Nonostante la produttività del lavoro andasse aumentando prima della crisi ad un tasso molto più elevato rispetto all’aumento dei salari, la Troika e il governo spagnolo hanno continuato ad insistere sul fatto che gli stipendi sono ancora troppo alti. La quota dei redditi da lavoro sul reddito nazionale è diminuita drammaticamente durante il periodo 2009-2013, raggiungendo la percentuale più bassa mai registrata (52%). Nel frattempo, il reddito degli strati sociali più ricchi è aumentato enormemente. Oggi, la Spagna ha una delle più grandi disuguaglianze nell’OCSE. Il 20% della popolazione con il più alto reddito (i super-ricchi, i ricchi, i benestanti, e le classi professionali) guadagnano sette volte di più del 20% con il reddito più basso (per lo più lavoratori non qualificati). In questo ultimo gruppo, per 2 milioni di famiglie non c’è nessuno che abbia un lavoro. E tra le persone occupate, quasi il 15% sono poveri, poiché il livello dei salari è così basso che non è sufficiente per farli uscire dalla povertà.

Ma dove il dramma appare con brutale intensità è tra i bambini. La povertà in questo gruppo (tre volte superiore alla media UE) sta aumentando rapidamente dal 2011, colpendone quasi il 30% (2.500.329 bambini vivono in famiglie in stato di povertà). Il numero totale dei bambini in Spagna è 8.362.305. La Spagna, che ha una delle spese familiari più basse nell’UE-15, ha visto una riduzione di questo parametro del 18%, in un momento in cui la necessità è estrema. Il 24% di questi bambini di famiglie povere non può mangiare frutta o verdura ogni giorno. Il 42% non può partecipare a eventi speciali fuori di casa, il 38% non può avere una dieta normale e così via.

La distruzione dello stato sociale

Un’altra componente del dogma è la convinzione che lo stato sociale sia cresciuto fuori controllo e stia rovinando l’economia. Ancora una volta, i dati mostrano che la Spagna ha una delle spese sociali pro-capite più basse nell’UE-15. Nonostante questa realtà, i governi hanno tagliato sempre di più queste spese. Nei servizi di assistenza sanitaria (la Spagna ha un servizio sanitario nazionale), c’è stato un taglio di 12.832 milioni di euro. Questo ha significato una riduzione del 18.21% della spesa sanitaria, con una perdita di 55.000 posti di lavoro dal 2009, cosa che ha rappresentato un attacco frontale alla sostenibilità del sistema sanitario nazionale spagnolo.

Una conseguenza di questi enormi tagli è stata una crescita molto importante delle assicurazioni sanitarie private, aprendo il servizio sanitario nazionale a tutti i tipi di assicurazione, hedge fund e capitale di rischio. Tutti costoro, così come le banche, hanno un’enorme influenza sul governo spagnolo. Uno dei principali tagli si è avuto in Catalogna, dove il ministro della sanità, che in passato è stato Presidente dell’Associazione degli Ospedali Privati e della Health Association Society, ora ha l’incarico di smantellare il sistema della sanità pubblica.

Quello a cui stiamo assistendo in Spagna è un sogno per tutte le forze conservatrici (grandi imprese e banche) che sono state le forze dominanti dello stato spagnolo. Esse stanno realizzando quello che hanno sempre voluto: una riduzione dei salari, una forza lavoro molto spaventata, sindacati deboli e lo smantellamento dello stato sociale. E lo stanno facendo con la scusa che non c’è alternativa. Dicono perfino che a loro non piace fare le riforme, ma devono farle perché le autorità europee li costringono a farlo. Non stupisce perciò che la popolarità dell’Europa sta diminuendo rapidamente. L’82% degli spagnoli dice che questa Europa non gli piace. L’Europa, che per molti anni (specialmente durante la dittatura) è stata visto come un sogno (cioè un modello di democrazia e di benessere), ora è diventata un incubo.

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Articoli tratti da: www.vocidallestero.it

 

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