GERMANIA 1

1 – MODELLO TEDESCO SOLO PER RICCHI
2 – CONTRIBUTI DI A.KLEIN
3 – IL PREZZO DEL MINI JOB
4 – SULLE TRACCE DELLA NUOVA SCHIAVITU’
5 – BASSO SALARIO
6 – 1.59 EURO LORDI

MODELLO TEDESCO SOLO PER RICCHI
Pubblichiamo questo articolo apparso ieri 23 ottobre sul “Manifesto” sulla situazione politico sociale della Germania giusto un mese dopo le elezioni di settembre, perché, oltre a confermare la tendenza continentale verso le “larghe intese” descrive efficacemente le profonde differenziazioni sociali prodotte anche nel “cuore d’Europa” dalla politica neoliberale.
di Marco Bascetta da www.ilmanifesto.it

Cosa dovremo aspettarci dai negoziati per la formazione di un governo di grande coalizione in Germania, il cui avvio è stato sancito a grande maggioranza dal congresso lampo della Spd domenica scorsa a Berlino? I “dieci punti irrinunciabili” che la pallida socialdemocrazia mette sul tappeto non sono proprio di quelli che sconvolgono il mondo. Si va dalla generica volontà di combattere la povertà tra gli anziani, di migliorare il sistema dell’istruzione e l’assistenza ai disabili, alla parità salariale tra uomini e donne, al riconoscimento della doppia nazionalità per i figli di migranti nati in Germania.
Due le bandierine rosse piantate sul terreno della trattativa: il salario minimo orario di 8,50 euro e l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. In cambio di una esplicita rinuncia ad aumentare le tasse sui redditi più elevati e i patrimoni, maldigerita dalla sinistra del partito. La regolamentazione dei mercati finanziari è un fioretto cui da tempo fanno ricorso, quando il clima mediatico lo suggerisce, falchi e colombe di mezza Europa, salvo alzare le mani di fronte agli insormontabili “ostacoli globali” che la impediscono o la riducono al lumicino. Il salario minimo ha qualche consistenza in più in un paese che è cresciuto sul supersfruttamento del lavoro intermittente e precario. Ma già i futuri partner di governo e gli imprenditori avvertono che non dovrà mettere a rischio posti di lavoro, ovverosia porre un serio argine al dumpimg salariale e alla flessibilità. Anche la prima bandierina rossa rischia dunque di stingere.
L’ammirato “modello tedesco” ha prodotto non diversamente dalle politiche liberiste condotte in altri paesi, una fortissima polarizzazione della ricchezza e un abbassamento del livello di consumi mediano (che non è la media tra i più ricchi e i più poveri, ma la condizione di vita reale della maggioranza). Della competitività acquisita nel mondo, ma anche nell’eurozona, nonché del raggiungimento di una potenza finanziaria che si autoalimenta strangolando le prospettive di crescita di altri paesi, non è che una piccola parte della popolazione tedesca a trarre vantaggio. A questa tendenza il programmino socialdemocratico oppone placebo e blandi correttivi. 
Ma veniamo all’Europa. La Spd propone (che trovata!) di “rafforzare la crescita”. Ma come? “I paesi dell’Unione devono dotarsi di una efficace strategia di crescita combinata con una politica finanziaria di stabilità”. La solita ricetta che combina fumose prospettive con concrete politiche recessive i cui esiti disastrosi (la riproduzione e l’aggravamento degli squilibri nel vecchio continente) sono sotto gli occhi di tutti. Dalla grande coalizione il sud d’Europa non ha nulla di buono da aspettarsi.
Una forza socialdemocratica, sia pure la più moderata, dovrebbe chiarire ai lavoratori e ai disoccupati tedeschi che non sono i governi del sud, succubi di poveracci desiderosi di “vivere al di sopra dei propri mezzi”, a “mettere le mani nelle loro tasche”, ma i tassi di profitto dei capitali tedeschi e internazionali e i dividendi della rendita finanziaria (di cui i “risparmiatori” devono ritenersi parte). Dovrebbe, ma non può, essendo stata protagonista di quella compressione dei salari e delle prestazioni sociali (la famosa agenda 2010 del cancelliere Schroeder) che ha drogato la competitività della Repubblica federale, mettendo le mani nelle tasche dei lavoratori e anticipando tutti gli altri nello sfruttamento del lavoro e del non lavoro. Dovrebbe pretendere una politica di “aggiustamento” non nei paesi in deficit, ma nel proprio, dove ricchezza e “virtù” potrebbero infine tradursi in aumenti salariali e spesa sociale, tali da riflettersi positivamente sull’andamento delle economie europee più in difficoltà oltre che sul benessere dei tedeschi. Dovrebbe, ma non può, per il fatto di avere interiorizzato oltre misura le dottrine liberiste, e per la mancanza di coraggio nel contrastare quel nazionalismo economico che sempre più si diffonde nell’opinione pubblica tedesca.
 Le “larghe intese” o “grandi coalizioni”, la forma fintamente rissosa in cui si esprime oggi più adeguatamente il pensiero unico europeo, vivono di grotteschi paradossi. Nell’attuale bundestag, Spd e Cdu/Csu formerebbero una maggioranza talmente vasta che le opposizioni (Verdi e Linke) non raggiungerebbero i numeri sufficienti per ottenere gli organismi di controllo e garanzia spettanti alle forze di opposizione. Che il problema si risolva per via regolamentare o costituzionale, il fatto stesso che si ponga, la dice lunga sullo stato della democrazia in Germania.

CONTRIBUTO DI ANGELA KLEIN DELLA SOZ TEDESCA

IL PREZZO DEI MINI JOB

Roberta Miraglia

Lavorano nel commercio, nei ristoranti, negli alberghi, nelle case private. Hanno stipendi bassi, meno di mille euro al mese e spesso non raggiungono neppure i 500. In Germania i titolari di «mini-job» sono un esercito: più di otto milioni di persone, il 25 per cento dei dipendenti. IL SOLE 24 ORE 21 settembre 2013

BERLINO. Dal nostro inviato

L’altra faccia di un mercato del lavoro che ha raggiunto la quasi piena occupazione grazie alle riforme sulla flessibilità varate all’inizio del nuovo millennio. Ma che tra qualche decennio potrebbe presentare un conto salato al Paese.
Ne è convinto Karl Brenke, analista a Diw, l’Istituto tedesco di ricerche economiche con sede a Berlino. Eppure in questa campagna elettorale dai toni abbastanza bassi, il tema è appena accennato. «Uno dei problemi meno affrontati del nostro sistema – spiega – è costituito dall’espandersi degli impieghi pagati poco, meno di 9,5 euro all’ora. Stiamo parlando di un quarto del lavoro dipendente».
Vi rientrano i part-time e non solo. La maggior parte sono cosiddetti mini-job, termine che in Germania identifica rapporti di lavoro pagati non più di 450 euro al mese e che godono di un privilegio: sono esenti da tasse e contributi previdenziali da parte del dipendente, mentre il datore li versa in misura assai ridotta. Un vantaggio che attira sempre più persone, mamme in primo luogo.
«Due terzi dei mini-job sono svolti da donne», dice Brenke, che elenca le ragioni del boom: «Accanto alle esigenze di una parte del mondo del lavoro femminile che deve conciliare la maternità con l’impiego, c’è l’evoluzione del settore dei servizi, in particolare del commercio. Ma l’aumento di questi rapporti è stato determinato soprattutto dalla scelta politica di renderli privilegiati da un punto di vista fiscale e contributivo».
Il fenomeno è più diffuso nella Germania dell’Ovest, minoritario nei Länder dell’Est. A dicembre del 2012 l’ufficio federale del lavoro contava 7,5 milioni di lavoratori “mini” rispetto ai 5,9 del 2003 di cui 6,5 nei Länder occidentali, 940mila in quelli orientali. La Baviera, il Baden Württemberg, il Nordreno Westfalia sono le roccaforti del sistema esentasse. A Est, è una delle spiegazioni, le donne hanno spesso bisogno di lavori più pagati e non possono permettersi il mini-job.
È un contratto atipico preferito nelle zone a bassa densità abitativa, nelle aree rurali, meno diffuso nelle grandi città. Aumenta inoltre la quota di quanti hanno un secondo lavoro “mini”. Alla fine dell’anno scorso erano 2,6 milioni più che raddoppiati dal milione del 2003.
Il conto per il sistema assistenziale sarà alto. «Non avendo maturato sufficienti contributi, tutti questi lavoratori o una gran parte di essi non avranno una pensione adeguata e saranno costretti a ricorrere al welfare per poter vivere», conclude l’economista. E avverte: non si tratta dell’unica distorsione che affligge il mercato del lavoro tedesco.
L’altra è costituita dall’andamento dei salari rimasti quasi fermi troppo a lungo, secondo Brenke. E mostra un andamento rimasto pressochè invariato dalla fine degli anni Novanta a oggi, con variazioni solo lievi, nonostante gli anni di crescita sostenuta che hanno preceduto la grande recessione.
Questa dinamica di salari bassi, che hanno peraltro permesso alla Germania di aumentare l’occupazione o di non perderne troppa durante le fasi più acute della crisi, comprime la domanda interna ed è tra le cause – secondo l’analista – di uno squilibrio fin troppo evidente che vede da tempo il Paese crescere grazie soprattutto al suo export. Uno dei rimproveri più di frequente mossi alla Germania dai partner europei.
«I partiti però non si occupano di questo problema», conclude Brenke. E la Spd, pur volendo introdurre il salario minimo di 8,5 euro all’ora, limita la proposta a quei lavori sottopagati perché non hanno rappresentanze sindacali forti. Il mondo dei mini-job, con il suo vantaggio fiscale, ne sarebbe escluso. Secondo i critici del sistema è un errore che potrebbe costare molto caro alla Germania.

Senza titolo

SULLE TRACCE DELLA NUOVA SCHIAVITU’

Arrivano dalla Romania e dalla Bulgaria e lavorano con salari da fame in condizioni di semi-schiavitu’: è il nuovo boom del lavoro nero legalizzato. I mattatoi, i cantieri e i fornitori di servizi ne approfittano, la Germania è sempre piu’ competitiva. Il salario minimo per legge servirà a qualcosa? Da FAZ.net

Per Adrian Galea la felicità ha un luogo: Rheda-Wiedenbrück. Nel centro dell’industria della macellazione tedesca c’è il lavoro alla catena. A casa sua in Valacchia manca addirittura la corrente. Con la lavorazione della carne in Germania si puo’ sfamare l’intera famiglia rimasta in Romania. Con lo stipendio tedesco si puo’ finanziare l’accquisto di una casa di proprietà: “Ci siamo guadagnati il rispetto dei colleghi tedeschi”.

Le lodi per la Germania suonano un po’ strane di questi tempi, proprio mentre la Cancelliera vorrebbe regolare ogni contratto d’opera utilizzato per dare lavoro alla nuova ondata verso l’ovest: lavoratori migranti dall’Europa dell’est verso i macelli e i cantieri tedeschi – occupati con stipendi da fame. Pochi giorni fa il re dei mattatoi tedeschi Clemens Tönnies si è trovato a discutere di salario minimo, anche il ministro del lavoro del Nord Rhein Westfalia era presente: fra i lavoratori migranti ci sono “condizioni simili a quelle del primo capitalismo“, ha denunciato il politico della SPD. Ora Tonnies vorrebbe introdurre un salario minimo e “condizioni minime per gli alloggi, i servizi di consulenza e integrazione come per i risarcimenti dovuti ai lavoratori impiegati con un contratto d’opera”.

Vivere in un alloggio di fortuna

Diversamente dai turchi e dai greci arrivati negli anni ’60, i lavoratori in arrivo dalla Romania e dalla Bulgaria vorrebbero restare solo per un periodo limitato. Considerando la situazione in cui vivono e lavorano, la discussione sul salario minimo di 8.5 € l’ora per loro appartiene ad un altro pianeta. I rumeni scoperti questa estate nei boschi vicino a Cloppenburg vivevano sotto ripari di fortuna fatti con rami, teli di plastica e coperte. Le autorità li hanno fatti sgomberare, come è accaduto in decine di ristoranti dove i lavoratori migranti erano ospitati in maniera illegale. Per i due rumeni impiegati con un contratto d’opera al cantiere navale di Papenburg, carbonizzati da un incendio nel loro alloggio di fortuna, le forze dell’ordine purtroppo sono arrivate troppo tardi.

Il piu’ grande mattatoio d’Europa è Tönnies, con sede a Rheda-Widenbrück, e 4.9 miliardi di Euro di fatturato. Due terzi degli occupati sono forniti dagli appaltatori esterni.

Un contratto d’opera si ha quando un’impresa acquista da un’altra impresa una determinata prestazione. Una determinata quantità di carne pulita e tagliata, ad esempio, che deve essere fornita in un determinato periodo di tempo. Che il lavoro sia fatto da mille macellai oppure da un centinaio, secondo la legge, per il committente è indifferente, come del resto il salario pagato. Per i lavoratori impiegati è responsabile il subappaltatore. E secondo quanto racconta la lavoratrice Petronela in un programma televisivo trasmesso dall’emittente rumeno MDI, TV rumena partecipata da Nimbog SRL, subfornitore di Tonnies, per i rumeni la Westfalia sarebbe il vero paese dei sogni.

“Deutsche gut, Rumänen scheiße“

Chi si mette in cerca delle tracce dei lavoratori migranti e delle loro storie di moderna schiavitu’, ne troverà ovunque in Germania: stranieri, la cui situazione è cosi’ precaria, che con le loro forze non riescono a difendersi dalle attività criminali di persone che non raramente sono anche loro connazionali. „Deutsche gut, Rumänen scheiße“, dice Andrej, rumeno 45enne, nel caffé della stazione di Rheda-Wiedenbrück, e sorride educatamente. Clemens Tönnies, il re dei mattatoi e presidente del club calcistico Schalke, Andrej l’ha visto solo una volta. Una delegazione lo ha guidato attraverso la fabbrica, dice Andrej, e guarda preoccupato verso la porta. L’uomo ha paura di perdere il lavoro. Ha 45 anni e non vuole che si scriva il suo vero nome: “non so per quanto tempo restero’ ancora”. Non vuole lasciarsi fotografare: “Tra i lavoratori ci sono delle spie”.

Non si parlava di sorveglianza e spionaggio quando un amico gli ha consigliato il lavoro in Westfalia. Il salario è buono e arriva puntuale, dicevano. Queste erano le belle storie raccontate in televisione. Quell’emittente Andrej non lo guarda piu’. L’amicizia nel frattempo è terminata.

L’uomo arriva dalla campagna rumena. Nel suo paese è autista di camion, ma lo stipendio non era sufficiente per il vitto e l’alloggio. “Il cibo in Romania costa quasi quanto in Germania”, dice Andrej. Ha una moglie e 2 bambini oltre l’età della scuola elementare. Spedisce 600 € al mese a casa, 300 € gli restano per la vita in Germania. Vuole rientrare a casa il piu’ presto possibile. Teme per la sua salute.

Straordinari non pagati non sono una rarità

Un anno fa è atterrato a Dortmund con un volo low cost, ora prenderebbe il volo di ritorno molto volentieri, se non fosse per la speranza di ottenere prima o poi il denaro per il mantenimento dei figli. All’inizio lavorava le salsicce, ora taglia i pezzi di maiale. Ha portato con sé la busta paga. Se si considera, una settimana di 40 ore il salario orario supera gli 8 € lordi. Andrej ci dice che il suo datore di lavoro non ha le schede per timbrare l’ingresso e l’uscita e che lo fanno lavorare anche fino a 12 ore al giorno, invece delle 8 ore promesse in Romania, senza straordinari pagati. Ci dice che nei primi mesi ha avuto una retribuzione di 4.5 € lordi all’ora. Il datore di lavoro non è raggiungibile. Ma il gruppo Tönnies smentisce al loro posto, sebbene non siano responsabili per gli stipendi dei dipendenti assunti dai subappaltatori: “un salario di 4.5 € lordi sarebbe in contraddizione con le nostre regole. Ci risulta dalle analisi fatte da società di revisione indipendenti che il salario minimo in questa impresa sia decisamente superiore ai 4.5 € lordi l’ora”.

4.5 € lordi l’ora, per chi arriva da un paese in cui il salario medio è di 500 € lordi, sono pochi o molti? Che cos’è un salario da fame?

Molto piu’ a sud della Westfalia, nella bavarese Murnau, il lavoratore edile Gheorghe Pavel è davanti alla sua abitazione spartana e sta calcolando quanto ha ricevuto fra agosto, settembre e ottobre per lavorare all’allargamento della clinica per gli infortuni di Murnau. Gheorghe Pavel è il suo vero nome. Si lascia fotografare, anche di fronte, insieme ad altri tre colleghi. I rumeni non hanno alcuna paura di farsi licenziare da questo cantiere, se ne vogliono andare al più presto.

Affidare il lavoro ai subfornitori è piu’ conveniente.

Pavel arriva da un villaggio nei pressi di Bucarest. Fa il muratore da 30 anni. Ha 45 anni. Insieme ai suoi 3 colleghi è stato assunto da un’impresa ungherese, guidata da un rumeno.

A Murnau è arrivato con un pulmino. L’impresa committente nel cantiere di Murnau è la tedesca Riedel Bau di Schweinfurt, ma la maggior parte dei costruttori tedeschi affida il lavoro a dei subappaltatori perché è piu’ conveniente. All’una di notte il loro superiore rumeno ha avvisato Pavel e colleghi che il mattino seguente se ne sarebbero potuti andare. Che cosa ha fatto negli ultimi 3 mesi e mezzo, oltre a mangiare e dormire? Per i mesi di agosto, settembre e ottobre Pavel si è annotato 415 ore di lavoro. Ha già lavorato nel cantiere della  Elbphilharmonie di Amburgo e presso la Audi di Ingolstadt. La clinica per gli infortuni di Murnau è ugualmente famosa, chiunque sulle Alpi abbia un incidente viene portato qui. Pavel nelle 415 ore lavorate ha tirato su’ pareti interne dalle 7 del mattino fino alle 7 di sera.

Fino ad oggi ha ricevuto 254 € in contanti dal suo capo. Vale a dire un salario orario di 61 centesimi.

Niente soldi per il cibo, l’elettricità e il gas

Diversamente da quanto accade nei mattatoi, nei cantieri tedeschi è previsto un salario minimo per legge, che ogni impresa deve pagare, anche se è straniera e se impiega lavoratori stranieri. E’ pari a 13.7 € l’ora lordi. Il subappaltatore Radu Bau ci dice che i 4 colleghi avrebbero ricevuto senza eccezione “il salario minimo”.

Il collega di Pavel, Florin Bazan, ci dice che la moglie dal suo paese nei pressi di Bucarest l’ha chiamato: rischia il taglio dell’elettricità e del gas per tutta la famiglia. Pavel ci dice che si è fatto prestare denaro dai parenti, perché non aveva piu’ denaro per comprarsi qualcosa da mangiare a Murnau. Se le cifre fornite da Pavel sono esatte, l’espressione “salario da fame” per il cantiere di Murnau è perfetta.

14 metri quadrati per 1070 €

Il portavoce dell’impresa Riedel Bau al telefeono è agitato. Essere un contractor nei cantieri è molto diverso dall’esserlo nell’industria della carne, dove non c’è alcun salario minimo. Se Riedel Bau fosse a conoscenza del fatto che nei cantieri non viene pagato il salario minimo, potrebbe essere pericoloso. Axel Siebrandt ci dice che il rispetto dei salari minimi è stato documentato con delle certificazioni: “non abbiamo alcun pagamento in sospeso nei confronti dell’appaltatore”.

Pavel e i suoi colleghi si sono rassegnati a condividere questi 14 metri quadrati con 4 letti in ferro. Guardano la TV rumena, il corridio fuori dalla porta è lungo e buio, e accanto a loro c’è un impianto per il trattamento dei rifiuti. Sulle pareti serpeggiano i cavi elettrici. Il datore di lavoro per il mese di settembre gli ha detratto 267.6 € dallo stipendio. La camera costa 1.070 €. Pavel e i suoi colleghi sono arrabbiati. C’è anche un’altra detrazione da 308.8 € che non sanno per quale motivo sia stata fatta. Non hanno idea di cosa potrà loro accadere. Non hanno i soldi per tornare in Romania, e i familiari in patria hanno bisogno del loro denaro.

Il bulgaro Dimcho lavora a Coblenza e non è cosi’ coraggioso come i rumeni di Murnau: non vuole fare il nome dell’impresa per cui consegna pacchi. “Se lo facessi avrei dei problemi”. Lui dice di essere bravo, in magazzino gli basta vedere da lontano una scatola per sapere se deve andare al quinto piano. L’altro giorno c’erano 3 casse da 8 bottiglie di vino ciascuna. Quinto piano di un vecchio palazzo, ovviamente senza ascensore. “Era scontato”, dice Dimcho.

Una poesia per gli ispettori

Conduce un mezzo per un subappaltatore di un grande gruppo. Lo hanno registrato come lavoratore autonomo. Ovviamente è una sciocchezza, è un dipendente dell’azienda. I dipendenti devono suonare una sola volta all’indirizzo del destinatario, e se la porta non si apre, possono riportare il pacco al magazzino. Per Dimcho ci sono altre regole. Non puo’ tornare con dei pacchetti. Deve suonare ai vicini di casa. Il distretto postale che gli hanno assegnato è molto grande, a volte il giro dura 14 ore. Alle 10 di sera deve suonare ai vicini di casa. Dimcho ha paura che prima o poi qualcuno una sera finisca per menarlo.

Mihan Balan parla tedesco e rumeno. Aiuta i lavoratori migranti. Balan ci racconta dei documenti in bianco che i rumeni devono firmare, altrimenti il datore di lavoro non paga. Cosi’ sarà in grado di dichiarare che viene corrisposto un salario minimo. Se gli ispettori dovessero poi presentarsi sul cantiere, gli operai devono recitare la solita poesia: “io ricevo 13.70 € lordi all’ora”.

Lo sfruttamento dei lavoratori migranti ha una sua logica. Il contractor rumeno e il lavoratore rumeno formano un cartello: l’appaltatore non vuole far lavorare l’operaio al salario minimo – che quindi accetta il dumping salariale, ma che alla fine è sempre piu’ di quanto potrebbe guadagnare in Romania.

La via della giustizia è senza speranza

Almeno nella maggior parte dei casi. L’avvocato del lavoro di Offenbach Frederic Raue ha segnalato un centinaio di casi in cui i lavoratori migranti per mesi non hanno visto un soldo. Chi si ribella perde il letto di ferro ed è costretto a prendere la via di casa. Chi riesce ad andare dall’avvocato invece non parte da una buona posizione. Se Raue cita in giudizio il contraente generale, l’avvocato avversario risponde in forma scritta formulando dei dubbi. La guerra a colpi di carte bollate richiede tempo, e prima o poi il querelante deve tornare a casa. Che in nessun’altro paese UE ci siano cosi’ pochi accessi ad internet come in Romania, rende poi il processo ancora piu’ difficile.

In considerazione di tali pratiche, fra i sindacalisti ci sono già dei dubbi: un salario minimo non aiuterebbe i lavoratori migranti. Un modo per aggirarlo lo si troverebbe sempre. Ma l’avvocato del lavoro di Munster Peter Schüren vede le cose in maniera diversa. Il professore sta attualmente preparando per il ministero del lavoro del Nord Rhein Westfalia uno studio sulle modalità di protezione dei lavoratori migranti – fondato sul salario minimo e la rigida applicazione della legge: “chi non paga un salario minimo o non versa interamente i contributi sociali oppure non rispetta la legge in qualsiasi altro modo, allora è necessario che sia colpito da dure conseguenze economiche che lo scoraggino seriamente dall’intraprendere tali comportamenti”.

Un salario minimo – a qualsiasi livello – potrebbe rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori, ci dice il professore di diritto del lavoro di Monaco Volker Rieble. Non riusciremo mai tuttavia a mandare la polizia in ogni mattatoio e in ogni cantiere.

I lavoratori edili di Murnau, in ogni caso, nel frattempo sono tornati in Romania.

 

minijob

BASSO SALARIO

Una recente analisi dell’Institut Arbeit und Qualifikation ci ricorda ancora una volta le dimensioni del cosiddetto settore a “basso salario”: quasi un occupato su quattro ne fa parte e la sola via di uscita resta il salario minimo fissato per legge. Dalla Hans-Böckler-Stiftung

Anche se il mercato del lavoro negli ultimi mesi ha avuto uno sviluppo positivo, quasi un occupato su quattro continua a lavorare per un “basso salario”. Lo mostra un’analisi del panel socio-economico realizzata da Thorsten Kalina e Claudia Weinkopf dell’Institut Arbeit und Qualifikation (IAQ). Nel 2011, secondo gli ultimi dati disponibili, 8.1 milioni di lavoratori guadagnavano meno dei due terzi del salario orario mediano, cioè meno di 9.14 € lordi l’ora, vale a dire il 23.9% degli occupati. Rispetto al 2010 la quota è leggermente diminuita – dello 0.7%. Dal 1995 il numero dei lavoratori coinvolti è invece cresciuto di 2.6 milioni.

La paga oraria media degli occupati nel settore a “basso salario” è ancora inferiore: nel 2011 la media era di 6.46 € lordi l’ora nella Germania dell’ovest e 6.21 € nell’est. In tutta la Germania circa 1.8 milioni di occupati si sono dovuti accontentare di un salario orario inferiore ai 5 € lordi l’ora, 2.9 milioni guadagnavano meno di 6 € lordi e 4.4 milioni meno di 7 € lordi. A ricevere una bassa paga molto spesso sono i minijobber: nel 2011 oltre la metà di loro lavorava per meno di 7 €  lordi l’ora, un terzo per meno di 5 € lordi. Con l’introduzione di un salario minimo per legge di almeno 8,5 € lordi l’ora, circa un quinto della forza lavoro complessiva vedrebbe salire la propria busta paga. Secondo i ricercatori dello IAQ sarebbero quasi 7 milioni i lavoratori ad avere diritto ad un aumento salariale.

Oltre ai minijobber, fra gli occupati a rischio di ricevere un basso salario ci sono i lavoratori senza formazione professionale, nel 2011 4 su 10 guadagnavano meno di 9.14 € lordi l’ora, Anche i giovani, i lavoratori a tempo determinato e gli stranieri sono sovrarappresentati in questo gruppo.

Aumentano rispetto a 10 anni fa i lavoratori qualificati che ricevono un “basso salario”: il rischio è cresciuto del 16.8 % dal 2001 al 2011. Nel complesso il 69.8% di tutti i lavoratori a “basso salario” ha completato una formazione professionale, l’8.7 % perfino uno studio di livello universitario.

Tra i lavoratori full time la crescita fra il 2001 e il 2011 è stata del 13.9 %. Fra le donne la quota è leggermente scesa – dal 29.9 al 29.6 %. Tuttavia in ogni forma lavorativa e ad ogni livello di qualificazione le donne rispetto agli uomini hanno maggiori probabilità di ricevere una bassa paga oraria: anche dopo aver concluso una formazione professionale il rischio resta doppio.

Le conseguenze per Kalina e Weinkopf sono molto chiare: i salari minimi settoriali non sono evidentemente sufficienti a bloccare il fenomeno dei “bassi salari” in Germania. “Con l’introduzione di un salario minimo per legge, ci sarebbe una soglia minima non superabile e valida per tutti gli occupati”, scrivono i ricercatori dello IAQ. Inoltre, l’altissima percentuale di bassi salari fra i minijobbber metterebbe alla prova lo status speciale di questa forma di occupazione: “per limitare in maniera efficace le dimensioni del settore a basso salario, un contributo ulteriore potrebbe essere infatti dato dall’abolizione dei minijob”.

I,59 EURO LORDI

Un altro caso di dumping salariale in Germania, questa volta fra i corrieri dei pizza-service nel nord-est. Il modello è sempre lo stesso: quando il salario è da fame è lo stato a dover intervenire (Hartz IV) e ad usare il denaro dei contribuenti per garantire i margini di profitto dei datori di lavoro. Anche la stampa conservatrice non puo’ far finta di nulla. Da FAZ.net

Un tedesco su cinque lavora con un basso salario. I Jobcenter aiutano i lavoratori, e se ce n’è bisogno vanno fino in tribunale.

Nella lotta contro i salari immorali i lavoratori non dovranno piu’ presentarsi da soli in tribunale. Sempre piu’ spesso questo compito viene svolto dalle agenzie per il lavoro: recentemente il Jobcenter di Uckermark è riuscito ad avere successo davanti al giudice. “L’azione offensiva contro il dumping salariale è un segnale importante, serve a far capire che cosa deve essere considerato illecito” ci dice Heinrich Alt, responsabile dell’Agenzia per il lavoro. I funzionari pubblici hanno l’obbligo di garantire un uso responsabile del denaro dei contribuenti utilizzato per finanziare il sistema di sussidi pubblici (Hartz IV), e il compito di proteggere i datori di lavoro che pagano salari onesti.

Secondo i calcoli fatti da diversi istituti, piu’ di un tedesco su cinque lavora nel cosiddetto settore a basso salario (Niedriglohnsektor). Una definizione generale non esiste. Il limite nella maggior parte delle ricerche è fissato a circa 9 € lordi l’ora. L’Institut Arbeit und Qualifikation (IAQ) arriva a contare 1.4 milioni di occupati che guadagnano meno di 5 € lordi l’ora. Di per sé stipendi cosi’ bassi non sono illegali. Secondo la giurisprudenza della Corte Federale per il Lavoro un salario puo’ essere considerato immorale “quando c’è una evidente disparità fra prestazione e ricompensa”, cioe’ quando il salario non raggiunge i due terzi del salario abituale applicato in quel settore e in quella regione.

Il Jobcenter chiede il rimborso  dei sussidi pubblici

I Jobcenter di solito possono facilmente notare il basso salario quando il beneficiario si presenta per richiedere un sussidio pubblico (Arbeitslosengeld II o Hartz IV) necessario a raggiungere il livello minimo di sussistenza: una pratica  conosciuta come “aufstocken”. Quando il datore di lavoro viene condannato in tribunale, il centro per l’impiego gli chiede di passare alla cassa. L’ultimo esempio è stato un giudizio del tribunale del lavoro di Eberswalde, che a metà settembre ha dichiarato immorali i salari orari inferiori ai 3 € lordi l’ora pagati nel Brandeburgo ai corrieri dei pizza express (Az.: 2 Ca 428/13). Ad iniziare l’azione legale non sono stati i lavoratori, ma il Jobcenter di Uckermark. Con l’azione legale è stato richiesto un rimborso di 11.000 €, equivalente alla somma con la quale il magro salario era stato portato al livello minimo stabilito da Hartz-IV. I destinatari dell’Arbeitslosengeldes II (Hartz IV) ricevono attualmente 382 € al mese piu’ il rimborso per l’affitto e le bollette. I datori di lavoro che pagano un salario inferiore a questo livello possono chiedere una sovvenzione da parte dello stato.

Il Pizza-service impiegava lavoratori che con un orario lavorativo settimanale di 14 ore guadagnavano dai 100 ai 165 € lordi mensili. I dipendenti a tempo pieno con una settimana lavorativa di 40 ore ricevevano 430 € lordi mensili. Il proprietario del pizza service pagava quindi un salario lordo di 1.59 € , 1.65 € e 2.72 € per ora. Per otto di questi lavoratori il Jobcenter aveva garantito i sussidi necessari al raggiungimento del minimo previsto da Hartz IV. I salari erano inferiori alla metà del salario medio previsto per lo stesso lavoro in quella zona, quindi evidentemente immorali.

“I salari immorali non sono un fenomeno di massa”

Casi come questo alimentano la proposta di un salario minimo garantito dalla legge come richiesto dalla SPD. Anche in campagna elettorale il dibattito sui salari minimi ha avuto un ruolo importante. Cifre esatte sulle dimensioni del fenomeno non esistono. “I salari immorali non sono un fenomeno di massa”, chiarisce Heinrich Alt della Agenzia per il lavoro. “Parliamo di casi limitati”, soprattutto nella Germania dell’est.

Non a caso 3 anni fa il Jobcenter di Stralsund è stato il primo a percorrere questa strada insolita, quando ha chiesto un rimborso per i 6.000 € erogati come sussidio aggiuntivo per un salario definito immorale. Anche allora si trattava di un Pizza-service che pagava i suoi dipendenti 1.32 € lordi all’ora. Anche l’Agenzia per il lavoro si è mossa in questa direzione e nella sua “guida contro lo sfruttamento” ha spiegato ai suoi uffici regionali come procedere contro i salari troppo bassi. Ha messo a disposizione anche un modello per un’azione legale nei casi di sfruttamento.

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