LA LEGGE DI STABILITA’

di Andrea Martini

Da settimane il governo stava frastornando l’opinione pubblica per creare un clima di attesa verso la legge finanziaria. Alla creazione di questo clima si erano attivati tutti i grandi mezzi di informazione. E gli stessi sindacati confederali, un po’ per ingenuità beota, un po’ per complicità consapevole, si erano messi in attesa, alimentando la fiducia verso una misura che perlomeno in parte potesse rilanciare l’economia del paese.

Si diceva, sarà la prima legge di bilancio che dopo tanti anni coniugherà l’austerità con la crescita…

Poi nella notte tra martedì e mercoledì la legge è stata messa a punto, rispettando l’obiettivo della sua pubblicazione entro quella data, imposta anche all’Italia dalle regole comunitarie che prescrivono una sorta di commissariamento dei paesi ritenuti “a rischio” dalla UE.

Come è noto, le norme comunitarie impongono agli stati, in particolare a quelli maggiormente tenuti sotto osservazione, che la legge di bilancio sia definita “legge di stabilità”. Per come questa legge è stata presentata sembra proprio che al centro delle preoccupazioni di chi l’ha redatta sia la stabilità, ma non la stabilità del paese, né tanto meno quella delle condizioni di vita delle classi popolari, ma piuttosto la stabilità del governo Letta, oggi saldamente in sella dopo il clamoroso fiasco dell’offensiva di Berlusconi.

La legge definisce obiettivi triennali per il 2014, 15 e 16.

I minacciati tagli alla sanità sembrano essere stati rinviati. Ma è del tutto immotivato il sospiro di sollievo tirato da tanti, in particolare dalla Cgil e dagli altri sindacati confederali.

In primo luogo la manovra si presenta implicitamente come la prima tappa di un’operazione più ampia. Infatti, a fronte di nuove spese del valore di oltre 11,6 miliardi di euro per il prossimo anno, le nuove entrate o i risparmi ammontano a soli 8,6. Mancano all’appello, dunque, almeno 3 miliardi, certamente non coperti da un PIL che continua ad avvitarsi su se stesso. La benevolenza dei controllori comunitari sarà dunque stata ottenuta attraverso rassicurazioni ufficiose su una nuova manovra da varare quanto prima per riequilibrare i conti.

Inoltre è falso che la sanità pubblica sia stata risparmiata, in quanto, seppure non direttamente tagliata, essa sarà ancora una volta meno gratuita. Infatti le detrazioni fiscali per spese mediche (quelle che al momento della dichiarazione dei redditi fanno recuperare un po’ delle tasse pagate), già ridotte da 20 al 19%, passeranno al 18 e, nel 2015, al 17%, con l’aumento dunque dell’1, 2, 3% della spesa sanitaria direttamente a carico della persona malata…

Ma non solo, la sanità, come tutti gli altri servizi pubblici, subiranno il taglio del turn over, attraverso la limitazione delle assunzioni a copertura del numero dei dipendenti pubblici che andranno in pensione. Nel 2015 i dipendenti che verranno rimpiazzati saranno solo il 40%, con un saldo negativo di lavoratori pubblici di -40.000 o forse più, 10.000 dei quali circa proprio nella sanità.

Ecco, lavoratrici e lavoratori pubblici saranno, ancora una volta, le prime vittime di questa stabilità: blocco del turn over, ulteriore congelamento della contrattazione (e dunque degli stipendi) fino al 2017. Ma con loro, a fare le spese dei tagli sul lavoro saranno anche gli utenti dei servizi, che saranno erogati in misura ancor più insufficiente, lenta e inadeguata, con un nuovo scadimento anche della qualità, visto che i dipendenti, sempre meno numerosi saranno anche sempre più anziani mediamente e meno incentivati economicamente, tra l’altro anche attraverso il taglio dei fondi per gli straordinari.

Quanto alle questioni urgenti, esse sembrano restare tutte irrisolte. Si promettono fondi (insufficienti) per gli ammortizzatori sociali per i prossimi anni, ma non si fa nulla per rifinanziare quelli del 2013, già finiti. Su migliaia e migliaia di”esodati”, messi sul lastrico dalla controriforma previdenziale Fornero, ancora meno.

“I soldi non ci sono”, grida Saccomanni e sussurra Letta. Comunque nuovi 220 milioni di euro per le scuole private, chissà perché e come, sono stati trovati.

Viene allentata la morsa del cosiddetto “patto di stabilità” interno sugli enti locali, sbloccando poco più di un miliardo che però andrà solo ai comuni virtuosi, cioè a quelli non troppo indebitati. I comuni poveri, o impoveriti dalla speculazione o dalla mala amministrazione, resteranno ancora una volta al palo, con buona pace dei bisogni sociali dei cittadini di quei territori.

La Confindustria, come di consueto, pur incassando 5,6 miliardi di riduzione delle tasse sulle imprese nei prossimi tre anni (la famosa riduzione del cuneo fiscale) grida al tradimento delle promesse, perseverando nella sua strategia tradizionale, chiedere soldi, ottenerli e piangere perché sono pochi per averne ancora di più. Si può stare certi che nelle future manovre di aggiustamento su quella spiaggia si riverseranno altri flussi di denaro.

Per lavoratrici e lavoratori (sulle cui retribuzioni grava da sempre e inesorabilmente un cuneo fiscale di cui poco si parla e soprattutto nulla si fa) una elemosina di poco più di 10 euro mensili di sgravio, di cui nessuno si accorgerà e che, in ogni caso, non apporterà nessuna nuova linfa alla domanda interna.

D’altra parte anche sul fronte delle entrate, ben poco di nuovo.

Ovviamente nessuna tassa per le grandi fortune, per gli speculatori finanziari, ma solo il rilancio del prelievo sulla casa, ribattezzando l’IMU e facendola diventare TASI, che, sommata alla TARI (il nuovo nome della tassa sulla spazzatura) darà vita alla TRISE, il tutto senza nessun alleggerimento del carico fiscale neanche per i proprietari di prime case non di lusso, anzi, con il rischio di vedere un aumento del prelievo, visto che l’aliquota massima a disposizione dei comuni è stata accresciuta di un punto.

Mezzo miliardo si prevede attraverso la (s)vendita di numerosi immobili pubblici alla Cassa Depositi e Prestiti che poi potrà definitivamente venderli (o svenderli) ulteriormente ai privati: si tratta di caserme dismesse, scuole in disuso, ex uffici pubblici che per pochi soldi e con la usuale trafila attraverso la CDP finiranno ad alimentare la speculazione immobiliare e la devastazione urbana.

Come si vede un’operazione politica, economica e sociale mirante a consolidare il governo delle “larghe intese” politiche, ormai uscito dalla sua condizione emergenziale e in via di trasformarsi in una formula capace di raccogliere la sfida della stabilità del governo forse per tutta la legislatura. Ma un’operazione anche attenta a non scontentare i controllori europei dei nostri conti, né il commissario europeo Carlo Cottarelli da qualche settimana messo a capo della spending review, cioè del taglio ai dipendenti pubblici; un’operazione volta a illudere su di una improbabile diminuzione delle trattenute fiscali sui salari, ma anche a regalare un altra montagna di soldi alla Confindustria, pur senza riuscire a saziarne la famelicità.

Una finanziaria che, proprio con opposte finalità politiche, economiche e sociali andrebbe contrastata duramente con uno sciopero generale unitario di tutto il mondo del lavoro. Ma la CGIL, con la Cisl e la Uil, pur manifestando irritazione e insoddisfazione non abbandona la propria piattaforma basata sul “Patto di Genova” con la Confindustria. Così la bandiera della lotta contro la falsa stabilità di Letta resta nelle mani del sindacalismo di base e dei movimenti sociali, territoriali e ambientali e, quindi, sulle manifestazioni del 18 e del 19 ottobre.

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