JOB ACT

Dichiarazione di Giorgio Cremaschi, comunicato USB e articolo di Antonio Moscato. In allegato il testo.

Job Act: dichiarazione di Giorgio Cremaschi, primo firmatario del documento congressuale della CGIL “Il sindacato è un’altra cosa”:

Non siamo d’accordo con la cautela di Susanna Camusso o con le aperture di Maurizio Landini sulle proposte di Renzi. Dalle anticipazioni si può e si deve dare un giudizio negativo per almeno tre ragioni. Perché tutta l’ideologia del progetto è quella liberista di sempre secondo cui per creare lavoro bisogna togliere vincoli alle imprese ed esaltare la globalizzazione. La crisi economica attuale e la disoccupazione di massa sono figlie di questa ideologia.”

“La seconda ragione è che si allude ambiguamente alla estensione della indennità di disoccupazione, senza chiarire se questa si aggiunge a quello che già c’è oggi, e allora bisogna finanziarla , o lo sostituisce e allora sono o lavoratori che la pagano finendo in mezzo ad una strada.”

“La terza ragione è il contratto di inserimento con piena libertà di licenziamento per i nuovi assunti che estenderà ancora la precarietà del lavoro e che aprirà la via a licenziamenti di massa. Infatti sarà sempre più conveniente licenziare lavoratori con articolo 18 per sostituirli con nuovi assunti senza diritti.. Si sta già facendo nelle piccole aziende la liberalizzazione di Renzi lo generalizzerà alle grandi.”

“Solo per questo la CGIL é già in condizione di dire no al jobacte deve contrastarlo.”

COMUNICATO USB da www.usb.it

Dice Matteo, assieme ai suoi ragazzi e particolarmente a Marianna e Filippo, che il lavoro lo creano gli imprenditori e non i provvedimenti di legge.

Questo è il significativo incipit della prima bozza di job act pubblicata ieri nella e-news di Renzi (in allegato).

Ovviamente non è l’unica perla che vi è contenuta, ma forse è la più significativa, non solo perché stravolge, capovolge e mistifica la realtà, ma soprattutto perché delinea una visione del mondo del lavoro, e quindi dei lavoratori, come totalmente ed unicamente subordinato agli interessi di impresa.

Un tale concetto è poi meglio ribadito nel punto dedicato alla formazione dove si afferma che questa potrà essere finanziata con fondi pubblici solo se risponderà “all’effettiva domanda delle imprese”. Affermare che siano gli imprenditori e non le normative di legge quelle che creano il lavoro, nel paese del capitalismo assistito in cui i trasferimenti alle imprese hanno determinato la stragrande maggioranza del debito pubblico nazionale, è una banalizzazione che non inquadra la realtà italiana, anzi ne palesa la completa ignoranza.

L’affermazione apodittica “allora basta ideologia e mettiamoci sotto” con cui si conclude la premessa alla nota di matteomariannafilippo è gonfia di ideologia più di qualsiasi altra affermazione.
Non è ideologia immaginare un Paese senza tutele reali, di totale precarietà in cui per anni ogni nuovo assunto è in balia del diritto divino del datore di lavoro di licenziarlo a vista – per poi magari assumerne un altro e ricominciare daccapo – in cui l’unica alternativa al soggiacere all’interesse di impresa sia qualche euro di sussidio non certo il diritto ad un reddito nelle sue varie forme: salario, tariffe, casa, cultura ecc., in cui il principale obbiettivo sia ridurre l’IRAP, cioè le tasse alle imprese nell’improbabile speranza che così crescano gli investimenti in lavoro invece della fuga sull’ottovolante della finanza? E non appartiene alla sfera dell’ideologia dire che i dirigenti pubblici non devono avere il contratto a tempo indeterminato perché così si mette uno stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali?

Anche un cretino sa che proprio la natura pubblica del contratto e la sua stabilità sono gli elementi che sottraggono la dirigenza pubblica al ricatto della politica e dei mutamenti di quadro governativo.

Se invece di smontare pezzo a pezzo l’idea di “pubblica amministrazione” attraverso l’inoculazione a dosi massicce del virus del “privato è bello e funziona meglio” avessimo difeso la primazia dell’interesse generale, e quindi di una gestione trasparente e volta al soddisfacimento dei bisogni di tutti attraverso una pubblica amministrazione funzionante e sottratta ai ricatti dell’Europa, forse oggi avremmo una dirigenza motivata sul piano della tutela degli interessi generali più che dai propri interessi di bottega sempre garantiti dai sindacati clientelari e complici, ma questa è altra faccenda che nulla c’entra con la natura del contratto.

Quanta ideologia c’è nel non affrontare neanche di striscio la devastazione previdenziale prodotta dagli ultimi governi per favorire i fondi pensione? E non è ideologia proporre una legge sulla rappresentatività sindacale di fatto subordinata alla “presenza dei rappresentanti direttamente eletti dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende”?

E’ il preludio alla condivisone dei destini del capitale arrivando al paradosso che i rappresentanti dei lavoratori si troveranno a votare nei CdA i licenziamenti per garantire gli utili di impresa o accetteranno risparmi sulla tutela della salute e dei diritti pena il ricatto della riduzione di organici.

Loro la chiamano “l’idea di fare” a noi sembra molto l‘idea del disfare, a partire dalla volontà di creare un “codice del lavoro” che sotto la finzione, vecchia come il mondo, della semplificazione delle norme in verità vuole chiudere con la storia dello Statuto dei Lavoratori per aprire ad una nuova stagione in cui il capitale possa disporre liberamente del lavoro e dei lavoratori.

Per capirci: come e più di Marchionne.

Prepariamoci ad una grande, continua e dura mobilitazione, ce ne sarà bisogno.

 

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JOB ACT: UN ALTRO “ACT” FILOPADRONALE

Matteo Renzi, osannato da tutti i media, sferra un attacco a quanto rimane dei diritti dei lavoratori. (a.m.)

Giorgio Cremaschi aveva caratterizzato felicemente la proposta del sindaco di Firenze in un articolo dal titolo incisivo: Renzi, gli avanzi del nuovo. Se si guardano da vicino le sue esternazioni, si è tentati di ridere e di sovrapporre alla sua immagine reale e alle sue fantasiose “rappresentazioni”,  il ritratto tracciato da Crozza nel “Paese delle meraviglie”. Ma c’è poco da ridere. Di giocolieri della parola ce ne sono non pochi, dentro e fuori il parlamento, ma se uno finisce per essere creduto un punto di riferimento da milioni di persone, e viene preso sul serio dal 99% dei mass media, c’è da preoccuparsi.

Così ho avuto la pazienza di analizzare parola per parola il suo strombazzatissimo Jobs Act, direttamente ricalcato, assicurano molti pennivendoli, dall’omonimo progetto di Obama. Il testo integrale è inhttp://www.unita.it/politica/matteo-renzi-segretario-pd-leader-partito-democratico-job-act-lavoro-disoccupazione-1.543813

Sarà, ma anche se ribattezzate con un nome inglese, molte delle proposte identificabili sono tutt’altro che nuove, e corrispondono a quanto è già stato tante volte spacciato per una soluzione dai vari giuslavoristi liberisti… Tra l’altro, significativamente, Pietro Ichino polemizza con Renzi sull’ultima parte del progetto, rimproverandogli superficialità e contraddizioni, e perfino adattamenti alla vulgata della sinistra sugli oltre 40 tipi di forme contrattuali: http://www.pietroichino.it/?p=29542 . Ichino osserva che la proposta del cosiddetto “Assegno universale” esiste già, è stata istituita dalla legge Fornero 28 giugno 2012 n. 92, si chiama Assicurazione Sociale per l’Impiego-ASpI. E si preoccupa che il nuovo Codice del lavoro sia previsto tra 8 mesi e non tre come era stato detto precedentemente. Ichino non riconosce più il suo allievo, insomma.

Analisi del testo

Parto dal preambolo, che si vanta per i successi ottenuti su tutti i piani,a partire dalla legge elettorale, che non è stata fatta, ma è già presentata come un trionfo: “Abbiamo offerto tre ipotesi di lavoro (rivisitazioni del sistema spagnolo, del Mattarellum, del doppio turno).” La legge non c’è, ma ci sono “le  condizioni per definire un accordo” che si ritiene “straordinario”, perché vorrebbe dire “sistemare in un mese quello che non si è fatto negli ultimi otto anni”.

Per questo successo, assicura Renzi, vale la pena di incontrarsi anche con Berlusconi, Grillo o Alfano, sostiene, “purché si chiuda su una cosa che serva agli italiani”; col suo inconfondibile stile precisa che “se deve essere il modo di perdere tempo e prendere un caffè, lo prendo con i miei amici che mi diverto di più. Se serve a chiudere sulla legge elettorale, ci siamo”. Ed ecco sdoganato surrettiziamente il suo vecchio interesse per il dialogo diretto con Berlusconi, mal digerito anche da una parte non indifferente dei suoi sostenitori.

In realtà l’accordo non c’è ancora e le tre ipotesi non avranno vita facile. Ma hanno una cosa in comune: nessuna è proporzionale. In realtà lo aveva detto da tempo, “tutto ma non il proporzionale”.

Renzi vanta, sempre nel preambolo alla legge sul lavoro, anche i consensi ottenuti per altre proposte che ha scelto tra le peggiori in circolazione e ha rilanciato come sue: la soppressione del Senato  e quella delle province. Per il Senato si aggrappa a una tipica chiacchiera da intellettuali pescata sul supplemento della domenica del “Sole 24 Ore”: “coinvolgere i mondi della cultura in questo organismo”. Potrebbe essere una base di discussione, dice, “a condizione che non sia elettivo”. Ma che bella ammissione: i mali dell’Italia dipenderebbero solo dal metodo elettivo…  E infatti anche per la soppressione delle province, già in via di deliberazione al Senato, l’essenziale è la “eliminazione dei politici”. Di quelli eletti dai cittadini, come se quelli designati dall’alto non fossero anche loro politici…

Prosegue poi in un elogio frettoloso degli insegnanti, e in altre chiacchiere che non hanno nulla a che vedere col progetto sul lavoro, ma servono ad avallare l’idea che “menomale che Renzi c’è”. Infatti si prende tutto il merito della marcia indietro del governo sulla mostruosa pretesa di farsi restituire gli scatti cancellati da un decreto presidenziale. Ma questa è solo propaganda contingente, che se ci fosse un’opposizione potrebbe essere ridicolizzata confrontandola con i fatti. Ad esempio con la richiesta di centinaia e perfino migliaia di euro a moltissimi dipendenti del Comune di Firenze, esattamente come ha fatto il Tesoro con gli insegnanti…

Quando si arriva davvero al tema del lavoro, non ci sono sorprese, ma c’è da tremare, fin dalla prima affermazione:“Non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma gli imprenditori”. Possibilmente con meno leggi possibili.

E poi ricomincia con vuota retorica sulle meraviglie dell’Italia, che “è un paese che ha una forza straordinaria”, purtroppo mal gestito perché mancava un Renzi, e che ha comunque “le risorse per essere leader in Europa” e addirittura “punto di attrazione nel mondo”, un “mondo che ha fame di bello, quindi di Italia”. Questa forse gliel’ha scritta Crozza.

Ma il problema è che “l’Italia vive un paradosso. Per responsabilità (diffusa) della classe dirigente, abbiamo perso molto tempo. E i dati dell’Istat di oggi – che proiettano una disoccupazione giovanile ai record dal 1977 – sono una fotografia devastante. Bisogna correre, allora. Fermare l’emorragia dei posti di lavoro”.  Come? Non lo dice qui, non lo dice in tutto il testo. Si limita a riproporre il suo elisir (“Il PD crede possibile che il Jobs Act sia uno strumento per aiutare il Paese a ripartire”), e a tornare alle sue idee fisse: legge elettorale ed “eliminazione delle rappresentanze politiche di Province e Senato”. Perché, dice, “se dobbiamo cambiare – e noi dobbiamo cambiare – bisogna partire dalla politica”. Cosa significhi questo per la disoccupazione in genere e quella giovanile in particolare, non lo spiega.

Dice solo che “l’obiettivo è creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri” . Quindi, “Basta ideologia e mettiamoci sotto”! Ma l’ideologia c’è e come, ed è quella liberista.

Il piano si divide in tre parti, composte quasi esclusivamente da elenchi di titoli senza contenuto preciso: la parte sul “Sistema”, ad esempio è composta da 8 articoli di cui alcuni quasi privi di significato, come il 4°.  “Azioni dell’agenda digitale. Fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete”. Che vuol dire? Tutto e niente. Ce ne sono altri di articoli così. Ma quando si va sul concreto come nel 1°, dedicato all’Energia, la proposta è di ridurre del 10% il costo per le aziende, e poi c’è la riduzione dell’IRAP sempre per le aziende perché va premiato “chi produce lavoro” (cioè gli imprenditori), naturalmente senza chiarire come verificare che si crei lavoro.

Alcuni punti sono semplicemente oscuri, perché scritti in burocratese stretto: Ad esempio il terzo: “Revisione della spesa. Vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro.”. Il nesso con la creazione di posti di lavoro è misterioso.

Ugualmente non si capisce che ripercussioni sulla disoccupazione avrà la “Eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio”. Lo stesso Renzi parla di “Piccolo risparmio per le aziende” e di “funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici”. Quali? E a che scopo? E c’è anche la “Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico”. Probabilmente sarà un cavallo di Troia per giustificare  un’ulteriore smobilitazione del pubblico impiego ai livelli inferiori. In ogni caso, che c’entra col creare occupazione?

Altre misure, presentate come “contro la burocrazia” parlano di “semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica” anche “per le strutture demaniali, sul modello che vale oggi per gli interventi militari.” Eliminazione degli ostacoli e sveltimento delle procedure: che c’entra con l’occupazione?  E gli interventi militari non sono certo un modello di trasparenza, tanto è vero che fin dai primi anni dopo l’Unità d’Italia l’esercito ha sempre gonfiato le spese…

Nasce a questo punto la speranza che dell’occupazione si parli nella parte B, che ha come titolo proprio “I nuovi posti di lavoro” . Ma è presto delusa: tutto quel che dice è solo questo, che riporto integralmente, tanto è breve (anzi vuoto):

Parte B – I nuovi posti di lavoro Per ognuno di questi sette settori, il Jobs Act conterrà un singolo piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.
a) Cultura, turismo, agricoltura e cibo

b) Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers.

c) ICT.

d) Green Economy

e) Nuovo Welfare

f) Edilizia

g) Manifattura

Difficile immaginare cosa si metterà in queste scatole vuote. Anche la parte C, sulle “Regole”, d’altra parte non dà indicazioni concrete. Tranne il punto 1, sulla “semplificazione delle norme” che rinvia però alla “presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero”. Di fatto vuol dire che tra otto mesi verrà definitivamente cestinato quel che resta dello Statuto dei diritti dei lavoratori.

Subito dopo si parla di un “assegno universale per chi perde il posto di lavoro”, anche “per chi oggi non ne avrebbe diritto”, ma “con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro”. Facile immaginare come questa clausola può essere usata in modo punitivo, offrendo un posto in luoghi lontani o a condizioni inaccettabili. E rimane nel vago la durata di questo “assegno universale”, in pratica un’indennità di disoccupazione. Dietro le tante chiacchiere vacue, si intravede l’unico obiettivo concreto, sferrare ancora un colpo all’art. 18 e allo Statuto, per rendere ancora più facili i licenziamenti.

Altre norme sono poco significative, ma l’ultima spiega perché Landini è stato attratto da Renzi. Il punto VI della Parte C sulle regole infatti dice testualmente: “Legge sulla rappresentatività sindacalee presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende.” Punto. Quale legge? Che tipo di rappresentanza e a che condizioni? La seconda parte può attrarre Bonanni, la prima ha offerto un’esca a Landini. Non so fino a che punto l’idillio si consoliderà, ma è già una conferma di come si sia chiuso un ciclo della FIOM. Ne avevamo parlato recentemente: vedi Il buon esempio e anche Cremaschi: ha senso partecipare al congresso della CGIL?  Ne riparleremo.

(a.m. 9/1/14)

 

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JOBS ACT ALLEGATO

Partiamo da due premesse.

Una di metodo. Gli spunti che trovate in questa enews saranno inviati domani ai parlamentari, ai circoli, agli addetti ai lavori per chiedere osservazioni, critiche, integrazioni. Dunque non è un documento chiuso, ma aperto al lavoro di chiunque. Anche vostro.

Una di merito. Non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma gli imprenditori. La voglia di buttarsi, di investire, di innovare. L’Italia può farcela, ma deve uscire da questa situazione di bella addormentata nel bosco. Deve rompere l’incantesimo. Per farlo c’è bisogno di una visione per i prossimi anni e di piccoli interventi per i prossimi mesi.

Punto di partenza: l’Italia ha tutto per farcela. È un Paese che ha una forza straordinaria ma è stato gestito in questi anni da una classe dirigente mediocre che ha fatto leva sulla paura per non affrontare la realtà (straordinaria la pennellata di De Rita nella relazione Censis di quest’anno). Un cambiamento radicale è possibile partendo dall’assunto che il sistema Paese ha le risorse per essere leader in Europa e punto di attrazione nel mondo. E che la globalizzazione non è il nostro problema, ma la più grande opportunità per l’Italia. Un mondo piatto, sempre più numeroso e sempre più ricco, che ha fame di bello, quindi di Italia. A noi il compito di non sprecare questa possibilità; abbiamo già sprecato la crisi, adesso non possiamo sciupare anche la ripresa.

Ma l’Italia vive un paradosso. Per responsabilità (diffusa) della classe dirigente, abbiamo perso molto tempo. Eidatidell’Istatdioggi–cheproiettanounadisoccupazionegiovanileairecorddal1977– sonouna fotografia devastante. Bisogna correre, allora. Fermare l’emorragia dei posti di lavoro. E poi iniziare a risalire la china.

Il PD crede possibile che il JobsAct sia uno strumento per aiutare il Paese a ripartire.

Ma sappiamo benissimo che la credibilità della classe politica parte dalla capacità di dare il buon esempio. Ecco perché è fondamentale che si faccia rapidamente la legge elettorale, si taglino per un miliardo i costi della politica, si eliminino le rappresentanze politiche di Province e Senato, si riduca il numero e il compenso dei consiglieri regionali. Se dobbiamo cambiare – e noi dobbiamo cambiare – bisogna partire dalla politica.

Qui c’è un sommario, con le prime azioni concrete, formulato insieme ai ragazzi della segreteria a partire da Marianna, che si occupa di lavoro, e di Filippo, che è responsabile economia. Nella prossima settimana lo arricchiremo con le osservazioni ricevute e lo discuteremo nella direzione del PD del 16 gennaio. Nessuno si senta escluso: è un documento aperto, politico, che diventerà entro un mese un vero e proprio documento tecnico.

L’obiettivo è creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri (tra il 2008 e il 2012 l’Italia ha attratto 12 miliardi di euro all’anno di investimenti stranieri. Metà della Germania, 25 miliardi un terzo della Francia e della Spagna, 37 miliardi). Per la Banca Mondiale siamo al 73° posto aal mondo per facilità di fare impresa (dopo la Romania, prima delle Seychelles). Per il World Economic Forum siamo al 42° posto per competitività (dopo la Polonia, prima della Turchia). Vi sembra possibile? No, ovviamente no. E allora basta ideologia e mettiamoci sotto

Parte A – Il Sistema

  1. 1. Energia. Il dislivello tra aziende italiane e europee è insostenibile e pesa sulla produttività. Il primo segnale è ridurre del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più (Interventi dell’Autorità di Garanzia, riduzione degli incentivi cosiddetti interrompibili).
  2. 2. Tasse. Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe.
  3. 3. Revisione della spesa. Vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro.
  4. 4. Azioni dell’agenda digitale. Fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete.
  5. 5. Eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazioni. Funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici.
  6. 6. Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali.
  7. 7. Burocrazia. Intervento di semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell’Ambiente circa 1 miliardo di euro sarebbe a disposizione immediatamente) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari. I Sindaci decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo. Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale. Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo.
  8. 8. Adozione dell’obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

Parte B – I nuovi posti di lavoro

Per ognuno di questi sette settori, il JobsAct conterrà un singolo piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.
a) Cultura, turismo, agricoltura e cibo.
b) Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers)
c) ICT
d) Green Economy e) Nuovo Welfare f) Edilizia
g) Manifattura

Parte C – Le regole

  1. Semplificazione delle norme. Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero.
  2. Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile. Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti.

III. Assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.

IV. Obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico. Ma presupposto dell’erogazione deve essere l’effettiva domanda delle imprese. Criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione con cancellazione dagli elenchi per chi non rispetta determinati standard di performance.

V. Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali.

VI. Legge sulla rappresentatività sindacale e presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende.

Su questi spunti, nei prossimi giorni, ci apriremo alla discussione. Con tutti. Ma con l’idea di fare. Certo ci saranno polemiche, resistenze. Ma pensiamo che un provvedimento del genere arricchito dalle singole azioni concrete e dalla certezza dei tempi della pubblica amministrazione possa dare una spinta agli investitori stranieri. E anche agli italiani. Oggi stimiamo in circa 3.800 miliardi di euro la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Insomma, ancora qualcuno ha disponibilità di denari. Ma non investe perché ha paura, perché è bloccato, perché non ha certezze.

Noi vogliamo dire che l’Italia può ripartire se abbandoniamo la rendita e scommettiamo sul lavoro. In questa settimana accoglieremo gli stimoli e le riflessioni di addetti ai lavori e cittadini (matteo@matteorenzi.it). Poi redigeremo il vero e proprio Jobs Act.

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