RECENSIONE

di Cinzia Nachira

Domenico Quirico, Pierre Piccinin da Prata: Il Paese del Male. 152 giorni ostaggio in Siria, Neri Pozza 2013

Non è facile parlare dei temi che alla nostra attenzione vengono imposti dalla lettura del libro di Domenico Quirico e Pierre Piccinin da Prata. Queste difficoltà affondano le radici in un problema che in Italia non è nuovo: parlare di ciò che avviene al di là dei confini nazionali solo quando un evento si impone per la sua drammaticità. Questo fenomeno, di arretratezza culturale (di cui sarebbe bene ammettere l’esistenza, perché svelerebbe molte difficoltà e contraddizioni), si è aggravato moltissimo in questi primi anni del XXI secolo.
In pochi ambiti culturali, politici e sociali vi è stata in questi anni una continuità di riflessione su ciò che avveniva nel resto del mondo. È certamente mutato il contesto generale in Occidente negli ultimi anni. Soprattutto dal momento in cui George W. Bush, all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001, ha lanciato, o meglio rilanciato, l’idea della “esportazione della democrazia” con l’uso delle armi in quei Paesi che non soddisfacevano le attese occidentali. Questo è tutto tranne che un approccio nuovo. Ma qui non è né il caso, né il luogo per approfondire questo aspetto di fondo, che però è necessario tenere presente per poter comprendere a fondo ciò che è all’origine degli sconvolgimenti che oggi attraversano il Medioriente e una parte significativa del Maghreb.
In uno dei suoi tanti articoli scritti dopo la liberazione, Domenico Quirico ha sostenuto la tesi secondo cui un libro non si legge mai due volte allo stesso modo. Ha ragione per molti motivi e questa caratteristica fondamentale si adatta molto bene al libro-testimonianza appena pubblicato. Per ciò che mi riguarda ho letto due volte il testo, una prima volta cercando di fare uno sforzo nell’escludere tutte le informazioni che avevo sugli eventi che in quei cinque mesi si realizzavano in Medioriente e in tutti quei Paesi coinvolti dall’ondata delle rivolte; la seconda volta, invece, ho riletto il testo facendo lo sforzo contrario.
Dalla seconda lettura, meno ininterrotta e più dettagliata, emerge nettamente che i due protagonisti di questa brutta avventura, una volta compreso chi erano i responsabili di ciò che gli capitava, prendessero coscienza brutalmente di essere stati vittime innanzitutto di un tradimento di una parte dell’opposizione siriana che avevano sempre difeso e alla quale avevano dato voce nei loro due Paesi, Italia e Belgio. Il punto focale della riflessione che emerge in modo centrale dal testo è appunto questo: perché due amici della rivoluzione erano diventati bersagli della stessa? La risposta a questa domanda è abbastanza semplice e ci coinvolge tutti. Al di là dello scopo del gruppo direttamente responsabile di questo atto (molto verosimilmente far soldi), vi è una ragione di fondo: è il fatto che la prima fase della rivolta siriana che è durata un anno dal marzo 2011 al marzo 2012 e che era sostanzialmente pacifica e laica, lasciata in balìa della repressione del regime di Bashar Al Assad aveva cambiato natura. Soprattutto a causa del fatto che i dirigenti della prima fase o erano stati assassinati oppure erano stati costretti a lasciare il Paese.
Non è, questo fenomeno, una novità o una caratteristica che riguarda la Siria. In ogni fase storica in cui un regime viene messo “sotto assedio” dal proprio popolo è assai raro che i governanti, siano essi esponenti di dittature esplicite o di finte democrazie o di case regnanti, cedano il posto al nuovo in modo indolore. A questa regola non ha fatto eccezione l’ondata di rivolte che ha investito dal dicembre 2010 il Maghreb e il Medio Oriente. Per altro nessuno poteva attendersi onestamente che il regime di Bashar sarebbe rimasto a guardare, né che avrebbe esitato a ricorrere alla violenza cieca contro chi osava metterne in discussione il potere.
Inoltre, una delle ragioni principali per cui la Siria ha iniziato a sollevarsi contro la dittatura degli Assad in ritardo rispetto ad altri Paesi era da ricondurre appunto al terrore nutrito dalla popolazione. Nel 1982 nella città di Hama, Hafez al Assad padre di Bashar, per stroncare una rivolta assai limitata dei Fratelli Musulmani si è reso responsabile di un massacro di enormi proporzioni. Il numero delle vittime ancora oggi non è certo, ma secondo le fonti più accreditate si aggira intorno a 25.000 morti ammazzati, dopo l’ assedio della città e il suo bombardamento. Nel marzo 2011 la spinta determinante per i siriani è rappresentata dall’intervento armato occidentale in Libia contro l’esercito di Gheddafi che assediava Bengasi. Ora, si può discutere sia sui veri obiettivi di quell’intervento militare prima solo della Francia e della Gran Bretagna, seguito dall’intervento NATO, sia sugli esiti: ma un dato è innegabile quando Muhammar Gheddafi prometteva di “liberare” Bengasi in mano agli insorti anche a costo di un massacro tremendo era doveroso credere alle sue minacce. La stessa cosa può esser detta per Bashar Al Assad: infatti fin dall’inizio la repressione delle massicce manifestazioni è stata tremenda e quando intorno al marzo 2012 è stato creato l’Esercito Libero Siriano, soprattutto grazie alle tante defezioni dall’esercito regolare, la maggior parte dei combattenti era costituita da “persone normali” che mai avevano neanche per un attimo pensato di imbracciare un’arma per doversi difendere, o difendere la propria famiglia, il proprio quartiere o la propria città. Ciò va detto per evitare di dare una falsa immagine di ciò che è stata l’origine della guerra civile siriana. La responsabilità della militarizzazione della rivolta siriana è totalmente da addebitare al regime assadiano.
Il punto essenziale, della denuncia che viene dalle pagine intense del testo di Domenico Quirico e anche, se non soprattutto, dai suoi reportage dalla Siria precedenti a quel fatidico 9 aprile 2013 è il fatto che, una volta abbandonata, la rivolta siriana si è smarrita nell’abisso della violenza che risponde a violenza, senza quasi soluzione di continuità. Le descrizioni di Domenico Quirico e Pierre Piccinin da Prata del trattamento ripugnante cui sono stati sottoposti per i cinque lunghissimi mesi di prigionia danno il senso di questo smarrimento.
Ma per comprendere bene ciò che avviene è assolutamente necessario non perdere questa bussola: lo smarrimento dei gesti di pietà, il trattamento disumano gratuito è un pessimo segnale per l’avvenire. Non perché questo sia capitato a due occidentali, ma perché ciò significa che è assente un progetto credibile, se non quello che vuole imporre una visione dell’Islam retrogrado e fermo sostanzialmente a quindici secoli fa, rafforzando stereotipi che vogliono il mondo arabo islamico immobile e privo di spinte innovatrici, seppure legate alla religiosità come sponda politica. Se poi queste visioni integraliste sono in gran parte reazioni a guerre sanguinose imposte anche negli ultimi tre decenni dall’Occidente al mondo arabo, ciò non diminuisce l’allarme. Mahmoud Mohamed Taha, un intellettuale sudanese che per il suo impegno di innovare le visioni giuridiche islamiche è stato giustiziato con l’accusa di apostasia, ha sostenuto giustamente: “ Nessuno è perfetto al punto da potergli affidare la libertà e la dignità altrui”. Noi, cittadini occidentali, dovremmo far tesoro di queste parole.
È stato osservato: Le aggressioni coloniali e post-coloniali che i paesi arabi hanno subìto, assieme all’oppressione politica ed economica che ne è seguita, hanno introdotto una profonda divisione entro la maggior parte delle istituzioni intellettuali, educative, politiche ed economiche del mondo arabo-islamico. L’assoluta superiorità degli invasori, in materia di scienza, tecnica, organizzazione politica e normazione giuridica, ha costretto i musulmani a imparare dai loro nemici e a seguirne le regole. Ciò li ha posti in una situazione paradossale: resistere con tutti i mezzi alle potenze coloniali e nello stesso tempo imitarle per tentare di dare efficacia alla resistenza e di sconfiggerle .
A questa osservazione che condividiamo totalmente si può solo aggiungere un dato storico difficilmente discutibile: fin dall’ondata delle lotte di liberazione degli anni ’50, ’60 e ’70 del secolo scorso questo paradosso ha segnato contemporaneamente l’inizio e l’impasse di molte rivoluzioni nel mondo coloniale e non ha caratterizzato solo il mondo musulmano. Basta pensare all’America Latina.
Ciò che ha reso molto particolare il “caso arabo” è stata l’instaurazione di dittature “paternalistiche” in gran parte di questi Paesi (Egitto, Algeria, Libia, la stessa Siria) per mano di quelle stesse élite politiche, o parte di esse, che erano state le promotrici e le protagoniste delle rivolte anti-coloniali che alla fine sfociarono nell’indipendenza dalle potenze europee.
In particolar modo dopo il 1989, quando con la caduta del Muro di Berlino e l’implosione del blocco dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, in primis l’ex Unione Sovietica, nel momento in cui sembrava che l’anelito alla libertà democratica dovesse imporsi e diffondersi a macchia d’olio, il mondo arabo restava ostaggio di quella che è stata definita “l’eccezione dispotica araba”. Questo fenomeno può spiegarsi con la predominanza di due elementi: la maledizione del petrolio e con il fatto che l’opposizione politica all’ordine costituito è fondamentalmente formata da formazioni politiche, ed in alcuni casi paramilitari, integraliste islamiche. Sommando questi due fattori alle dittature che dalla metà degli anni ’60 si sono affermate in diversi Paesi del Maghreb e del Medio Oriente emerge in modo evidente che le rivolte scoppiate nel 2010 a partire dalla Tunisia ancora maggiormente pagavano il prezzo altissimo del paradosso descritto sopra. Ma questo paradosso non poteva risolversi ovunque in modo identico. In modo molto sintetico si può dire che, come spesso è accaduto nella storia recente, l’abbattimento del muro della paura collettiva nei Paesi arabo-musulmani ha colto anche i partiti islamici di sorpresa. Infatti, nelle primissime fasi delle rivolte in nessuno dei Paesi coinvolti dalla Tunisia allo Yemen, nelle piazze gremite di persone non si vedevano vessilli dei partiti islamici, né moderati né radicali. Solo con il passare delle settimane e quando ormai era chiaro che si era ad un punto di non ritorno, i Fratelli Musulmani, nelle diverse filiazioni nazionali (Giustizia e Libertà in Egitto, Ennahda in Tunisia in modo particolare), fortemente sostenuti economicamente dal Qatar sono usciti allo scoperto proponendosi come l’unica forza politica organizzata che poteva gestire le transizioni.
Oggi vi è un altra situazione che potremmo definire paradossale. Mentre in Egitto e in Tunisia i partiti islamici sono stati in modo diverso sconfitti perché la loro prova al governo è fallita, dato che si è limitata essenzialmente in una “islamizzazione” forzosa della società, in Siria (ed anche in Libia) va affermandosi la presenza di organizzazioni integraliste islamiche, fondamentalmente legate e sostenute dall’Arabia Saudita in concorrenza a livello regionale con il Qatar, che da poche settimane si sono riunite sotto la sigla di Fronte Islamico.
L’allarme lanciato da Domenico Quirico e Pierre Piccinin da Prata verso questo fenomeno non è da sottovalutare. Molte fonti, interne alla Siria, riportano un dato interessante: la galassia delle organizzazioni integraliste in Siria raggiungerebbe circa il 15% dell’insieme dell’opposizione ad Assad. Aggiungono, queste fonti, che per altro il consenso della popolazione siriana verso queste organizzazioni è molto scarso. Esse vengono accettate ora perché la sproporzione dell’opposizione laica, soprattutto a livello militare, contro le truppe di Assad, Hezbollah e vari gruppi di sciiti iraniani ed iracheni è tale che non si vede altra via. Molti sondaggi (che ovviamente vanno presi con le pinze, visto che sono fatti nel pieno di una guerra civile) sostengono che la maggioranza dei siriani non vede alcun ruolo per le organizzazioni integraliste islamiche nel futuro assetto della Siria.
Questi due dati hanno spinto molti osservatori a sostenere che gli allarmi sulla prevalenza delle organizzazioni islamiche integraliste sono eccessivi oppure, come nel caso di Domenico Quirico, dettati da esperienze personali. Noi ci permettiamo di osservare che esiste ancora un aspetto che non può essere né negato, né sottovalutato. Le organizzazioni integraliste islamiche in Siria hanno tre caratteristiche: dispongono di un armamento sicuramente superiore alle altre organizzazioni armate dell’opposizione, sono finanziariamente sostenute dall’Arabia Saudita, hanno un progetto politico preciso. Queste tre caratteristiche, che sono fondamentali in uno scontro mortale contro una dittatura come quella di Bashar al Assad, mancano o sono molto deboli nelle altre organizzazioni dell’opposizione. Per cui, anche se in termini percentuali queste organizzazioni rappresentano solo il 15% ciò non significa che non siano in grado di condizionare pesantemente il futuro della rivolta siriana.
Ciò significa che dalla Siria partirà la ricostruzione del Califfato che porterà l’integralismo islamico alle porte d’Europa? O che dalla Siria è ripartita, in forme diverse dagli inizi del XXI secolo, una nuova guerra dell’Oriente contro l’Occidente?
Io penso di no. Ciò che sembra invece emergere dalla situazione politica siriana molto caotica è che per un verso vi è una netta spaccatura tra la rappresentanza dell’opposizione all’interno e quella all’estero, dominata da un’ élite politica legata e sostenuta dall’Occidente e con pochissimo peso all’interno. Per altro lo stesso Occidente dopo l’ipocrita fiammata dell’agosto scorso ora torna ad essere di fatto amico di Assad. Questo dimostra soprattutto che lasciando soffocare nel sangue la prima fase della rivolta siriana, l’Occidente si è ritrovato nell’imbarazzante posizione di alleato del suo peggior nemico: quell’integralismo islamico contro cui ha scatenato molte sanguinose, e nessuna sensata, guerre in Medioriente. In questo senso, le stesse organizzazioni integraliste islamiche che operano in Siria hanno dimostrato una forte dose di pragmatismo, più che di moderazione. Ed in questo dimostrano anche quanto siano cambiate dall’epoca della al Qaida di Osama Bin Laden. Questo pragmatismo, però, è la fonte primaria, o dovrebbe essere, di preoccupazione per chiunque abbia a cuore le sorti del popolo siriano. Se è eccessivo e anche, per certi versi poco generoso, parlare di una confisca totale delle rivolte arabe da parte delle frange politiche più retrograde è pur vero che queste esistono e non farci i conti è molto dannoso, soprattutto per tutti coloro che schiacciati tra l’incudine di Assad e il martello dell’integralismo islamico continuano a battersi per un’emancipazione democratica in quei Paesi.

Danilo Zolo, Presentazione dell’edizione italiana del testo di Abdullahi Ahmed An-Na’im, Riforma islamica. Diritti umani e libertà nell’Islam contemporaneo, p. XX, edizioni Laterza, Bari, 2011

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