I sobborghi delle città

Intervista a Mike Davis.

(Mike Davis è uno scrittore americano, attivista politico teorico dell’urbanizzazione e storico. E’ conosciuto per le sue investigazioni sul potere e sulle classi sociali principalmente nella Californi del Sud.)

Tra pochi anni, per la prima volta nella storia dell’umanità, la popolazione urbana supererà di numero quella rurale. Orbene, la maggior parte di questi cittadini non vive in quello che noi normalmente intendiamo con il termine città, ma in immensi sobborghi senza infrastrutture né servizi, che sfuggono a qualsiasi classificazione tradizionale.

Nella tua descrizione della nuova “geografia posturbana” usi un vocabolario pieno di termini nuovi: corridoi regionali, conurbazioni diffuse, reti policentriche, periurbanizzazione…

Si tratta di un linguaggio ancora in pieno processo di sviluppo, su cui c’è ben poco consenso. I dibattiti più interessanti sono sorti a partire dallo studio dell’urbanizzazione nel sud della Cina, in Indonesia e nel Sudest asiatico e vertono specialmente sulla natura della periurbanizzazione nelle periferie delle grandi città del terzo mondo.

Con questo termine mi riferisco al luogo in cui si incontrano la campagna e la città, e ne sorge spontanea una domanda: siamo davanti a una fase temporanea di un processo complesso e dinamico o questa forma ibrida si manterrà nel tempo?

La nuova realtà periurbana presenta una mescolanza molto complessa di sobborghi poveri, spostati rispetto al centro delle città con inframmezzate, piccole enclaves della classe media, spesso di nuova costruzione e recintate. In questa periurbanizzazione troviamo anche lavoratori rurali, attratti dalle manifatture a bassa remunerazione, e residenti urbani pendolari che vanno a lavorare nelle industrie agricole.

Curiosamente, questo fenomeno ha risvegliato anche l’interesse degli analisti militari del Pentagono, per i quali queste periferie labirintiche sono una delle grandi sfide che il futuro lancerà alle tecnologie belliche e ai progetti imperialistici. Dopo un’epoca in cui ci si è concentrati sullo studio dei metodi di gestione imprenditoriale alla moda – il just-in-time e il modello Wal Mart – ora al Pentagono sembrano avere l’ossessione dell’architettura e della progettazione urbana. Gli Usa hanno sviluppato una grande abilità nella distruzione dei sistemi urbani classici, ma non ottengono alcun successo nelle “Sader Cities” del mondo. Il caso di Falluya è sintomatico: dopo che gli americani l’hanno rasa al suolo con i bulldozers e con le bombe a grappolo, non appena terminata l’offensiva, gli stessi insorti con cui si voleva farla finita sono tornati subito a rioccuparla. Credo che la sinistra e la destra concordino sul fatto che i sobborghi delle città del terzo mondo siano il nuovo e decisivo scenario geopolitico.

Qual è la rappresentazione culturale più adeguata dei sobborghi del terzo mondo che descrivi in “Planet of Slums”?

Se “Blade Runner” un tempo è stato l’icona del futuro urbano, il “Blade Runner” dei sobborghi è “Black Hawk” (“Black Hawk abbattuto”, film di Ridley Scott, 2002) con le sue macerie. Lo confesso, non posso fare a meno di vederlo come un riferimento: le sue scenografie e coreografie sono incredibili. Il film rappresenta alla perfezione questa nuova frontiera della civiltà, la “missione dell’uomo bianco” nei sobborghi del terzo mondo e i suoi minacciosi eserciti, simili a quelli dei videogiochi, che affrontano eroici tecnoguerrieri e i rangers della Delta Force. Certamente, dal punto di vista morale è un film terrificante: è come un videogioco, in cui non si riescono a contare tutti i somali morti.

Per il resto, il dato di fatto è che – tra i rangers dislocati all’estero – i bianchi non sono la maggioranza: sono americani, sì, ma quasi tutti provengono a loro volta dai sobborghi. Il nuovo imperialismo, come il vecchio, ha questo vantaggio: la metropoli è così violenta e alberga in sé una tale concentrazione di povertà da produrre guerrieri perfetti per questo tipo di campagne militari. Un mio vecchio professore ha scritto un magnifico libro in cui, controcorrente, dimostrava che, nelle varie campagne militari dell’Impero Britannico, il fattore decisivo per la vittoria non era stato il progresso tecnologico degli armamenti, ma l’abilità dei soldati britannici nel corpo a corpo con la baionetta, ovvero una diretta conseguenza della brutalità quotidiana nei quartieri poveri inglesi.

Aldilà della tendenza alla violenza e all’insurrezione, nei sobborghi si sta delineando qualche sistema di autogoverno?

L’organizzazione nei sobborghi è straordinariamente varia. In una stessa città latinoamericana, per esempio, si va dalle chiese pentecostali a Sendero Luminoso, passando per le organizzazioni riformiste e le ONG neoliberiste. La popolarità degli uni e degli altri collettivi varia molto rapidamente ed è molto difficile rintracciare una tendenza generale. Risulta però chiaro che nell’ultimo decennio i poveri – mi riferisco non solo a quelli dei quartieri urbani classici, che già mostravano alti livelli di organizzazione, ma anche ai nuovi poveri delle periferie – sono andati organizzandosi su grande scala, tanto in una città irachena come Sadr City quanto a Buenos Aires.
I movimenti sociali organizzati hanno presentato rivendicazioni senza precedenti, chiedendo partecipazione politica ed economica, e riuscendo a far progredire la democrazia formale. Tuttavia, i voti generalmente hanno poca rilevanza: i sistemi fiscali del terzo mondo, fatte salve poche eccezioni, sono tanto regressivi e corrotti e hanno a disposizione talmente poche risorse che risulta impossibile organizzare una vera ridistribuzione.

Inoltre, perfino nelle città in cui c’è un grado maggiore di partecipazione alle elezioni, il potere reale viene trasferito ad agenzie esecutive, autorità industriali e enti di sviluppo di ogni tipo, su cui i cittadini non hanno nessun controllo e che tendono ad essere puri e semplici veicoli locali degli investimenti della Banca Mondiale. Una via democratica verso il controllo delle città – e soprattutto, delle risorse necessarie per intraprendere le riforme urbane – continua ad essere incredibilmente difficile.

In quasi tutti i programmi governativi o statali che cercano di affrontare il tema della povertà urbana, il sobborgo povero viene inteso come un puro e semplice sottoprodotto della sovrappopolazione. Non credo affatto al concetto di sovrappopolazione. La questione fondamentale non è se la popolazione sia aumentata eccessivamente, ma come far quadrare il cerchio tra la giustizia sociale e il diritto ad un livello di vita decente, da un lato e, dall’altro lato, la sostenibilità ambientale. Non c’è troppa gente al mondo; però, ovviamente, c’è un eccesso nel consumo di risorse non rinnovabili.

Certamente, la soluzione deve passare dalla città stessa: le città urbane nel vero senso della parola, parlando dal punto di vista ambientale, sono i sistemi più efficienti che abbiamo creato per la vita in comune. Offrono alti livelli di vita attraverso lo spazio ed il lusso pubblici, il che permette di soddisfare necessità di cui il modello di consumo privato suburbano non è all’altezza. Detto questo, il problema base dell’urbanizzazione mondiale attuale è che essa non ha niente a che vedere con l’urbanesimo classico. La vera sfida è di far sì che la città migliori proprio in quanto città.

“Planet of Slums” dà ragione ai sociologhi che negli anni ’50 e ’60 hanno segnalato i problemi della suburbanizzazione nordamericana: l’occupazione caotica del territorio, l’aumento dei tempi di spostamento dal domicilio al posto di lavoro e delle risorse associate a questo spostamento, il deterioramento della qualità dell’aria e la mancanza di strutture urbane classiche.

Ma non può essere che esistano città troppo popolose rispetto all’ambiente tanto povero di risorse in cui sono situate?

L’invivibilità di una megalopoli dipende molto meno dal numero di persone che ci vivono che non dal loro modo di consumare: se si riadoperano e si riciclano le risorse e se si condivide lo spazio pubblico, allora la megalopoli è vivibile. Bisogna tener conto che l’impatto ecologico varia moltissimo a seconda dei gruppi sociali. In California, ad esempio, l’ala di destra dei movimenti conservazionisti sostiene che l’enorme marea d’immigrati messicani sia la responsabile della congestione e dell’inquinamento, il che è assolutamente assurdo:
non c’è popolazione con minor impatto ecologico o che utilizzi lo spazio pubblico in misura maggiore degli immigrati latinoamericani. Il vero problema sono i bianchi che passeggiano nelle loro vetturette da golf per i 110 campi di Coachella Valley. In altre parole, un uomo ozioso della mia età può sperperare 10, 20 o 30 volte più risorse di una sudamericana che cerchi di tirare avanti con tutta la famiglia in un appartamento del centro città.

Non bisogna lasciarsi prendere dal panico per la crescita della popolazione o per l’arrivo di immigrati; bisogna invece pensare come si possano sfruttare le attitudini dell’urbanesimo per far sì, ad esempio, che sobborghi come quelli di Los Angeles funzionino come una città nel senso classico.

Bisogna anche tener conto dell’assoluta necessità di conservare le zone verdi e le riserve ambientali, senza cui le città non possono funzionare. La tendenza attuale – in tutto il mondo – è che i poveri cerchino alloggio in zone umide di importanza vitale, che si installino in spazi aperti cruciali per il metabolismo della città. C’è l’esempio di Bombay, dove i più poveri si sono stabiliti in un Parco Nazionale confinante dove, di tanto in tanto, i leopardi se li mangiano, o di Sao Paulo, dove vengono usati enormi quantitativi di sostanze chimiche per purificare l’acqua, perché si sta combattendo contro l’inquinamento una battaglia persa in partenza a livello delle fonti di approvvigionamento. Se si consente questo tipo di crescita, se si lasciano andare in malora le zone verdi e gli spazi aperti, se si pompano le falde acquifere fino ad esaurirle e si inquinano i fiumi, fatalmente si danneggia l’ecologia di tutta la città.

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